- Lei è quel giovane codardo di cui parla tutta San Pietroburgo?
- Giovane?!? Ho trentacinque anni!
chi sono
Nome: Sasso I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando. A volte noto anche quando Amor non mi spira e quando non mi ditta vo insignificando.
Kenneth G. Henshall, Storia del Giappone, Mondadori, 2005, pp. 321, € 10,40. Avendo visto, negli ultimi anni, una serie notevole di film giapponesi, soprattutto di Kurosawa e di Mizoguchi, era logico che mi informassi un po' meglio sulla storia del paese che ha prodotto quei geni cinematografici. Ed in effetti ne sapevo molto poco. A colmare, molto parzialmente, la mia lacuna, è servito questo libro di storia del Giappone del neozelandese Henshall, che compie un excursus veloce ma documentato sul paese del cosiddetto sol levante, dalla preistoria ai giorni nostri. E' un libro assai documentato, che si sofferma molto sui dati economici del Giappone, anche in considerazione del fatto che i nipponici hanno sempre considerato il lavoro, e di conseguenza la produzione, come un metodo per affermare la loro identità nazionale, quando non addirittura una loro superiorità sugli altri popoli. In questo modo, tra altri, si spiega il perché questo nazione che fa base su poche isole ai margini dell'Oceano Pacifico abbia assunto un così elevato potere economico nel mondo e sia diventato, negli ultimi cento anni, anche una potenza politica, crollata fragorosamente dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale. Un paese peraltro che, pur essendo l'unico nella storia mondiale ad avere subito l'attacco atomico, ha saputo risollevarsi con quello che Henshall preferisce non chiamare miracolo economico, in quanto il grande sviluppo del dopoguerra è il frutto di un consapevole, durissimo, lavoro. L'autore di questa Storia del Giappone non si sofferma su dati secondari, come la descrizione delle eventuali manie o malattie degli imperatori, il cui ruolo negli ultimi centocinquanta anni ha riassunto una posizione centrale, a seguito dell'abolizione della carica dello shogun, ma segue gli eventi fondamentali della storia nipponica, senza trascurare gli aspetti che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare secondari, come la valenza socio-politica del calcio e degli sport in genere, fino a rivelarci un aspetto inedito e curioso di certe zone del paese, dove vengono praticate con passione le gare di scorregge.
Il faraone (Polonia, 1966) di Jerzy Kawalerowicz. Con Jerzy Selnik, Barbara Brylska, Krystina Mikolajewska. Kolossal polacco anni Sessanta che fa lescarpea tanti prodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventurapura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone" di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro come Kawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".
Abbronzatissimi 2 – Un anno dopo (Italia, 1993) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Valeria Marini, Eva Grimaldi, Brando Giorgi.Rispetto al capostipite, qui si annovera un'attrice mediocre (Vanessa Gravina) e una serie inenarrabile di attori infimi, tra i quali primeggia l'ineffabile Valeria Marini. Il cast, da solo, già dice abbastanza sul livello del film di Gaburro, che non fa ridere mai, nemmeno per sbaglio. Ma qui, già parlare di cinema è fare un regalo a questa spazzatura sotto forma di fotogrammi in celluloide.
Il tango della gelosia (Italia, 1981) di Steno. Con Monica Vitti, Philippe Leroy, Diego Abatantuono, Tito Leduc, Jenny Tamburi. Commediola che nasce vecchia e insiste su una miriade di luoghi comuni - con particolare insistenza su quello delle corna - che già all'inizio degli anni ottanta sembravano provenire da un altro mondo. L'insieme risulta ancor meno credibile, in quanto ambientato nel mondo dell'alta borghesia (i protagonisti sono niente meno che un principe e una principessa) tanto che il personaggio più credibile risulta, alla fine, la figurina della fidanzatina pugliese di Abatantuono, interpretato da Jenny Tamburi. La Vitti mette in campo la stra-abusata serie di vezzi che ne caratterizzano larecitazionenevrotica e lagnosa. L'unico motivo diinteressesono i monologhi surreali di un Abatantuono in piena ascesa (si rivolge al maestro di ballo della protagonista chiamandolo "Don Lurido"), anche se il suo personaggio c'entra, con il contesto delfilm, come i cavoli a merenda.
L’innocente Casimiro (Italia, 1945) di Carlo Campogalliani. Con Erminio Macario, Lea Padovani, Enzo Biliotti, Alberto Sordi.Il torto maggiore di questo film è di sembrare, con il neorealismo alle porte, di un'altra epoca, quella deitelefoni bianchi, delle contessine e dei principini. Però l'umorismo surreale e non sempre bonario di Macario (che purtroppo al cinema non ha mai saputo ripetere i successi ottenuti nellarivista) colpisce nel segno più d'una volta, sia quando pronuncia battute che sembrano provenire dalle sacrestie e dagli oratori ("professore, ha unaruotaa terra" "oh bella, e dove dovrebbe stare, per aria?") sia quando sembrano anticipare l'irresistibile ed irrefrenabile maniera di Totò ("Signor preside, sia buono..." "Non sono il tuo preside, sono il tuo giustiziere!" "Signor giustiziere, sia buono...").
Fantozzi – Il ritorno (Italia, 1996) di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Milena Vukotic. Con "Fantozzi - il ritorno" è come essere bambini, perché ci si diverte (nel nostro caso: entro certi limiti) a vedere per l'ennesima volta lo stessocartoneanimatoo lo stesso cascatone del povero Ollio. Nell'immaginario collettivo di oggi, Fantozzi ha ormai soppiantato gli eroi delle vecchie comiche ed è diventato un po' una parte della nostra vita; molti di noi avranno fatto o almeno visto una caduta "alla Fantozzi" o saranno stati perseguitati, nelfinesettimana, dalla "nuvoletta di Fantozzi". Ecco, i film di Fantozzi, anche quelli meno riusciti costituiscono ormai una rimpatriata. Qualche episodio di quest'ultimo film è comunque azzeccata, come l'inchiesta e il processo simil Mani Pulite, al termine dei quali il povero ragioniere finisce in prigione al posto del delinquentissimo megadirettore Balabam.
Fantozzi 2000 – La clonazione (Italia, 1999) di Domenico Saverni. Con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Anna Mazzamauro, Paolo Paoloni.Anche qui, si ride "in memoriam"... rivedendo le stesse gag deifilmprecedenti. Villaggio, almeno, ci prova e riesce a strappare un paio dirisate, spalleggiato dalle brave Milena Vukotic e Anna Mazzamauro. Non ci sono più il fido (?) Filini (Gigi Reder è morto nell'ottobre del 1998) né Mariangela e francamente i continui riferimenti scimmieschi in relazione alla figlia prima ed alla nipote Uga ora hanno davvero stancato. Il film è poco o niente riuscito e la colpa è senza dubbio del regista Saverni che, al contrario dei suoi predecessori, non sa dare il benché minimo guizzo ad una materia peraltro ampiamente sfruttata. Se questi sono gli effetti della clonazione, verrebbe da dare ragione al Vaticanoche vi si oppone.
Il lupo e l’agnello (Italia/Francia, 1980) di Francesco Massaro. Con Michel Serrault, Tomas Milian, Ombretta Colli, Daniele Vargas.Tentativo, abbastanza malriuscito, di unire il filone monnezzaro con quello del "Vizietto". Funziona piuttosto bene il cast di contorno, con Bonanni nella parte di "er Trippa" e Antonelli in quella di "Capoccione", ma non è abbastanza.
Teste rasate (Italia, 1992) di Claudio Fragasso. Con Gianmarco Tognazzi, Giulio Base, Flavio Bucci, Fabienne Gueye, Franca Bettoja. Un film coraggioso, perché spiega la fascinazione dei ragazzi delle periferie cittadine per l'ideologia, ma ancora di più l'iconografia e la credenza in qualcosa di granitico (benché aberrante), nel vuoto generale. Il film di Fragasso, rischia, però di essere già vecchio, a poco più di quindici anni di distanza, perché ormai la destra estremista ha sostituito l'ebreo, come nemico, con l'extracomunitario e/o il barbone. Ormai la razza inferiore è l'arabo musulmano e il nero, che le squadracce, oggi riciclatesi in ronde legalizzate, si incaricano di punire con metodi spesso medievali (allo spacciatore di colore viene tagliata la lingua). Nel protagonista del film (un discreto Gianmarco Tognazzi) il fascino per i naziskin si mischia all'orrore per le loro gesta sanguinarie, così come l'odio provato per gli extracomunitari di qualsiasi etnia fa a pugni con l'attrazione fisica (ma anche qualcosa di più) per una ragazza somala. Un film riuscito solo a metà, ma che rappresenta un valido documento sui nostri anni a cavallo di due secoli.
Doppio delitto (Italia, 1977) di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Peter Ustinov, Mario Scaccia, Jean-Claude Brialy, Ursula Andress. Ilfilmsembra essere stato realizzato per tentare di ripetere l'operazione riuscita a Comencini, un paio d'anni prima, con "La donna della domenica", che aveva per protagonista il medesimo Mastroianni. Ma Ugo Moretti (autore delromanzooriginario) non è Fruttero e Lucentini, Steno non è Comencini ed Age e Scarpelli, che sono ancora i medesimi Age e Scarpelli, hanno qui lavorato svogliatamente. Del resto, la Roma che fa dasfondoa questa storiella giallorosa è molto più sfruttata ed abusata della Torino di Fruttero e Lucentini. Qualche macchietta, qua e là, funziona, anche grazie ad interpreti di vaglia, tra i quali spicca l'ottimo Mario Scaccia, che fa da controcanto ad un Mastroianni piuttosto scialbo. Tutto l'insieme, però, costituisce un divertimento abbastanza trascurabile.
"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine". Così Thomas Stearns Eliot conclude il suo poemetto La terra desolata, una delle sue opere più importanti. Qui il poeta angloamericano giunge ad una delle conclusioni più pessimiste che sia stato dato di leggere: per l'Autore, la vita è la morte, e la vita è ridotta al trinomio, ontologicamente inutile, nascita/copula/morte. E forse con quest'opera, magistralmente tradotta ed introdotta (ed annotata a margine) dal grande Mario Praz, Eliot, che attraversa l'inferno dantesco con l'ironia di un dandy decadente e la consapevolezza che prima di lui ci sono passati anche i poeti maledetti come Rimbaud o Lautréamont, comunica che la poesia - forse meglio o forse ad un altro livello rispetto alla fede - può fungere da pagliuzza da afferrare prima che affondi questa malridotta nave fenicia sulla quale ci è capitato di navigare.