Anastasia, mio fratello (Italia/RFT, 1973) di Steno. Con Alberto Sordi (Don Salvatore Anastasia), Richard Conte (Alberto Anastasia), Edoardo Fajeta (Sonny Boy).
Ennesima commediola che prevede una trasferta americana per Alberto Sordi, stavolta intabarrato nella tonaca da prete calabrese. Il sacerdote si reca a New York per incontrare un fratello emigrato tanti anni prima, che nel frattempo è diventato un boss della mafia, grazie all'organizzazione del sindacato dei lavoratori portuali. Abbandonata la tonaca per il clergyman, Don Salvatore cercherà di fare del bene al quartiere, senza rendersi conto che quanto ottiene l'ottiene grazie al potere mafioso del fratello. L'idea di partenza sarebbe anche buona, ispirandosi ad un fatto vero, narrato in un libro da un vero prete cui era capitata quest'avventura, ma forse sarebbe stato necessario un attore diverso da Sordi, che qui gigioneggia quanto mai e straparla (come il sacerdote del celebre episodio dell'ascensore in Quelle strane occasioni) con la sua calata romanesca che mal si adatta a un uomo che dovrebbe provenire dalla Calabria. Per di più, l'ambientazione è approssimativa (si dovrebbe essere nel 1949, ma New York somiglia troppo a quella degli anni Settanta) e qualche elemento troppo macchiettistico (come il cinesino e la sorella del prete veneto).


(Marcella), Tina Pica (Clotilde), Mario Carotenuto (Gustavo), Leopoldo Trieste (Aurelio), Alberto Lattuada (il direttore), Carlo Pedersoli (Fernando), Pina Bottin (la segretaria), Lina Bonivento (la zia Giovanna), Mino Doro (il chirurgo, prof. Bracci), Paolo Ferrara (il commissario), Nino Vingelli (il brigadiere), Giulio Calì (l'uomo dei calzini).
Elli Parvo (Emma), Armenia Balducci (Lilli De Angelis), Carletto Sposito (il duca di Lanocita), Gianni Di Benedetto (l'on. Toscano), Antonio Acqua (l'ing. Casamottola), Gino Buzzanca (il barone Maffei), Gino Baghetti (il marchese), Fernando Cerulli (Borrelli).
Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Silvia Cohen (Elena), Pietro Taricone (Paolo Tucci), Alberto Gimignani (Riccardo), Amanda Sandrelli (Louise), Blas Roca Rey (Matt), Giulia Michelini (Ilaria), Andrea Roncato (Luigi), Maria Chiara Augenti (Anna Pezzi).
Quando uscì il secondo film di Troisi regista, dopo gli entusiasmi suscitati da Ricomincio da tre, qualcuno storse un po' il naso. Questo Scusate il ritardo, invece, è da rivalutare ampiamente. All'epoca della sua uscita, vidi il film al cinema, ma ricordo che non riuscii a capire molto, nel senso che mi sfuggiva sia gran parte del parlato partenopeo di Troisi sia il senso di molti dei suoi sproloqui. E' un film scritto bene (da Troisi e Anna Pavignano), ben recitato - oltre che dal protagonista anche da Giuliana De Sio e Lello Arena - con una regia discreta, che conosce i propri limiti e non cerca mai di strafare. Naturalmente il limite del film è quello di essere tutto al servizio del "nuovo comico", però, in questo caso, ben venga, perché Troisi scrive almeno cinque o sei scenette notevolissime (tra le quali la telefonata, il regalo alla mamma, la Madonnina che piange, gli sfoghi di Tonino, quella del "ti faccio mangiare da zio Vincenzo"), ma anche perché riesce a far trasparire, tra gli sproloqui logorroici del protagonista e i suoi silenzi imbarazzati, l'incapacità di comunicare, propria di un'intera generazione, come e forse meglio che in molti film di Antonioni. Direi che forse è proprio un film come questo, molto più che il celebrato (e sopravvalutato) Postino, a testimoniare il genio di Massimo Troisi.
L'ottimo regista greco Costa-Gavras, autore di ammirevoli film impegnati sui fronti più diversi (dai colonnelli greci ai comunisti cecoslovacchi, dagli intrighi della CIA in Cile ai razzisti made in USA, dagli ex boia nazisti alle omertose gerarchie vaticane ai tempi dell'olocausto), prova con la commedia e rimedia un sonoro fiasco. La storia di questa famiglia borghese di scassinatori, in cui alla fine l'erede maschio dirazza per amore, sta in piedi a malapena, ma non cammina. La colpa è di una sceneggiatura che non sa dove andare a parare, ma anche del regista, che non avrebbe dovuto accettare di girare un film così lontano dalle sue corde. La trama cerca qualche colpo ad effetto, sfiora un paio di volte la comica alla Stanlio e Ollio, tocca di sfuggita il noir, la parodia del film di mafia (il ritorno del padre e Faucon dagli States dove si sono americanizzati), lo psicodramma familiare (l'incontro con il fratello della madre), ma non approfondisce niente, lasciando tutti gli spettatori a bocca asciutta. La colpa, poi, è anche del legnoso Hallyday, incapace di qualsiasi espressione facciale, mentre i veri attori del cast, a cominciare da Fanny Ardant, sono utilizzati poco e male. I primi a dover evitare questo film sono proprio i fan di Costa-Gavras.
Due poliziotti anticonformisti, un italoamericano e un nero, danno la caccia ad un narcotrafficante di origini sudamericane.
Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).
Intelligente operazione di Moretti, girata durante i giorni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, che solo formalmente può definirsi un documentario. Dalla Sicilia a Genova, poi a Bologna, a Napoli, a Torino, a Milano, a Firenze a Roma Testaccio, si sviluppa la discussione, tra chi chiede appassionatamente di non abbandonare la falce e martello o la denominazione di comunisti e chi ricorda che ormai da decenni non si è altro che socialdemocratici. Parlano gli ex partigiani, iscritti dai tempi della guerra, ma anche chi si è iscritto solo da pochi mesi. Alcuni rappresentano uno spaesamento personale e politico, mentre altri sono più consapevoli delle proprie idee. Altri ritengono necessario lo svecchiamento per rendere possibile un'alleanza con le forze progressiste del socialismo e del cattolicesimo italiano, mentre altri, scetticamente, ritengono che quest'alleanza non sarà mai realmente possibile. Fino al gran finale nella sezione testaccina, dove un militante relativamente giovane fa un discorso del quale non è che si capisca granché, ma risulta teneramente buffo. Credo che Moretti, pur soffrendo, si sia divertito a girare questo film (è lui stesso che lo chiama così, nelle note di chiusura), anche perché rappresenta una sorta di compendio iperneorealista di quanto aveva mostrato qualche mese prima in Palombella rossa: al di là degli orpelli pallanuotistici e delle reminiscenze zivaghiane, la realtà è quella del "cosa significa essere comunisti oggi?" (o del non esserlo più), dell'essere diversi, ma uguali.