martedì, 13 ottobre 2009

Paolo Volponi, Memoriale, Einaudi, 2007, pp. 238, € 11,00. Un romanzo bello e interessante. Letteratura industriale, d’accordo, ma non solo. Perché dietro all’opera prima di Volponi c’è l’esperienza della guerra, la malattia fisica e mentale, la psicanalisi freudiana (il protagonista soffre di un forte complesso di edipo) e poi, indubbiamente, al tempo stesso sfondo e protagonista, la grande industria. E per la prima volta, a differenza del precedente “Donnarumma all’assalto” (1959) di Ottiero Ottieri (anche lui, come Volponi, funzionario dell’Olivetti), l’operaio è il centro narrante, che porta il lettore dentro la fabbrica. Ed è interessante anche l’approccio con gli altri operai, quelli che vengono in contatto con questo Albino Saluggia, indubbiamente malato nei polmoni e nella psiche: quando si parla degli operai, essi sembrano una massa indistinta, ma quando il protagonista si avvicina, ogni operaio assuma una sua distinta fisionomia, ed ognuno ha i propri problemi, molti dei quali connessi al lavoro in fabbrica. Albino vede nell’assunzione nella fabbrica come una speranza di rinascita e invece essa, anche per il carico di esperienze e problemi che egli si porta dietro, si rivelerà una vera e propria via crucis, senza possibilità di riscatto. Alla fine del romanzo, lo stesso Albino se ne renderà conto e questo potrebbe anche essere un primo passo verso una presa di coscienza del fatto che nessuno potrà aiutarlo come egli aveva sperato (il capoturno, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, un guaritore, il presidente della fabbrica…). Potrà e dovrà contare soltanto sulle proprie forze. Con questo romanzo, Volponi mette al centro del dibattito letterario la fabbrica, oggetto ancora molto misterioso per gli italiani, che restano sostanzialmente (e lo erano, a maggior ragione, all’alba degli anni Sessanta) un popolo di contadini.

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categoria:libri, romanzo
domenica, 20 settembre 2009

Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, BUR, 2001, pp. 518.

“La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici”

Soboul, più che raccontare la Rivoluzione francese, la spiega. E fornisce delucidazioni tutt’altro che scontate, su concetti che, negli ultimi anni, sono stati messi più volte in discussione. Punto primo: fu vera rivoluzione, come intuì, il 14 luglio 1789, un cameriere di Luigi XVI, che svegliò allarmato il sovrano e, al suo dubbio – “è una ribellione?” – rispose “di più: è una rivoluzione, maestà”. Punto secondo: fu una rivoluzione essenzialmente borghese, come testimoniano i principi che, al di là delle enunciazioni (libertà, uguaglianza, fratellanza), furono tradotte in concreto, quale quello, consacrato dalle varie Costituzioni, della proprietà privata (ma il carattere borghese è dato anche dall’aver posto fine ai lasciti del feudalesimo ed avere edificato le basi di uno stato moderno). Punto terzo: il movimento rivoluzionario fu possibile perché si saldarono le idee dei Philosophes con la fame delle masse parigine e francesi. Un movimento che fu libertà come fu pane, perché la libertà è pane e viceversa. Questo ci spiega  Soboul, dicendoci qualcosa di più su cosa fu la Rivoluzione francese e su cosa siamo noi oggi.

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venerdì, 04 settembre 2009

Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.

Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.

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domenica, 30 agosto 2009
Ferenc Molnár, I ragazzi della Via Pál, Einaudi, 2007, pp. 170, € 9,50.

Perché continuiamo a soffrire per il triste destino del piccolo Nemecsek, mentre, per esempio, non ci emozionano più le morti di Renato Cestiè in Ultima neve di primavera e negli altri film strappalacrime? Probabilmente perché nei film degli anni settanta tutto era teso a quella scena madre: alla morte, su un lettino d’ospedale, del giovanissimo protagonista, al cui capezzale i genitori, già sull’orlo del divorzio, trovavano un accordo per far piacere all’infante morituro. È diverso per il romanzo di Molnár, che racconta una vicenda essenzialmente autobiografica, con intenti tutt’altro che edificanti. Il finale doppiamente amaro è la degna conclusione di una storia, raccontata benissimo, sulla fine dell’adolescenza. I ragazzini della Via Pál, così come quelli dell’Orto botanico, si comportano secondo schemi da adulti, ma in una sorta di vuoto pneumatico, dove gli adulti non sono contemplati: al campo attiguo alla segheria c’è solo la presenza del guardiano ceco (non è un caso che si tratti di un povero immigrato straniero), mentre gli ingressi della cameriera e del padre di Geréb sono trattati alla stregua di vere e proprie intrusioni. Il risvolto di copertina dell’edizione Einaudi afferma che si tratta di “un capolavoro della letteratura per l’infanzia”: e questo è vero, ma non è abbastanza. È indubbiamente un capolavoro, ma non è soltanto per l’infanzia. A mio modestissimo parere, con la descrizione dei sistemi iperdemocratici della Società dello stucco (le prolungate discussioni sulla designazione del capo delegazione fanno arrivare il gruppo al capezzale di Nemecsek quando il biondino ha già perso conoscenza) e con quelli militareschi dell’esercito di Via Pál, Molnár non è da meno di scrittori come Kafka, Musil e Joseph Roth nella descrizione satirica dell’imminente caduta dell’Impero Asburgico (e del satellite Regno d’Ungheria).

(La pagina di Wikipedia dedicata al romanzo)

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domenica, 19 luglio 2009
Lanfranco Caretti, Ariosto e Tasso, Einaudi, 2001, p. 217, € 16,50
Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.
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domenica, 19 luglio 2009

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.

Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo Gli antenati, i Flintstones, per intenderci. I protagonisti sono gli ominidi nostri progenitori, vissuti appunto in Africa nel Pleistocene, inferiore o superiore non è dato saperlo, neanche a loro. Questi subumani – come orgogliosamente si autodefiniscono – non possiedono tutti gli utensili e i gadget moderni della famiglia yankee-paleolitica Flintstone, ma si servono di schemi mentali moderni. O, almeno, ne è dotato Edward (i nomi sono inequivocabilmente anglosassoni), il capofamiglia, nemico giurato della specializzazione, tipica delle bestie, caratteristica nella quale individua una premessa per l’estinzione di alcune specie animali. Lui vuole che i suoi figli – i maschi, ovviamente, mica era così moderno! – abbiano una cultura, per così dire, enciclopedica, e che conoscano e sappiano fare un po’ di tutto. I giovani, però, un po’ specialisti, purtroppo, lo sono. Il primogenito Oswald è portato per la caccia e le attività militaresche, il secondo figlio, Ernest, narratore della storia, si dà arie da filosofo, un altro è esperto nello scheggiare le selci (attività fondamentale, a quell’epoca), uno sa disegnare pitture rupestri e l’ultimo ha talento per addomesticare gli animali.

Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, il panta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.

Per tornare al Più grande uomo scimmia del Pleistocene, bisogna dire che l’idea era veramente interessante, perché Roy Lewis è interessato al rapporto tra uomo e scienza, con una certa preoccupazione, probabilmente di derivazione post atomica, per gli utilizzi eventualmente pericolosi che il genere umano può fare di quella. Bisogna anche dire che, come in tutti i romanzi che si rispettano, vi entrano in gioco i sentimenti umani (o subumani) universali a qualunque essere vivente che risulti da un miracoloso intruglio di carne, sangue, mente e di quel soffio vitale che molti definiscono anima, tanto è vero che in alcuni punti il libro di Lewis è perfino emozionante, richiamando alla mente l’album capolavoro del gruppo musicale italiano Banco del Mutuo Soccorso, quel Darwin! che contiene canzoni come 750.000 anni fa… l’amore. E tuttavia non trovo questo romanzo così geniale e divertente come molti hanno ritenuto.

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martedì, 07 luglio 2009

Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.

«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)

Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.

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categoria:libri, comicità
martedì, 30 giugno 2009
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Einaudi, 1992, 2 voll., pp. LX-1490 € 25,00.
Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca».
Non posso, nel mio piccolo, dire molto altro sul poema, se non ripetere quanto scrisse Borges a proposito della Divina Commedia, cioè che l'Orlando furioso «è un piacere di cui nessuno dovrebbe privarsi».
In effetti, i paladini e i guerrieri saraceni sono dei veri supereroi: di un coraggio e di una forza smisurati, disposti a dare la vita per preservare il loro onore. L'eroe eponimo Orlando, l'onestissimo Ruggiero, Rodomonte e Gradasso passati in Cavalcando l'ippogrifo (ill. G. Doré)proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna.
L'importanza del poema ariostesco fu chiara a tutti fin dal tempo della sua pubblicazione, tanto che, quando seppe di essere stato tralasciato, mentre tantissimi intellettuali italiani erano stati citati dall'Ariosto a conclusione del Furioso, l'iroso Niccolò Machiavelli così commentò in una lettera all'Alamanni del 1517: «...veramente el poema è bello tutto, e in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandantemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m'abbi lasciato indreto come un cazzo».
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categoria:poesia, libri
lunedì, 25 maggio 2009
Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530, Il Mulino, 2009, pp. 212, € 12,00.
Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professor Marco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furioso dell'Ariosto.
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categoria:libri, storia, saggio
lunedì, 06 aprile 2009
Sergej Nosov, Il volo dei corvi, Voland, 2005, pp. 265, € 14,00
Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status.
Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera di un nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma, Gogol e Cechov sono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.
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categoria:libri, romanzo