Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)
Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.

nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).
Michela Miti (Marisa), Riccardo Billi (il nonno), Fabio Grossi (il figlio del dottor Patacchiola), Victor Cavallo (l’imbianchino), Franco Bracardi (il barbone), Alfredo Adami (un paziente), Vincenzo Andronico (il maniaco), Giovanni Attanasio (il portinaio), Martufello (l’impiegato comunale), Angelo Pellegrino (il maestro), Moana Pozzi (la passeggera del treno), Carmine Faraco (l’amico di Marisa).
Apprezzabile variante al solito poliziesco adrenalinico di stampo hongkonghese, con l'introduzione dell'incultura dell'immagine all'interno della polizia. Una tenentina del reparto antimafia della polizia di Hong Kong, che pare uscita da un corso di marketing della Fininvest, decide che non solo si deve acchiappare una pericolosa banda di delinquenti che s'è asserragliata in un grattacielo alveare, ma si deve mostrare tutta l'operazione alla cittadinanza, con tanto di musica trionfalistica di sottofondo e tagliando le immagini laddove è necessario. Stranamente i vertici della polizia le danno carta bianca. Ma la poliziotta dimostrerà un coraggio da leone, senza tuttavia perdere lucidità anche nei momenti più drammatici. Tutto è girato benissimo da Johnny To, con movimenti di macchina (spesso a mano) frenentici, tanto da stordire lo spettatore, il quale talvolta si perde e non capisce se è morto un poliziotto, un bandito o un ostaggio, se è scoppiata una bomba a mano o una bombola del gas e così via. Ma la cosa che più lascia perplessi è la psicologia di questi personaggi, che il regista non si preoccupa minimamente di sgrossare. Una volta si sarebbe detto "tagliata con l'accetta", presupponendo quanto meno un lavoro artigianale. I protagonisti di Breaking News sembrano piuttosto, sia psicologicamente che fisicamente, i personaggi di un videogame.
Divertentissimo cortometraggio (dura non più di una ventina di minuti), nel quale Stanlio ed Ollio organizzano una messinscena nei confronti della moglie del primo, per poter uscire ed andare a sbronzarsi in un night club. Essendo nel periodo del proibizionismo, l'alcol se lo dovranno portare, di nascosto, da casa. Ma la signora Laurel ha sentito tutto al telefono e prima sostituisce il contenuto della bottiglia con del tè, poi, compratasi un fucile, segue i due al night club. La parte più divertente è quando, al tavolo del locale, i due amici riescono ugualmente a sbronzarsi, nonostante che stiano bevendo soltanto del tè con il seltz. E c'è una scena irresistibile - ripresa poi anche nel più celebre lungometraggio Fra' Diavolo - in cui i due buffoni cominciano, senza motivo, a ridere, in maniera assolutamente contagiosa.
Il sottotitolo dice tutto: Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti a Pieraccioni e Virzì (ordine cronologico), da Abbasso la miseria! fino a Zitti e mosca (ordine alfabetico). Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.
detenuto n. 77), Riccardo Billi (il detenuto n. 969), Nino Besozzi il prof. Zaccanti), Carlo Romano (il capo delle guardie), Natale Cirino (il detennuto n. 49), Ignazio Balsamo (il detenuto mafioso), Turi Pandolfini (il detenuto che vuole il gatto).
commissario), Francesco Ager (il biondo che pedina), Sal Borgese (un sicario di Zoppas), Alfonso Tomas (il cervello elettronico), Gabriella Andreini (un'amante di Zoppas), Ines Pellegrini (Aida), Luca Sportelli (il contadino), Renzo Marignano (il sottosegretario), Alessandro Perrella (il secondo sicario di Zoppas), Mauro Vestri (il barista).
Indubbiamente migliore del capitolo precedente, anche perché farlo peggiore sarebbe stata un'impresa non da poco. Si nota comunque una maggiore cura in sede di sceneggiatura, con episodi più lunghi e articolati. Certo, non è che tutto funzioni come in un meccanismo ad orologeria svizzero - gli episodi che vedono protagonista Benigno e gli ex ragazzi fuori sono poco riusciti - però se tutto il film si fosse mantenuto sul livello del primo episodio, quello con Frassica protagonista, saremmo di fronte ad una sorta di resurrezione della commedia totoesca ai suoi più alti livelli. Credo che nel segmento Il pentito, il comico siciliano abbia dato forse la sua interpretazione cinematografica più riuscita: il duetto con Boldi giudice d'assalto merita un posticino nell'antologia del cinema comico italiano. E proprio Boldi è il secondo elemento funzionante del film: non tutto quello che dice o fa è da contorcersi dalle risate, ma spoecialmente nell'ultimo episodio ha due o tre buoni numeri. Il resto è da buttare. Christian De Sica gigioneggia insopportabilmente e le sue macchiette sono ormai desuete e petulanti (Don Buro non si regge proprio), mentre Andrea Roncato si rivela incapace di reggere ruoli di un qualche minimo spessore: in un paio di episodi Oldoini cerca di trasformarlo in ciò che fu Gianni Agus per il Fracchia di Villaggio, ma i tentativi vanno a vuoto. Quanto alle donne, hanno ruoli secondari e si può tranquillamente sorvolare sulla loro presenza, specialmente su quella di Carol Alt, insignificante bellezza simbolo dei nostri (?) anni Ottanta.
immobiliare), Luis Molteni (direttore della rivista), Roberto Posse (il monsignore), Giorgio Ariani (l'onorevole), Niki Giustini (l'aiutante del monsignore), Chiara Francini (Giustina).
Sei ancora in tempo a dare un senso alle cose, sappilo.
Federico P.