sabato, 13 settembre 2008

La ballata del piccolo soldato (RFT, 1984) di Werner Herzog e Denis Reichle.

L'addestramentoUn documentario su un piccolo esercito messo su da una tribù indigena del Nicaragua per combattere contro il governo, retto allora dai Sandinisti. Gli indios Miskito sono sempre stati abituati a combattere contro tutti i governi, qualsiasi fosse la loro matrice politica. Così, come prima hanno combattuto al fianco dei Sandinisti contro il regime di Somoza, ora (nel 1984), addestrati da ex ufficiali somozisti, combattono con i famosi Contras contro le truppe sandiniste. E forse non sanno di essere al servizio della CIA. Ma, quel che è peggio, fanno combattere bambini di nove, dieci e undici anni. Herzog e il suo collaboratore tentano di far ragionare gli istruttori di questo esercito da scuola elementare, ma non ottengono grandi ripensamenti da parte di questi personaggi, se non risposte del tipo "questi saranno l'esercito del Nicaragua di domani". Quello che conta è instillare in questi ragazzini l'odio per i comunisti. Uno degli istruttori, infatti, dice apertamente che gli piacciono questi guerrieri in calzoni corti perché hanno menti libere e più facilmente plasmabili. Herzog è bravo a tirare fuori una delle tante vergogne del mondo.

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categoria:cinema, documentario
mercoledì, 11 giugno 2008

La cosa (Italia, 1990) di Nanni Moretti.

Il dibattito nelle sezioni comuniste di mezza Italia, alla vigilia dello scioglimento del Partito Comunista Italiano, verso una formazione che ancora non si capiva che cosa sarebbe stata.

Intelligente operazione di Moretti, girata durante i giorni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, che solo formalmente può definirsi un documentario. Dalla Sicilia a Genova, poi a Bologna, a Napoli, a Torino, a Milano, a Firenze a Roma Testaccio, si sviluppa la discussione, tra chi chiede appassionatamente di non abbandonare la falce e martello o la denominazione di comunisti e chi ricorda che ormai da decenni non si è altro che socialdemocratici. Parlano gli ex partigiani, iscritti dai tempi della guerra, ma anche chi si è iscritto solo da pochi mesi. Alcuni rappresentano uno spaesamento personale e politico, mentre altri sono più consapevoli delle proprie idee. Altri ritengono necessario lo svecchiamento per rendere possibile un'alleanza con le forze progressiste del socialismo e del cattolicesimo italiano, mentre altri, scetticamente, ritengono che quest'alleanza non sarà mai realmente possibile. Fino al gran finale nella sezione testaccina, dove un militante relativamente giovane fa un discorso del quale non è che si capisca granché, ma risulta teneramente buffo. Credo che Moretti, pur  soffrendo, si sia divertito a girare questo film (è lui stesso che lo chiama così, nelle note di chiusura), anche perché rappresenta una sorta di compendio iperneorealista di quanto aveva mostrato qualche mese prima in Palombella rossa: al di là degli orpelli pallanuotistici e delle reminiscenze zivaghiane, la realtà è quella del "cosa significa essere comunisti oggi?" (o del non esserlo più), dell'essere diversi, ma uguali.

La cosa non è mai stato proiettato in una sala cinamatografica, ma andò in onda il 16 marzo 1990, alla vigilia del congresso del PCI che decretò lo scioglimento del partito. "Tra cinema e TV La cosa è comunque «film» che all'interno mette in rilievo il più classico, appunto, degli specifici filmici, il montaggio. Un montaggio irriducibile al palinsesto per il divieto di finire «blobbizzato»: un film-cellula, politicamente e in accezione videobiologica." (Flavio De Bernardinis, Il Castoro)

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categoria:politica, cinema, commedia, documentario
lunedì, 12 maggio 2008

PRIGIONIERI DELLA GUERRA (Italia, 1995) di Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi.

Si tratta di una serie di filmati inediti, scovati dai due autori negli archivi di mezza Europa, relativi ad aspetti meno noti della Grande Guerra: sfilano, così, i prigionieri austroungarici deportati in Siberia, i profughi galiziani e i prigionieri russi, in un bianco e nero virato in vari colori e sottofondato dalle musiche popolari composte da Giovanna Marini. L'operazione è interessante e meritoria, ma ben lontana dal rivelarsi un capolavoro del cinema, come alcuni critici (Mereghetti le attribuisce quattro pallini, il massimo) l'hanno etichettata. La parte iniziale è la migliore, poiché lo spettatore si sente catapultato in un mondo che non esiste più e che fu cancellato proprio dall'enorme tragedia della prima guerra mondiale: quelle immagini riescono a far rivivere sullo schermo le pagine migliori del Buon soldato Scvejk di Hasek o di Agosto 1914 di Solgenitsyn.

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categoria:documentario
mercoledì, 16 aprile 2008

Il sasso in bocca (Italia, 1970) di Giuseppe Ferrara. Con Bill Vanders (Lucky Luciano), Benedetto Colajanni (il procuratore O'Dwyer), Tom Felleghy (l'avv. Poliakov), Aldo Bonamano (il capitano americano), Riccardo Paladini (giornalista televisivo italiano).

Una cavalcata, in parte documentaria e in parte filmicamente ricostruita, sull'affermarsi della mafia siciliana e napoletana nell'Italia del dopoguerra: le protezioni politiche ed i rapporti con i confratelli americani.

Spesso criticato all'eccesso, il primo lungometraggio di Giuseppe Ferrara è un esperimento insolito e coraggioso, specialmente se si considera il periodo in cui fu realizzato. Bollato come regista schematico e didascalico anche nei suoi film successivi, qui l'autore toscano lo è volutamente, poiché gli interessa lanciare un messaggio, che nel 1970 non è per niente scontato: basti pensare ai collegamenti che Ferrara fa tra la mafia e gli omicidi, molto ravvicinati nel tempo di Enrico Mattei e J. F. Kennedy. «Non sempre la messinscena si fonde in maniera plausibile con il materiale d'archivio, ma il risultato non manca d'interesse, e la denuncia non è priva di una sua forza». Così scrisse Tullio Kezich nel 1970. Marco Giusti, invece, che nel suo Dizionario dei film italiani Stracult giudica Il sasso in bocca come un film di una noia mortale, prende una sonora cantonata.

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categoria:cinema, mafia, documentario
giovedì, 14 febbraio 2008

Sicko (USA, 2007) di Michael Moore. Con Michael Moore, George W. Bush e i soliti del liscio.

Un viaggio, molto allucinante, nel sistema sanitario degli Stati Uniti d'America, l'unico, tra i paesi occidentali, a non prevedere l'assistenza gratuita per i mutuati.

Bisognerebbe vedere questo film di Moore ogni volta che ci si lamenta del nostro Servizio Sanitario Nazionale per qualche lungaggine o per qualche coda che si fa alla ASL. Sempre più controcorrente, Michael Moore ci conduce in un itinerario - all'inizio un po' noioso, ma sempre più coinvolgente - che si conclude con un gruppetto di cittadini statunitensi che vengono curati gratuitamente in un ospedale cubano. E se all'inizio la pur interessante materia resta confinata nell'ambito del documentario di denuncia (con una punta di fastidio per quella combriccola di americani di stanza a Parigi), il film diventa addirittura emozionante con l'incontro dei reduci di Ground Zero con i pompieri dell'Avana. Michael Moore ha, secondo me, fatto di meglio, ma è da premiare ancora una volta per la coerenza con la quale prosegue il suo discorso che non guarda in faccia a nessuno (nemmeno a Hillary Clinton, che prima propone la creazione della Mutua e poi, avendo rinunciato al progetto, si becca i finanziamenti delle case farmaceutiche).

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categoria:cinema, documentario
venerdì, 25 gennaio 2008

Kinski, il mio nemico più caro (Finlandia/Germania/GB/USA, 1999) di Werner Herzog. Con Werner Herzog, Eva Mattes, Claudia Cardinale, Beat Presser, Justo González (sé stessi).

Il regista Werner Herzog rivive e rivela il suo rapporto di vero e proprio amore/odio con il suo amico e attore preferito Klaus Kinski, un pazzoide prestato al cinema, ma anche un grande attore, perfetto per i film titanici del cineasta tedesco.

Anche Herzog ha fama di pazzo genialoide, ma non è niente in confronto agli accessi di pura follia di Kinski, che se la prendeva un po' con tutti. Ne esce il ritratto di un essere umano con tratti quasi animaleschi, ma più spesso con un animale che ogni tanto aveva dei comportamenti umani. Kinski, descritto da Herzog, ne esce come un titano dell'egocentrismo ("egomaniaco", lo definisce), ma anche come un bravissimo attore, autodidatta, i cui impeti di pazzia sono spesso risultati funzionali alle scene drammatiche girate. Con Herzog, Kinski si è trovato spesso a girare film in situazione di estremo pericolo (Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo furono veramente imprese provanti), dimostrando, secondo la sua natura contraddittoria un grande coraggio e un'altrettanto grande vigliaccheria. Il film che ne risulta, ora commovente ora comico, è uno dei migliori e dei più sentiti dell'ultimo Herzog, che, con una narrazione pacatissima e affascinante, racconta di un rapporto sia professionale che umano durato per oltre trent'anni e che ha lasciato in chi è rimasto un profondo senso di vuoto, tanto che il regista bavarese ha raramente utilizzato attori nei suoi film successivi alla morte di Kinski, avvenuta nel 1991. Kinski, il mio nemico più caro è, però, innanzitutto, un grandissimo film sull'amicizia.

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categoria:cinema, documentario
sabato, 03 novembre 2007

Tre canti su Lenin (URSS, 1934) di Dziga Vertov.

L'arte cinematografica di Dziga Vertov messa al servizio della propaganda sovietica. L'intento celebrativo, nella commemorazione del decennale della morte di Lenin, è evidente, anche se l'operazione è condotta dal regista russo d'origine tedesca con la consueta abilità tecnica ed artistica. Del resto, bisogna anche sottolineare la rischiosità dell'incarico affidato a Vertov, cioè quello di esaltare, in pieno stalinismo, il padre della Rivoluzione d'Ottobre, colui che, sul letto di morte, cercò di avvisare i collaboratori sulla pericolosità politica di Stalin. Il compito è assolto da Vertov in maniera dignitosa, secondo gli schemi del cinema propagandistico del periodo, ancora influenzato dal futurismo, con fulminee scritte che compaiono in sovrimpressione a commentare le immagini di repertorio. E proprio una di queste scritte, sinistramente ripetuta più volte, si presta embelmaticamente a una duplice interpretazione, ottimistica e inquietante a seconda del punto di vista, laddove il regista pare interrogarsi, con la frase "SE LENIN POTESSE VEDERCI OGGI!"

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categoria:cinema, documentario
martedì, 24 luglio 2007

In un altro paese (Italia, 2005) di Marco Turco.

In un altro paese questi uomini, dopo aver fatto condannare tutta la cupola mafiosa nel maxiprocesso di Palermo, sarebbero diventati eroi nazionali. In Italia, invece, furono lasciati soli, il loro lavoro smembrato pezzetto per pezzetto. E' in queste poche parole, riferite al pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino, tutto il senso del bellissimo documentario di Marco Turco, tratto da un libro-inchiesta del giornalista Alexander Stille. Dove si parla degli ultimi quarant'anni di mafia siciliana, da Bontate a Liggio, da Buscetta a Provenzano, da Inzerillo a Riina. E dove non si tacciono le complicità e le responsabilità dei politici eccellenti, anche di quelli che, oggi, non sono senatori a vita. Si parla, grazie alla trestimonianza della fotografa Letizia Battaglia, delle vittorie e delle troppe sconfitte dello Stato italiano nella lunga guerra alla mafia, degli omicidi, delle stragi, ma anche dei processi, delle catture dei boss mafiosi, della bella pagina della cosiddetta primavera di Palermo della giunta Orlando, affossata all'inizio degli anni novanta dalla DC del CAF, e perfino della terribile, ma gravida di speranza, reazione dei palermitani al funerale di Paolo Borsellino (dove gridavano "fuori la mafia dallo Stato!"). Si parla, ovviamente, delle uccisioni di Falcone e Borsellino e dei poveri agenti della loro scorta, dell'omicidio di Salvo Lima, del voltafaccia delle famiglie mafiose, che nelle elezioni politiche del 1992 votano e fanno votare per il PSI e per i Radicali. E, dopo Tangentopoli, che spazza via la classe dirigente verso la quale avevano guardato per anni, dopo le stragi del 1993, i mafiosi si mettono "nelle mani giuste" (come recita il titolo dell'ultimo romanzo di Giancarlo De Cataldo*), tanto è vero che dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, per un po', tutto tace.

Fa tristezza vedere le testimonianze dei colleghi di Falcone e Borsellino, sempre più anziani (almeno loro ce l'hanno fatta ad invecchaire), ricordare come i due magistrati di punta vivessero prima nella consapevolezza dell'eventualità - e alla fine della certezza - che sarebbero stati uccisi. Quella di Paolo Borsellino fu, infatti, una consapevole corsa contro il tempo, tempo rubato alla morte. In un altro paese questi uomini sarebbero stati aiutati e protetti dallo Stato, anche perché, come s'è visto, quando lo Stato combatte la mafia, è lui a vincere. In un altro paese, appunto...

* "D - E così le mani giuste in cui finiscono gli italiani sono quelle di Berlusconi... R - Sì, e lo dico esplicitamente." (Dall'intervista di Fabio Zucchella a Giancarlo De Cataldo su PULP #68).

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categoria:cinema, documentario
mercoledì, 18 aprile 2007

Genova senza risposte (Italia, 2002) di Stefano Lorenzi, Federico Micali, Teresa Paoli.

Uno dei migliori documentari mai girati in Italia. Non c'è paragone con il più didascalico filmetto di Francesca Comencini Carlo Giuliani, ragazzo (2002). L'unica pietra di paragone calzante potrebbe essere Bowling a Columbine (2002) di Michael Moore. Genova senza risposte è una descrizione fedele di quanto accadde a Genova in quei maledetti (all'inizio bellissimi, con incontri, marce e concerti) giorni del G8 tra il 16 e il 22 luglio 2001. Ma i tre giovani registi reiscono a trasfigurare il nudo e crudo resoconto filmato, che impietosamente accusa le forze dell'ordine, in qualcosa di emozionante, che tocca il culmine durante il discorso della madre di Plaza de Mayo.

La storia è nota: Carabinieri e Polizia (piange il cuore a dirlo, per il rispetto che nutro verso questi corpi) provocarono ed attaccarono deliberatamente i cortei pacifici, dopo avere lasciato mano libera alla furia distruttrice del black bloc, scrivendo quella che probabilmente è la pagina più nera delle nostre forze di polizia nella storia repubblicana. Aggiungendo poi il tocco finale con le torture di Bolzaneto e il sanguinoso blitz alle scuole Diaz. Da questo punto di vista, almeno stando alle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi increduli, si può dire, paradossalmente, che è andata fin troppo bene che ci sia scappato un solo morto.

Ottimo davvero il lavoro dei tre giovani registi, i quali usano un bianco e nero che riesce ad essere più vero della realtà.

Il film è scaricabile gratuitamente anche da qui.

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categoria:cinema, documentario
sabato, 14 aprile 2007

Carlo Giuliani, ragazzo (Italia, 2002) di Francesca Comencini.

Un ragazzo con un estintore in mano. Una pistola che si sporge da una camionetta dei Carabinieri. Fuoco!

Carlo Giuliani, ragazzoLa tesi del film - documentario della Comencini, come è chiaro fin dal titolo, è che Carlo Giuliani non era né un pericoloso facinoroso né un angioletto, ma semplicemente un ragazzo normalissimo che si è trovato per caso nel posto sbagliato in un giorno prevedibilmente difficile ed ha reagito all'ingiustizia di un attacco subito dal corteo pacifico cui partecipava. Chi non ha capito questo ha criticato il film partendo da preconcette posizioni politiche inconciliabili e spesso intolleranti, ed ha fatto degli inutili sproloqui, ottenendo l'unico risultato di offendere, talvolta al di là delle stesse intenzioni, un ragazzo morto a ventitre anni. E chi ha preconcettualmente criticato il film della Comencini, che di difetti ne ha eccome, non si è abbastanza soffermato sulle frasi pronunciate dai familiari e dagli amici di Carlo Giuliani, a cominciare da quelle dei genitori e della sorella, così come da quelle dell'avvocato Pisapia: che non sono parole di odio per chi sparò a Carlo. Tutte queste voci chiedono soltanto di sapere la verità e il fatto che questa verità venga nascosta sotto i pretesti più idioti (il proiettile del carabiniere deviato da un calcinaccio, ma andiamo...) può dare adito a chissà quali sospetti.

Per il resto, va detto che l'impressione che si trae dal film è effettivamente quella di un ragazzo che sia capitato lì per caso, essendo uscito di casa ancora indeciso se andare al mare o alla manifestazione. Ma, si dirà, il racconto di quel tragico 20 luglio 2001 si basa tutto sulle parole della mamma di Carlo, ed ovviamente non si può chiedere ad una madre di essere obiettiva quando parla del figlio, specialmente se questo è morto a ventitre anni. Chi può impedire ad una madre di pensare e di dire che il suo figlio era un ragazzo meraviglioso? Vi è sicuramente qualche romanticismo di troppo, come quando la signora Haidi paragona i ragazzi foderati di gommapiuma a dei cavalieri medievali, ma l'impressione che si trae di quelle tragiche giornate genovesi è che le forze di polizia (intesa genericamente) esagerarono con la repressione nei confronti di chi partecipava alle manifestazioni pacifiche, lasciando invece mano libera, inspiegabilmente, ai black bloc che stavano mettendo Genova a ferro e fuoco. L'impressione è, oltre tutto, rafforzata da quanto accadde alla scuola Diaz o nella caserma di Bolzaneto.

Ricordo che all'epoca del G8 del 2001 dissi che da un evento simile (per di più organizzato nella città italiana, dopo Venezia, più sbagliata) sarebbero usciti tutti perdenti, da Bush fino all'ultimo noglobal. Forse per l'unica volta della mia vita avevo purtroppo azzeccato il pronostico.

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categoria:cinema, documentario