giovedì, 16 ottobre 2008

Anastasia, mio fratello (Italia/RFT, 1973) di Steno. Con Alberto Sordi (Don Salvatore Anastasia), Richard Conte (Alberto Anastasia), Edoardo Fajeta (Sonny Boy).

Ennesima commediola che prevede una trasferta americana per Alberto Sordi, stavolta intabarrato nella tonaca da prete calabrese. Il sacerdote si reca a New York per incontrare un fratello emigrato tanti anni prima, che nel frattempo è diventato un boss della mafia, grazie all'organizzazione del sindacato dei lavoratori portuali. Abbandonata la tonaca per il clergyman, Don Salvatore cercherà di fare del bene al quartiere, senza rendersi conto che quanto ottiene l'ottiene grazie al potere mafioso del fratello. L'idea di partenza sarebbe anche buona, ispirandosi ad un fatto vero, narrato in un libro da un vero prete cui era capitata quest'avventura, ma forse sarebbe stato necessario un attore diverso da Sordi, che qui gigioneggia quanto mai e straparla (come il sacerdote del celebre episodio dell'ascensore in Quelle strane occasioni) con la sua calata romanesca che mal si adatta a un uomo che dovrebbe provenire dalla Calabria. Per di più, l'ambientazione è approssimativa (si dovrebbe essere nel 1949, ma New York somiglia troppo a quella degli anni Settanta) e qualche elemento troppo macchiettistico (come il cinesino e la sorella del prete veneto).

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venerdì, 10 ottobre 2008

Babbo bastardo (USA, 2003) di Terry Zwigoff. Con Billy Bob Thornton (Willie), Tony Cox (Marcus), Brett Kelly (Roger), Lauren Graham (Sue), Lauren Tom (Lois), Bernie Mac (Gin), John Ritter (Bob Chipesca).

Un film sul Natale che non è per bambini. Il personaggio del titolo non è babbo se non per forza, ma è piuttosto un alcolizzato e fallito apritore di cassaforti, in società con un nano di colore, che si propone come uno degli gnomi di Babbo Natale. La trovata è sicuramente originale ed anche l'interpretazione di Billy Bob Thornton è adeguata, ma il finale edificante sparge un bel po' di melassa su tutta l'operazione. Non male, comunque, l'idea di appioppare al personaggio principale due spalle comiche come il nano di colore ed il bambino ciccionissimo. Se mai Bukowski avesse scritto un racconto su Babbo Natale, probabilmente sarebbe stato più o meno così.

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domenica, 05 ottobre 2008

Un eroe dei nostri tempi (Italia, 1955) di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi (Alberto Menichetti), Franca Valeri (la dottoressa De Ritis), Giovanna Ralli (Marcella), Tina Pica (Clotilde), Mario Carotenuto (Gustavo), Leopoldo Trieste (Aurelio), Alberto Lattuada (il direttore), Carlo Pedersoli (Fernando), Pina Bottin (la segretaria), Lina Bonivento (la zia Giovanna), Mino Doro (il chirurgo, prof. Bracci), Paolo Ferrara (il commissario), Nino Vingelli (il brigadiere), Giulio Calì (l'uomo dei calzini).

Sebbene goda di scarsa fama, questo film è uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d'oro di Alberto Sordi. Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate naturalmente all'istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato da Sordi è l'ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell'italiano medio, stavolta nella persona di un meschinissimo impiegato di una ditta produttrice di cappelli, pronto a tradire tutti e tutto pur di salvare la propria pellaccia. Un Monicelli sulla via della propria maturità, ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di comprimari extralusso, dalla Valeri alla Ralli, da Carotenuto a Trieste, da un giovane ma già colossale Carlo Pedersoli (alias Bud Spencer) fino al regista Alberto Lattuada, nella parte del pignolissimo direttore dell'azienda. La battuta finale ("posso andare? ci sarà pericolo?"), pronunciata da un Sordi appena arruolatosi nella Celere, è diventata quasi proverbiale.

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domenica, 05 ottobre 2008

L'arte di arrangiarsi (Italia, 1954) di Luigi Zampa. Con Alberto Sordi (Rosario Scimoni, detto Sasà), Marco Guglielmi (l'avv. Giardini), Franco Coop (lo zio sindaco), Luisa Della Noce (Paola), Franco Jamonte (Pizzarro), Elena Gini (Mariuccia Giardini), Elli Parvo (Emma), Armenia Balducci (Lilli De Angelis), Carletto Sposito (il duca di Lanocita), Gianni Di Benedetto (l'on. Toscano), Antonio Acqua (l'ing. Casamottola), Gino Buzzanca (il barone Maffei), Gino Baghetti (il marchese), Fernando Cerulli (Borrelli).

Una delle saghe zampasordiane sul trasformismo tutto italico di chi vuole rimanere sempre a galla, affidandosi ogni volta a qualcosa che pare vincente e poi al contrario di quel qualcosa, quando esso si sia rivelato perdente. Questo Sasà è un personaggio squallido, come ce ne sono tanti, che emergono soprattutto durante i periodi di crisi (nel film la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale) per saltare sul carro dei vincitori. Di recente abbiamo assistito ad un fenomeno analogo - e questo testimonia della sempiterna attualità del film di Zampa - durante il periodo di Mani Pulite e dell'emergere di fenomeni politici pseudonuovi come Forza Italia. Mi viene da pensare ad un signore corpulento, con la barba ed i capelli rossicci e bisunti che anni fa fu comunista, poi socialista, confidente della c.i.a., forzitalista, ed oggi fa il cattolico integralista, ma meriterebbe, come il protagonista dell'Arte di arrangiarsi, di finire a fare il piazzista di lamette da barba.

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giovedì, 28 agosto 2008

Ricordati di me (Italia, 2003) di Gabriele Muccino. Con Fabrizio Bentivoglio (Carlo Ristuccia), Laura Morante (Giulia), Nicoletta Romanoff (Valentina Ristuccia), Silvio Muccino (Paolo Ristuccia), Monica Bellucci (Alessia), Gabriele Lavia (Alfredo), Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Silvia Cohen (Elena), Pietro Taricone (Paolo Tucci), Alberto Gimignani (Riccardo), Amanda Sandrelli (Louise), Blas Roca Rey (Matt), Giulia Michelini (Ilaria), Andrea Roncato (Luigi), Maria Chiara Augenti (Anna Pezzi).

Epigono della commedia all'italiana, alla quale vorrebbe aggiungere (forse) un "retrogusto" amarognolo, senza riuscirci, Ricordati di me (ennesimo titolo mutuato da una canzone di Venditti) è il simbolo del cinema italiano agli inizi degli anni Duemila: falso e vuoto come i personaggi deteriori il cui comportamento finge di denunciare, salvo perdonarli tutti in un grande volemosebbene finale, dove tutti tornano, più maturi e consapevoli, al proprio posto. Da antologia dell'antisceneggiatura l'espediente dell'investimento automobilistico e tutte le assurde conseguenze che ne derivano. A parte l'aspetto economico, continua a rimanere misterioso perché attori seri come Bentivoglio e la Morante (il migliore è senza dubbio Lavia) si buttino via in film di questo tipo (forse perché il cinema italiano non offriva loro niente di meglio?). Muccino senior si conferma bravissimo nel dirigere il niente e vola meritatamente a Hollywood. Speriamo che ci resti a lungo.

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venerdì, 15 agosto 2008

Scusate il ritardo (Italia, 1983) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi (Vincenzo Rocco), Giuliana De Sio (Anna), Lello Arena (Tonino), Lina Polito (Patrizia Rocco), Francesco Acampora (Alfredo Rocco), Olimpia Di Maio (la mamma), Nicola Esposito (il professore), Luigi Uzzo (il ferroviere).

Quando uscì il secondo film di Troisi regista, dopo gli entusiasmi suscitati da Ricomincio da tre, qualcuno storse un po' il naso. Questo Scusate il ritardo, invece, è da rivalutare ampiamente. All'epoca della sua uscita, vidi il film al cinema, ma ricordo che non riuscii a capire molto, nel senso che mi sfuggiva sia gran parte del parlato partenopeo di Troisi sia il senso di molti dei suoi sproloqui. E' un film scritto bene (da Troisi e Anna Pavignano), ben recitato - oltre che dal protagonista anche da Giuliana De Sio e Lello Arena - con una regia discreta, che conosce i propri limiti e non cerca mai di strafare. Naturalmente il limite del film è quello di essere tutto al servizio del "nuovo comico", però, in questo caso, ben venga, perché Troisi scrive almeno cinque o sei scenette notevolissime (tra le quali la telefonata, il regalo alla mamma, la Madonnina che piange, gli sfoghi di Tonino, quella del "ti faccio mangiare da zio Vincenzo"), ma anche perché riesce a far trasparire, tra gli sproloqui logorroici del protagonista e i suoi silenzi imbarazzati, l'incapacità di comunicare, propria di un'intera generazione, come e forse meglio che in molti film di Antonioni. Direi che forse è proprio un film come questo, molto più che il celebrato (e sopravvalutato) Postino, a testimoniare il genio di Massimo Troisi.

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mercoledì, 06 agosto 2008

Consiglio di famiglia (Francia, 1986) di Constantin Costa-Gavras. Con Johnny Hallyday (il padre), Fanny Ardant (la madre), Guy Marchand (Maximilien Faucon), Laurent Romor (François bambino), Rémi Martin (Franòois ragazzo), Juliette Rennes (Martine bambina), Caroline Pochon (Martine ragazza), Ann-Gisel Glass (Sophie), Fabrice Luchini (l'avvocato balordo), Julien Bertheau (il proprietario rapinato), Patrick Bauchau (Octave, il fratello della madre), Anne Macina (Monique).

L'ottimo regista greco Costa-Gavras, autore di ammirevoli film impegnati sui fronti più diversi (dai colonnelli greci ai comunisti cecoslovacchi, dagli intrighi della CIA in Cile ai razzisti made in USA, dagli ex boia nazisti alle omertose gerarchie vaticane ai tempi dell'olocausto), prova con la commedia e rimedia un sonoro fiasco. La storia di questa famiglia borghese di scassinatori, in cui alla fine l'erede maschio dirazza per amore, sta in piedi a malapena, ma non cammina. La colpa è di una sceneggiatura che non sa dove andare a parare, ma anche del regista, che non avrebbe dovuto accettare di girare un film così lontano dalle sue corde. La trama cerca qualche colpo ad effetto, sfiora un paio di volte la comica alla Stanlio e Ollio, tocca di sfuggita il noir, la parodia del film di mafia (il ritorno del padre e Faucon dagli States dove si sono americanizzati), lo psicodramma familiare (l'incontro con il fratello della madre), ma non approfondisce niente, lasciando tutti gli spettatori a bocca asciutta. La colpa, poi, è anche del legnoso Hallyday, incapace di qualsiasi espressione facciale, mentre i veri attori del cast, a cominciare da Fanny Ardant, sono utilizzati poco e male. I primi a dover evitare questo film sono proprio i fan di Costa-Gavras.

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mercoledì, 06 agosto 2008

Una perfetta coppia di svitati (USA, 1986) di Peter Hyams. Con Billy Crystal (Danny Costanzo), Greg Hines (Ray Hughes), Darlanne Fluegel (Anna Costanzo), Dan Hedaya (il capitano Logan), Joe Pantoliano (snake), Steven Bauer (detective Frank Sigliano), Jon Gries (detective Tony Montoya), Jimmy smits (Julio Gonzales), Tracy Reed (Maryann), Natividad Ríos Kearsley (la donna nuda).

Due poliziotti anticonformisti, un italoamericano e un nero, danno la caccia ad un narcotrafficante di origini sudamericane.

Sulla scia di film come 48 ore (dove però non si trattava di due poliziotti, bensì di un poliziotto e di un galeotto) e prima di Arma letale (1987), una commedia poliziesca ben recitata e dove ai mille stereotipi il regista Hyams riesce a mettere qualcosellina di suo. C'è una bella scena di inseguimento in auto sulle rotaie della metropolitana e, in più, i duetti tra i due protagonisti funzionano a meraviglia. Raramente Chicago è stata fotografata così bene. Siamo comunque nella convenzione poliziesca hollywoodiana e non ci si deve asepttare chissà quali svolazzi. In Una perfetta coppia di svitati c'è, comunque, una libertà espressiva di cui si avverte la mancanza nella maggior parte dei prodotti odierni, che sembrano fatti con lo stampino.

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domenica, 22 giugno 2008

Tutti a casa (Italia/Francia, 1960) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi (il sottotenente Alberto Innocenzi), Serge Reggiani (il geniere Assunto Ceccarelli), Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).

Lo sbandamento di un battaglione dell'esercito italiano dopo l'8 settembre 1943.

Uno dei migliori film degli annni Sessanta, da vedere e rivedere, grazie ad una serie di situazioni buffe e drammatiche, di personaggi indimenticabili, di battute da mandare a memoria. Stupendi i duetti tra due grandissimi attori, come Sordi e Reggiani. Il giovanissimo Castelnuovo fa la corte alla ragazza ebrea Carla Gravina, dicendole «non siamo tutti cristiani alla fine?».

Il film fu girato, almeno parzialmente, tra le macerie degli edifici bombardati di Livorno.

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mercoledì, 11 giugno 2008

La cosa (Italia, 1990) di Nanni Moretti.

Il dibattito nelle sezioni comuniste di mezza Italia, alla vigilia dello scioglimento del Partito Comunista Italiano, verso una formazione che ancora non si capiva che cosa sarebbe stata.

Intelligente operazione di Moretti, girata durante i giorni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, che solo formalmente può definirsi un documentario. Dalla Sicilia a Genova, poi a Bologna, a Napoli, a Torino, a Milano, a Firenze a Roma Testaccio, si sviluppa la discussione, tra chi chiede appassionatamente di non abbandonare la falce e martello o la denominazione di comunisti e chi ricorda che ormai da decenni non si è altro che socialdemocratici. Parlano gli ex partigiani, iscritti dai tempi della guerra, ma anche chi si è iscritto solo da pochi mesi. Alcuni rappresentano uno spaesamento personale e politico, mentre altri sono più consapevoli delle proprie idee. Altri ritengono necessario lo svecchiamento per rendere possibile un'alleanza con le forze progressiste del socialismo e del cattolicesimo italiano, mentre altri, scetticamente, ritengono che quest'alleanza non sarà mai realmente possibile. Fino al gran finale nella sezione testaccina, dove un militante relativamente giovane fa un discorso del quale non è che si capisca granché, ma risulta teneramente buffo. Credo che Moretti, pur  soffrendo, si sia divertito a girare questo film (è lui stesso che lo chiama così, nelle note di chiusura), anche perché rappresenta una sorta di compendio iperneorealista di quanto aveva mostrato qualche mese prima in Palombella rossa: al di là degli orpelli pallanuotistici e delle reminiscenze zivaghiane, la realtà è quella del "cosa significa essere comunisti oggi?" (o del non esserlo più), dell'essere diversi, ma uguali.

La cosa non è mai stato proiettato in una sala cinamatografica, ma andò in onda il 16 marzo 1990, alla vigilia del congresso del PCI che decretò lo scioglimento del partito. "Tra cinema e TV La cosa è comunque «film» che all'interno mette in rilievo il più classico, appunto, degli specifici filmici, il montaggio. Un montaggio irriducibile al palinsesto per il divieto di finire «blobbizzato»: un film-cellula, politicamente e in accezione videobiologica." (Flavio De Bernardinis, Il Castoro)

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categoria:politica, cinema, commedia, documentario