Emozioni e scoperte al Pistoia Blues di sabato 12 luglio. La scoperta principale, dopo l'ottima performance dei Nine Below Zero (ma non si adagiano un po' troppo a fare cover di altri artisti?) e quella dei Commander Cody, è stata indubbiamente quella del chitarrista australiano Tommy Emmanuel, virtuoso della chitarra acustica e maestro del fingerpicking. In pratica, è un uomo-orchestra: da solo e con il solo aiuto della sua consumatissima chitarra e al massimo di una spazzola da batterista jazz, sa dare vita a una serie di suoni e di emozioni che sembrano provenire da un ensemble musicale, anziché da quell'ometto con i capelli grigi sul palco. Emmanuel è un chitarrista che vive in simbiosi con il proprio strumento ed ogni sua nota trasuda feeling, riuscendo a regalare emozioni (stupendo il pezzo Initiation, dedicato agli aborigeni
australiani), anche quando intona versioni discutibili e personalissime di classici del blues e del rock, come The House Of The Rising Sun.
Andy Timmons è un grande chitarrista, anche lui può essere definito un virtuoso, seppure della chitarra elettrica. Per chi se ne intenda un po', si potrebbe dire che sta a metà tra Gary Moore e Joe Satriani. Tecnica mostruosa, ma, anche se in misura minore rispetto a mostri come Malmsteen, una carenza di sentimento, forse anche dovuta al fatto che del classico trio blues/rock (chitarra, basso e batteria) nessuno canta, e quindi la performance interamente strumentale può risultare alquanto fredda. E tuttavia qualche passaggio chitarristico, come nel pezzo dedicato a Jimi Hendrix (Electric Gypsy), fa davvero sognare.
Poi sono arrivati i Deep Purple. Il mio era più un gesto d'affetto nei confronti di chi ha fatto sognare un ragazzo una venticinquina d'anni fa, che un'attesa di sentire un mito del rock. E anche una rimpatriata con alcuni amici, Luca e Francesco, con i quali avevo già visto i Purple sette anni fa, e con Stefano, che non vedevo forse da vent'anni. Però i vecchi leoni, anche se ormai Ritchie Blackmore ha abbandonato la baracca per volare verso altri lidi e l'età non consente più a Jon Lord gli strapazzi della vita da rocker, non si sono risparmiati: con la formazione ormai stabilizzata nel quintetto formato da Gillan, Glover, Paice più Steve Morse e Don Airey (tastierista che aveva già collaborato anche con i Jethro Tull), hanno dato vita a una prestazione di notevole valore. Quali canzoni sono mancate? Mah, così di primo acchito, a parte quelle del Mark III (la formazione con Coverdale al posto di Gillan), direi innanzitutto Child In Time, che non viene più proposta dal vivo per non compromettere definitivamente le corde vocali del cantante, in più direi Lazy e When A Blind Man Cries, che nel 2001 costituì una gradita sorpresa e un'alternativa più che valida a Child In Time. Va però detto che, a parte qualche pezzo del passato più recente, i Deep Purple hanno offerto una versione energizzata e cattiva di una vecchia canzone di In Rock (1970), come Into The Fire, che da sola, forse, valeva l'intero concerto. E poi, quando attaccano per la milionesima volta Smoke On The Water, c'è poco da dire: un brivido è corso dalla prima all'ultima fila della folla assiepata nella bellissima Piazza Duomo di Pistoia.

Chitarrista in erba, il piccolo JB compone canzoni sataniche e piene di parolacce. Preso a cinghiate ed invitato dal padre a pregare Dio, JB ha un'apparizione, appunto, di Ronnie James Dio, che gli affida la missione di andare a Hollywood per formare la più grande rock band di tutti i tempi. Dopo avere sbagliato posto quattro o cinque volte, avendo visitato tutte le Hollywood degli Stati Uniti d'America, JB giunge finalmente in California, dove conosce il chitarrista fallito KG, con il quale va alla ricerca di un magico plettro, appartenuto ad Angus Young, che sarebbe alla base del segreto del successo nella musica.
«Welcome to the new dark ages
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