mercoledì, 02 gennaio 2008

Il titolo del Tirreno a Livorno stamattina: "OTTANTENNE festeggia l'anno nuovo sparando con la pistola e perde un dito". Commento cinico e baro: ben gli sta. Commento più ragionato: a parte il fatto che le pistole bisognerebbe darle in mano a chi dimostri un po' di cervello; a parte il fatto che a ottant'anni una pistola in mano è pericolosa a prescindere da tutto; a parte il fatto che chi spara con la pistola per festeggiare l'anno nuovo è, non soltanto demente, ma anche criminale perché mette a repentaglio la salute propria e soprattutto quella degli altri (si vedano le notizie sui giornali relative alla strage dell'ultimo dell'anno); a parte tutto questo, dicevo, ma che cazzo ti festeggi l'anno nuovo a ottant'anni? Cosa speri che ti porti l'anno nuovo? la biciclettina da cross? i preservativi con le stecche? Mah!

postato da: Sasso67 alle ore 19:25 | Permalink | commenti
categoria:varie, curiosità
domenica, 21 ottobre 2007

Zombophagus

Dopo aver ingerito alcune porzioni di involtini primavera andati a male, i passeggeri della nave da crociera Enlarge your penis si trasformano in zombie affamati di carne umana. In seguito al naufragio dell?imbarcazione alcuni morti viventi riescono a mettersi in salvo raggiungendo una sperduta isoletta abitata da una feroce tribù di cannibali, i Timanjo. Chi mangerà chi?
Vera pietra miliare dell?horror-splatter, Zombophagus fu girato da Vince Renato, uno dei maestri del genere, con un budget ristrettissimo, tanto che nel corso delle riprese la troupe non poteva lavarsi ed era costretta a riutilizzare i piatti e le posate di plastica usate durante i pasti. Alcune sequenze memorabili, come quella in cui il capo dei Timanjo, dopo aver ingoiato in un solo boccone la testa di un neonato-zombie, viene poi divorato dall?interno dalla testina, espellendo un fiotto di sangue violaceo dal retto. Per palati fini.

(Guglielmo)

Dal sito Morelli's Movie Guide

Troy 2 - Il ritorno di Ettore

Ettore non è morto come tutti credevano. Il suo corpo è stato conservato nelle acque dello Stige e, dopo dieci anni di coma, grazie all'intervento di Esculapio si risveglia in una Troia distrutta. Avendo perduto tutto, uccide Paride, sposa Elena e, riunendo i suoi vecchi compagni d'arme, fonda una nuova città, ancora più grande e maestosa della precedente: Troiona. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, gli eserciti achei accerchiano di nuovo la fortezza: Achille, grazie ad un patto con Ade, è tornato più forte e più arrabbiato di prima, e stavolta, senza il proverbiale tallone.
Si sente in questo discreto sequel la mano di Tim Burton, la cui direzione riesce a tappare qua e la le falle della sceneggiatura. Il suo tocco visionario si sbizzarrisce specie nella sua Troiona gotica, che strizza l'occhio a "Notre dame de Paris". Bene la new entry Vin Diesel nella parte di Ettore, cui conferisce grinta e spessore psicologico, mentre di nuovo non convince Brad Pitt nei panni di Achille, inutilmente bamboccio e appesantito nel fisico. Durante le riprese alcuni attori, impressionati dalla saga ellenica, si sono convertiti al politeismo. (Guglielmo e Filippo C.)

Particelle e altre catalisi

Intrecciando sapientemente il tema del tradimento con quello della fisica quantistica, il geniale scrittore Pulvanelli, autore di Mio marito è un tachione?, il libro che è in cima alla classifica dei più sfogliati nelle librerie d'Italia - ci propone una profonda riflessione sul perché della vita e sul perché della morte, cogliendo l?elemento comune alle due domande ? e dunque la loro essenza - nella congiunzione "perché", non a caso la parola più pronunciata del film (soltanto nella prima inquadratura se ne contano novantasette). Sebbene non manchino alcuni passaggi a vuoto (la sequenza dell'attacco di diarrea convulsa di Marcus, il timido fratello del criceto del protagonista) il film offre un tale quantità di interessantissimi spunti che lo spettatore non potrà uscire dalla sala senza essersi prima svegliato.

(Sasha)

The X Protocol - Codice X

Un'antichissima setta religiosa orientale cerca di influenzare la politica internazionale ricattando i capi di governo, condizionando le coscienze dei suoi adepti e minacciando, per chi osi contrastarla, terribili castighi nell'aldilà.
Mai distribuito in Italia a causa della strenua opposizione da parte della Chiesa Cattolica, è un interessante thriller fanta-religioso sulla scia de 'Il codice Da Vinci', nonostante l'ipotetica società futura descritta nel film difetti spesso di credibilità (si pensi, ad esempio, ai simboli religiosi affissi addirittura all'interno di scuole e tribunali). Buona prova di Ian McDiarmid (l'Imperatore Palpatine della saga di 'Star Wars') nel ruolo del malvagio Gran Sacerdote Bianco.

(Guglielmo)

Formicalion

La vita tranquilla e sonnolenta della cittadina di Ogallala, nel Nebraska, viene sconvolta da un?orda di formiche carnivore geneticamente modificate, fuggite da un vicino laboratorio ortofrutticolo. Gli insetti attaccano la popolazione, distruggono gli tutto quello che incontrano e pretendono di imporre agli abitanti i propri costumi e stili di vita. Ma proprio nel bel mezzo dell? invasione, arrivano in città Jeff (Dick Head) e Jake (Will Beefakt), con il loro circo di formichieri e pangolini giganti.
Gustoso action movie, a metà strada tra l'horror, il catastrofico e la commedia sofisticata anni '50, si segnala soprattutto per l'incredibile prestazione recitativa del formichiere Sligo, in seguito protagonista del serial poliziesco televisivo 'Il commissario Sly'.

(Guglielmo)

postato da: Sasso67 alle ore 23:53 | Permalink | commenti
categoria:cinema, curiosità, comicità
mercoledì, 17 ottobre 2007

traffic_signs_-_bambini

Domanda aperta: cosa indica questo segnale stradale?

postato da: Sasso67 alle ore 20:27 | Permalink | commenti
categoria:varie, curiosità
lunedì, 02 aprile 2007

Prime impressioni sul nuovo supermercato Coop di Cecina, Via Pasubio, il cui restauro è stato inaugurato lo scorso martedì 27 marzo.

 

  1. Il nuovo parcheggio si presenta bene, con una nuova segnaletica orizzontale, che però non disincentiva diversi automobilisti a posteggiare, come al solito, a cazzo di cane, tanto che, alla fine della spesa, è difficile uscire.
  2. Nonostante che l'ora (ci sono andato intorno alle 14,30) non sia quella di punta e pertanto l'affluenza sia abbastanza blanda, latitano i carrelli, cosa che, prima della nuova apertura, non accadeva mai, quanto meno a quest'ora un po' balorda. Che siano tutti a fare la revisione?
  3. L'ingresso è molto più ampio e spazioso rispetto a prima, tanto che il vecchio cliente che ancora non aveva visto la nuova struttura si deve aggrappare al carrello per non soccombere a un lieve capogiro. L'effetto di straniamento quasi brechtiano è accentuato da una vigilante arcigna, benché esteticamente non disprezzabile.
  4. Il reparto ortofrutta è stato rimescolato a dovere, tanto che non distinguo più le arance dalle mele (oppure sarà la tanto vituperata mezza stagione?). Per un po' si brancola con le mani per aria in cerca del cestino dove gettare il guanto di nylon, tanto che l'effetto visivo è quello di una squadra di chirurghi in attesa del bisturi.
  5. I salumi e i prodotti caseari sono custoditi dentro teche di vetro antiproiettile, tanto che i clienti, più che disporsi in fila si mettono in processione recitando rosari e inginocchiandosi davanti al prezioso San Daniele.
  6. E' stata creata una rigida distinzione tra carne di pollo e carne di maiale, forse in ossequio alla congrua presenza di musulmani in zona, oppure per evitare che il solito porco si lasci tentare da cosce e petti in bella vista.
  7. Presenza incombente di una lussuosa cantinetta nella quale giacciono i vini più preziosi, tanto da far vergognare i furtivi clienti che trasportano sul carrello, di contrabbando, cartoni di Tavernello.
  8. La zona riservata ai latticini è lasciata in leggera penombra, tanto da favorire, nell'ampio corridoio, incontri tra vecchi amici che non si vedevano da una vita e riunioni politiche a scopo sovversivo in stile Carboneria dell'Ottocento.
  9. Il reparto biscotti - succhi di frutta e bibite varie è stato allestito tirando a sorte gli spazi, in omaggio al caos che regola la civiltà contemporanea.
  10. Il reparto degli oggetti per la pulizia personale è illuminatissimo e colorato, in stile profumeria di lusso o boutique; intelligentemente gli scaffali sono bassi per evitare scene patetiche di donnine più larghe che lunghe che cercavano disperatamente di arraffare l'ultima confezione di lacca per capelli o di bagnoschiuma abrasivo per loia piuttosto resistente. In compenso, per prendere alcuni tipi di gel per capelli, bisogna sdraiarsi in terra. Sono stato osservato in cagnesco da un funzionario Coop mentre tentavo di afferrare un gel per rasatura.
  11. Il reparto libri è stato liberato dai reperti più vecchi e meno vendibili della collezione, quelli che affondavano le radici in quella comune ideologia che sta alla base della cooperazione in generale e delle Coop rosse (nonché toghe rosse e criminosa filiazione del PCI-PDS-DS-Ulivo-Romano Prodi, come ci ricorda spesso il Cavaliere): in sostanza sono state buttate al macero le opere invendute di Carlo Marx, Antonio Gramsci e Maurizio Costanzo.
  12. Il reparto cartoleria resta per me ancora inesplorato, causa presenza di due ingombranti commesse dotate di carrello anticliente curioso, che stavano nel mezzo fingendo di prezzare degli oggetti che poi alla cassa risulteranno invariabilmente sprovvisti di prezzo e/o codice a barre leggibile in modo da far fermare tutta la fila per chiamare un megadirettore Coop per farlo andare di corsa a vedere quanto costa il lapis che hai appena acquistato. Insomma queste due commesse stavano fra le palle.
  13. Alla cassa mancavano i sacchi grandi. In compenso sovrabbondavano i sacchettini tipo quelli per le sigarette oppure con le scritte dei mazzi di carte, tipo Dal Negro Treviso o Modiano Trieste. Il problema è stato metterci le pizze surgelate senza prima prenderle a morsi.
  14. Fuori dal supermercato sono scomparsi senegalesi e nomadi che ti chiedono gli uni di comprare accendini o calzettoni da ginnastica, gli altri di farti leggere la mano, e in alternativa si accontentano di prenderti il carrello, mandandoti a quel paese se ci hai messo meno di un euro. Sarà merito della fatalona in divisa? E quanto durerà?
postato da: Sasso67 alle ore 19:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:varie, minchiate, curiosità
sabato, 16 dicembre 2006

Il sito internet del settimanale FilmTV - che io leggo abitualmente da alcuni anni - dove chiunque può esprimere le proprie opinioni su film e artisti vari, è una vera miniera, oltre che di informazioni cinematografiche, anche di strafalcioni grammaticali e sintattici tutti da ridere. In passato ne ho già pubblicati alcuni, ma oggi mi sono casualmente imbattuto in altri, che è il caso di riportare.

"La riuscita del film lo si deve sopratutto a lui."
:: opinione di I***
:: inviata: 27 marzo 2004, 00:48 (a proposito della regia di Mike Nichols per Una donna in carriera)

"Un regia quasi di routine, ma non o sottovalutiamo, avrei voluto vedere un altro cosa avrebbe fatto"
:: opinione di e***
:: inviata: 24 aprile 2006, 10:01 (a proposito della regia di Mike Nichols per Heartburn - Affari di cuore)

"Sto imparando ad apprezzare questo regista: è davvero bravo, e realistico. [...]"
:: opinione di L***
:: inviata: 18 marzo 2004, 22:41 (a proposito della regia di Mike Nichols per Silkwood) P.S. Strafalcione strano, perché di solito L*** scrive correttamente e con uno stile piuttosto maturo, anche se ha cambiato opinione proprio su Nichols, in maniera diametralmente opposta, nel giro di pochi mesi: fino a metà marzo 2004 lo disprezzava, a maggio ormai lo adorava. Vedi qui sotto.

"Piatto e noioso. Forse è meglio che si limiti a fare il produttore..."
:: opinione di L***
:: inviata: 8 febbraio 2004, 19:14 (a proposito della regia di Mike Nichols per I colori della vittoria)

"Un grande. Anche in questo film mostra tutta la sua capacità narrativa. E niente gli riesce bene come narrare storie sgradevoli."
:: opinione di L***
:: inviata: 6 maggio 2004, 23:21 a proposito della regia di Mike Nichols per Conoscenza carnale)

E, per finire, il vero e proprio capolavoro nel suo genere:

"Finalmente Nichols è tornato al cinema con A maiuscola, dopo la parentesi Televisa, che a me non è piaciuta in modo particolare, anche per colpa di una impostazione interpretativa sbagliata. Resta il grande regista di IL Laureato, Chi a paura di Virginia Woolf?, Comma 22, Conoscenza Carnale,Il giorno del Delfino (senza scandalizzare nessuno),Silkwoode poi qualche prodotto di consumo... esagerato.. Qui è tornato a temi a lui cari, e sa dare un' ottima impostazione di recitazione, dando opportunità non comuni agli intepretti, tutti all'altezza. Il taglio registico ed il taglio dei tempi,(intevalli senza didascali di mesi), sono originali e rendono benissimo al soggetto"
:: opinione di e****
:: inviata: 13 dicembre 2004, 11:03

postato da: Sasso67 alle ore 12:27 | Permalink | commenti
categoria:varie, minchiate, curiosità
mercoledì, 13 dicembre 2006

Giacomo Giacomo
Con il mio collega ci siamo posti questa domanda che giro a voi in quanto noi, con le nostre conoscenze, non siamo capaci di venirne a capo: dalle nostre parti (Arezzo e provincia) si dice che le gambe fanno Giacomo Giacomo (mentre alcuni dicono Diego Diego) quando tremano. Da dove deriva? Grazie Laura

Autore : Lauraar71 - Email : Lauraar71@yahoo.it

Giacomo Giacomo
«Voce fonosimbolica, nata probabilmente dall'onomatopea -gi... -ci... relativa allo scricchiolio delle articolazioni e incrociata col nome Giacomo» (Devoto).
«"Giaco", corta camiciola irrobustita da fili di ferro, con cui i contadini rivoltosi combattevano contro i signori, assai meglio armati. E non è escluso che proprio in quei momenti nascesse, per la manifesta inferiorità dei primi, l'espressione "le gambe mi fanno giacomo giacomo"» (G.A. Rossi).
"Far diego diego"... «è basato sul nome spagnolo, che è riduzione dal greco 'dídaco'='istruito'» (G.A. Rossi).


Autore : scout - Email : deap@gem.it

Giacomo Giacomo
Anche nel Trentino nel dialetto più popolare esiste tale modo di dire. Posso azzardare un'ipotesi: percorrendo il "Camino de Santiago" cioè il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela (San Giacomo) le gambe dei pellegrini imploravano: Giacomo! Giacomo! sperando in un arrivo non troppo distante essendo vicine alla mancanza di forze. Il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela figura ben presente nelle storie tramandate dagli avi.

Autore : artigiano - Email : pisettagiorgio@virgilio.it

Perché le gambe fanno giacomo giacomo
Varie sono state le interpretazioni, che si sono avvicendate a spiegare tale modo di dire. Ne offre un elenco –recente– Ornella Castellani Polidori nel saggio «Per la storia del detto Le gambe fanno giacomo giacomo», alle pagg. 333-356 in L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni, il “volume [che] raccoglie l’omaggio che gli Accademici e i Soci dell’Accademia della Crusca offrono a Giovanni Nencioni, per festeggiarlo nel giorno del suo 91° compleanno”, come, a incipit di quel dono –che la fiorentina Le Lettere nel 2002 ha messo alle stampe–, s’esprime l’attuale presidente Francesco Sabatini (e è da quel sacco che prelevo la farina per impastar questa nota.). Dopo aver accennato alla lettura “[d]ecisamente innovativa” del Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio –il DEI–, che attribuisce alla fatica dei pellegrini in viaggio per San Giacomo di Compostella l’origine dell’espressione e la debolezza vacillante de le gambe che fanno giacomo giacomo, dal mucchio interpretativo la studiosa ne vaglia due: quella di Ottavio Lurati e quella di Massimo Bellina. Il primo, pur ascrivendo a quell’apostolo la causa deonomastica del detto, ne sposta l’asse derivativo dal piano storico, il pellegrinaggio al santuario gallego, su quello dell’antropologia culturale, già che vi riscontra –riflessa– la concezione della morte, propria di alcune società subalterne –lo studioso fa espresso riferimento a credenze rilevate in Sicilia, in quel di Enna–, secondo cui San Giacomo s’incarica, nel momento dell’agonia, di “prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della via lattea, detta appunto la ′strada di San Giacomo′”. Inserito in quest’ottica, anche un gesto semplice –se pur particolare– e di nessun’altra rilevanza se non di pratica utilità –legare i piedi del morto–, fatto com’è per ottenerne una compostezza funebre, schizza a acquistare risalto fondamentale, già che impedisce San Giacomo nell’ufficio d’assistere il vĭātŏr nel celeste cammino, sí che l’anima –per quel fazzoletto, che stringe unite le caviglie– rimane sospesa e trattenuta al giaciglio di morte e dal mettersi in via. Il tremar delle gambe, dunque, è originariamente il venir meno delle forze nell’ora ultima. Che la figura di San Giacomo sia collegata con il tema del momento estremo, lo studioso ticinese, di questo, trova conferma in due elementi presenti nel cantone dei Grigioni: un gioco per ragazzi, che si chiama la morte di San Giacomo; l’espressione fer giacum giacum, che nella località di Bravuogn significa ′morire′”. Il secondo fa discendere lo svolgimento dell’espressione da una onomatopea riproducente lo strascinamento dei piedi per stanchezza, trovando fondamento alla sua intuizione nei versi d’una frottola –a cui il titolo è Bisbidis a Messer Cane della Scala– di Immanuèl Romano –ossia Manoello Giudeo, il dotto ebreo contemporaneo dell’Alighieri–, collocabile intorno al 1315: Sentirai poi li giach Che fan quei pedach, giach giach giach giach giach quando gli odi andare. Con un tipico processo di razionalizzazione semantica, poi –che interviene quando “muta d’accento / e di pensiero” diventa una parola–, il giach imitativo s’è esteso in giacomo, e il significato idiomatico della locuzione avvía, dunque, una risalita metonimica, che dall’effetto –lo strascinar dei piedi– s’attesta all’origine di esso –il tremar delle gambe–. La Castellani Polidori rigetta entrambe le letture interpretative. Quest’ultima, perché liquida come frutto di fraintendimento il senso attribuito a quell’onomatopeico giach, che, da uno sguardo allargato ai versi a quella quartina precedenti e seguenti, si comprende, invece –come già aveva, nel 19682, commentato Maurizio Vitale–, riferirsi al calpestío “marziale e fragoroso di calzature ferrate”: nulla a che vedere, quindi, col senso stanco e vacillante, che si ode nel detto in questione. La prima viene respinta, perché l’espressione burlesca non conserva nulla –manco una traccia– della drammaticità della morte, dal cui tema antropologico il Lurati l’aveva fatta derivare; e il significato di ′morire′ dell’espressione parallela, che a Bravuogn si riscontra –ma ha soggetto, altro che le gambe–, ricondotto com’è alla sfera ludica dei fanciulli, togliendosi dal cerchio stretto e agonico dell’attimo ultimo, s’inscrive in quello largo della leggerezza e della spensieratezza. La studiosa sbroglia il groviglio interpretativo, riannodando i fili del detto all’accezione dell’omologo francese di giacomo –cioè, a jacques–, che, a partire dalla rivolta medievale del 1358 –la famosa jacquerie–, la supponenza degli aristocratici, discendendo lungo la scala –del tempo e dello “scherno”–, dall’indicare inizialmente il ′contadino′, attraverso il grado di ′semplicione′, passò a significare ′vigliacco′. Il vertice profondo dell’irrisione è presto raggiunto, se già in un testo del Cinquecento –registrato nel dictionnaire settecentesco (ma pubblicato al cominciar dell’ultimo quarto dell’Ottocento) di Jean-Baptiste de la Curne de Sainte-Palaye– con maschera cognominale –e con marcia inversa a quella deonomastica– una voce verbale disonorante accompagna lo jacques, già immaginato assicurato alla giustizia nella veste di pendart (il ′furfante da forca′): Jacques Deloges. La voce originaria è déloge, e, maiuscolandosi in cognome, si priva d’accento e si provvede di s, in maniera che meglio s’attagli –la maschera– e meglio combaci al viso, a nascondere “per l’occhio” –se non del tutto “all’orecchio”– un deridente ′Giacomo-scappa′. La liaison italo-franca si giustifica, già che sul versante cisalpino si rintracciano: Ciapo nel senso di ′contadino′ nel Tommaseo-Bellini –e si tratta dell’ipocoristico di Iacopo, del quale Giacomo è allotropo–; che in Toscana –Vocabolario maremmano di Mario Barberini– l’espressione, di cui si parla, trova varianti onomastici con Cecco e Gianni –l’uno, ′contadino′ e l’altro, ′persona stupida′–; l’estensione del modulo giacomo giacomo per là dove piú a lungo è stato il dominio francese –regioni dell’Alta Italia, Toscana, Napoli e Sicilia–. Vengono, poi, sgretolate le due piú facili obbiezioni, che a tale collegamento possono opporsi: la prima –e cioè, la diversità di senso tra i due detti, l’italico e il francese–, in quanto un originario significato traslato, che intendeva “molli” le gambe perché “scimunite” –da pari, che ne era la mente–, persane per strada la dinamicità, veniva immobilizzato a una piú immediatamente comprensibile stanchezza fisica; la seconda –e cioè, che l’espressione faire le jacques, differentemente dall’italiana, contiene l’articolo–, in quanto, almeno in un dialetto d’Italia, è possibile rinvenire un’equivalente struttura –fari lu iàcupu–, registrata nel Vocabolario siciliano di Giorgio Picciotto e Giovanni Tropea, che la preleva da un manoscritto adespoto inedito del sec. XVII –Vocabolario siciliano italiano di Antico Anonimo–, e da un altro manoscritto, pur esso inedito, del XVII e XVIII sec. –La Crusca della Trinacria. Vocabolario siciliano di Onofrio Malatesta–: lessici, entrambi del patrimonio documentale della Biblioteca Comunale di Palermo. Circa, infine, la connessa questione –avanzata da Lauraar71– che la locuzione si varî con diego diego, questo non è la banalizzazione del nome, che, originatosi da Dídaco, ha –come una tappa della sua evoluzione– un Diago; sí, invece, è –tale Diego– alterazione d’un altro Diago, evolutosi –questo– da Jago –ipocoristico iberico di Jacobus–. In Diego, dunque, agisce lo stesso Giacomo, che ha come falsificato i suoi dati anagrafici. E la falsificazione circola in Toscana: Pisa, Livorno, Pistoia, Grosseto, ma anche Arezzo, come fa sicura la Polidori il linguista Alberto Nocentini. A Siena, poi, si falsifica di piú, già che la voce suona con contadinesco tuono: ghiego. P. S.: torbida essendo l’acqua mia dell’impasto, temo d’aver coi gradi tolto e appianato pure lo spettro e i sapori del pane, che, cosí, ho fatto sciapo: ma integro si può gustare –e fragrante–, là in quella Casa del 2002.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 23/09/2004 alle 13.05.43

postato da: Sasso67 alle ore 17:56 | Permalink | commenti
categoria:varie, curiosità