martedì, 30 giugno 2009
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Einaudi, 1992, 2 voll., pp. LX-1490 € 25,00.
Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca».
Non posso, nel mio piccolo, dire molto altro sul poema, se non ripetere quanto scrisse Borges a proposito della Divina Commedia, cioè che l'Orlando furioso «è un piacere di cui nessuno dovrebbe privarsi».
In effetti, i paladini e i guerrieri saraceni sono dei veri supereroi: di un coraggio e di una forza smisurati, disposti a dare la vita per preservare il loro onore. L'eroe eponimo Orlando, l'onestissimo Ruggiero, Rodomonte e Gradasso passati in Cavalcando l'ippogrifo (ill. G. Doré)proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna.
L'importanza del poema ariostesco fu chiara a tutti fin dal tempo della sua pubblicazione, tanto che, quando seppe di essere stato tralasciato, mentre tantissimi intellettuali italiani erano stati citati dall'Ariosto a conclusione del Furioso, l'iroso Niccolò Machiavelli così commentò in una lettera all'Alamanni del 1517: «...veramente el poema è bello tutto, e in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandantemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m'abbi lasciato indreto come un cazzo».
postato da: Sasso67 alle ore 22:56 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, libri
lunedì, 09 marzo 2009
"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine". Così Thomas Stearns Eliot conclude il suo poemetto La terra desolata, una delle sue opere più importanti. Qui il poeta angloamericano giunge ad una delle conclusioni più pessimiste che sia stato dato di leggere: per l'Autore, la vita è la morte, e la vita è ridotta al trinomio, ontologicamente inutile, nascita/copula/morte. E forse con quest'opera, magistralmente tradotta ed introdotta (ed annotata a margine) dal grande Mario Praz, Eliot, che attraversa l'inferno dantesco con l'ironia di un dandy decadente e la consapevolezza che prima di lui ci sono passati anche i poeti maledetti come Rimbaud o Lautréamont, comunica che la poesia - forse meglio o forse ad un altro livello rispetto alla fede - può fungere da pagliuzza da afferrare prima che affondi questa malridotta nave fenicia sulla quale ci è capitato di navigare.
postato da: Sasso67 alle ore 20:46 | Permalink | commenti
categoria:poesia, libri
domenica, 08 febbraio 2009

"O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

                   Piangi, che ben hai donde, Italia mia..."
(Giacomo Leopardi, All'Italia, vv. 1-18)
postato da: Sasso67 alle ore 19:05 | Permalink | commenti
categoria:poesia, politica
mercoledì, 18 giugno 2008

Canto n. 6

Io come Orlando

corro nudo e furioso

nella pioggia.

Non canto cavalier né canto armi

né amori o donne

ma soffro e offro la testa

ai sassi e al boia

e alla sua scura scure

che semi di buio pianti

nel giardino dei miei occhi.Opera di Charles Keegan

postato da: Sasso67 alle ore 19:14 | Permalink | commenti
categoria:poesia
mercoledì, 14 maggio 2008

Poesia per primavera¹

asino aratro ehmmm... corre un bimbo prrr rrrima prrr prrrimavera

e poi dice allora che c'era non soltanto primavera ma anche un altro ed era uno di Foggia

e poi in un prato c'era primavera ma anche un cane ci aveva fatto la cacca

e allora però il cane in questione non era un cane vero ma era però un cane con la diarrea

e allora la primavera fa bene a tutte le malattie soprattutto a quella cosa là, ma anche le fave di fuca.

¹ primavera: per la precisione primavera_m01, il nick chattarolo di V.

Disegno di Marcel Ruijters

postato da: Sasso67 alle ore 19:26 | Permalink | commenti
categoria:poesia
martedì, 18 marzo 2008

Alla maniera del poeta E. B. (ma forse anche meglio)

Tratto autostradale Ovada - Masone

Laddove il Piemonte

con la sorpresa di una subitanea

galleria

diventa Liguria.

(e scusate l'enjambe-

-ment, la classe non è acqua)

postato da: Sasso67 alle ore 00:04 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia
venerdì, 08 febbraio 2008

Davanti alla porta dell'officina
l'operaio s'arresta di scatto
il bel tempo l'ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo e
strizza l'occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone?

postato da: Sasso67 alle ore 18:37 | Permalink | commenti
categoria:poesia
giovedì, 07 febbraio 2008

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l'amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
c'era una nube ch'io mirai a lungo:
bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

(Un brano di questa poesia è recitato nel film Le vite degli altri (2006) di Florian  Henckel von Donnersmarck)

postato da: Sasso67 alle ore 00:30 | Permalink | commenti
categoria:poesia
sabato, 12 gennaio 2008

Ero ancora nel dormiveglia e già sentivo le campane suonare

Una era così martellante che ebbi un dolore fisico

Sopravvenne l'angoscia e subito mi trascinò nell'oblio.

La sensazione di essere soltanto un'ombra senza contorno nell'universo era terribile

Ero un'ameba, vago e informe come nel sogno

E scivolavo in lenta caduta attraverso le sfere.

Venne un bimbo a pestarmi

E, simile a un fungo che le lumache hanno fatto marcire,

mi ridusse in gelatina.

Avrei voluto che scendesse dell'acqua

per trascinarmi giù con sé nel profondo delle fogne.

Ora ero completamente a mio agio,

Tremolante e trasparente gelatina nella bottega di un macellaio.

Cadendo in un trabocchetto, fui precipitato in un ultimo sogno

 E mi trovai a pendere da un gancio,

come un pezzo di carne messo a frollare.

Un impiccato con un cartello

"io sono un traditore del popolo”

si dibatteva inutilmente penzolante da un albero.

Dal membro rigido ed eretto per la paura

Usciva lo sperma e gocciolava bagnando il bianco lenzuolo.

Da quel momento vivo sotto una campana di vetro

E lascio che la mia coscienza si decomponga

E appanni il vetro con le sue esalazioni.

Perché fra me e la realtà deve esserci questa differenza smisurata?


Poesia di Bernhard Landau, in Falso movimento (1975), film di Wim Wenders.

postato da: Sasso67 alle ore 16:45 | Permalink | commenti
categoria:poesia