venerdì, 17 aprile 2009

Burn After Reading – A prova di spia. Di Joel ed Ethan Coen. Con John Malkovich, Tilda Swinton, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand, Richard Jenkins. Il servizio segreto U.S.A., la C.I.A., è diviso in due sezioni: l’U.C.A.S. (Ufficio complicazione Affari Semplici) e l’U.S.A.C. (Ufficio Semplificazione Affari Complicati). Della prima fa parte il mediocre analista John Malkovich, rimosso dall’incarico, che perde un CD Rom contenente un file con le proprie memorie di spia; della seconda fa sicuramente parte il capo del servizio segreto, per il quale non esistono sfumature: chi può rivelarsi pericoloso deve essere eliminato o, nella peggiore delle ipotesi, pagato per tacere. Il film dei Coen riflette l’America bushiana, stretta tra i due estremi dell’incipiente crisi economica e della pervasività degli apparati della sicurezza. In questo contesto anche l’ambasciata russa (stavo per scrivere sovietica) può apparire come una scialuppa di salvataggio, salvo scoprire che neanche le spie russe sono più quelle delle un tempo: perfino nel cuore della loro sede diplomatica la C.I.A. e i suoi dollari hanno insediato quinte e seste colonne. Burn After Reading è uno dei migliori film degli ultimi Coen: nel quale non succede niente se non un gran caos. Anzi, un casino totale.

Ottimo Clooney (anche se non amo la sua voce italiana), bravissima come sempre la McDormand; non mi è piaciuto, invece, Brad Pitt, il cui personaggio (e di conseguenza la sua recitazione) è troppo caricato.

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categoria:cinema
lunedì, 06 aprile 2009
Gran Torino (USA, 2009) di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Cory Hardrict, Geraldine Hughes. A partire dal nome del protagonista (Kowalski) la più recente fatica di Clint Eastwood procede per stereotipi, come del resto il regista fa in tutti i suoi film (almeno in quelli che ho visto). Era dura, peraltro, giustificare nella durata canonica d'un film le svolte caratteriali di quest'uomo rimasto solo ed indurito dalle esperienze della vita. Ed in particolare resta arduo comprendere il repentino mutamento di pensiero sui suoi vicini asiatici, per i quali darà addirittura la vita (seppure una vita al tramonto e minata dalla malattia). La parabola è sempre quella del cowboy, che Clint ha ereditato da tutti i suoi maestri, da John Ford ed Howard Hawks ("Il fiume rosso") in avanti, qui con allievo da istruire alla vita con il proprio esempio, fino all'estremo sacrificio. Grande illustratore, Eastwood regista è come la degregoriana locomotiva rispetto al bufalo: non sa mai scartare di lato e cadere.

Killer Elite (USA, 1975) di Sam Peckimpah. Con James Caan, Robert Duvall, Burt Young, Bo Hopkins, Mako. Così come Sydney Pollack, nello stesso periodo, affrontò (al cinema, ovviamente) la yakuza giapponese, Peckimpah se la vede con le triadi cinesi, dalle quali il protagonista deve proteggere un politico taiwanese sul suolo americano. Il Mike di James Caan deve in realtà vedersela anche con i traditori della propria agenzia investigativa, che nasconde con la propria attività diversi loschi affari della CIA. Peckimpah, durante le riprese, non smise mai di riscrivere la sceneggiatura originale di Stirling Silliphant, e questo lavorìo si riflette in una certa confusione e farraginosità della storia, che tuttavia funziona, rifugge dagli stereotipi e dai sentimentalismi, e giunge senza fiatone all'arrivo.

Il padrino - Parte II (USA, 1974) di Francis Ford Coppola. Con Al Pacino, Robert De Niro, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton. Probabilmente il segmento migliore della trilogia coppoliana, perché sa unire l'epopea mafiosa ai drammi umani dei singoli componenti della "famiglia", con sapienti agganci all'attualità politica (molto azzeccata la sequenza dell'audizione davanti alla commissione senatoriale) e ai collegamenti tra la mafia siciliana e quella italoamericana, A ciò va aggiunta una delle interpretazioni, anzi, delle personificazioni (Al Pacino non recita, ma è Michael Corleone) migliori nella storia del cinema e la fotografia prodigiosa di Gordon Willis. Alla presenza di altri attori uno più bravo dell'altro (da De Niro a Duvall, da Cazale a Diane Keaton, per non parlare di Strasberg), Coppola afferma la propria idea di cinema, poderoso e fluviale: del resto, questo film fu realizzato nel periodo di grazia del regista, che va dal primo "Padrino" ad "Apocalypse Now", passando anche per "La conversazione".
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categoria:cinema
lunedì, 06 aprile 2009
Sergej Nosov, Il volo dei corvi, Voland, 2005, pp. 265, € 14,00
Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status.
Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera di un nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma, Gogol e Cechov sono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.
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venerdì, 03 aprile 2009
Vittorio Cotronei, Meseta, Edizioni Clandestine, 2009, pp. 168, € 11,00.
Quando Zidane decise di lasciare la Juventus, la scusa fu che sua moglie voleva vivere in una città sul mare. Infatti, il calciatore si trasferì al Real Madrid. E Madrid, come si sa, è una città quale Parigi, Praga, Mosca... tutte bellissime capitali, ma il mare, semplicemente, non c'è. Salvatore, invece, si sente il mare dentro, ed è questo uno dei fattori principali della sua irrequietezza di giovane che vive nel calderone multietnico che è la Madrid dei nostri giorni. Una capitale spagnola che troviamo, all'inizio del romanzo di Vittorio Cotronei, sconvolta dagli attentati dell'11 marzo 2004, quelli che decretarono, nello spazio di un giorno, la fine dell'era Aznar e il sorgere dell'astro Zapatero. I tormenti di Salvatore sono quelli di uno dei nostri giovani, di chi appartiene ad una generazione che ha avuto grandi opportunità, grandissime speranze e, talvolta, delusioni di grandezza direttamente proporzionale. Si tratta di giovani quasi tutti laureati e quasi tutti, più o meno provvisoriamente, emigrati all'estero, chi a Madrid chi a Barcellona, Parigi o Edimburgo. Grazie al programma Erasmus e alle opportunità fornite dall'Interrail o dai viaggi aerei low cost, hanno già conosciuto l'Europa ed il mondo, ed hanno avuto modo di giudicarli migliori della nostra Italietta d'oggi. Altri tempi, quando a Montescudaio si parlava di Dandolo, quasi come se fosse un esploratore planetario del calibro del professor Livingstone o di Amundsen.
Vittorio non ha ancora la malizia dello scrittore di professione e scrive da giovane innamorato, oltre che della vita, di questo potentissimo mezzo che è la scrittura, padroneggiata con notevole abilità, tale da rendere la lettura scorrevole e mai noiosa. Per di più, Vittorio dimostra di essere anche un lettore attento, che sa far tesoro degli autori assimilati e reinterpretati in un suo modo del tutto personale: in Meseta vi sono omaggi espliciti, come quello all'amato Arturo Perez-Reverte, ed altri che risultano da suggestioni e richiami, come potrebbero essere quello a Bukowski (come lo scrittore nato in Germania demistificò il sogno americano, così Vittorio, nel suo piccolo, erode un po' del mito della Madrid orfana della movida anni Ottanta) e al Kerouac di Sulla strada e dei Sotterranei. Ma la Meseta, in quanto paesaggio anche interiore del protagonista, fa venire in mente anche il Sertao descritto da Guimaraes Rosa: si tratta di paesaggi dell'anima, più che di espressioni geografiche. E se il Sertao è quando meno te lo aspetti, anche la Meseta ti aggredisce nei momenti meno opportuni e sembra ritornare in eterno a ricordarti che, dovunque tu sia, lei è sempre là a circondarti con la sua solitudine.
E poi, però, esistono i luoghi della memoria, e Vittorio ce lo ricorda in alcuni passaggi - come quando il protagonista torna a casa per la prima volta - che fanno comprendere come, per quanto belle siano Madrid, la Spagna, Siviglia, i tramonti sull'Oceano, la mamma (e non è un richiamo retorico), la casa, il tuo paese continuano a rappresentare i valori primari che ti richiamano sempre a sé. Rappresentano i luoghi fisici e della mente che, per usare il linguaggio caro a Vittorio, sono i più grandi di tutti. Anche per i giovani "erasmiani".
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categoria:libri, romanzo