Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, 2008, pp. 404, € 9,80
«Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.» (Bollettino di guerra, p. 390)
Pubblicato in Germania nel 1930, Bollettino di guerra è un romanzo sfortunato di un autore sfortunato. Appena tre anni dopo, alla presa di potere dei Nazisti, il libro sarà proibito, soppresso, dimenticato. E lo scrittore, rifiutatosi di aderire al Partito Nazionalsocialista, sarà emarginato, perdendo il lavoro alla redazione culturale della radio tedesca, che gli aveva dato un po' di tranquillità economica. Peraltro, Bollettino di guerra verrà soppiantato, anche nella considerazione dei lettori di tutto il mondo e di tutte le epoche (perfino quando sarà tramontata la follia bellica scatenata da Hitler), da testi, di analoga ispirazione pacifista, ma più fortunati - e forse meno ostici - come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e La guerra di Ludwig Renn. Eppure, Bollettino di guerra non ha niente da invidiare agli altri testi contemporanei che traevano ispirazione dalla Grande Guerra, sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista stilistico. Su quest'ultimo lato, il romanzo è estremamente innovativo, somigliando ad alcuni esperimenti dell'epoca, quali quelli realizzati dall'americano Dos Passos e dal tedesco Döblin, in quanto alla narrazione vera e propria alterna documenti originali dell'epoca, spesso in funzione di controcanto tragicamente ironico (o ironicamente tragico). Molto spesso, infatti, i proclami ufficiali, gli ordini interni, perfino le pubblicità sui giornali contrastavano in maniera stridente con quanto vedevano e vivevano sulla propria pelle i soldati al fronte. Questa consapevolezza ha quindi anche dei riflessi sul contenuto del libro, che è di netto rifiuto della guerra, esposto da uno scrittore che, come il suo protagonista Adolf Reisiger, era partito volontario nell'esaltante estate del 1914 (richiamo, a questo proposito, un altro capolavoro della letteratura come Agosto 1914 di Solgenitsyn) come soldato semplice e, per meriti acquisiti sul campo, era stato promosso ufficiale, guadagnandosi perfino una delle maggiori onorificenze previste dall'ordine militare tedesco: la croce di ferro. Forse anche questa fu una delle ragioni che contribuirono all'emarginazione di Köppen dalla vita letteraria tedesca durante gli anni del nazismo, oltre al suo già citato rifiuto di aderire al partito unico, nonché quello di lasciare la Germania. Per maggior segno di sfortuna, lo scrittore morì nel 1939, a soli 46 anni, per i postumi riportati durante la guerra, quando aveva subito lo schiacciamento della cassa toracica, che gli procurerà problemi respiratori per tutto il resto della sua breve vita. Ci restano, di lui, queste pagine nelle quali, forse con maggiore consapevolezza di Remarque, racconta lucidamente l'orrore provocato dai bombardamenti a tappeto, la stupita paura degli attacchi con i gas asfissianti, l'inutilità di sacrificarsi, inermi, di fronte ai carri armati americani.
Lodevole l'iniziativa della Mondadori di mandare per la prima volta nelle librerie italiane il romanzo di Köppen, corredato da un'utile postfazione di Jens Malte Fischer e dalla pregevole traduzione di Luca Vitali.

Shanna Prokhorenko (Katja), Andrea Checchi (il colonnello Sermonti), Tatjana Samojlova (Sonja), Gino Pernice (Collodi), Peter Falk (il tenente medico), Lev Prygunov (Loris Bazzocchi), Nino Vingelli (il serg. Amalfitano), Vincenzo Polizzi (il siciliano).
Dopo un combattimento contro uno squadrone aereo tedesco, viene affondato il cacciatorpediniere Torrin, della Marina Britannica. Durante l'attesa del salvataggio, ogni componente dell'equipaggio ripercorre mentalmente com'è arrivato lì: la vita da civile, lo scoppio della guerra, l'arruolamento, la vita di bordo.
Il film che segna l'inizio del periodo del disgelo anche a livello cinematografico. A differenza del Čuchraj autore della Ballata di un soldato, Kalatozov non era un giovane autore, anzi, in qualità di membro del Partito, era stato un convinto sostenitore del culto della personalità staliniano. Con questo film, come molti intellettuali dell'epoca, il regista fa anche una profonda autocritica dal punto di vista politico. La condanna della cosiddetta "guerra patriottica" è totale, come è esplicitato nel discorso finale di Stepan, in un altro film che riduce ai minimi termini la componente puramente bellica. La guerra è distruttiva non soltanto per quanto riguarda gli edifici, ma annienta esistenze umane, sia di coloro che crepano nel fango del fronte, sia di coloro che rimangono a casa, costretti a meschini espedienti per imboscarsi oppure ad adattarsi a matrimoni di convenienza pur di non rimanere soli. All'epoca dell'uscita del film, peraltro ben accolto e molto premiato sia in patria che in Occidente, fu molto criticato una certa eccessiva cura formale del film, dovuta alla fotografia di Sergej Urusevskij o a qualche espediente come il movimento circolare della macchina da presa nel momento della morte di Boris. A mio parere gli artifici tecnici contribuiscono, in questo caso, a rendere toccante qualche momento di un film condotto fin troppo sotto tono, meritoriamente senza eccessi melodrammatici. Si può, caso mai, criticare qualche eccesso romanzesco, come il puntuale ritorno delle cicogne, oppure la storia del bigliettino infilato nel cestino dello scoiattolo di pezza. Un'opera comunque importante (forse per capirla appieno servirebbe conoscere le opere retoriche del periodo staliniano), che sa impressionare lo spettatore anche con l'alternanza di atmosfere, come il passaggio dalla Mosca solare dell'idillio iniziale all'acquitrinio senza nome in cui muore il povero Boris. I volti espressivi di Tatijana Samojlova, di Alekesj Batalov e di Vasilij Merkur'ev contribuiscono a rendere più esplicite le intenzioni dell'autore.
Lezhdeij (la moglie di Vasya), Aleksandr Kuznetsov (Gavrilkin, la sentinella del treno), Evgenij Teterin (il tenente), V. Markova (Liza Pavlova), Marina Kremnyova (Zoika).
Benjamin Hickey (Keyes Beech), Barry Pepper (Mike Strank), Jamie Bell (Ralph "Iggy" Ignatowski), Robert Patrick (colonnello Chandler Johnson), Neal McDonough (capitano Severance), Melanie Lynskey (Pauline Harnois).
per chi gli combatteva a fianco, o dietro o davanti; in sostanza, per il proprio fratello, bianco, nero o indiano che fosse.
Un soldato americano è addestrato e poi inviato al fronte durante la prima guerra mondiale. La vita dura della trincea non gli impedirà di comportarsi da eroe, arrivando perfino a prendere prigionieri il Kaiser, il principe ereditario e il generale Hindenburg.