domenica, 08 febbraio 2009

"O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

                   Piangi, che ben hai donde, Italia mia..."
(Giacomo Leopardi, All'Italia, vv. 1-18)
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categoria:poesia, politica
venerdì, 25 luglio 2008

In termini prettamente giuridici, la parola LODO indica la pronuncia di un arbitro o di un collegio arbitrale. Spesso, in ipotesi di controversie, per evitare le lungaggini e le spese legali di una causa giudiziaria, che può protrarsi anche per decenni, le parti si accordano sulla nomina di un arbitro Il Ministro Angelino Alfano(o di un collegio arbitrale, composto per lo più di tre membri), che decida, in maniera autorevole ed entro tempi ragionevoli, la controversia.

Viste queste premesse, il lodo, proprio per l'autorevolezza delle persone (esperti di diritto o materie economiche, o, comunque, della materia di cui si dibatte) da cui promana, è inappellabile.

Nel caso del molto presunto lodo Alfano, non c'è niente di tutto questo. Si è trattato, come mille altre volte, di una proposta di un Ministro, presentata al Parlamento ed approvata dalla maggioranza, con la netta opposizione della minoranza. Perché, dunque, è stata definita LODO, come già quello che due legislature fa fu promosso dall'attuale Presidente del Senato (il cosiddetto LODO SCHIFANI)?

Nel 2003, appunto, il Senatore della Margherita Antonio Maccanico cercò una soluzione, sempre allo stesso problema dell'immunità per Berlusconi, che potesse essere condivisa da maggioranza ed opposizione (di cui faceva parte Maccanico). La proposta del Senatore della Margherita fu denominata LODO perché tentava di trovare una formulazione "bipartisan", accettabile, infatti, da entrambe le parti. Il LODO MACCANICO fu poi preso in mano e stravolto dall'allora capogruppo di Forza Italia al Senato Schifani, tanto che maccanico lo ripudiò e tolse il proprio nominativo. Il successivo provvedimento legislativo prese, quindi, il nome dal suo revisore. E fu dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2004.

Oggi, il LODO ALFANO è il degno erede del LODO SCHIFANI. Con il termine lodo si intende, dunque, attribuire una più alta dignità a un provvedimento che ha come unico scopo quello di salvare Berlusconi da guai giudiziari nei quali si è messo per reati eventualmente (da accertare in sede processuale) commessi non nell'esercizio delle sue funzioni: si tratta di uno "scudo stellare", poiché se anche Berlusconi avesse ucciso la moglie o violentato la cameriera, non sarebbe comunque processabile per tutta la durata del suo mandato.

Il lodo riguarda le quattro maggiori cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti delle due Camere. In effetti ci sono quattro processi che pendono sui soggetti che rivestono queste cariche. Statisticamente sono uno a testa, ma, fuor di statistica, sono tutti e quattro a carico del Premier.

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categoria:politica
mercoledì, 11 giugno 2008

La cosa (Italia, 1990) di Nanni Moretti.

Il dibattito nelle sezioni comuniste di mezza Italia, alla vigilia dello scioglimento del Partito Comunista Italiano, verso una formazione che ancora non si capiva che cosa sarebbe stata.

Intelligente operazione di Moretti, girata durante i giorni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, che solo formalmente può definirsi un documentario. Dalla Sicilia a Genova, poi a Bologna, a Napoli, a Torino, a Milano, a Firenze a Roma Testaccio, si sviluppa la discussione, tra chi chiede appassionatamente di non abbandonare la falce e martello o la denominazione di comunisti e chi ricorda che ormai da decenni non si è altro che socialdemocratici. Parlano gli ex partigiani, iscritti dai tempi della guerra, ma anche chi si è iscritto solo da pochi mesi. Alcuni rappresentano uno spaesamento personale e politico, mentre altri sono più consapevoli delle proprie idee. Altri ritengono necessario lo svecchiamento per rendere possibile un'alleanza con le forze progressiste del socialismo e del cattolicesimo italiano, mentre altri, scetticamente, ritengono che quest'alleanza non sarà mai realmente possibile. Fino al gran finale nella sezione testaccina, dove un militante relativamente giovane fa un discorso del quale non è che si capisca granché, ma risulta teneramente buffo. Credo che Moretti, pur  soffrendo, si sia divertito a girare questo film (è lui stesso che lo chiama così, nelle note di chiusura), anche perché rappresenta una sorta di compendio iperneorealista di quanto aveva mostrato qualche mese prima in Palombella rossa: al di là degli orpelli pallanuotistici e delle reminiscenze zivaghiane, la realtà è quella del "cosa significa essere comunisti oggi?" (o del non esserlo più), dell'essere diversi, ma uguali.

La cosa non è mai stato proiettato in una sala cinamatografica, ma andò in onda il 16 marzo 1990, alla vigilia del congresso del PCI che decretò lo scioglimento del partito. "Tra cinema e TV La cosa è comunque «film» che all'interno mette in rilievo il più classico, appunto, degli specifici filmici, il montaggio. Un montaggio irriducibile al palinsesto per il divieto di finire «blobbizzato»: un film-cellula, politicamente e in accezione videobiologica." (Flavio De Bernardinis, Il Castoro)

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categoria:politica, cinema, commedia, documentario
venerdì, 14 settembre 2007

La Procura di Milano intercetta Consorte. La Procura di Milano indaga Consorte.

Consorte, al telefono, parla con D'Alema e Fassino. D'Alema e Fassino non sono indagati e, in più, sono deputati. Si pone il problema: come utilizzare processualmente le intercettazioni che coinvolgono parlamentari non indagati?

Risposta del nostro Parlamento: si utilizzino soltanto per la parte riguardante i soggetti indagati.

È una scena già vista in centinaia di film: il protagonista (qui Consorte) che parla al telefono con un interlocutore che non si vede e non si sente. Si potrebbe assistere a prove processuali di questo tipo (scena inventata da me):

Consorte - Pronto!

X - ...

Consorte - Sì, bene, grazie, e tu?

X - ...

Consorte - Eh, be', sì, ci stiamo dando da fare...

X - ...

Consorte - Sì, noi ci prendiamo la banca, gli altri si prendono il giornale...

X - ...

Consorte - Certo, ma tu cosa ne pensi?

X - ...

Consorte - Come no?

X - ...

Consorte - Eh, eh, eh...

X - ...

Consorte - Forza tutti!

X - ...

Consorte - Grazie.

X - ...

Consorte - Crepi il lupo!

X - ...

Consorte - Ci sentiamo. Ciao! [CLICK!]

X - ...

Consorte - ...e de tu' nonno!

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categoria:varie, politica
giovedì, 13 settembre 2007

Dopo il vaffa-day di Beppe Grillo, è ormai diventato di prammatica, per certi politici, di parlare del nuovo nemico dell'umanità: l'antipolitica. Perfino Bossi, dopo avere invitato i suoi valligiani a boicottare le tasse e ad imbracciare i fucili, sta paventando il pericolo dell'antipolitica. Io, che non sono convinto che la parola "politico" sia sempre e comunque un insulto, vorrei sapere da quanti giorni Bossi considera sé stesso un paladino della politica.

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categoria:politica
sabato, 21 aprile 2007

Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006, pp. 316, € 15,00.

Per una strana coincidenza, il libro comincia e finisce in Ungheria, nell'arco di cinquant'anni. Travaglio apre con un magistrale saggio di giornalismo di Indro Montanelli, che racconta, quasi in diretta, la rivolta ungherese del 1956. Lo fa in maniera sofferta e autocritica, subito dopo avere detto tutto il male possibile, ed era tanto, della repressione sovietica. Un pezzo del miglior giornalismo, che dovrebbe essere la bibbia dei giovani giornalisti, altro che le redazioni del Foglio o del Tg4...

Ogni libro di Travaglio è una scarica di pugni nello stomaco del lettore, perché il bravo giornalista torinese ci fa una sorta di riassunto, accurato come non l'abbiamo mai letto, di fatti e misfatti che giornali e tv ci fanno fagocitare smussati di tutto quanto possa urtare il potente di turno, infarcendoli di commenti bipartisan per rispettare la cosiddetta par condicio, che non scontenta i politici ma tiene all'oscuro di quanto succede l'ignaro cittadino.

Ma in questo caso, va detto, il libro di Travaglio è soprattutto una dolorosa autocritica dello stato del mestiere di giornalista in Italia, servo e succube di chi gli passa lo stipendio, e sempre in danno del cittadino che dovrebbe semplicemente essere messo al corrente di cosa accade nel mondo.

Da Mani pulite alla guerra in Iraq per arrivare a Calciopoli e Vallettopoli, Travaglio ci fornisce un inquietante e sconsolato ritratto del giornalismo italiano, troppo spesso complice dei politici e troppo spesso bugiardo verso i lettori dei giornali o gli spettatori dei TG. Con un ordine professionale tenerissimo nei confronti di chi sgarra, come, solo ad esempio, il giornalista di Libero Renato Farina, meglio noto come agente Betulla, al soldo del Sismi per diffondere notizie false in danno di politici avversari.

Una lettura come sempre indispensabile, sebbene sia da sconsigliare a chi soffra di mal di fegato.

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categoria:politica, libri, saggio
sabato, 10 febbraio 2007

Io quando l'ho visto quasi non ci credevo, eppure, nonostante la qualità non eccelsa del filmato, realizzato con un telefono cellulare, si vede che è proprio lui e fa proprio quello!

Eccolo qui.

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categoria:politica, berlusca, comicità
venerdì, 19 gennaio 2007

ManifestazioneMa davvero siamo alleati? Ma se fossimo veramente alleati, non dovremmo avere anche noi qualche base sul suolo americano? Perché a più di sessant'anni dalla fine della guerra gli americani continuano a mantenere ed ingrandire le loro basi sul nostro territorio? Se il pericolo era un'ipotetica invasione sovietica fino a una quindicina di anni fa, oggi, una grande base a Vicenza a cosa serve? La verità, secondo me, è semplice: non siamo alleati degli americani, ma sudditi. Le loro basi non sono altro che la continuazione dell'occupazione militare del 1943-'45. Diciamocelo chiaramente: nessun nostro governo ha la forza (ammesso che ne avesse la volontà) di opporsi alle richieste americane, anche se provengono da un borioso buono a nulla come Bush Jr.

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categoria:politica
domenica, 14 gennaio 2007

Il Caimano (Italia/Francia, 2006) di Nanni Moretti. Con Silvio Orlando (Bruno Bonomo), Margherita Buy (Paola Zamorani/Aidra), Jasmine Trinca (Teresa), Michele Placido (Marco Pulici), Giuliano Montaldo (Franco Caspio), Luisa De Santis (Marisa), Antonio Catania (il dirigente RAI), Dario Cantarelli (il critico gastronomico), Carlo Mazzacurati (il cameriere), Elio De Capitani (Berlusconi), Tatti Sanguinetti (Beppe Savonese), Jerzy Stuhr (Jerzy Sturowski), Toni Bertorelli (il direttore del giornale), Anna Bonaiuto (il pubblico ministero), Giancarlo Basili (Fritz Simmons, lo scenografo), Antonello Grimaldi (il direttore di produzione), Matteo Garrone (il direttore della fotografia), Cecilia Dazzi (Luisa), Valerio Mastandrea (Cesari, il finanziere), Nanni Moretti (l'attore-regista/il Caimano), Antonio Petrocelli (l'avvocato del Caimano), Daniele Rampello (Andrea), Giacomo Passarelli (Giacomo), Paolo Virzì (il dirigente maoista), Paolo Sorrentino (lo sposo di Aidra).

Il Caimano, quello di Nanni Moretti, non è solo un film su Berlusconi. A meno che a Moretti non interessassero proprio e soltanto gli ultimi dieci minuti del film ed abbia costruito tutto il resto della trama intorno ad essi. Ed in effetti, nonostante la consueta professionalità dell'insieme, la vicenda privata del produttore cinematografico caduto in disgrazia è abbastanza banale. Certo, a far propendere per l'ipotesi che il film non sia "su Berlusconi" c'è la frase pronunciata dal personaggio interpretato da Moretti, quando, in auto, fra una strofa cantata e un'altra, dice che gli italiani non sono interessati a un film su Berlusconi, perché ormai chi ha voluto sapere si è informato, mentre quelli che lo votano è perché non gliene frega niente di chi sia e da dove provenga. Il messaggio, però, è forte ed il finale del film, effettivamente, sconvolgente, specialmente se si pensa che la sceneggiatura ricalca (a parte la molotov lanciata contro il palazzo di giustizia) le frasi realmenteElio De Capitani pronunciate da Berlusconi in tribunale e in altre sedi.

Ovviamente Nanni Moretti ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, come contro coloro (me incluso) che a tutt'oggi rimproverano al regista la sua dura presa di posizione contro il film Henry, pioggia di sangue (1986)e contro i critici che ne parlarono bene, fatta in Caro diario (1993). Il personaggio di Tatti Sanguinetti interpreta proprio la tendenza di una parte della critica cinematografica (alla Marco Giusti, per intenderci), che oggi rivaluta il trash di tutte le epoche, a dispetto dell'opinione dei loro autori. Oppure se la prende, forse anche in maniera preventiva, pensando proprio al Caimano, con quei critici che guardano dieci minuti di film e poi lo stroncano a nove colonne, come qui fa l'odioso personaggio interpretato da Cantarelli (che in Sogni d'oro stroncava i film di Michele Apicella nei dibattiti), che finisce giustamente punito dal morso delle aragoste.

A giudicarlo oggi, senza più pensare se e a chi farà eventualmente perdere voti, Il Caimano resta un film intelligente e coraggioso, ben fatto, con il contributo di alcuni tra i migliori esponenti del nostro cinema odierno (tra gli attori si riconoscono i registi Placido, Virzì, Mazzacurati, Sorrentino e Garrone), il primo, fra l'altro, che porta al cinema senza peli sulla lingua l'anomalia berlusconiana che avvelena la nostra vita politica e istituzionale (anche oggi che fortunatamente il Cavaliere è all'opposizione).

Tra gli attori, Silvio Orlando se la cava egregiamente, anche se risente del fatto che alcune scene (quella della partita di calcio a cinque, quella della gelateria) sono state scritte appositamente per il Nanni Moretti attore. Per una curiosa coincidenza, Luisa De Santis, che qui interpreta la segretaria di Bonomo, nel 1984 interpretò un film, Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione di Lina Wertmüller, nel quale recitava la parte di un'amica di Veronica Lario, attuale consorte di Silvio Berlusconi.

P.S. Il Caimano secondo Johnny Palomba.

"STUPEFACENTE
    STO PAESE DE MANIGORDI,
        SE LAGGENTE CESENTE
    DA NDO ESCHENO TUTTI STI SORDI?"
 
arcaimanio cestà uncinnematografaro scoiionato che faceva ifirm zozzoni dellannisettanta tipo cebbombo iosònatarchichio allora ancerto momento ariva napischella eiedice famio unfirm eallora luicepenza nermentre che va accasa e lamoiie iedice osai checcè? oggi fatte conto mesento umpo' ritarusic allora lui umpo' cerimane male eallora infatti semette affà stofirm escopre deecose teribbili tipo che sò cincue anni che cegoverna nozzone uncabbarettista deseriebbì un cantante da festedepiazza uno che dimolo cià rincoiionito attutti enfatti lui ancerto momento fà tutta nariflessone essepenza trassé essé io tutti sti anni devo esse statio ceco mammò avemio ortrepassato erlimmite daadecenza nunè possibbile! ma come sefà? cuesta è davero nacosa teribbile cuasi impossibbile! io posso accettà tutto ma mimoiie che va co urroscio no!
 
dallunniciapile corcaimanio cefamio umportafoiio
 
ventottom'arzodumilessei
(Ciak sala 1 20.30 centrale)

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categoria:politica, cinema
venerdì, 01 dicembre 2006

Ferretti ai tempi dei CCCPChi negli ultimi tempi si è stupito della conversione al cattolicesimo più integralista e retrivo - quello, per intenderci, rappresentato ai massimi livelli da Ratzinger e da Ruini - da parte dell'ascetico cantante del gruppo Per Grazia Ricevuta, già CCCP, già CSI, ovverosia di Giovanni Lindo Ferretti, non ha compreso quanto poco sforzo la conversione sia costata al suddetto artista. Chi non riesce a capacitarsi che colui il quale, appena quattro o cinque anni prima della caduta del Muro di Berlino, cantava "voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale e la stabilità" (Live in Pankow), seppure con tutta la carica provocatoria di una sanissima ironia, si sia ritrovato a difendere, in compagnia dell'ormai mitico Eminemce (Ruini), le posizioni negative con riguardo alla sperimentazione sulle cellule staminali (l'argomento dello sfortunato referendum dell'anno scorso) ed altre analoghe posizioni su aspetti etici e morali che hanno comunque pesanti influenze sulla nostra vita civile e politica, non considera quanto sia semplice passare da una fede cieca all'altra, dal comunismo di stampo togliattiano, beghino e zerbino nei confronti del verbo staliniano, al cattolicesimo più intransigente e intollerante, di stampo quasi medievale, rappresentato dal Verbo aggressivo di Papa Ratzinger.

Quello che semmai fa specie, ma non troppo, alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, è che anche Ferretti si sia riscoperto la vocazione di portabandiera, alla pari del suo novello amico Giuliano Ferrara, altro ex vessillifero rosso, passato dalla falce e martello al doppio (anzi triplo) petto e alle comode poltroncione berlusconiane. E come lui il senatore Paolo Guzzanti, rosso ormai soltanto di chioma, che dal suo scranno di presidente della Commissione Parlamentare denominata Mitrokhin è stato protagonista della vergognosa manovra orchestrata per far passare Prodi e Pecoraro Scanio (ignobilmente soprannominato "Culattosky") come spie del KGB, per non parlare dell'avvocato berlusconiano Pecorella, già fautore del "soccorso rosso" agli albori degli anni settanta, oppure, ancora, l'ex sindaco comunista di Fivizzano (MS), Sandro Bondi. Tutte vittime della sindrome del portabandiera, disturbo della personalità che impone a chi ne è affetto di dover tenere sempre una bandiera in mano, meglio se di colore opposto a quella che si teneva precedentemente. Cambiare idea, nella vita, è sicuramente sintomo di intelligenza, mentre talvolta una coerenza ostinata si avvicina pericolosamente alla stupidità, ma volere essere sempre in prima fila a portare vessilli una volta bianchi, una volta rossi e una volta neri, è sicuramente indicatore di squallido opportunismo.

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categoria:politica, religione