martedì, 07 luglio 2009

Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.

«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)

Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.

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categoria:libri, comicità
venerdì, 24 ottobre 2008

Uno contro l'altro... praticamente amici (Italia, 1981) di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto (Franco Colombo), Tomas Milian (Quinto Cecioni, detto "er Monnezza"), Anna Maria Rizzoli (Silvana), Anna Cardini (Ines), Riccardo Billi (il nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).

Un Pozzetto catatonico e un Tomas Milian che urla sempre, anche quando parla con un interlocutore a due centimetri, sono o dovrebbero essere i motivi d'attrazione di questo film, che avrebbe l'ambizione di abbinare la comicità surreale e lumbàrd di Pozzetto e quella caciarona e romanesca di Milian. Come a volte accade per i piatti cosiddetti "mare e monti", la pietanza risulta indigesta, oltre che sciapita. Non valgono a rallegrare la situazione la particina affidata a Bombolo (retrocesso da Venticello a Capoccione) né quella di rimbambito cui veniva condannato il povero Riccardo Billi negli ultimi anni della sua carriera. E non parliamo del trito e tristissimo spogliarello della Rizzoli. Becero e dimenticabilissimo sottoprodotto della commediaccia all'amatriciana con spolverata di grana padano rancido.

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categoria:cinema, comicità
domenica, 19 ottobre 2008
W la foca (Italia, 1982) di Nando Cicero. Con Lory Del Santo (Andrea), Bombolo (il dottor Patacchiola), Dagmar Lassander (la moglie del dottor Patacchiola), Michela Miti (Marisa), Riccardo Billi (il nonno), Fabio Grossi (il figlio del dottor Patacchiola), Victor Cavallo (l’imbianchino), Franco Bracardi (il barbone), Alfredo Adami (un paziente), Vincenzo Andronico (il maniaco), Giovanni Attanasio (il portinaio), Martufello (l’impiegato comunale), Angelo Pellegrino (il maestro), Moana Pozzi (la passeggera del treno), Carmine Faraco (l’amico di Marisa).
Lory Del Santo scende la scalinata di Trinità de' Monti e chiama un taxi; un signore si ferma con la macchina e le domanda "come, non sa che oggi c'è sciopero dei taxi?"; nel frattempo intorno sfrecciano taxi da tutte le parti. Questo soltanto per far capire il livello di professionalità dell'operazione. Si tratta, in realtà, di un ennesimo film - barzelletta, appena più divertente di quelli basati su Pierino. L'unico motivo di preferenza per questo film, rispetto ai Pierini, è la presenza di Bombolo al posto di Alvaro Vitali. Quando è in scena il buffo caratterista romano, il film si risolleva un po', mentre per tutto il resto siamo nei bassifondi della serie zeta. W la foca è talmente trash che qualcuno ha pensato di rivalutarlo sostenendo che confina con il sublime. Alla fine di tutto il discorso, però, non si può che provare pena per molti attori che si sono ridotti a fare film come questo, e tra questi mettono tristezza l'ormai anziano Riccardo Billi e la povera foca. Che filmaccio... e chi lo vuole rivalutare, che Dio lo maledOca!
 
Breaking News (Hong Kong/Cina, 2004) di Johnny To. Con Richie Ren (Yuen), Kelly Chen (tenente Rebecca Fong), Nick Cheung (l’ispettore Cheung), Maggie Siu (Grace Chow).
Apprezzabile variante al solito poliziesco adrenalinico di stampo hongkonghese, con l'introduzione dell'incultura dell'immagine all'interno della polizia. Una tenentina del reparto antimafia della polizia di Hong Kong, che pare uscita da un corso di marketing della Fininvest, decide che non solo si deve acchiappare una pericolosa banda di delinquenti che s'è asserragliata in un grattacielo alveare, ma si deve mostrare tutta l'operazione alla cittadinanza, con tanto di musica trionfalistica di sottofondo e tagliando le immagini laddove è necessario. Stranamente i vertici della polizia le danno carta bianca. Ma la poliziotta dimostrerà un coraggio da leone, senza tuttavia perdere lucidità anche nei momenti più drammatici. Tutto è girato benissimo da Johnny To, con movimenti di macchina (spesso a mano) frenentici, tanto da stordire lo spettatore, il quale talvolta si perde e non capisce se è morto un poliziotto, un bandito o un ostaggio, se è scoppiata una bomba a mano o una bombola del gas e così via. Ma la cosa che più lascia perplessi è la psicologia di questi personaggi, che il regista non si preoccupa minimamente di sgrossare. Una volta si sarebbe detto "tagliata con l'accetta", presupponendo quanto meno un lavoro artigianale. I protagonisti di Breaking News sembrano piuttosto, sia psicologicamente che fisicamente, i personaggi di un videogame.
La sbornia (USA, 1930) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Anita Garvin (la moglie di Stanlio).
Una scenaDivertentissimo cortometraggio (dura non più di una ventina di minuti), nel quale Stanlio ed Ollio organizzano una messinscena nei confronti della moglie del primo, per poter uscire ed andare a sbronzarsi in un night club. Essendo nel periodo del proibizionismo, l'alcol se lo dovranno portare, di nascosto, da casa. Ma la signora Laurel ha sentito tutto al telefono e prima sostituisce il contenuto della bottiglia con del tè, poi, compratasi un fucile, segue i due al night club. La parte più divertente è quando, al tavolo del locale, i due amici riescono ugualmente a sbronzarsi, nonostante che stiano bevendo soltanto del tè con il seltz. E c'è una scena irresistibile - ripresa poi anche nel più celebre lungometraggio Fra' Diavolo - in cui i due buffoni cominciano, senza motivo, a ridere, in maniera assolutamente contagiosa.
Marinai a terra (USA, 1928) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Thelma Hill (la ragazza mora), Ruby Blaine (la ragazza bionda).
Due marinai noleggiano un'auto ed invitano due ragazze a fare un giro. Ad un blocco stradale per lavori in corso, i due creeranno un ingorgo e poi una colossale rissa tra automobilisti. Il cortometraggio comincia bene, con la divertentissima scena del distributore di chewing gum (grandissima la performance di Stanley), ma poi si perde nella seconda parte, nella quale la megarissa tra automobilisti usa la tecnica dell'accumulo, coinvolgendo negli scontri un numero sempre maggiore di persone: i meccanismi sono oliati a regola d'arte, ma tutto l'insieme non ha la scintilla della genialità che è invece riscontrabile in altre prove della inestimabile coppia.
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lunedì, 13 ottobre 2008

Enrico Giacovelli, Non ci resta che ridere, Lindau, 1999, pp. 197, € 12,39.

Il sottotitolo dice tutto: Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti a Pieraccioni e Virzì (ordine cronologico), da Abbasso la miseria! fino a Zitti e mosca (ordine alfabetico). Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.

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lunedì, 13 ottobre 2008

Accadde al penitenziario (Italia, 1955) di Giorgio Bianchi. Con Aldo Fabrizi (l'agente Cesare Cantelli), Alberto Sordi (Giulio Parmitoni), Walter Chiari (Walter Polacchi), Mara Berni (la truffatrice), Peppino De Filippo (Peppino), Mario Riva (il detenuto n. 77), Riccardo Billi (il detenuto n. 969), Nino Besozzi il prof. Zaccanti), Carlo Romano (il capo delle guardie), Natale Cirino (il detennuto n. 49), Ignazio Balsamo (il detenuto mafioso), Turi Pandolfini (il detenuto che vuole il gatto).

Collage di barzellette carcerarie che, quanto a valore filmico, è prossimo allo zero. Alcune scenette sono però spassose, soprattutto quelle che vedono protagonista Peppino De Filippo e la coppia Billi e Riva. Aldo Fabrizi, checché ne dicano i critici di FilmTV, è sottotono e non funzionano mai le sue gag con il capo delle guardie Carlo Romano. Walter Chiari è sottoutilizzato, nella parte di uno sprovveduto gioielliere, e le scene con lui protagonista sono le più deboli del film, sebbene si salvi il duetto con il medico interpretato da Nino Besozzi. Il numero di Sordi funziona, anche se per un attore della sua caratura, recitare il ruolo di un ubriaco è come rubare le caramelle a un bambino; per di più il suo personaggio c'entra come i cavoli a merenda. Il filo conduttore del film (un quaderno su cui i carcerati raccontano la propria esperienza) è debole, ed inusitato è il finale al sapor di melassa e appiccicato con lo sputo.

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mercoledì, 24 settembre 2008

Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia (Italia, 1974) di Luca Davan [Mario Forges Davanzati]. Con Lino Banfi (Pasquale Zagaria), Francesca Romana Coluzzi (Pupetta), Aldo Giuffrè (Zoppas), Rosario Borelli (il commissario), Francesco Ager (il biondo che pedina), Sal Borgese (un sicario di Zoppas), Alfonso Tomas (il cervello elettronico), Gabriella Andreini (un'amante di Zoppas), Ines Pellegrini (Aida), Luca Sportelli (il contadino), Renzo Marignano (il sottosegretario), Alessandro Perrella (il secondo sicario di Zoppas), Mauro Vestri (il barista).

L'unica cosa divertente (si fa per dire) è il titolo di questo film, che doveva costituire il trampolino di lancio per Lino Banfi. Questi, infatti, si mette completamente in gioco, addirittura esponendosi con il proprio nome anagrafico. Il buon Lino ce la mette davvero tutta: accenna perfino uno "striptìsolo" a beneficio di una mantide messagli alle costole dal malvivente Zoppas. Purtroppo nel film non funziona niente: né BanfiGiuffrè né la Coluzzi e tantomeno la coppia di criminali maldestri, formata da Sal Borgese e Alessandro Perrella, fanno mai ridere. E non risulta divertente neanche il mattocchio Alfonso Tomas, qui nella parte del "cervello elettronico". L'unica cosa (involontariamente) comica, scaturita da questo film, è la recensione di Mereghetti, il quale, nonostante l'evidenza del titolo, scrive: «...un maldestro carabiniere (Banfi) è degradato dopo ogni impresa, fino ad essere espulso dall'Arma». Poteva essere il caso di vedere il film, prima di recensirlo.

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domenica, 21 settembre 2008

Ultimo tango a Zagarol (Italia, 1973) di Nando Cicero. Con Franco Franchi (Franco), Martine Beswick (la ragazza), Gina Rovere (Margherita, la moglie di Franco), Nicola Arigliano (Marcello, l'inquilino particolare), Franca Valeri (la regista impegnata), Ugo Fangareggi (il cameraman), Jimmy il Fenomeno (un cliente dell'albergo), Loredana Mongardini (Maria), Nerina Montagnani (la custode della toilette), Luciano Bonanni (il vigile).

Parlando degli albori del cinema comico italiano, Enrico Giacovelli scrive (in Non ci resta che ridere. Una storia del cinema comico italiano, Lindau, 1999) che i film comici «parlano di cose vere e concrete, che esistono senz'altro, come le torte in faccia e le cadute dalle scale». Ciò vale anche per Ultimo tango a Zagarol: così come Ultimo tango a Parigi (del quale, a mio parere, si sarebbe parlato molto meno negli ultimi anni, se non fosse stato per le note vicende censorie e giudiziarie) lasciava trasparire le tematiche della solitudine, dell'incapacità a comunicare tra i sessi, del male di vivere, la tematica del film di Nando Cicero è sostanzialmente una, che più concreta non si può: la fame. Franco ha semplicemente fame, prima di tutto di cibo, che quasi non si regge in piedi, e poi di sesso e d'affetto. E la parodia di Ultimo tango a Parigi non poteva che essere così, tutta basata sugli appetiti "materiali" del protagonista, il quale, grazie all'incontro con la bella sconosciuta, riesce a saziare il proprio bisogno d'amore carnale, ma non riuscirà a mangiare finché non l'avrà immobilizzata e non riuscirà a dormire su un vero materasso se non dopo che la ragazza se n'è andata dalla sua vita. Perfino i ragazzini poveri non possono fare altro che immaginarsi, nei loro giochi, di essere bambini ricchi, fingendo di fare la cacca, appunto, come bambini ricchi, che hanno fatto un lauto pasto da digerire. Franco, peraltro, una volta fuggito dall'alberghetto - lager della moglie, si guadagna da vivere facendo l'attore per una regista intellettuale che finge di girare film verità, nei quali Franco deve recitare i più svariati personaggi e, alla fine, la regista lo farà aggredire da animali feroci (una volta un molosso e un'altra addirittura un coccodrillo che lo fa fuggire a nuoto nelle acque fetide del Tevere), con effetti da comica finale, che è ciò di cui parlava il Giacovelli citato all'inizio di questo commento.

La mia impressione è che chi ha fatto un culto di questo film dovrebbe dirigere le proprie attenzioni su ben altri oggetti cinematografici. Anche perché sul film di Cicero si riverbera la noia, che era elemento, forse programmatico, del film di Bertolucci. E tuttavia va detto che Franco Franchi che si aggira per Roma col cappotto di cammello che aveva caratterizzato Marlon Brando produce effetti oggettivamente comici, così come alcune mimiche che riportano all'interpretazione enigmatica dell'attore americano. Riusciti anche i duetti tra il protagonista e un divertente Nicola Arigliano.

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martedì, 02 settembre 2008

Anni 90 - Parte II (Italia, 1993) di Enrico Oldoini. Con Massimo Boldi, Christian De Sica, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Nadia Rinaldi, Carol Alt, Ugo Conti, Tano Cimarosa, Alberto Castagna, Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Francesco Scali, Anna Falchi, Silvio Spaccesi, Barbara Marciano, Maurizio Prollo, Carola Stagnaro, Salvatore Termini.

Indubbiamente migliore del capitolo precedente, anche perché farlo peggiore sarebbe stata un'impresa non da poco. Si nota comunque una maggiore cura in sede di sceneggiatura, con episodi più lunghi e articolati. Certo, non è che tutto funzioni come in un meccanismo ad orologeria svizzero - gli episodi che vedono protagonista Benigno e gli ex ragazzi fuori sono poco riusciti - però se tutto il film si fosse mantenuto sul livello del primo episodio, quello con Frassica protagonista, saremmo di fronte ad una sorta di resurrezione della commedia totoesca ai suoi più alti livelli. Credo che nel segmento Il pentito, il comico siciliano abbia dato forse la sua interpretazione cinematografica più riuscita: il duetto con Boldi giudice d'assalto merita un posticino nell'antologia del cinema comico italiano. E proprio Boldi è il secondo elemento funzionante del film: non tutto quello che dice o fa è da contorcersi dalle risate, ma spoecialmente nell'ultimo episodio ha due o tre buoni numeri. Il resto è da buttare. Christian De Sica gigioneggia insopportabilmente e le sue macchiette sono ormai desuete e petulanti (Don Buro non si regge proprio), mentre Andrea Roncato si rivela incapace di reggere ruoli di un qualche minimo spessore: in un paio di episodi Oldoini cerca di trasformarlo in ciò che fu Gianni Agus per il Fracchia di Villaggio, ma i tentativi vanno a vuoto. Quanto alle donne, hanno ruoli secondari e si può tranquillamente sorvolare sulla loro presenza, specialmente su quella di Carol Alt, insignificante bellezza simbolo dei nostri (?) anni Ottanta.

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categoria:cinema, comicità
lunedì, 18 agosto 2008
Per la serie "Lei è un cretino, s'informi!"...
#1   17 Agosto 2008 - 00:04
 
Non capisci un cazzo di cinema, rassegnati.
    utente anonimo

#2   17 Agosto 2008 - 12:57
 
Hahaha bellissimo... Complimenti anche per la firma.
      Sasso67

#3   18 Agosto 2008 - 10:10
 
No no, non c'è proprio nulla da ridere. Se consideri il tempo che dedichi al cinema, in rapporto alla qualità dei tuoi scritti (privi di qualsiasi spunto originale, non risaputo e vagamente interessante) il risultato è fallimentare. Lo dico per il tuo bene. Spesso mi capita di leggere blog idioti, ma qui c'è pure del sottile snobismo ad aggravare il tutto.

Sei ancora in tempo a dare un senso alle cose, sappilo.

Federico P.
    utente anonimo

#4   18 Agosto 2008 - 20:04
 
Sei stupendo, ti prego continua a scrivere, perché tu stai dando un senso ai miei commenti, con la tua idiozia che spero per te sia senile.
Sasso67
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categoria:comicità
venerdì, 08 agosto 2008

Una moglie bellissima (Italia, 2007) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Mariano), Laura Torrisi (Miranda), Gabriel Garko (Andrea), Massimo Ceccherini (Baccano), Rocco Papaleo (Pomodoro), Francesco Guccini (il regista), Tony Sperandeo (Don Pierino), Alessandro Paci (Acciarito), Carlo Pistarino (agente immobiliare), Luis Molteni (direttore della rivista), Roberto Posse (il monsignore), Giorgio Ariani (l'onorevole), Niki Giustini (l'aiutante del monsignore), Chiara Francini (Giustina).

Questa volta Pieraccioni e Veronesi si sforzano di partorire un copione un po' più sostanzioso rispetto alle ultime, infelici, uscite cinematografiche. Non è un caso, infatti, che il protagonista faccia di mestiere l'ortolano, come dire: ragazzi, siamo alla frutta. Ed in effetti l'idea di partenza non sarebbe malaccio, ma è piccola piccola, tanto da costringere gli sceneggiatori ad allungare il brodo di una storiellina coniugale di corna, con personaggi incongrui e fuori contesto, come il prete depresso, o a riempire le scene di tanti elementi colorati, come i salami in una vignetta di Jacovitti: Ceccherini con figlio obeso e moglie napoletana, Papaleo cantante fallito (ma Pieraccioni pensa davvero di far ridere con le parrucche travoltine?), Guccini (ma chi glielo fa fare?) regista per il musical Grease, il redivivo Giorgio Ariani nei panni di un parlamentare che, forse per la parlata, ricorda da vicino il ministro Matteoli. Poi ci si mette l'ormai insopportabile logorrea del regista-protagonista, che non si cheta mai un attimo, né in Italia né alle Seychelles (tanto che quando Miranda lo lascia si tira un sospiro di sollievo), dove raggiunge anche qualche nota di vago razzismo. Su tutto brilla la bellezza di Laura Torrisi e Gabriel Garko. Forse il personaggio di quest'ultimo, ispirato alla figura di Fabrizio Corona, è quello più interessante, ed anche l'attore non è poi così male. La scena in chiesa di fornte ai due inviati della curia non c'entra proprio niente con il resto del film. E non fa né piangere né ridere, come tutto l'insieme, del resto. Quando si deciderà Pieraccioni a crescere e a fare un film degno di questo nome, anziché sperare ogni anno di continuare a mungere gli italiani che vanno al cinema a sentirlo dire le sue ripetitive bischerate?

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categoria:cinema, comicitÃ