mercoledì, 16 aprile 2008

Il sasso in bocca (Italia, 1970) di Giuseppe Ferrara. Con Bill Vanders (Lucky Luciano), Benedetto Colajanni (il procuratore O'Dwyer), Tom Felleghy (l'avv. Poliakov), Aldo Bonamano (il capitano americano), Riccardo Paladini (giornalista televisivo italiano).

Una cavalcata, in parte documentaria e in parte filmicamente ricostruita, sull'affermarsi della mafia siciliana e napoletana nell'Italia del dopoguerra: le protezioni politiche ed i rapporti con i confratelli americani.

Spesso criticato all'eccesso, il primo lungometraggio di Giuseppe Ferrara è un esperimento insolito e coraggioso, specialmente se si considera il periodo in cui fu realizzato. Bollato come regista schematico e didascalico anche nei suoi film successivi, qui l'autore toscano lo è volutamente, poiché gli interessa lanciare un messaggio, che nel 1970 non è per niente scontato: basti pensare ai collegamenti che Ferrara fa tra la mafia e gli omicidi, molto ravvicinati nel tempo di Enrico Mattei e J. F. Kennedy. «Non sempre la messinscena si fonde in maniera plausibile con il materiale d'archivio, ma il risultato non manca d'interesse, e la denuncia non è priva di una sua forza». Così scrisse Tullio Kezich nel 1970. Marco Giusti, invece, che nel suo Dizionario dei film italiani Stracult giudica Il sasso in bocca come un film di una noia mortale, prende una sonora cantonata.

postato da: Sasso67 alle ore 20:31 | Permalink | commenti
categoria:cinema, mafia, documentario
sabato, 14 luglio 2007

Gente di rispetto (Italia, 1975) di Luigi Zampa. Con Jennifer O'Neill (Elena Bardi), Franco Nero (prof. Michele "Filosofia"), James Meson (avv. Bellocampo), Orazio Orlando (sostituto procuratore), Aldo Giuffrè (maresciallo), Claudio Gora (senatore Cataudella), Luigi Bonos (il prete), Franco Fabrizi (dottor Sanguedolce), Gino Pagnani (Profumo, il giornalista), Fernando Jelo (l'importuno).

Una giovane maestra elementare, inviata ad insegnare in un paesotto della provincia di Ragusa, si trova al centro di strane manovre e di misteriosi omicidi, che colpiscono chiunque la importuni, tanto che gli abitanti del luogo comninciano a ritenerla una persona importante e con potenti protezioni.

Basato sull'omonimo romanzo di Giuseppe "Pippo" Fava, giornalista ammazzato dalla mafia nel 1984 (nonché padre del parlamentare europeo Claudio Fava), il film di Zampa parte bene, come una sorta di giallo sciasciano che, volutamente, lascia nel dubbio se gli omicidi che si susseguono sullo schermo siano dovuti a trame mafiose oppure a difesa dell'onore della maestrina venuta dal continente. La conclusione, infatti, è nella migliore tradizione del giallo politico e di denuncia non soltanto della mafia in quanto organizzazione, ma anche della mentalità siciliana, passiva e rassegnata, perfetto brodo di coltura per l'affermarsi degli affaristi più subdoli e prepotenti. In questo senso il libro di Fava e, di conseguenza, il film di Zampa hanno la loro funzione più essenziale: in un recente documentario trasmesso dalla RAI sulla cattura del boss Provenzano, i magistrati raccontano come una grossa azienda siciliana finanziatrice delle cosche abbia, su iniziativa degli stessi membri della cupola, aderito a un'associazione di imprese antiracket, o come un comune fortemente infiltrato dalla mafia abbia concesso, con tanto di cerimonia solenne, un premio a Raoul Bova per la sua interpretazione del capitano dei carabinieri Ultimo. Così, qui, il mafioso più potente e pericoloso è quello che all'apparenza sembra più mite e ragionevole. Ed in realtà è colui che gattopardescamente deriva il proprio potere dall'aristocrazia borbonica, passando per il potere fascista e che si sente custode dei valori più antichi, quali il dovere d'ospitalità e la salvaguardia della virtù delle donne, specialmente se belle. Peccato che, per giungere a questa conclusione, che a metà anni settanta non era nemmeno tanto scontata, si passi attraverso una trama prevedibile e poco plausibile, specialmente nel personaggio del nanetto che, per lanciare messaggi alla protagonista, si comporta come un cagnolino. E peccato anche che alcuni personaggi, che potevano risultare interessanti (vedi ad esempio il giornalista, che sembra somigliare a Fava), siano resi in maniera caricaturale. E peccato infine che, salvo qualche eccezione (direi Orlando e Giuffrè), gli attori siano completamente spaesati: se Jennifer O'Neill, sicuramente non una grande attrice, è comunque qualcosa di più di una bella presenza, l'inglese James Mason non convince nella parte di un avvocato siciliano, e tanto meno lo spaesato Franco Nero: farlo passare dai panni del capitano Bellodi del Giorno della civetta (1968) a quelli del professore siciliano, imbranatissimo nelle scene che si presumerebbero di sesso, equivale a uno dei delitti che si vedono nel film.

postato da: Sasso67 alle ore 20:57 | Permalink | commenti
categoria:cinema, mafia
lunedì, 15 gennaio 2007

Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (Italia, 1971) di Damiano Damiani. Con Franco Nero (sostituto procuratore Traini), Martin Balsam (commissario Giacomo Bonavia), Luciano Lorcas [Catenacci] (Ferdinando Lomunno), Marilù Tolo (Serena Li Puma), Claudio Gora (procuratore capo Malta), Arturo Dominici (avv. Cannistraro), Michele Gammino (agente Michele Gammino), Nello Pazzafini (sicario in carcere), Dante Cleri (usciere del tribunale), Paolo Cavallina (speaker televisivo), Giancarlo Prete (Rizzo), Adolfo Lastretti (Li Puma), Roy Bosier (Giuseppe Lasciatelli).

Martin Balsam e Franco NeroRobusto film di Damiani contro la mafia, con un impianto non tradizionale, fortemente influenzato dalla precedente geniale esperienza dell'Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Petri, ancora più esplicito, nel denunciare le collusioni tra mafia intesa come braccio armato, potere politico, economico e giudiziario. È pur vero che noi oggi siamo avvantaggiati nel comprendere questa forte tensione morale diretta contro l'affarismo mafioso dalle successive esperienze registiche di Damiani, prima tra tutte la direzione della prima serie televisiva della Piovra (1984), ma pare comunque incredibile che all'epoca molti non compresero questo tipo d'impegno del regista friulano: all'epoca dell'uscita di questo film, Giovanni Grazzini scrisse che «solo per avventura, del resto, l'azione è ambientata in Sicilia e punteggiata di riferimenti a fatti di cronaca. Da gran tempo il cinema ci ha abituati a questi "gialli" sostanzialmente cosmopoliti...». Qui invece Damiani ci propone il ritratto di due uomini rigidi nelle loro posizioni, per certi versi meritevoli di ammirazione, ma, proprio per le rispettive ed esclusive visioni sul modo di perseguire la giustizia e colpire i criminali, sostanzialmente inefficaci a contrastare il fenomeno mafioso. Sotto sotto Damiani propone un'alleanza tra gli uomini onesti delle forze dell'ordine e della magistratura, perché le indagini costellate di veleni, ripicche e spiate fanno soltanto il gioco dei mafiosi, mentre la Giustizia è destinata a soccombere, come hanno dimostrato, anni dopo, le tristi fini di uomini valorosi come, tra gli altri, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino.

Eccellente Martin Balsam che riesce a trascinarsi dietro, in una bella gara di emulazione recitativa un Franco Nero partito in sordina. Buono anche il cast di contorno, con Gora, Lorcas e Gammino a fare da funzionali comprimari.

postato da: Sasso67 alle ore 19:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, mafia
mercoledì, 29 novembre 2006

Lucky Luciano (Italia/Francia, 1973) di Francesco Rosi. Con Gian Maria Volontè (Charles "Lucky" Luciano), Rod Steiger (Gene Giannini), Charles Siragusa (sé stesso), Edmund O'Brien (Harry J. Anslinger), Vincent Gardenia (col. Charles Poletti), Charles Cioffi (Vito Genovese), Silverio Blasi (capitano italiano), Magda Konopka (la contessa), Dino Curcio (Don Ciccio).

Un film d'impegno, come al solito per Francesco Rosi, e di solido professionismo, che rifugge gli effettacci del cinema d'azione, per concentrarsi sugli intrighi politico-mafiosi che consentirono a un boss potente della mafia come Salvatore Lucania, meglio noto come "Lucky" Luciano, di prosperare negli affari fino a che un infarto non decise di portarselo via. Intrighi che si svolsero in gran parte al di là dell'Atlantico, dove Luciano era un indesiderabile (che comunque desiderò fino al suo ultimo giorno di tornare in America) e tuttavia non poteva essere condannato per un debito di riconoscenza per quanto aveva fatto in favore dell'esercito americano durante l'invasione della Sicilia nel 1943. Parallelamente a questi intrighi, si svolgevano le indagini e i tentativi di un poliziotto italoamericano - incazzatissimo con Lucky Luciano poiché a causa di criminali come lui gli americani si erano fatti un cattivo giudizio di tutti gli americani di origine italiana - di incastrare questo potente malavitoso: tentativi destinati al fallimento, anche a causa degli ostacoli frappostigli a livello politico. Appunto a causa di questa frustrante "caccia al ladro", Lucky Luciano è un film «crudo e sconsolato, ma anche duro e severo contro quanti, ieri come oggi, si servono della mafia per affermare il proprio potere politico ed economico.» Giovanni Grazzini, 1973).

Bandendo ogni tentazione melodrammatica, per abbracciare invece l'ottica dell'inchiesta simil giornalistica, senza fornire al proprio personaggio (meglio non chiamarlo eroe nemmeno per ischerzo) alcuna aura romantica, e giovandosi in questo dell'interpretazione sempre calibrata e intelligente del mai troppo rimpianto Volontè, Rosi realizzò con questo film un'opera seria che, pur lasciando ben poco all'ispirazione puramente artistica, colpiva (e colpisce) lo spettatore con la dura evidenza dei fatti.

«Il delitto rende, e rende bene, purché sia correttamente organizzato» (Lucky Luciano)

postato da: Sasso67 alle ore 19:34 | Permalink | commenti
categoria:cinema, mafia
lunedì, 27 novembre 2006

Nicholas Pileggi, Quei bravi ragazzi, Newton & Compton, 2006, pp. 295. € 8,90

la copertina dell'originaleQuei bravi ragazzi è un buon libro, scritto con schietto, ma non sciatto, stile giornalistico da Nicholas Pileggi, il quale, poco dopo l'uscita del romanzo, collaborò con Martin Scorsese alla sceneggiatura del film omonimo che il grande regista italoamericano ne trasse nel 1990, per le interpretazioni di Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, che compaiono ritratti in copertina. E proprio del film di Scorsese si rimpiange la geniale sintesi che ne fa una delle migliori opere cinematografiche degli anni novanta. Ma anche il libro di Pileggi, pur restando sempre fedele alla "fredda cronaca", riserva qualche geniale colpo d'ala, come nel finale, quando l'ormai "pentito" Henry Hill confessa di rimpiangere la bella vita che faceva quando era un "bravo ragazzo" (pp. 283-284): «Oggi tutto è diverso. Niente più azione, pericolo. Devo fare la fila come tutte le persone normali. Non sono più nessuno. Mi tocca vivere il resto della vita come un fesso qualunque».

«Tutto vero, tutto documentato, in questo libro secco e trascinante, dove Pileggi alterna, nel resoconto di una vita violenta, la sua voce a quella di Hill e signora. Senza omissioni e, soprattutto, senza indulgenze» (Ombretta Romei, PULP Libri #61 maggio-giugno 2006).

Consiglio: leggere il libro di Pileggi e vedere il film di Scorsese. O viceversa, non ha importanza.

P.S. Per quanto riguarda il bel film The Departed - Il bene e il male (2006) di Martin Scorsese, mi rimetto più o meno a quello che ne ha detto Fele sul suo brògghe, con l'avvertenza per quanti - ad esempio Emanuela Martini su Film TV - hanno scritto che l'ultimo film di Scorsese è un capolavoro, di riguardarselo bene: non lo è.

postato da: Sasso67 alle ore 18:48 | Permalink | commenti
categoria:libri, mafia, romanzo
martedì, 15 agosto 2006

Il fantasma di Corleone (Italia, 2006) di Marco Amenta. Con Marco Amenta (sé stesso).

Il personaggio del titolo è, ovviamente, Bernardo Provenzano, catturato dalle forze dell'ordine appena qualche giorno prima dell'uscita del film - documentario. Proprio per questo, in appendice è aggiunta la notizia della recente cattura del boss mafioso. La domanda che animava il film di un giovane palermitano emigrato a Parigi era appunto come possa un ricercato come Provenzano nascondersi per quarant'anni in un'isola come la Sicilia. In questo senso il film di Amenta cerca di fornire una risposta, ma ci parla soprattutto di chi Provenzano sta(va) cercando di prenderlo da anni, come i magistrati del pool di Palermo e il giovane commissario di polizia che da dieci anni non è libero di fare una passeggiata con la moglie.

Pur moralmente doveroso, il film di Amenta non riesce a coinvolgere come altre opere dello stesso filone. E' un film da vedere, sebbene non appassioni come la materia meriterebbe.

postato da: Sasso67 alle ore 18:39 | Permalink | commenti
categoria:mafia