sabato, 26 settembre 2009

Dov’è la casa del mio amico? (Iran, 1987) di Abbas Kiarostami. Con Babak Ahmadpoor (Ahmad), Ahmad Ahmadpoor (Nematzadeh). Fin dalle prime scene, ambientate in una classe elementare dell’Iran khomeiniana, si comprende come Kiarostami sia riuscito nel miracolo di costruire un grande film con mezzi minimi. Con l’inquadratura alternata dei visi dei due compagni di banco (Ahmad e Nemtzadeh), uno dei quali, rimproverato dal maestro, piange, mentre l’altro lo guarda imbarazzatissimo, siamo già in un cinema di alta poesia, come quello che riusciva un tempo ai maestri del nostro neorealismo. Forse ha ragione Mereghetti, quando sostiene che non bisogna aggrapparsi ai modelli conosciuti ogni volta che siamo di fronte a qualche miracolo ignoto, ma di fronte a “Dov’è la casa del mio amico?” non si può non pensare a Rossellini, al De Sica di “I bambini ci guardano” o anche di “Ladri di biciclette” e perfino al Truffaut dei “Quattrocento colpi” e degli “Anni in tasca”. Attraverso l’ostinata onestà di Ahmad, che si scontra con l’ottusa disciplina materna, attraverso le sue corse instancabili per i sentieri polverosi ed i vicoli sassosi dei villaggi lontani chilometri e secoli dalle metropoli (perfino Teheran appare lontanissima), Kiarostami ci mette in contatto, in questo film di breve durata ma di un’intensità che a tratti rischia di sopraffare lo spettatore, con una società dove vecchi e bambini sembrano poli lontanissimi (solo occasionalmente, come nell’incontro con il vecchio che dona al protagonista un fiorellino, avvicinabili), dove il peso della tradizione è ancora più che ingombrante, dove il principio d’autorità soffoca la creatività infantile, con i bambini costretti a lavori pesantissimi (il ragazzino che trasporta la finestra di ferro, quello che trasporta i bidoni di latte) e spesso sottoposti alle violenze degli adulti, come testimonia il ragazzino che a scuola sta sempre scomposto perché ha dolore alla schiena ed al sedere. Ma lo sguardo di Kiarostami sul suo paese non è completamente negativo, perché la speranza si chiama Ahmad, tenace custode di un sentimento d’amicizia che sfocia nell’alta etica - vuole evitare al suo compagno di banco un’ingiusta punizione di cui si sente un po’ colpevole, per essersi portato a casa, per sbaglio, il quaderno dell’amico – che è simbolicamente rappresentata dal fiorellino che gli affida l’anziano un po’ rimbambito che lo guida verso la casa di Nematzadeh. La speranza sono i giovanissimi, ma qualche vecchio, anche se non riesce a tenere il passo dei ragazzini, può fornire buoni insegnamenti. Nella notevole filmografia di un Grande Autore dei nostri tempi, “Dov’è la casa del mio amico?” mi sembra la sua punta di diamante. Un capolavoro assoluto.

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mercoledì, 13 maggio 2009

The Wrestler (USA, 2009) di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu. Non direi che The Wrestler ci racconti una storia nuova, però Aronofsky ha il coraggio di rigirare, una volta di più, il coltello nella piaga già aperta del cosiddetto sogno americano. E lo fa con due armi che a molti dei film recenti di argomento analogo (ivi compresi quelli del vecchio leone Clint) sono mancati: un approccio da Autore, più che da semplice direttore, e l'interpretazione di un attore che nel personaggio ci mette qualcosa di più che la propria faccia. In effetti, la partecipazione (in tutti i sensi) di Mickey Rourke, anche al di là delle sue forse limitate doti d'attore, è un valore aggiunto alla riuscita del film, come raramente s'è visto al cinema. Il fatto che il protagonista sia interpretato da un personaggio che ha lo stesso bagaglio di vita ci fa guardare questa storia, e l'intero film, con occhi diversi e forse più partecipi. Anche in questo sta l'intelligenza di un Autore che sa inquadrare la faccia triste dell'America, senza dover andare a girare in Messico: negli ex opulenti Stati Uniti ci sono decine di migliaia di storie come quella di Randy "The Ram" Robinson, una sorta di tramontato e triste Hulk Hogan dei suburbi. Così come quella della rassegnata spogliarellista Cassidy, interpretata da un'altrettanto intensa Marisa Tomei. Quella di Reggie è, probabilmente, la storia di un disadattato, che sa ritrovare sé stesso quando sente l'odore del sangue, quando si trova a combattere sul ring che, lui presente, assume davvero le sembianze di un campo di battaglia, quando può esibire, di fronte al mondo, i suoi capelli leonini e il proprio corpo rabberciato, che sembra un cimitero bombardato. Ottima la colonna sonora, con citazione particolare per alcuni storici pezzi hard rock, come Sweet Child O' Mine dei Guns 'n' Roses, Balls To The Walls degli Accept ed Animal Magnetism degli Scorpions.

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venerdì, 17 aprile 2009

Burn After Reading – A prova di spia. Di Joel ed Ethan Coen. Con John Malkovich, Tilda Swinton, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand, Richard Jenkins. Il servizio segreto U.S.A., la C.I.A., è diviso in due sezioni: l’U.C.A.S. (Ufficio complicazione Affari Semplici) e l’U.S.A.C. (Ufficio Semplificazione Affari Complicati). Della prima fa parte il mediocre analista John Malkovich, rimosso dall’incarico, che perde un CD Rom contenente un file con le proprie memorie di spia; della seconda fa sicuramente parte il capo del servizio segreto, per il quale non esistono sfumature: chi può rivelarsi pericoloso deve essere eliminato o, nella peggiore delle ipotesi, pagato per tacere. Il film dei Coen riflette l’America bushiana, stretta tra i due estremi dell’incipiente crisi economica e della pervasività degli apparati della sicurezza. In questo contesto anche l’ambasciata russa (stavo per scrivere sovietica) può apparire come una scialuppa di salvataggio, salvo scoprire che neanche le spie russe sono più quelle delle un tempo: perfino nel cuore della loro sede diplomatica la C.I.A. e i suoi dollari hanno insediato quinte e seste colonne. Burn After Reading è uno dei migliori film degli ultimi Coen: nel quale non succede niente se non un gran caos. Anzi, un casino totale.

Ottimo Clooney (anche se non amo la sua voce italiana), bravissima come sempre la McDormand; non mi è piaciuto, invece, Brad Pitt, il cui personaggio (e di conseguenza la sua recitazione) è troppo caricato.

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lunedì, 06 aprile 2009
Gran Torino (USA, 2009) di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Cory Hardrict, Geraldine Hughes. A partire dal nome del protagonista (Kowalski) la più recente fatica di Clint Eastwood procede per stereotipi, come del resto il regista fa in tutti i suoi film (almeno in quelli che ho visto). Era dura, peraltro, giustificare nella durata canonica d'un film le svolte caratteriali di quest'uomo rimasto solo ed indurito dalle esperienze della vita. Ed in particolare resta arduo comprendere il repentino mutamento di pensiero sui suoi vicini asiatici, per i quali darà addirittura la vita (seppure una vita al tramonto e minata dalla malattia). La parabola è sempre quella del cowboy, che Clint ha ereditato da tutti i suoi maestri, da John Ford ed Howard Hawks ("Il fiume rosso") in avanti, qui con allievo da istruire alla vita con il proprio esempio, fino all'estremo sacrificio. Grande illustratore, Eastwood regista è come la degregoriana locomotiva rispetto al bufalo: non sa mai scartare di lato e cadere.

Killer Elite (USA, 1975) di Sam Peckimpah. Con James Caan, Robert Duvall, Burt Young, Bo Hopkins, Mako. Così come Sydney Pollack, nello stesso periodo, affrontò (al cinema, ovviamente) la yakuza giapponese, Peckimpah se la vede con le triadi cinesi, dalle quali il protagonista deve proteggere un politico taiwanese sul suolo americano. Il Mike di James Caan deve in realtà vedersela anche con i traditori della propria agenzia investigativa, che nasconde con la propria attività diversi loschi affari della CIA. Peckimpah, durante le riprese, non smise mai di riscrivere la sceneggiatura originale di Stirling Silliphant, e questo lavorìo si riflette in una certa confusione e farraginosità della storia, che tuttavia funziona, rifugge dagli stereotipi e dai sentimentalismi, e giunge senza fiatone all'arrivo.

Il padrino - Parte II (USA, 1974) di Francis Ford Coppola. Con Al Pacino, Robert De Niro, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton. Probabilmente il segmento migliore della trilogia coppoliana, perché sa unire l'epopea mafiosa ai drammi umani dei singoli componenti della "famiglia", con sapienti agganci all'attualità politica (molto azzeccata la sequenza dell'audizione davanti alla commissione senatoriale) e ai collegamenti tra la mafia siciliana e quella italoamericana, A ciò va aggiunta una delle interpretazioni, anzi, delle personificazioni (Al Pacino non recita, ma è Michael Corleone) migliori nella storia del cinema e la fotografia prodigiosa di Gordon Willis. Alla presenza di altri attori uno più bravo dell'altro (da De Niro a Duvall, da Cazale a Diane Keaton, per non parlare di Strasberg), Coppola afferma la propria idea di cinema, poderoso e fluviale: del resto, questo film fu realizzato nel periodo di grazia del regista, che va dal primo "Padrino" ad "Apocalypse Now", passando anche per "La conversazione".
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sabato, 14 marzo 2009

Il faraone (Polonia, 1966) di Jerzy Kawalerowicz. Con Jerzy Selnik, Barbara Brylska, Krystina Mikolajewska. Kolossal polacco anni Sessanta che fa le scarpe a tanti "Il faraone" di Kawalerowiczprodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventura pura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone" di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro come Kawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".

Abbronzatissimi 2 – Un anno dopo (Italia, 1993) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Valeria Marini, Eva Grimaldi, Brando Giorgi. Rispetto al capostipite, qui si annovera un'attrice mediocre (Vanessa Gravina) e una serie inenarrabile di attori infimi, tra i quali primeggia l'ineffabile Valeria Marini. Il cast, da solo, già dice abbastanza sul livello del film di Gaburro, che non fa ridere mai, nemmeno per sbaglio. Ma qui, già parlare di cinema è fare un regalo a questa spazzatura sotto forma di fotogrammi in celluloide.

Il tango della gelosia (Italia, 1981) di Steno. Con Monica Vitti, Philippe Leroy, Diego Abatantuono, Tito Leduc, Jenny Tamburi. Commediola che nasce vecchia e insiste su una miriade di luoghi comuni - con particolare insistenza su quello delle corna - che già all'inizio degli anni ottanta sembravano provenire da un altro mondo. L'insieme risulta ancor meno credibile, in quanto ambientato nel mondo dell'alta borghesia (i protagonisti sono niente meno che un principe e una principessa) tanto che il personaggio più credibile risulta, alla fine, la figurina della fidanzatina pugliese di Abatantuono, interpretato da Jenny Tamburi. La Vitti mette in campo la stra-abusata serie di vezzi che ne caratterizzano la recitazione nevrotica e lagnosa. L'unico motivo di interesse sono i monologhi surreali di un Abatantuono in piena ascesa (si rivolge al maestro di ballo della protagonista chiamandolo "Don Lurido"), anche se il suo personaggio c'entra, con il contesto del film, come i cavoli a merenda.

L’innocente Casimiro (Italia, 1945) di Carlo Campogalliani. Con Erminio Macario, Lea Padovani, Enzo Biliotti, Alberto Sordi. Il torto maggiore di questo film è di sembrare, con il neorealismo alle porte, di un'altra epoca, quella dei telefoni bianchi, delle contessine e dei principini. Però l'umorismo surreale e non sempre bonario di Macario (che purtroppo al cinema non ha mai saputo ripetere i successi ottenuti nella rivista) colpisce nel segno più d'una volta, sia quando pronuncia battute che sembrano provenire dalle sacrestie e dagli oratori ("professore, ha una ruota a terra" "oh bella, e dove dovrebbe stare, per aria?") sia quando sembrano anticipare l'irresistibile ed irrefrenabile maniera di Totò ("Signor preside, sia buono..." "Non sono il tuo preside, sono il tuo giustiziere!" "Signor giustiziere, sia buono...").

Fantozzi – Il ritorno (Italia, 1996) di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Milena Vukotic. Con "Fantozzi - il ritorno" è come essere bambini, perché ci si diverte (nel nostro caso: entro certi limiti) a vedere per l'ennesima volta lo stesso cartone animato o lo stesso cascatone del povero Ollio. Nell'immaginario collettivo di oggi, Fantozzi ha ormai soppiantato gli eroi delle vecchie comiche ed è diventato un po' una parte della nostra vita; molti di noi avranno fatto o almeno visto una caduta "alla Fantozzi" o saranno stati perseguitati, nel fine settimana, dalla "nuvoletta di Fantozzi". Ecco, i film di Fantozzi, anche quelli meno riusciti costituiscono ormai una rimpatriata. Qualche episodio di quest'ultimo film è comunque azzeccata, come l'inchiesta e il processo simil Mani Pulite, al termine dei quali il povero ragioniere finisce in prigione al posto del delinquentissimo megadirettore Balabam.

Fantozzi 2000 – La clonazione (Italia, 1999) di Domenico Saverni. Con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Anna Mazzamauro, Paolo Paoloni. Anche qui, si ride "in memoriam"... rivedendo le stesse gag dei film precedenti. Villaggio, almeno, ci prova e riesce a strappare un paio di risate, spalleggiato dalle brave Milena Vukotic e Anna Mazzamauro. Non ci sono più il fido (?) Filini (Gigi Reder è morto nell'ottobre del 1998) né Mariangela e francamente i continui riferimenti scimmieschi in relazione alla figlia prima ed alla nipote Uga ora hanno davvero stancato. Il film è poco o niente riuscito e la colpa è senza dubbio del regista Saverni che, al contrario dei suoi predecessori, non sa dare il benché minimo guizzo ad una materia peraltro ampiamente sfruttata. Se questi sono gli effetti della clonazione, verrebbe da dare ragione al Vaticano che vi si oppone.

Il lupo e l’agnello (Italia/Francia, 1980) di Francesco Massaro. Con Michel Serrault, Tomas Milian, Ombretta Colli, Daniele Vargas. Tentativo, abbastanza malriuscito, di unire il filone monnezzaro con quello del "Vizietto". Funziona piuttosto bene il cast di contorno, con Bonanni nella parte di "er Trippa" e Antonelli in quella di "Capoccione", ma non è abbastanza.

Teste rasate (Italia, 1992) di Claudio Fragasso. Con Gianmarco Tognazzi, Giulio Base, Flavio Bucci, Fabienne Gueye, Franca Bettoja. Un film coraggioso, perché spiega la fascinazione dei ragazzi delle periferie cittadine per l'ideologia, ma ancora di più l'iconografia e la credenza in qualcosa di granitico (benché aberrante), nel vuoto generale. Il film di Fragasso, rischia, però di essere già vecchio, a poco più di quindici anni di distanza, perché ormai la destra estremista ha sostituito l'ebreo, come nemico, con l'extracomunitario e/o il barbone. Ormai la razza inferiore è l'arabo musulmano e il nero, che le squadracce, oggi riciclatesi in ronde legalizzate, si incaricano di punire con metodi spesso medievali (allo spacciatore di colore viene tagliata la lingua). Nel protagonista del film (un discreto Gianmarco Tognazzi) il fascino per i naziskin si mischia all'orrore per le loro gesta sanguinarie, così come l'odio provato per gli extracomunitari di qualsiasi etnia fa a pugni con l'attrazione fisica (ma anche qualcosa di più) per una ragazza somala. Un film riuscito solo a metà, ma che rappresenta un valido documento sui nostri anni a cavallo di due secoli.

Doppio delitto (Italia, 1977) di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Peter Ustinov, Mario Scaccia, Jean-Claude Brialy, Ursula Andress. Il film sembra essere stato realizzato per tentare di ripetere l'operazione riuscita a Comencini, un paio d'anni prima, con "La donna della domenica", che aveva per protagonista il medesimo Mastroianni. Ma Ugo Moretti (autore delromanzo originario) non è Fruttero e Lucentini, Steno non è Comencini ed Age e Scarpelli, che sono ancora i medesimi Age e Scarpelli, hanno qui lavorato svogliatamente. Del resto, la Roma che fa da sfondo a questa storiella giallorosa è molto più sfruttata ed abusata della Torino di Fruttero e Lucentini. Qualche macchietta, qua e là, funziona, anche grazie ad interpreti di vaglia, tra i quali spicca l'ottimo Mario Scaccia, che fa da controcanto ad un Mastroianni piuttosto scialbo. Tutto l'insieme, però, costituisce un divertimento abbastanza trascurabile.

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lunedì, 23 febbraio 2009

Il Portaborse (Italia, 1991) di Daniele Luchetti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Giulio Brogi, Angela Finocchiaro. Anne Roussel. Rivisto a diciotto anni di distanza dalla sua uscita al cinema, "Il portaborse" di Luchetti continua a convincermi e resta, secondo me, uno dei migliori film italiani di sempre. E resta tra i migliori film perché, più che bello, è un film importante. Certo, già all'epoca non disse cose di una novità sconvolgente: le accuse al rampantismo politico del P.S.I. di allora erano già oggetto di articoli giornalistici, spettacoli di cabaret e barzellette. Al cinema, però, le accuse di corruzione si erano sempre indirizzate verso la D.C., e la vecchia balena bianca aveva ogni volta incassato qualsiasi illazione facendola assorbire dal suo ventre molle, senza lasciarsi andare ad isterismi. Con "Il portaborse", invece, si assiste ad un vero e proprio "caso" nazionale: i colonnelli craxiani presentano denunce penali e interpellanze parlamentari, mentre Bernini e Pasquini, i due autori del soggetto originale, ritirano la firma dal film, che rimane sulle spalle di Nanni Moretti (produttore ed interprete), Daniele Luchetti (regista), Stefano Rulli e Sandro Petraglia (sceneggiatori). "Il portaborse"stupisce per la lucidità della sua denuncia: le malefatte attribuite al cinico ministro Botero si riveleranno straordinariamente realistiche, con l’esplosione, dopo meno di un anno, dello scandalo di Tangentopoli. L’efficacia della requisitoria del film di Luchetti è anche dovuta alla bravura di tutti gli interpreti, in particolare dei due protagonisti Nanni Moretti e Silvio Orlando. Ma agli occhi di chi lo vede oggi, “Il portaborse” ha assunto anche il valore di documento, e non soltanto di documento storico, bensì di testimonianza sull’apparenza dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi vent’anni: la persistenza della stessa terminologia politica, degli stessi metodi propagandistici e di spartizione del potere sono i segnali – anzi i monumenti, e verrebbe da dire gli archi di trionfo – che nel nostro paese, come sempre, è cambiato tutto affinché non cambiasse niente.

Sballato, gasato, completamente fuso (Italia, 1982) di Steno. Con Edwige Fenech, Enrico Maria Salerno, Diego Abatantuono, Liù Bosisio. Probabilmente il peggior film con Abatantuono terrunciello: la sua logorrea è di una noia esiziale, per lo spettatore e per il film. Assolutamente pretestuoso abbinare penose tirate pseudofemministe e i nudi della Fenech. Da inserire nell'antologia del peggio del peggio degli anni Ottanta.

Scusa se è poco (Italia, 1982) di Marco Vicario. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Mario Carotenuto, Orazio Orlando. Due episodi scialbissimi, che costituiscono l'insulso cascame dell'ormai defunta commedia all'italiana. Bolsissimi Tognazzi e la Vitti. Per fortuna qualche sproloquio di Abatantuono riesce a strappare la risata, salvando il film dal disastro completo.

Braveheart (USA, 1995) di Mel Gibson. Con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine McCormack, Patrick MacGoohan. Non si può negare che il film annoveri alcune scene emozionanti ed altre addirittura commoventi. Gibson ha saputo indubbiamente trovare la chiave giusta per uno spettacolone che coinvolge un po' tutti ed arriva dritto persino al duro cuore dei militanti della Lega Nord. Del resto, ce li vedo quelli delle ronde padane a gridare "libertààà!" mentre marzagrano (livornesismo per "massacrano") di botte l'invasore angloextracomunitario di turno. Peraltro, tutte le cose che Mel Gibson ci racconta potevano essere dette in molto minor tempo che non nelle due ore e tre quarti di durata del film. In più, direi che il regista poteva risparmiarci l'idillio tra l'eroe e la principessa di Galles (che poi era francese). "Braveheart" è comunque, secondo me, il miglior film di Gibson.

Chato (USA, 1972) di Michael Winner. Con Charles Bronson, Jack Palance, Jill Ireland, James Whitmore, Richard Baseheart. Mediocre tardo-western, dove l'uomo della steppa Charles Buchinsky recita un indiano giustiziere del deserto, braccato da una banda di scalcagnati aspiranti ed avventizi (a loro volta) giustizieri, che da cacciatori diventano prede dell'astuto pellerossa. Il protagonista, in realtà, non sembra neanche l'indiano, ma il gruppetto di razzistelli di villaggio, capeggiati da un ex ufficiale sudista (Jack Palance), per il quale questo safari con l'apache rappresenta la prosecuzione della Guerra Civile con altri mezzi. Ma da buon ufficiale possiede anche una sua etica, che si scontrerà contro l'odio feroce covato da un terzetto di fratelli, fanatici persecutori di indiani ed anche un po' disturbati nella mente. Il regista Winner, dotato di buona tecnica, va, come sempre, alla ricerca dell'effettaccio e del particolare sorprendente e raccapricciante, che colpisca lo spettatore nelle viscere più che al cuore.

Quando eravamo re (USA, 1996) di Leon Gast. Con Muhammad Alì, George Foreman, Don King, Spike Lee, Norman Mailer. L'incontro tra Alì e Foreman fu un evento epocale per tanti motivi: per la prima volta il match per il titolo mondiale dei pesi massimi si svolgeva in un paese africano, la borsa, colossale, di dieci milioni di dollari era offerta da un sanguinario dittatore a fini propagandistici, il musulmano Alì, risolti i suoi problemi con la giustizia americana per la renitenza alla chiamata alle armi, si presentava come il campione dei neri contro l'altrettanto nero Foreman, che era considerato però un gigante al servizio dei capitalisti yankee. In più, Gast sa mettere in luce il ruolo dell'organizzatore Don King, un uomo privo di scrupoli, ma affascinante e dotato di un'ottima cultura. L'evento fu notevole, anche perché la maggioranza dei critici riteneva che Foreman avrebbe prevalso dall'alto della sua potenza contro il più anziano Alì, anche se quest'ultimo, appoggiato dal tifo degli zairesi (che lo accolsero al grido "Alì boma yé", cioè "Alì uccidilo"), sfoggiava un'inusitata sicurezza. E fu così che il predicatore ballerino sconfisse il Golia dal pugno dirompente. Un ottimo film documentario.

Tano da morire (Italia, 1997) di Roberta Torre. Con Ciccio Guarino, Enzo Paglino, Mimma De Rosalia, Maria Aliotta. Film divertente ed intelligente che sa coniugare il musical con l'inchiesta sulla mafia, fenomeno verso il quale rappresenta un modo di guardare sicuramente nuovo. Il divertimento, per gli appassionati di cinema, consiste anche nel cercare di riconoscere i numerosissimi riferimenti cui Roberta Torre rimanda nella sua coloratissima sarabanda: da Fassbinder alla Wertmuller, da Almodovar a Ciprì e Maresco, dal John Travolta della "Febbre del sabato sera" a John Waters e chi più ne ha più ne metta. Paradossalmente, un modo semiserio per prendere sul serio un problema serissimo.

Abbronzatissimi (Italia, 1991) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Salvatore Marino. Spazzatura allo stato puro. Un concentrato del peggio del cinema (?) comico (?) italiano. Micidiale la somma di Alba Parietti pre-gonfiamento labiale, assolutamente incapace di recitare, di uno degli attori più antipatici della storia come Jerry Calà e di uno dei comici meno comici del cinema mondiale, ovverosia Maurino Di Francesco.

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lunedì, 16 febbraio 2009

Klimt (Austria/Francia/Germania/GB, 2006) di Raul Ruiz. Con John Malkovich, Saffron Burrows, Veronica Ferres. Quando la fantasia diventa confusione e la biografia cinematografica si fa noia. L'intenzione di realizzare un film veramente kafkiano naufraga, scontrandosi con l'incapacità di Ruiz di seguire un filo logico oppure di abbandonarsi al delirio, come sapeva fare, per esempio, il Ken Russell dei tempi d'oro.

Caccia spietata (USA, 2006) di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Michael Wincott, Anjelica Huston, Ed Lauter. La prima parte del film prometteva bene, con un inizio anticonvenzionale di western tutto ambientato nella neve. Purtroppo, dalla metà in avanti, il film si perde in una sorta di racconto filosofico e di apologo dalla morale scontata e con l'apparizione di improbabili personaggi nel deserto, a mezza strada tra l'apparizione soprannaturale e il miraggio. L'impressione è che il regista, arrivato allo scontro finale, abbia dovuto allungare il brodo per arrivare ad una conclusione conciliante che appare piuttosto incongrua. Peccato.

Il nemico alle porte (USA/Germania/GB, 2000) di Jean-Jacques Annaud. Con Jude Law, Ed Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz. Annaud ci mostra con chiarezza come si può fare un film idiota sulla Seconda Guerra Mondiale. Il regista francese riduce una delle battaglie decisive della guerra (se i Tedeschi avessero sfondato a Stalingrado avrebbero potuto impadronirsi del petrolio del Caucaso, con conseguenze immaginabili) ad uno scontro tra superuomini, come se fosse possibile far rivivere su pellicola i duelli tra Ettore ed Achille, che nei poemi epici potevano decidere le sorti di una guerra. Purtroppo Annaud non possiede un briciolo della poesia omerica e neppure sa dare alla propria creatura un po' dell'ironia che anche i polpettoni hollywoodiani come "Via col vento" possiedono. In più, si trova nel film un anticomunismo stupido, oserei dire berlusconiano, affidato addirittura alle parole di un ufficiale sovietico, impersonato dal glorioso Salvatore del "Nome della rosa". Le parentesi romantico-erotiche fanno sembrare "Il nemico alle porte" una versione della Seconda Guerra Mondiale raccontata a dispense su Playboy.

La signora di Musashino (Giappone, 1951) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka, Yukiko Todoroki, Akihiko Katayama, So Yamamura. Pur non essendo uno dei film più riusciti di Mizoguchi, "La signora di Musashino" prelude già ai suoi capolavori del periodo della maturità. Il film, inoltre, nel riproporre una figura emblematica di uomo indeciso a fronte di due donne che incarnano rispettivamente la tradizione e l'innovazione sociale e del costume, contiene alcune sequenze struggenti di corteggiamento timido e impacciato, frutto di un amore destinato a non compiersi, come di un Paolo e Francesca frenati dalla tradizione, anziché incoraggiati dall'amor cortese. Lirico e poetico.

Alì (USA, 2001) di Michael Mann. Con Will Smith, Jamie Foxx, Mario Van Peebles, Jada Pinkett Smith, Jon Voight, Ron Silver. Muhammad Ali è forse il simbolo della boxe moderna e sicuramente un grand'uomo - per le sue battaglie per i diritti civili - e meritava il miglior film di Mann, che, nonostante un certo qual abuso di musiche d'epoca e di immagini ad effetto, riesce ad essere meno retorico e trombone che nel resto della sua filmografia. Sull'interpretazione di Will Smith. La sua faccina è fin troppo buona per impersonare la grinta di Alì, ma è bravo e riesce nell'intento di essere credibile.

 

Madre Giovanna degli Angeli (Polonia, 1961) di Jerzy Kawalerowicz. Con Lucyna Winnicka, Myeczislaw Voit, Anna Ciepielewska, Zygmunt Zintel. La missione è compiuta e lMadre Giovanna degli Angeli (Lucyna Winnicka)a firma è quella di Satana. Non so perché il film non goda, presso la critica, di una gran fama, eppure qui Kawalerowicz dimostra una grande padronanza di stile, ispirandosi (forse la pecca contestata è proprio una carenza di originalità?) ai maestri più grandi, come Dreyer, Bergman, Bresson ed il Buñuel di "Nazarin". Le sequenze sono potenti e al tempo stesso la loro drammaticità è mitigata dal ricorso all'ironia, come in un racconto di fantasmi alla maniera del "Manoscritto trovato a Saragozza". Qui si tratta di diavoli e non di fantasmi, di quei diavoli che successivamente saranno raccontati, in maniera più politicizzata, da Ken Russell, che li rappresenterà sotto forma orgiastica, mentre questa di Kawalerowicz somiglia molto di più ad una sacra rappresentazione. Il regista polacco ci dice che spesso il misticismo sconfina nell'estasi dei sensi e vi sono pochi paragoni ai mostri che possono essere generati dall'apposizione di tabù, dalla deprivazione sessuale e dall'allontanamento dal mondo. A mio modestissimo parere, un grande film.

 

Borsalino (Francia/Italia, 1970) di Jacques Deray. Con Alian Delon, Jean-Paul Belmondo, Arnoldo Foà, Michel Bouquet, Catherine Rouvel. Qualche buon momento, dovuto più al bravo direttore della fotografia che non al regista, riscatta parzialmente un prodotto abbastanza mediocre, di livello non superiore alle commedie nostrane con Bud Spencer e Terence Hill. Gli interpreti non prendono l'operazione "Borsalino" sul serio neanche per un secondo e le morti di molti personaggi sembrano più da fumetto che da film. La durata è eccessiva, ma per passare una serata il filmetto può andare.

 

E tutto in biglietti di piccolo taglio (USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Jack Weston, Rachel Welch, Tom Skerritt, Yul Brynner. Satira della polizia di Boston, e in particolare del suo 87° Distretto, conosciuto per la sua particolare inefficienza: quando gli agenti domandano al ricattatore come mai abbia telefonato proprio a loro, quello risponde "perché siete inetti". Il racconto corale, tratto da un romanzo di Ed McBain, stenta ad approfondire tutte le singole situazioni (tra le quali poteva avere sviluppi interessanti quella di Burt Reynolds, poliziotto sposato con una donna sordomuta), ma l'insieme funziona abbastanza, con quel suo mix di azione ed ironia. Lo stile è quello dell'Aldrich dei "Ragazzi del coro", ma, nonostante la differenza di nome dei registi, questo di Colla mi sembra meglio riuscito.

 

La domenica della buona gente (Italia, 1954) di Anton Giulio Majano. Con Maria Fiore, Sophia Loren, Renato Salvatori, Carlo Romano, Ave Ninchi, Nino Manfredi, Fiorenzo Fiorentini, Riccardo Cucciolla. Vero e proprio cinema popolare - della "buona gente", così come, all'epoca, il calcio era il passatempo delle classi medio-basse - questo di Majano, l'inventore del teleromanzo (a partire dal suo esordio con "Piccole donne"), è un film corale di medio valore, che, senza approfondire troppo i suoi personaggi, fornisce un interessante e godibile quadretto d'insieme, che s'inserisce tutto sommato in quel filone che fu denominato "neorealismo rosa". Emergono alcuni attori sugli altri, come la giovane Maria Fiore e l'esperto Carletto Romano, nella gustosa figurina di uno scrivano che spera nel tredici al Totocalcio e, una volta azzeccati i risultati, alle sue modeste pretese di prima ("mi bastano trecentomila lire, cinquecentomila al massimo") comincia a sostituire pretese planetarie: la macchina, la villa, addirittura un circo equestre!

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categoria:cinema
domenica, 08 febbraio 2009

Frank Costello faccia d’angelo (Francia/Italia, 1967) di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon, Cathy Rosier. Non penso certo di poter dire qualcosa di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.

American History X (USA, 1998) di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Fairuza Balk, Beverly D’Angelo, Stacy Keach, Elliott Gould. Il mare apre e chiude questa favola nera (ma purtroppo anche bianca), in cui, se, soprattutto nel finale, un po' di retorica si poteva evitare, il racconto è abbastanza serrato ed avvincente, sebbene il messaggio sia (inattaccabile, per l'amor del cielo) alquanto scontato. Il regista dimostra comunque di saperci fare e di non essere, come purtroppo l'80% dei registi hollywoodiani, un semplice illustratore dei copioni sfornati in serie dalle major del cinema. L'interpretazione contribuisce alla riuscita complessiva dell'operazione "American History X", con la rivelazione (nel 1998) di due ottimi attori come Norton e Furlong. Voto: 6½.

L’harem (Francia/Italia/RFT, 1967) di Marco Ferreri. Con Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Michel Le Royer, Clotilde Sakaroff. Raccontava Benigni, prima di rimanere folgorato sulla via dell'Alighieri, che, durante la proiezione di un film porno che la mandava un po' per le lunghe prima di arrivare al momento clou, qualcuno dal fondo della sala esclamò "troppa trama!". Si potrebbe dire la stessa cosa di questo film di Ferreri, che ci sfinisce di chiacchiere su chiacchiere, prima di arrivare ai quindici minuti finali, veramente notevoli. "L'harem" è probabilmente un film cerniera tra la prima maniera ferreriana e i film successivi, tutti tesi a mettere in scena lo svuotamento delle istituzioni che erano ritenute i pilastri della società. Certo, non mi capacito di come si possa sostenere che questo sia o intendesse essere un film misogino: nonostante che la protagonista femminile non sia certo descritta come un'eroina senza macchia, è mai possibile immaginare tre uomini più stronzi di Gianni, Mike e Gaetano? Personalmente, non credo proprio, così come non reputo questo uno dei film migliori di Ferreri: tutt'altro. A parte il finale, salverei soltanto alcuni scorci di Dubrovnik, location scelta peraltro più per ragioni di budget che per vera necessità drammaturgica. Venuto dopo il brutto esperimento ad episodi di "Marcia nuziale", rappresenta una sorta di momento in cui cercare nuove coordinate e nuovi mezzi espressivi, una sorta di riepilogo di raggiungimento della consapevolezza dei propri mezzi espressivi da parte del regista. Fortunatamente si trattò di una riflessione fruttuosa, dato che il passo successivo fu quello che resta probabilmente come il capolavoro di Ferreri, cioè "Dillinger è morto".

Un angelo è caduto (USA, 1945) di Otto Preminger. Con Dana Andrews, Alice Faye, Linda Darnell, Charles Bickford. Lo straniero che arriva, sconosciuto, in una città dell'Ovest e porta scompiglio nella piccola comunità è un tòpos cinematografico, tipico del genere noir, che Preminger si gioca piuttosto bene. La soluzione finale del giallo interessa fino ad un certo punto: quello che più desta curiosità è capire da dove proviene lo sconosciuto, a cosa miri veramente, come si inserisca nella comunità che lo ospita, come si rapporti con le donne che incontra e così via. Buon noir d'atmosfera con una figura inusuale di femme fatale.

Il mondo di Utamaro (Giappone, 1977) di Akio Jissoji. Con Shin Kishida, Mikijiro Hira, Mako Midori, Kyoko Kishida. Interminabile e noiosa versione sulla vita artistica del pittore Utamaro. Lo sfondo erotico non rende giustizia ad un argomento che richiederebbe maggior approfondimento, senza riuscire a rendere bene l'eterno rapporto, spesso difficilmente conciliabile, tra arte e vita. La necessità di sforbiciare, almeno nella versione italiana (che resta, comunque, abbastanza osé, per un film non pornografico), alcune sequenze più spinte rende ancora meno comprensibile l'intera vicenda, che poteva anche avere interessanti agganci storici.

Un eroe borghese (Italia, 1995) di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Omero Antonutti, Michele Placido, Laura Betti, Ricky Tognazzi. Michele Placido è autore di un cinema solido e d'impegno civile: non è un grande Autore, ma questo "Un eroe borghese" è uno dei suoi lavori migliori, forse quello complessivamente più riuscito. Sono azzeccati gli attori protagonisti - Bentivoglio nel ruolo di Ambrosoli, Antonutti per Sindona e lo stesso Placido per il maresciallo Novembre - ed anche la fotografia livida della Milano plumbea di fine anni Settanta. Oltre al racconto di un'esperienza di altissimo valore civile, il film di Placido riesce ad offrire, caso abbastanza raro per film del genere, momenti di sobria ma intensa emozione, soprattutto nel rapporto di rispetto, stima ed amicizia che lega l'avvocato e il sottufficiale della Guardia di Finanza, ma anche quello tra il protagonista e la sua famiglia. E sia Ambrosoli che Novembre sono spesso descritti nei rapporti con le rispettive famiglie, con le mogli e con i figli, mentre Sindona si muoveva in un contesto freddo di tanti infidi leccaculo, assassini a pagamento ed avvelenatori di caffè.

Utamaro e le sue cinque mogli (Giappone, 1946) di Kenji Mizoguchi. Con Minosuke BandĹŤ, Kinuyo Tanaka, KĹŤtarĹŤ BandĹŤ, Toshiko Iizuka, Eiko Ohara. E' uno dei film di Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra arte e vita, sotto forma di scontro tra due scuole di pittura, quella classica e quella nuova, influenzata dalla vita vera, rappresentata da Utamaro. Sono fondamentali, in questo film, le figure femminili che ruotano intorno al protagonista, senza una vera e propria trama. La figura centrale è, a mio parere, quella di Okita, una donna che, al contrario di uomini meschini e insignificanti (fa eccezione, naturalmente, lo stesso Utamaro), va dove la porta il cuore, anche se questa scelta dovesse rivelarsi fatale per lei. Come appare evidente, in questo suo modo di affrontare la vita e l'amore, la giovane donna è uguale all'artista, che si ribella alle convenzioni dell'arte contemporanea. Continuo a preferire altre opere del Maestro, ma "Utamaro" è comunque un'ottima prova, considerando soprattutto che Mizoguchi dovette realizzarla sotto lo stretto controllo della censura degli Americani che allora occupavano il Giappone e che si opponevano alla realizzazione di qualsiasi film che parlasse della tradizione nipponica. P.S. Le cinque donne intorno ad Utamaro non sono le sue mogli.

 

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sabato, 31 gennaio 2009

Sentieri selvaggi (USA, 1956) di John Ford. Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood. Per qualcuno si tratta del miglior western di Ford; per qualcun altro del miglior film di Ford; per altri ancora (come il mitico Cesare di Piombino) addirittura del miglior film d'ogni tempo. Io continuo a preferire, nella stessa filmografia di Ford, le opere nelle quali ha messo le mani il genietto della sceneggiatura Dudley Nichols: "La pattuglia sperduta" (1934), "Il traditore" (1935) e "Ombre rosse" (1939). "Sentieri selvaggi", grande film al tempo stesso epico e tragico, sarebbe un capolavoro assoluto, a mio parere, se non indulgesse ad ingenui siparietti comici e alle incruente scazzottate che magicamente risolvono tutti i problemi... e più amici di prima. Le immagini della prateria, della Monument Valley, fotografate in VistaVision, con gli improvvisi agguati dei Comanche e gli studiati contrattacchi dei "cercatori", mozzano il fiato. Ed è inconsueto il ruolo di John Wayne, lui probabilmente alla sua prova più matura e riuscita, cui è affidato un personaggio finalmente non tutto positivo. Uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione, il suo Ethan Edwards sembra un personaggio della Bibbia, con tanti saldi principi morali, ma con poca pietà per chi non è (o non più) come lui. Senza peraltro capire che il capo indiano Scar (o Scout, com'è tradotto in italiano) non è che il suo alter ego con la pelle rossa: ed infatti il vecchio soldato, alla fine, si ripaga di quello che ritiene irrimediabilmente un selvaggio, con un terribile occhio per occhio, scalpo per scalpo.

Gatto nero, gatto bianco (Jugoslavia/Francia/Germania, 1998) di Emir Kusturica. Con Srdjan Todorovic, Florijan Ajdini, Bajram Severdzan, Sabri Sulejman, Predrag Miki Manojlovic. l secondo tempo dei gitani non è giocato da Kusturica così bene come il primo. Del resto, quello veniva in un periodo fecondo per il regista di Sarajevo, dopo l'interessantissimo esordio "Ti ricordi di Dolly Bell?" ed il gioiellino "Papà è in viaggio d'affari". Anche per un regista che tende alla saturazione dell'inquadratura, così come per il suo popolo caciarone, non è facile riprendersi dopo il periodo underground della guerra fratricida. Anche i gitani, pur provandoci, non sono più gli stessi, il loro sole non scalda più e la fuga dei due giovani Romeo e Giulietta non sembra fatta, al contrario dei viaggi degli zingari, per tornare nella terra natale. Troppo "gitano formato esportazione", il cinema di Kusturica somiglia molto ai dentoni d'oro dei suoi personaggi e troppo anche alla Jugoslavia sfaldata degli anni Novanta: come se mancasse un bersaglio forte (il regime titoista con i suoi ridicoli funzionari e la sua retorica) da satireggiare. Pantagruelico, fantasioso, colorato, tragico e divertente, Kusturica in alcuni momenti traballa come un pugile suonato sul punto di andare al tappeto.

L’uomo che uccise Liberty Valance (USA, 1961) di John Ford. Con John Wayne, James Stewart, Lee Marvin, Vera Miles, Edmond O’Brien, Lee Van Cleef. Pur non essendo l'ultimo western di John Ford, è opera crepuscolare e riepilogativa dei temi cari al regista. In questo senso si spiega anche la tanto criticata (Tullio Kezich parlò di "spettacolo penoso") scelta di due attori anzianotti per i personaggi dei protagonisti. L'approccio di Ford è sottolineato anche dalla bella fotografia di William M. Clothier) e dal punto di vista un po' eccentrico - si fa per dire - con il quale viene conclusa la sparatoria decisiva. La leggenda sta per prendere il sopravvento e finisce l'epoca dell'epica: l'unico personaggio, il giornalista Peabody, che tenta di usare il linguaggio omerico - apostrofando il bandito con un "ecco Liberty Valance e i suoi Mirmidoni" - viene sonoramente malmenato. E' ben costruito, comunque, questo film che racconta di una parte degli Stati Uniti che si trasforma da prateria in ferrovia, da deserto in giardino, dove il fiore di cactus cede il posto ai fiori più belli e dove i codici della legge riescono (ma quanto faticosamente!) a prendere il posto delle pistole.

Shriek – Hai impegni per venerdì 17? (USA, 2000) di John Blanchard. Con Tiffani-Amber Thiessen, Julie Benz, Harley Cross, Simon Rex, Coolio. Scarsa parodia di film horror, che presuppone la conoscenza degli originali. Un paio di volte strappa anche la risata, ma esclusivamente grazie alla legge dei grandi numeri: del resto, nella sua carriera, vuoi che un paio di risate, magari casualmente, non le abbia strappate anche Gianni Ciardo?

La Zona (Messico, 2007) di Rodrigo Plá. Con Maribel Verdù, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza, Andrés Montiel, Daniel Tovar. La Zona siamo noi. E' una metafora del nostro mondo occidentale, che si chiude o tenta di farlo a qualsiasi penetrazione dall'esterno. E' un quartiere di Città del Messico, come fosse una Lampedusa in mezzo al Mediterraneo, ma circondata dal filo spinato. Nella prima parte del film, lo stile di Plá tende un po' troppo a quello di Shyamalan, ed il film ne risulta un po' misterioso e un po' confuso. Mano a mano, però, che la storia procede, la tensione sale e crescono anche l'interesse e l'attenzione dello spettatore. Fino ad un finale tra i più terribili, nel quale verrebbe da sentenziare che pietà l'è morta, se non fosse per il barlume rappresentato dall'inefficace ma non inutile gesto di un giovane abitante della zona (Daniel Tovar), che somiglia incredibilmente alla Trota, cioè al figlio di Bossi.

Serafino (Italia, 1968) di Pietro Germi. Con Adriano Celentano, Ottavia Piccolo, Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi, Nazzareno natale, Gino Santercole, Luciana Turina, Nerina Montagnani. La stessa scelta di affidare la parte del protagonista a Celentano lascia pensare che Germi avesse in mente un'operazione un po' surreale, un po' a metà tra la favola boccaccesca (intesa alla Calandrino, ma anche con il vitalismo sensuale di molte novelle del "Decameron") ed il cartone animato. L'uso del colore in funzione espressiva, nonché di un linguaggio dialettale affidato ad interpreti provenienti da regioni diverse da quella (dovrebbe essere l'Abbruzzo di johnnypalombiana citazione) in cui è ambientata la vicenda. Germi affronta i temi che gli sono cari, ma anche quelli portati dai temi - non dimentichiamo che il film è del '68 - alla sua maniera e senza gli intellettualismi tipici, all'epoca, di molti suoi colleghi: è più viva che mai la polemica contro il matrimonio, il luogo di ritrovo e di socializzazione per eccellenza è l'osteria, dove, come nel "Ferroviere", la fanno da padroni il vino e il canto. "Serafino" non è un prodotto dei migliori nella cinematografia germiana, ma è, a mio parere, l'ultima opera del regista con una sua logica.

Sotto le bombe (Francia/Libano/GB/Belgio, 2007) di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawia Elchab, Bshara Atallah. Uno dei finali più sconvolgenti mai visti (almeno a mia memoria) conclude degnamente un film molto bello, ma che non è un capolavoro come ha incautamente proclamato Cristina Borsatti sulle pagine di Film TV. Alcuni scorci del Libano martoriato ricordano i capolavori del neorealismo (si pensa in particolare a "Roma città aperta" e "Paisà"), così come alcune carrellate sulla figura della brava Nada Abou Farhat fanno venire alla mente analoghe camminate disperate di Anna Magnani. Qualche altro momento del film, invece - e si pensa in particolare ad alcuni vicoli ciechi incontrati durante la ricerca -, rimandano agli scassati viaggi dei film di Kiarostami. E tuttavia qualche eccesso sentimentale ed una scena di sesso che grida vendetta di fronte ad Allah, per quanto è gratuita ed inusitata, inficiano parzialmente la riuscita di un film che va comunque visto e che oggi è, purtroppo, più che mai attuale.

South Park – Il film (USA, 2000) di Trey Parker. La potenza del turpiloquio. Anziché al pascoliano fanciullino, il film di Parker si rivolge alla piccola carogna che alberga dentro ciascuno di noi. E tocca le corde giuste, strappando spesso la risata e riuscendo, nel finale, perfino a commuovere. Se i simpatici responsabili della versione italiana si fossero scomodati a sottotitolare i numeri musicali - che sono piuttosto numerosi - si sarebbe potuto sfiorare il piccolo capolavoro; ma anche così, nonostante l'ignavia dei suddetti signori, "South Park" è davvero un filmetto intelligente e divertente, sebbene riservato agli adulti.

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giovedì, 22 gennaio 2009

La vendetta dei 47 ronin (Giappone, 1941) di Kenji Mizoguchi. Sceneggiatura di Ken’ichirĹŤ Hara e Yoshikata Yoda. Con ChĹŤyurĹŤ Kawarazaki (Kuranosuke Oishi), YoshizaburĹŤ Arashi (Asano), Manpoyo Mimasu (Kozunosuke Kira), Kanemon Nakamura (Sukemon Tomimori), Utaemon Ichikawa (Tsunatoio Tokugawa), Mitsuko Miura (Yosenin, la moglie di Asano), Mieko Takamine (Omino). La diligenza che corre lungo la prateria, inseguita dagli indiani, è una delle sequenze più famose della storia delcinema e si trova in "Ombre rosse" di John Ford. Essa è l'apice e la sorgente di tanto cinema americano, tutto basato su scene di pura "azione". L'opposto di questo modo d'intendere il cinema è rappresentato da Mizoguchi, differentemente dal suo connazionale Kurosawa, grandissimo ammiratore di Ford. Basta confrontare "La vendetta dei 47 ronin" con "I sette samurai", per rendersi conto delle immense diversità tra le due filosofie cinematografiche. Il cinema di Mizoguchi si fa, specialmente in "La vendetta dei 47 ronin", cerimonia: il rifiuto per le scene d'azione o di combattimento, ma anche per le scene ad effetto (non sono mai mostrati neppure i numerosi seppuku che hanno luogo durante tutto lo svolgimento del film), a vantaggio delle sequenze nelle quali i personaggi discutono della necessità o meno di determinati comportamenti, trasporta il cinema di Mizoguchi sul piano, appunto, della cerimonia, che non significa certo celebrazione od esaltazione della filosofia che sta alla base dell'agire dei protagonisti. Anzi, quello di Mizoguchi è un sottile modo di criticare la rigida applicazione del "bushido", il codice del samurai, che sacrifica al senso del dovere verso il daimyo (il signore al cui servizio operano i samurai) la vita, l'affetto, gli amori dei personaggi che vi si vanno a scontrare. Va tenuto conto, peraltro, del fatto che le due parti in cui il film di Mizoguchi è suddiviso furono girate ed uscirono nei cinema nipponici proprio a ridosso dell'aggressione di Pearl Harbor e quindi del fragoroso ingresso del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: pertanto Mizoguchi dovette cantare e suonare la musica che gli era permesso in quei tempi bui. Ed infatti il film piacque molto alle autorità giapponesi - proprio per questa presunta esaltazione del senso del dovere manifestato dai samurai - ma poco agli spettatori (a causa della mancanza assoluta d'azione). E tuttavia, l'adesione del metodo cinematografico mizoguchiano (sequenze lunghe, piani-sequenza, movimenti di macchina, profondità di campo) all'essenza della materia narrata, ai sentimenti dei personaggi, fanno di "La vendetta dei 47 ronin" un grande, fluviale, capolavoro. Dove niente, o molto poco, è come sembra, perché dietro le sembianze di un giovane samurai può nascondersi una ragazza che vuole stare vicino fino all'ultimo al promesso sposo, perché dietro al comportamento dissoluto di un anziano guerriero può nascondersi un'astuta strategia tesa alla vendetta del suo signore, perché l'aggressore può essere il "buono" e l'aggredito il "cattivo", perché dietro al gesto di una moglie che abbandona il marito nel momento in cui questo decide di compiere il proprio dovere può nascondersi uno smisurato gesto d'amore e sacrificio (Dario Tomasi, nel suo "Castoro" su Mizoguchi, sintetizza così la scena dell'addio tra Oishi e la moglie: «il semplice "abbi cura di te" pronunciato da Oishi e la sua mano allungata, in tensione e stretta ai bordi del braciere che separa l'uomo dalla donna, valgono più di mille "I love you"»).

W. (USA, 2008) di Oliver Stone. Con Josh Brolin, Elizabeth Banks, Richard Dreyfuss, Ellen Burstyn, Stacy Keach, Scott Glenn, James Cromwell. George Walker Poldo Sbaffini Bush, divoratore di panini ed essiccatore di Jack Daniels era un paninaro, pecora nera della famiglia, senza molto cervello ma con una memoria elefantina. La memoria che l'ha portato, insieme a una notevole tenacia e a un culo che non finisce mai, alla presidenza americana. Credo che gli americani, guardando questo film di Stone, abbiano visto sé stessi allo specchio, loro che hanno eletto quell'uomo per ben due volte: e non dev'essere stato un bel vedere. Il regista mette in scena, con stile volutamente paratelevisivo (la presidenza di Bush Jr. è stata una delle più televisive della storia), la resistibile ascesa e la tragicomica epopea di un uomo che è arrivato sul gradino più alto del mondo senza sapere perché e cosa farci. Consigliato da uomini avidi e miopi, George W. ha pensato di comprendere meglio di loro l'umore della gente e si è assunto la responsabilità di assurdità politico-militari senza precedenti nella storia degli USA. Il risultato non è perfettamente riuscito; si nota qualche incongruenza di troppo (ma come fa Laura, così sensibile, intelligente e democratica, ad innamorarsi di botto di questo scimmione?), ma grazie a Dio ed alla Democrazia, in America si possono ancora girare film come questo (canto un Requiem preventivo per un regista che osasse la medesima operazione sullo Zar Putin). Ed anche eleggere un Presidente come Obama dopo uno come "Dubya" Bush.

Il sole (Russia/Francia/Italia/Svizzera, 2005) di Aleksandr Sokurov. Con Issey Ogata, Robert Dawson, Kaori Momoi, Shiro Sano, Shinmeji Tsuji.  L'imperatore Hirohito sembra vivere e pensare in una terra di mezzo. Una terra di mezzo che separa le divinità dai comuni esseri mortali, una terra di mezzo dove abita chi non sa scegliere tra l'amata passione per la biologia animale e gli affari di stato, dove si dibatte chi non sa scegliere tra la pace, subito e per sempre, e una guerra fino all'ultimo uomo. Emblematica la sequenza del consiglio di guerra, che si svolge nel bunker, insieme a ministri e generali, dove il discendente della dea del sole non sa far di meglio che raccontare la parabola del pescegatto. Questo di Sokurov è un film eccezionale, perché nel breve spazio in cui si svolge la sua "azione" (se così si può chiamare) ci spiega, di questo enigmatico personaggio, più di cento trattati. A costo, purtroppo, di rendercelo quasi simpatico: non ci scordiamo che proprio il Tenno aveva mandato un'intera nazione al massacro, al fianco di Hitler e Mussolini, senza un vero perché. Hirohito, in realtà non sembra rendersene neanche conto, vissuto com'è, da sempre, in una realtà irreale, nella quale il suo cameriere, chiedendogli ogni volta il permesso, gli abbottonava perfino i bottoni della camicia. E si vede il suo spaesamento quando viene portato ad incontrare il generale MacArthur, che lo accoglie con il disprezzo che si deve ad un criminale di guerra sconfitto e poi lo congeda quasi con compassione. E quell'omino con la tuba, davvero molto simile al Charlie Chaplin delle comiche, è talmente smarrito da non capire neppure come si gira la maniglia per aprire la porta d'uscita. In tutto questo, Sokurov non fa mancare tocchi d'ironia (si veda la scena finale dell'imperatore con il vecchio cameriere), per un film che ci consegna un regista non solo esperto e geniale, ma anche maturo e sicuro di sé. Issey Ogata è un attore che non conoscevo, ma che qui offre una prestazione superlativa.

La strada della vergogna (Giappone, 1956) di Kenji Mizoguchi. Con Machiko Kyo, Ayako Wakai, Aiko Mimasu, Michiyo Kogure, Yumeko Urabe, Eitaro Shindo. Questo non doveva essere l'ultimo film di Mizoguchi, che infatti La strada della vergogna (Mikki)stava lavorando, con i suoi sceneggiatori, ad un nuovo progetto. Purtroppo, la leucemia non gli consentì di realizzare nuovi film, per una carriera che, già così, è fittissima ed intessuta di una serie che alterna grandi film a capolavori assoluti. "La strada della vergogna" è, secondo me, un grande film. Parla di problemi sociali, cui la prostituzione, tematica superficiale della storia narrata, è solo uno, forse il più degradante per le donne che vi approdano, dei possibili sbocchi. Nessuna delle cinque protagoniste del film è orgogliosa del proprio mestiere, accettato per assoluta necessità: quella di far crescere un figlio, di mantenere un marito malato, di accumulare i soldi per iniziare un'attività "onesta", ma anche quella di ribellarsi e far ricadere la vergogna su un padre che, con i suoi continui tradimenti, ha fatto morire la moglie di crepacuore e distrutto la famiglia. Mizoguchi, però, qui mette in evidenza tutte le contraddizioni di un paese che, alla metà degli anni Cinquanta, cessata ormai l'occupazione americana, sta correndo come un pazzo verso l'industrializzazione, lasciando indietro però molti dei suoi figli più deboli, e mantenendo, per di più, alcuni schemi mentali appartenenti ad una tradizione dura a morire. Così, per esempio, mentre contro le donne che esercitano il mestiere di prostitute si scagliano gli strali di tutti coloro che si ritengono moralmente onesti, gli uomini che frequentano il bordello sono semplicemente dei "clienti". In questo senso, Mizoguchi rifiuta di dare un giudizio negativo su Yasumi, la prostituta che carpisce il denaro ai clienti, abbindolandoli con la promessa di fuggire con loro, e, per di più, presta soldi a strozzo anche alle colleghe. Il giudizio morale di Mizoguchi sul problema della prostituzione, tuttavia, è chiaro, e si capisce da quale parte stia nel dibattito sulla messa al bando dei bordelli, quando mostra, nella scena che chiude, sfortunatamente, la sua filmografia, la faccia disperata della "novizia" che tenta di imitare le colleghe più scafate nell'adescamento.

Giovani, belle… probabilmente ricche (Italia, 1982) di Michele Massimo Tarantini. Con Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Gianfranco D’Angelo, Michele Gammino, Lucio Montanaro. Tarantini, autore di una serie lunghissima di commediacce notevolmente mediocri, prova qui diverse strade, dalla satira germiana sull'ipocrisia delle cittadine di provincia alla commedia sofisticata basata sulla necessità di adempiere le condizioni per ottenere un'eredità, dalla pochade alla maniera di Feydeau fino alla commedia erotica. E fallisce su tutti i fronti che apre. Insomma il film non coinvolge, non eccita e non fa mai ridere. Nemmeno per sbaglio.

Rosetta (Belgio, 1999) di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet. La camera a spalla sta talmente addosso ai personaggi - specialmente a Rosetta - da andarci spesso, volutamente, a sbattere contro. E' il cinema dei Dardenne: la loro intenzione è, appunto, quella di farci sbattere il muso contro situazioni che vogliamo rimuovere dalla nostra vita quotidiana, contro personaggi, come Rosetta, che hanno il terrore di essere espulsi ed emarginati dalla società. Rosetta, in questo senso, è tutti noi, perché mira ad essere una tessera del mosaico umano che sono le nostre città d'oggi: non le interessa neppure il denaro, non vuole lucrare, come fa Riquet, sulle cialde vendute nel chiosco: vuole un lavoro come tutti noi (fortunato chi ce l'ha, verrebbe da dire con il senno di oggi), vuole essere come tutti noi. Ma Rosetta ragiona poco, agisce con l'istinto, probabilmente quello ereditato dalla madre, che si prostituisce per pochi spiccioli, da investire in alcol nel quale annegare la propria miseria materiale e morale. E l'istinto spinge Rosetta a tradire Riquet per ottenere il suo posto di lavoro. Con un inizio di presa di coscienza, però, la ragazza si pentirà del proprio gesto ed avrà, forse, la possibilità di iniziare una nuova vita. In questo senso è eccezionale la sequenza finale, nella quale Rosetta, tormentata dal rumore fastidiosissimo del motorino di Riquet (il tarlo della coscienza macchiata?), cade tre volte con la bombola del gas in braccio, proprio come Gesù Cristo, oberato dalla croce, sulla via del Golgota. Con questo grandioso finale, che sta alla pari con qualche rogo di Giovanna d'Arco messo in scena da grandi maestri del cinema, i fratelli Dardenne riscattano anche qualche momento di stanca e qualche forzatura drammaturgica, che continuano a farmi preferire "Il figlio" a questo film.Sulla regia di Jean-Pierre Dardenne. Due anni fa Montescudaio gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Da venticinque anni passa le vacanze nel mio paese e per la maggior parte di questo periodo nessuno ha saputo chi fosse. Chi lo conosce lo descrive come una persona schiva ma educatissima, insomma come un uomo squisito. Sulla regia di Luc Dardenne. Lui s'è visto un po' meno :)

Roma drogata: la polizia non può intervenire (Italia, 1975) di Lucio Marcaccini. Con Bud Cort, Marcel Bozzuffi, Eva Czemerys, Guido Alberti, Leopoldo Trieste, Maurizio Arena, Umberto Raho. Film irrisolto e confuso di tal Marcaccini da Rimini. La costola principale di "Roma drogata" sembra voler trasporre in territorio italico un paio di modelli che avevano segnato la cinematografia americana d'inizio anni Settanta, come "Easy Rider" (le corse in moto, i deliri lisergici) e "Fragole e sangue" (le contestazioni studentesche, le reazioni della polizia, la presenza di Bud Cort), mentre la parte prettamente poliziesca, preannunciata dalla seconda metà del titolo - "la polizia non può intervenire" -, sembra pensata, girata e appiccicata in un secondo momento. L'intenzione del regista era probabilmente quella di uscire dai cliché del genere, ma l'impressione è che il film abbia deragliato completamente, come testimoniano anche alcune scelte di cast davvero discutibili, come Maurizio Arena in veste di siciliano e Leopoldo Trieste, killer con gabbia avicola, oltre tutto doppiato.

Moloch (Russia/Germania, 1999) di Aleksandr Sokurov. Con Leonid Mozgovoj, Elena Rufanova, Leonid Sokol, Yelena Spiridonova. Non mi è piaciuto molto. Del resto, i lati di follia del carattere di Hitler erano più che noti da tempo. L'aspetto migliore del film, affrontato con grande serietà da Sokurov, mi sembra la creazione del personaggio di Eva Braun, l'unica che, fra tanti lacchè del fuhrer, aveva il coraggio di gridargli in faccia che il re è nudo. Nonostante questo, anche la donna, rinchiusa nella sua fortezza sui monti nebbiosi, non è meno colpevole, per la sua connivenza, rispetto ad un complessato scrittore mancato come Goebbels o ad un ignorante patentato e clownesco come Bormann. Eppure, tutto l'insieme non mi convince fino in fondo, forse perché Sokurov dà per scontate troppe cose. Certo, ascoltare i deliri infantili di Hitler spinge a riflettere sull'immaturità dei popoli che mandano al potere certi soggetti assurdamente dannosi.

Zora la vampira (Italia, 2000) dei Manetti Bros. Con Toni Bertorelli, Micaela Ramazzotti, Carlo Verdone, Ivo Garrani, Alessia Barela, Valerio Mastandrea, Chef Ragoo, Raffaele Vannoli. Il primo horror cattocomunista? Boh, fatto sta che l'unione tra la Chiesa stradaiola di Don Ivo Garrani e i centri sociali produce le bottiglie Molotov all'acqua santa, pronte ad essere lanciate contro il vampiro venuto a Roma dalla Transilvania. E produce poco d'altro, quasi niente. Il film non è divertente, risolvendosi in una serie di macchiette risapute che lascia interdetti, compresa una inutile caratterizzazione strillata di Carlo Verdone, anche produttore del film. A me sembra che, goliardia da rimpatriata liceale a parte, i fratelli Manetti abbiano solo una vaghissima idea di cosa significhi fare un film. Tra insulse figurine (i due tossici che punteggiano la storia sono penosi, ma anche Toni Bertorelli c'entra come il cavolo a merenda) e arbitarai sviluppi della sceneggiatura, il film arriva alla fine a pezzi e bocconi, vantando al suo attivo soltanto l'agente Cuccureddu (il bravo caratterista Sandro Ghiani), infiltrato tra i politicanti del centro sociale. Troppo poco, cari fratellini.

Storie (Francia, 2000) di Michael Haneke. Con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Josef Bierbichler, Luminita Gheorghiu. I film di Haneke sono generalmente interessanti, anche quando non sono riuscitissimi. Il regista austrotedesco è uno degli autori europei più da tenere d'occhio, nel panorama attuale. Questo "Storie" non mi ha esaltato, ma tutto sommato è un acuto sguardo sulla società d'oggi, puntato su Parigi, una delle realtà più emblematiche, dove l'integrazione va di pari passo con un sentimento strisciante di razzismo e di disagio sociale, che può sfociare, come è successo qualche anno fa, in rivolte delle periferie. Forse è soprattutto una grossa carenza affettiva, come sembra dimostrare l'episodio del giovane arabo sulla metropolitana.

 

postato da: Sasso67 alle ore 14:41 | Permalink | commenti
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