domenica, 12 ottobre 2008

Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, 2008, pp. 404, € 9,80

«Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.» (Bollettino di guerra, p. 390)

Pubblicato in Germania nel 1930, Bollettino di guerra è un romanzo sfortunato di un autore sfortunato. Appena tre anni dopo, alla presa di potere dei Nazisti, il libro sarà proibito, soppresso, dimenticato. E lo scrittore, rifiutatosi di aderire al Partito Nazionalsocialista, sarà emarginato, perdendo il lavoro alla redazione culturale della radio tedesca, che gli aveva dato un po' di tranquillità economica. Peraltro, Bollettino di guerra verrà soppiantato, anche nella considerazione dei lettori di tutto il mondo e di tutte le epoche (perfino quando sarà tramontata la follia bellica scatenata da Hitler), da testi, di analoga ispirazione pacifista, ma più fortunati - e forse meno ostici - come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e La guerra di Ludwig Renn. Eppure, Bollettino di guerra non ha niente da invidiare agli altri testi contemporanei che traevano ispirazione dalla Grande Guerra, sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista stilistico. Su quest'ultimo lato, il romanzo è estremamente innovativo, somigliando ad alcuni esperimenti dell'epoca, quali quelli realizzati dall'americano Dos Passos e dal tedesco Döblin, in quanto alla narrazione vera e propria alterna documenti originali dell'epoca, spesso in funzione di controcanto tragicamente ironico (o ironicamente tragico). Molto spesso, infatti, i proclami ufficiali, gli ordini interni, perfino le pubblicità sui giornali contrastavano in maniera stridente con quanto vedevano e vivevano sulla propria pelle i soldati al fronte. Questa consapevolezza ha quindi anche dei riflessi sul contenuto del libro, che è di netto rifiuto della guerra, esposto da uno scrittore che, come il suo protagonista Adolf Reisiger, era partito volontario nell'esaltante estate del 1914 (richiamo, a questo proposito, un altro capolavoro della letteratura come Agosto 1914 di Solgenitsyn) come soldato semplice e, per meriti acquisiti sul campo, era stato promosso ufficiale, guadagnandosi perfino una delle maggiori onorificenze previste dall'ordine militare tedesco: la croce di ferro. Forse anche questa fu una delle ragioni che contribuirono all'emarginazione di Köppen dalla vita letteraria tedesca durante gli anni del nazismo, oltre al suo già citato rifiuto di aderire al partito unico, nonché quello di lasciare la Germania. Per maggior segno di sfortuna, lo scrittore morì nel 1939, a soli 46 anni, per i postumi riportati durante la guerra, quando aveva subito lo schiacciamento della cassa toracica, che gli procurerà problemi respiratori per tutto il resto della sua breve vita. Ci restano, di lui, queste pagine nelle quali, forse con maggiore consapevolezza di Remarque, racconta lucidamente l'orrore provocato dai bombardamenti a tappeto, la stupita paura degli attacchi con i gas asfissianti, l'inutilità di sacrificarsi, inermi, di fronte ai carri armati americani.

Lodevole l'iniziativa della Mondadori di mandare per la prima volta nelle librerie italiane il romanzo di Köppen, corredato da un'utile postfazione di Jens Malte Fischer e dalla pregevole traduzione di Luca Vitali.

postato da: Sasso67 alle ore 12:23 | Permalink | commenti
categoria:libri, guerra, romanzo
venerdì, 26 settembre 2008

Italiani brava gente (Italia/URSS, 1964) di Giuseppe De Santis. Con Raffaele Pisu (Gabrielli), Riccardo Cucciolla (Sanna), Arthur Kennedy (Ferro Maria Ferri), Shanna Prokhorenko (Katja), Andrea Checchi (il colonnello Sermonti), Tatjana Samojlova  (Sonja), Gino Pernice (Collodi), Peter Falk (il tenente medico), Lev Prygunov (Loris Bazzocchi), Nino Vingelli (il serg. Amalfitano), Vincenzo Polizzi (il siciliano).

De Santis mutua dal realismo socialista la divisione manichea in buoni e cattivi, mentre figurativamente si rifà soprattutto alla lezione di Dovzenko (si veda soprattutto la corsa in carrozza, che ricorda Arsenal) e del neorealismo italiano. Purtroppo, il film italo-sovietico accumula un tale numero di luoghi comuni da infastidire ben presto lo spettatore, specialmente se è nato e cresciuto dopo la morte di Togliatti. I tedeschi sadici, i russi eroici, il romano caciarone, il fiorentino burlone sono tutti stereotipi che fa fatica vedere per l'ennesima volta, così come vedere sottoutilizzate la Tatjana Samojlova che ammirammo in Quando volano le cicogne e la Shanna Prokhorenko della Ballata di un soldato. La prima parte del film, anziché presentarci la spedizione dei soldati italiani in Russia, sembra proporci una scampagnata fuori porta. Per fortuna nella seconda parte del film De Santis si avvicina alla durissima realtà della guerra e ci regala pagine che sembrano uscite dal Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Comunque, il risultato complessivo, dovuto anche ad un eccesso di enfasi che pervade il film dall'inizio alla fine (la morte di Gabrielli sembra il finale del "Lago dei cigni"), è irrimediabilmente mediocre.

postato da: Sasso67 alle ore 20:46 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
sabato, 20 settembre 2008

Eroi del mare - Il cacciatorpediniere Torrin (GB, 1943) di Nöel Coward e David Lean. Con Nöel Coward  (il capitano Kinross), John Mills (il marinaio Shorty Blake), Celia Johnson (Alix Kinross), Richard Attenborough (giovane marinaio), Bernard Miles (Walter Hardy), Kathleen Harrison (la signora Blake).

Dopo un combattimento contro uno squadrone aereo tedesco, viene affondato il cacciatorpediniere Torrin, della Marina Britannica. Durante l'attesa del salvataggio, ogni componente dell'equipaggio ripercorre mentalmente com'è arrivato lì: la vita da civile, lo scoppio della guerra, l'arruolamento, la vita di bordo.

Un buon film - chiaramente di propaganda bellica - che riesce a coniugare bene le sequenze quasi documentaristiche girate in mare e i momenti più intimisti nei quali sono coinvolte anche le mamme, le mogli e le fidanzate dei marinai. Questo connubio riesce assai meglio che in altri prodotti analoghi, specialmente di derivazione americana, anche recenti. L'intento di Coward (il vero autore del film, mentre Lean, che originariamente doveva esserne il montatore, fu incaricato dall'attore di occuparsi di tutti gli aspetti tecnici) era quello di spingere gli inglesi a collaborare per la vittoria nella guerra contro i nazisti, senza curarsi di differenze di classe, invitando anche le donne, ovviamente nel loro ruolo, a collaborare allo sforzo bellico. Si nota, nel comportamento dei marinai inglesi, una sincera partecipazione emotiva, che si rivolge anche alla sorte dei commilitoni e perfino a quella della loro imbarcazione, affettuosamente denominata con il pronome "She", come se fosse una signora. La sobrietà emozionale della scena nella quale i soldati inglesi si radunano dopo la precipitosa fuga da Dunkerque colpisce lo spettatore ancora oggi, a 65 anni di distanza.

postato da: Sasso67 alle ore 11:34 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
mercoledì, 17 settembre 2008

Razza violenta (Italia, 1984) di Fernando Di Leo. Con Henry Silva (Kirk Cooper), Woody Strode (Polo), Harrison Muller (Mike Martin), Carole André (Sharon Morris), Danika La Loggia (Madame Fra), Deborah Keith (Majuta), Ettore Geri (capo della CIA)

Incomprensibile e quasi offensivo clone di Apocalypse Now, da parte di un Di Leo ormai irriconoscibile, al suo penultimo film. Qualche buon attore (Silva, Strode) non è sufficiente a salvare un film disastroso sotto tutti i punti di vista, concepito (male) per sfruttare il successo del capolavoro di Coppola. Mette tristezza anche vedere Carole André, la dolce Perla di Labuan del Sandokan televisivo, nella parte di un personaggio cattivo e infido come Lord Brook.

postato da: Sasso67 alle ore 19:08 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
sabato, 30 agosto 2008

Quando volano le cicogne (URSS, 1957) di Mikhail Kalatozov. Con Tatjana Samojlova (Veronika), Aleksej Batalov (Boris), Vasilij Merkur'ev (Fëdor Ivanovič), Aleksandr Svorin (Mark), Svetlana Kharitonova (Irina), Kostantin Nikitin (Volodja), Valentin Zubkov (Stepan), Antonina Bogdanova (la nonna).

Il film che segna l'inizio del periodo del disgelo anche a livello cinematografico. A differenza del Čuchraj autore della Ballata di un soldato, Kalatozov non era un giovane autore, anzi, in qualità di membro del Partito, era stato un convinto sostenitore del culto della personalità staliniano. Con questo film, come molti intellettuali dell'epoca, il regista fa anche una profonda autocritica dal punto di vista politico. La condanna della cosiddetta "guerra patriottica" è totale, come è esplicitato nel discorso finale di Stepan, in un altro film che riduce ai minimi termini la componente puramente bellica. La guerra è distruttiva non soltanto per quanto riguarda gli edifici, ma annienta esistenze umane, sia di coloro che crepano nel fango del fronte, sia di coloro che rimangono a casa, costretti a meschini espedienti per imboscarsi oppure ad adattarsi a matrimoni di convenienza pur di non rimanere soli. All'epoca dell'uscita del film, peraltro ben accolto e molto premiato sia in patria che in Occidente, fu molto criticato una certa eccessiva cura formale del film, dovuta alla fotografia di Sergej Urusevskij o a qualche espediente come il movimento circolare della macchina da presa nel momento della morte di Boris. A mio parere gli artifici tecnici contribuiscono, in questo caso, a rendere toccante qualche momento di un film condotto fin troppo sotto tono, meritoriamente senza eccessi melodrammatici. Si può, caso mai, criticare qualche eccesso romanzesco, come il puntuale ritorno delle cicogne, oppure la storia del bigliettino infilato nel cestino dello scoiattolo di pezza. Un'opera comunque importante (forse per capirla appieno servirebbe conoscere le opere retoriche del periodo staliniano), che sa impressionare lo spettatore anche con l'alternanza di atmosfere, come il passaggio dalla Mosca solare dell'idillio iniziale all'acquitrinio senza nome in cui muore il povero Boris. I volti espressivi di Tatijana Samojlova, di Alekesj Batalov e di Vasilij Merkur'ev contribuiscono a rendere più esplicite le intenzioni dell'autore.

Un film pacifista che andrebbe fatto vedere e rivedere all'attuale dirigenza della Russia.

postato da: Sasso67 alle ore 14:35 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
martedì, 26 agosto 2008

La ballata di un soldato (URSS, 1959) di Grigorij Čuchraj. Con Vladimir Ivashov (Alyosha Skvortsov), Zhanna Prochorenko (Shura), Antonina Maksimova (la madre), Nikolai Krjuchkov (il generale), Evgenij Urbanskij (Vasya, il mutilato), Elza Lezhdeij (la moglie di Vasya), Aleksandr Kuznetsov (Gavrilkin, la sentinella del treno), Evgenij Teterin (il tenente), V. Markova (Liza Pavlova), Marina Kremnyova (Zoika).

Opera fondamentale del cinema sovietico del disgelo post-staliniano, La ballata di un soldato sembra anche un valido precursore dell'Infanzia di Ivan di Tarkovskij. Čuchraj fa piazza pulita della retorica della cinematografia del periodo staliniano, tutta tesa all'esaltazione della vittoria nella guerra patriottica contro il nazismo, in nome dei destini radiosi del socialismo. Qui si racconta, in termini al tempo stesso tragici ed ironici, la storia di uno dei tanti soldatini immolati sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Alyosha è un antieroe, che per caso mette fuori combattimento due panzer tedeschi e viene mandato a casa in licenza premio. Il viaggio è lento, picaresco, quasi "svejkiano", e il soldatino non sa decidere se puntare dritto verso casa oppure compiere le numerose commissioni affidategli ed iniziare una storia sentimentale con la giovane Shura. Ma poi il viaggio finisce e c'è subito da ripartire.

Con qualche piccolo difetto (l'incendio sul treno è messo in scena con mezzi piuttosto artigianali), qualche leggero eccesso di retorica (si era pur sempre nell'Unione Sovietica), La ballata di un soldato è un grande film, uno spietato atto d'accusa contro la guerra pur senza scene di battaglia, con l'emozionantissimo momento dell'incontro con la madre che resta per sempre impresso nella memoria.

postato da: Sasso67 alle ore 23:52 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, guerra
mercoledì, 08 agosto 2007

Flags Of Our Fathers (USA, 2006) di Clint Eastwood. Con Ryan Philippe (John "Doc" Bradley), Jesse Bradford (Rene Gagnon), Adam Beach (Ira Hayes), John Benjamin Hickey (Keyes Beech), Barry Pepper (Mike Strank), Jamie Bell (Ralph "Iggy" Ignatowski), Robert Patrick (colonnello Chandler Johnson), Neal McDonough (capitano Severance), Melanie Lynskey (Pauline Harnois).

Lettere da Iwo Jima (USA, 2006) di Clint Eastwood. Con Ken Watanabe (generale Tadamichi Kuribayashi), Kazunari Ninomiya (Saigo), Tsuyoshi Ihara (Barone Nishi), Ryo Kase (Shimizu), Shido Nakamura (tenente Ito), Hiroshi Watanabe (tenente Fujita), Takumi Bando (capitano Tanida), Eijiro Ozaki (tenente Okubo), Nobumasa Sakagami (ammiraglio Ohsugi), Luke Eberl (Sam).

Se Flags Of Our Fathers, preso da solo, è un buon film e Lettere da Iwo Jima è un ottimo film, la dilogia nel suo insieme costituisce un mezzo capolavoro (detto da chi, come me, non è certo un estimatore viscerale del Clint Eastwood regista). Più disteso, più classicamente americano, con quella storia da raccontare a tutti i costi, perfino più spielberghiano - purtroppo, e lo si vede nella scena della morte del vecchio Doc - per quanto invece il "segmento" giapponese era funereo, Flags Of Our Fathers è un film che, pur nell'assenza di divi da copertina, ricorda Salvate il soldato Ryan. Le scene di battaglia sono stupende e talvolta sconvolgenti (si veda, solo ad esempio, quella nella quale i marines trovano i cadaveri dei soldati giapponesi suicidatisi con le bombe nelle caverne), anche se mai come i mitici primi quindici minuti del film di Spielberg. Questa volta, con Eastwood il cinema americano riesce ad essere poco retorico, come nelle prove migliori del regista, anche se egli non rinuncia ad indicarci quelli che furono i veri eroi della guerra (e, quindi, della vita), sia dalla parte americana che da quella nipponica: coloro che si batterono e fecero il loro dovere non soltanto per un concetto astratto come quello di Patria (per altro rappresentato spesso da degli emeriti stronzi), ma per il commilitone vicino, per chi gli combatteva a fianco, o dietro o davanti; in sostanza, per il proprio fratello, bianco, nero o indiano che fosse.

Tra i due film è da preferire Lettere da Iwo Jima, più originale, sia per la scelta di rappresentare "il nemico" sconfitto, ma rassegnato a combattere fino alla fine con una sorta di stoica rassegnazione alla catastrofe, inevitabile di fronte ad un nemico meglio organizzato, pur di difendere il sacro suolo giapponese, ed anche per la scelta di desaturare i colori e mostrare la sconfitta nipponica come un crepuscolo quasi in bianco e nero.

«[...] Intrecciando questi tre piani - la guerra, il mito e il ricordo - Clint racconta, con l'economia dei sentimenti che gli è propria, che cosa vuol dire fare il proprio dovere di soldato (Flags of our fathers non è certo un film pacifista) ma anche le troppe manipolazioni operate dalla politica. Ieri come oggi? Nel film una risposta possibile c'è.» (Paolo Mereghetti, Il corriere della sera)

postato da: Sasso67 alle ore 00:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
martedì, 07 agosto 2007

Charlot soldato (USA, 1918) di Charles Chaplin. Con Charles Chaplin (la recluta), Edna Purviance (la ragazza francese), Sydney Chaplin (il sergente; il Kaiser), Henry Bergman (il barista; il sergente tedesco grasso; Hindenburg), Albert Austin (un soldato americano; un soldato tedesco; l'autista del Kaiser), Jack Wilson (il principe ereditario), Tom Wilson (il sergente istruttore), Loyal Underwood (l'ufficiale tedesco basso).

Charlot soldatoUn soldato americano è addestrato e poi inviato al fronte durante la prima guerra mondiale. La vita dura della trincea non gli impedirà di comportarsi da eroe, arrivando perfino a prendere prigionieri il Kaiser, il principe ereditario e il generale Hindenburg.

Sebbene sia di breve durata (circa 45 minuti) ed abbia andamento da commedia, si tratta di uno dei film migliori sulla Prima Guerra Mondiale, uno dei pochi che la vede dal lato dei soldati americani. La parte più azzeccata è, secondo me, quella dell'addestramento (un po' come accade con Full Metal Jacket di Kubrick), quando Charlot non riesce a marciare senza tenere i piedi piatti: nonostante le minacce del sergente istruttore i piedi anarchici del soldatino non si piegano alla ferrea disciplina militare. Anche successivamente le scene comiche si sprecano (quando prende prigionieri tredici soldati tedeschi e gli domandano come abbia fatto, risponde "li ho circondati!"), spesso accostate a particolari drammatici, come la notte passata a dormire nella trincea allagata, oppure grotteschi, come la sculacciata al piccolo e bisbetico ufficiale tedesco. Il finale, poi, quando Charlot, travestito da ufficiale tedesco, riesce a prendere prigioniero tutto lo stato maggiore nemico, sembra addirittura anticipare Il grande dittatore (1940), ed è condito da particolari irresistibilmente comici, come quando il protagonista accende un fiammifero alla fiancata della macchina imperiale. Piccolo capolavoro.

postato da: Sasso67 alle ore 20:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra