lunedì, 23 febbraio 2009

Il Portaborse (Italia, 1991) di Daniele Luchetti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Giulio Brogi, Angela Finocchiaro. Anne Roussel. Rivisto a diciotto anni di distanza dalla sua uscita al cinema, "Il portaborse" di Luchetti continua a convincermi e resta, secondo me, uno dei migliori film italiani di sempre. E resta tra i migliori film perché, più che bello, è un film importante. Certo, già all'epoca non disse cose di una novità sconvolgente: le accuse al rampantismo politico del P.S.I. di allora erano già oggetto di articoli giornalistici, spettacoli di cabaret e barzellette. Al cinema, però, le accuse di corruzione si erano sempre indirizzate verso la D.C., e la vecchia balena bianca aveva ogni volta incassato qualsiasi illazione facendola assorbire dal suo ventre molle, senza lasciarsi andare ad isterismi. Con "Il portaborse", invece, si assiste ad un vero e proprio "caso" nazionale: i colonnelli craxiani presentano denunce penali e interpellanze parlamentari, mentre Bernini e Pasquini, i due autori del soggetto originale, ritirano la firma dal film, che rimane sulle spalle di Nanni Moretti (produttore ed interprete), Daniele Luchetti (regista), Stefano Rulli e Sandro Petraglia (sceneggiatori). "Il portaborse"stupisce per la lucidità della sua denuncia: le malefatte attribuite al cinico ministro Botero si riveleranno straordinariamente realistiche, con l’esplosione, dopo meno di un anno, dello scandalo di Tangentopoli. L’efficacia della requisitoria del film di Luchetti è anche dovuta alla bravura di tutti gli interpreti, in particolare dei due protagonisti Nanni Moretti e Silvio Orlando. Ma agli occhi di chi lo vede oggi, “Il portaborse” ha assunto anche il valore di documento, e non soltanto di documento storico, bensì di testimonianza sull’apparenza dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi vent’anni: la persistenza della stessa terminologia politica, degli stessi metodi propagandistici e di spartizione del potere sono i segnali – anzi i monumenti, e verrebbe da dire gli archi di trionfo – che nel nostro paese, come sempre, è cambiato tutto affinché non cambiasse niente.

Sballato, gasato, completamente fuso (Italia, 1982) di Steno. Con Edwige Fenech, Enrico Maria Salerno, Diego Abatantuono, Liù Bosisio. Probabilmente il peggior film con Abatantuono terrunciello: la sua logorrea è di una noia esiziale, per lo spettatore e per il film. Assolutamente pretestuoso abbinare penose tirate pseudofemministe e i nudi della Fenech. Da inserire nell'antologia del peggio del peggio degli anni Ottanta.

Scusa se è poco (Italia, 1982) di Marco Vicario. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Mario Carotenuto, Orazio Orlando. Due episodi scialbissimi, che costituiscono l'insulso cascame dell'ormai defunta commedia all'italiana. Bolsissimi Tognazzi e la Vitti. Per fortuna qualche sproloquio di Abatantuono riesce a strappare la risata, salvando il film dal disastro completo.

Braveheart (USA, 1995) di Mel Gibson. Con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine McCormack, Patrick MacGoohan. Non si può negare che il film annoveri alcune scene emozionanti ed altre addirittura commoventi. Gibson ha saputo indubbiamente trovare la chiave giusta per uno spettacolone che coinvolge un po' tutti ed arriva dritto persino al duro cuore dei militanti della Lega Nord. Del resto, ce li vedo quelli delle ronde padane a gridare "libertààà!" mentre marzagrano (livornesismo per "massacrano") di botte l'invasore angloextracomunitario di turno. Peraltro, tutte le cose che Mel Gibson ci racconta potevano essere dette in molto minor tempo che non nelle due ore e tre quarti di durata del film. In più, direi che il regista poteva risparmiarci l'idillio tra l'eroe e la principessa di Galles (che poi era francese). "Braveheart" è comunque, secondo me, il miglior film di Gibson.

Chato (USA, 1972) di Michael Winner. Con Charles Bronson, Jack Palance, Jill Ireland, James Whitmore, Richard Baseheart. Mediocre tardo-western, dove l'uomo della steppa Charles Buchinsky recita un indiano giustiziere del deserto, braccato da una banda di scalcagnati aspiranti ed avventizi (a loro volta) giustizieri, che da cacciatori diventano prede dell'astuto pellerossa. Il protagonista, in realtà, non sembra neanche l'indiano, ma il gruppetto di razzistelli di villaggio, capeggiati da un ex ufficiale sudista (Jack Palance), per il quale questo safari con l'apache rappresenta la prosecuzione della Guerra Civile con altri mezzi. Ma da buon ufficiale possiede anche una sua etica, che si scontrerà contro l'odio feroce covato da un terzetto di fratelli, fanatici persecutori di indiani ed anche un po' disturbati nella mente. Il regista Winner, dotato di buona tecnica, va, come sempre, alla ricerca dell'effettaccio e del particolare sorprendente e raccapricciante, che colpisca lo spettatore nelle viscere più che al cuore.

Quando eravamo re (USA, 1996) di Leon Gast. Con Muhammad Alì, George Foreman, Don King, Spike Lee, Norman Mailer. L'incontro tra Alì e Foreman fu un evento epocale per tanti motivi: per la prima volta il match per il titolo mondiale dei pesi massimi si svolgeva in un paese africano, la borsa, colossale, di dieci milioni di dollari era offerta da un sanguinario dittatore a fini propagandistici, il musulmano Alì, risolti i suoi problemi con la giustizia americana per la renitenza alla chiamata alle armi, si presentava come il campione dei neri contro l'altrettanto nero Foreman, che era considerato però un gigante al servizio dei capitalisti yankee. In più, Gast sa mettere in luce il ruolo dell'organizzatore Don King, un uomo privo di scrupoli, ma affascinante e dotato di un'ottima cultura. L'evento fu notevole, anche perché la maggioranza dei critici riteneva che Foreman avrebbe prevalso dall'alto della sua potenza contro il più anziano Alì, anche se quest'ultimo, appoggiato dal tifo degli zairesi (che lo accolsero al grido "Alì boma yé", cioè "Alì uccidilo"), sfoggiava un'inusitata sicurezza. E fu così che il predicatore ballerino sconfisse il Golia dal pugno dirompente. Un ottimo film documentario.

Tano da morire (Italia, 1997) di Roberta Torre. Con Ciccio Guarino, Enzo Paglino, Mimma De Rosalia, Maria Aliotta. Film divertente ed intelligente che sa coniugare il musical con l'inchiesta sulla mafia, fenomeno verso il quale rappresenta un modo di guardare sicuramente nuovo. Il divertimento, per gli appassionati di cinema, consiste anche nel cercare di riconoscere i numerosissimi riferimenti cui Roberta Torre rimanda nella sua coloratissima sarabanda: da Fassbinder alla Wertmuller, da Almodovar a Ciprì e Maresco, dal John Travolta della "Febbre del sabato sera" a John Waters e chi più ne ha più ne metta. Paradossalmente, un modo semiserio per prendere sul serio un problema serissimo.

Abbronzatissimi (Italia, 1991) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Salvatore Marino. Spazzatura allo stato puro. Un concentrato del peggio del cinema (?) comico (?) italiano. Micidiale la somma di Alba Parietti pre-gonfiamento labiale, assolutamente incapace di recitare, di uno degli attori più antipatici della storia come Jerry Calà e di uno dei comici meno comici del cinema mondiale, ovverosia Maurino Di Francesco.

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lunedì, 16 febbraio 2009

Klimt (Austria/Francia/Germania/GB, 2006) di Raul Ruiz. Con John Malkovich, Saffron Burrows, Veronica Ferres. Quando la fantasia diventa confusione e la biografia cinematografica si fa noia. L'intenzione di realizzare un film veramente kafkiano naufraga, scontrandosi con l'incapacità di Ruiz di seguire un filo logico oppure di abbandonarsi al delirio, come sapeva fare, per esempio, il Ken Russell dei tempi d'oro.

Caccia spietata (USA, 2006) di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Michael Wincott, Anjelica Huston, Ed Lauter. La prima parte del film prometteva bene, con un inizio anticonvenzionale di western tutto ambientato nella neve. Purtroppo, dalla metà in avanti, il film si perde in una sorta di racconto filosofico e di apologo dalla morale scontata e con l'apparizione di improbabili personaggi nel deserto, a mezza strada tra l'apparizione soprannaturale e il miraggio. L'impressione è che il regista, arrivato allo scontro finale, abbia dovuto allungare il brodo per arrivare ad una conclusione conciliante che appare piuttosto incongrua. Peccato.

Il nemico alle porte (USA/Germania/GB, 2000) di Jean-Jacques Annaud. Con Jude Law, Ed Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz. Annaud ci mostra con chiarezza come si può fare un film idiota sulla Seconda Guerra Mondiale. Il regista francese riduce una delle battaglie decisive della guerra (se i Tedeschi avessero sfondato a Stalingrado avrebbero potuto impadronirsi del petrolio del Caucaso, con conseguenze immaginabili) ad uno scontro tra superuomini, come se fosse possibile far rivivere su pellicola i duelli tra Ettore ed Achille, che nei poemi epici potevano decidere le sorti di una guerra. Purtroppo Annaud non possiede un briciolo della poesia omerica e neppure sa dare alla propria creatura un po' dell'ironia che anche i polpettoni hollywoodiani come "Via col vento" possiedono. In più, si trova nel film un anticomunismo stupido, oserei dire berlusconiano, affidato addirittura alle parole di un ufficiale sovietico, impersonato dal glorioso Salvatore del "Nome della rosa". Le parentesi romantico-erotiche fanno sembrare "Il nemico alle porte" una versione della Seconda Guerra Mondiale raccontata a dispense su Playboy.

La signora di Musashino (Giappone, 1951) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka, Yukiko Todoroki, Akihiko Katayama, So Yamamura. Pur non essendo uno dei film più riusciti di Mizoguchi, "La signora di Musashino" prelude già ai suoi capolavori del periodo della maturità. Il film, inoltre, nel riproporre una figura emblematica di uomo indeciso a fronte di due donne che incarnano rispettivamente la tradizione e l'innovazione sociale e del costume, contiene alcune sequenze struggenti di corteggiamento timido e impacciato, frutto di un amore destinato a non compiersi, come di un Paolo e Francesca frenati dalla tradizione, anziché incoraggiati dall'amor cortese. Lirico e poetico.

Alì (USA, 2001) di Michael Mann. Con Will Smith, Jamie Foxx, Mario Van Peebles, Jada Pinkett Smith, Jon Voight, Ron Silver. Muhammad Ali è forse il simbolo della boxe moderna e sicuramente un grand'uomo - per le sue battaglie per i diritti civili - e meritava il miglior film di Mann, che, nonostante un certo qual abuso di musiche d'epoca e di immagini ad effetto, riesce ad essere meno retorico e trombone che nel resto della sua filmografia. Sull'interpretazione di Will Smith. La sua faccina è fin troppo buona per impersonare la grinta di Alì, ma è bravo e riesce nell'intento di essere credibile.

 

Madre Giovanna degli Angeli (Polonia, 1961) di Jerzy Kawalerowicz. Con Lucyna Winnicka, Myeczislaw Voit, Anna Ciepielewska, Zygmunt Zintel. La missione è compiuta e lMadre Giovanna degli Angeli (Lucyna Winnicka)a firma è quella di Satana. Non so perché il film non goda, presso la critica, di una gran fama, eppure qui Kawalerowicz dimostra una grande padronanza di stile, ispirandosi (forse la pecca contestata è proprio una carenza di originalità?) ai maestri più grandi, come Dreyer, Bergman, Bresson ed il Buñuel di "Nazarin". Le sequenze sono potenti e al tempo stesso la loro drammaticità è mitigata dal ricorso all'ironia, come in un racconto di fantasmi alla maniera del "Manoscritto trovato a Saragozza". Qui si tratta di diavoli e non di fantasmi, di quei diavoli che successivamente saranno raccontati, in maniera più politicizzata, da Ken Russell, che li rappresenterà sotto forma orgiastica, mentre questa di Kawalerowicz somiglia molto di più ad una sacra rappresentazione. Il regista polacco ci dice che spesso il misticismo sconfina nell'estasi dei sensi e vi sono pochi paragoni ai mostri che possono essere generati dall'apposizione di tabù, dalla deprivazione sessuale e dall'allontanamento dal mondo. A mio modestissimo parere, un grande film.

 

Borsalino (Francia/Italia, 1970) di Jacques Deray. Con Alian Delon, Jean-Paul Belmondo, Arnoldo Foà, Michel Bouquet, Catherine Rouvel. Qualche buon momento, dovuto più al bravo direttore della fotografia che non al regista, riscatta parzialmente un prodotto abbastanza mediocre, di livello non superiore alle commedie nostrane con Bud Spencer e Terence Hill. Gli interpreti non prendono l'operazione "Borsalino" sul serio neanche per un secondo e le morti di molti personaggi sembrano più da fumetto che da film. La durata è eccessiva, ma per passare una serata il filmetto può andare.

 

E tutto in biglietti di piccolo taglio (USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Jack Weston, Rachel Welch, Tom Skerritt, Yul Brynner. Satira della polizia di Boston, e in particolare del suo 87° Distretto, conosciuto per la sua particolare inefficienza: quando gli agenti domandano al ricattatore come mai abbia telefonato proprio a loro, quello risponde "perché siete inetti". Il racconto corale, tratto da un romanzo di Ed McBain, stenta ad approfondire tutte le singole situazioni (tra le quali poteva avere sviluppi interessanti quella di Burt Reynolds, poliziotto sposato con una donna sordomuta), ma l'insieme funziona abbastanza, con quel suo mix di azione ed ironia. Lo stile è quello dell'Aldrich dei "Ragazzi del coro", ma, nonostante la differenza di nome dei registi, questo di Colla mi sembra meglio riuscito.

 

La domenica della buona gente (Italia, 1954) di Anton Giulio Majano. Con Maria Fiore, Sophia Loren, Renato Salvatori, Carlo Romano, Ave Ninchi, Nino Manfredi, Fiorenzo Fiorentini, Riccardo Cucciolla. Vero e proprio cinema popolare - della "buona gente", così come, all'epoca, il calcio era il passatempo delle classi medio-basse - questo di Majano, l'inventore del teleromanzo (a partire dal suo esordio con "Piccole donne"), è un film corale di medio valore, che, senza approfondire troppo i suoi personaggi, fornisce un interessante e godibile quadretto d'insieme, che s'inserisce tutto sommato in quel filone che fu denominato "neorealismo rosa". Emergono alcuni attori sugli altri, come la giovane Maria Fiore e l'esperto Carletto Romano, nella gustosa figurina di uno scrivano che spera nel tredici al Totocalcio e, una volta azzeccati i risultati, alle sue modeste pretese di prima ("mi bastano trecentomila lire, cinquecentomila al massimo") comincia a sostituire pretese planetarie: la macchina, la villa, addirittura un circo equestre!

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domenica, 08 febbraio 2009

"O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

                   Piangi, che ben hai donde, Italia mia..."
(Giacomo Leopardi, All'Italia, vv. 1-18)
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domenica, 08 febbraio 2009

Frank Costello faccia d’angelo (Francia/Italia, 1967) di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon, Cathy Rosier. Non penso certo di poter dire qualcosa di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.

American History X (USA, 1998) di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Fairuza Balk, Beverly D’Angelo, Stacy Keach, Elliott Gould. Il mare apre e chiude questa favola nera (ma purtroppo anche bianca), in cui, se, soprattutto nel finale, un po' di retorica si poteva evitare, il racconto è abbastanza serrato ed avvincente, sebbene il messaggio sia (inattaccabile, per l'amor del cielo) alquanto scontato. Il regista dimostra comunque di saperci fare e di non essere, come purtroppo l'80% dei registi hollywoodiani, un semplice illustratore dei copioni sfornati in serie dalle major del cinema. L'interpretazione contribuisce alla riuscita complessiva dell'operazione "American History X", con la rivelazione (nel 1998) di due ottimi attori come Norton e Furlong. Voto: 6½.

L’harem (Francia/Italia/RFT, 1967) di Marco Ferreri. Con Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Michel Le Royer, Clotilde Sakaroff. Raccontava Benigni, prima di rimanere folgorato sulla via dell'Alighieri, che, durante la proiezione di un film porno che la mandava un po' per le lunghe prima di arrivare al momento clou, qualcuno dal fondo della sala esclamò "troppa trama!". Si potrebbe dire la stessa cosa di questo film di Ferreri, che ci sfinisce di chiacchiere su chiacchiere, prima di arrivare ai quindici minuti finali, veramente notevoli. "L'harem" è probabilmente un film cerniera tra la prima maniera ferreriana e i film successivi, tutti tesi a mettere in scena lo svuotamento delle istituzioni che erano ritenute i pilastri della società. Certo, non mi capacito di come si possa sostenere che questo sia o intendesse essere un film misogino: nonostante che la protagonista femminile non sia certo descritta come un'eroina senza macchia, è mai possibile immaginare tre uomini più stronzi di Gianni, Mike e Gaetano? Personalmente, non credo proprio, così come non reputo questo uno dei film migliori di Ferreri: tutt'altro. A parte il finale, salverei soltanto alcuni scorci di Dubrovnik, location scelta peraltro più per ragioni di budget che per vera necessità drammaturgica. Venuto dopo il brutto esperimento ad episodi di "Marcia nuziale", rappresenta una sorta di momento in cui cercare nuove coordinate e nuovi mezzi espressivi, una sorta di riepilogo di raggiungimento della consapevolezza dei propri mezzi espressivi da parte del regista. Fortunatamente si trattò di una riflessione fruttuosa, dato che il passo successivo fu quello che resta probabilmente come il capolavoro di Ferreri, cioè "Dillinger è morto".

Un angelo è caduto (USA, 1945) di Otto Preminger. Con Dana Andrews, Alice Faye, Linda Darnell, Charles Bickford. Lo straniero che arriva, sconosciuto, in una città dell'Ovest e porta scompiglio nella piccola comunità è un tòpos cinematografico, tipico del genere noir, che Preminger si gioca piuttosto bene. La soluzione finale del giallo interessa fino ad un certo punto: quello che più desta curiosità è capire da dove proviene lo sconosciuto, a cosa miri veramente, come si inserisca nella comunità che lo ospita, come si rapporti con le donne che incontra e così via. Buon noir d'atmosfera con una figura inusuale di femme fatale.

Il mondo di Utamaro (Giappone, 1977) di Akio Jissoji. Con Shin Kishida, Mikijiro Hira, Mako Midori, Kyoko Kishida. Interminabile e noiosa versione sulla vita artistica del pittore Utamaro. Lo sfondo erotico non rende giustizia ad un argomento che richiederebbe maggior approfondimento, senza riuscire a rendere bene l'eterno rapporto, spesso difficilmente conciliabile, tra arte e vita. La necessità di sforbiciare, almeno nella versione italiana (che resta, comunque, abbastanza osé, per un film non pornografico), alcune sequenze più spinte rende ancora meno comprensibile l'intera vicenda, che poteva anche avere interessanti agganci storici.

Un eroe borghese (Italia, 1995) di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Omero Antonutti, Michele Placido, Laura Betti, Ricky Tognazzi. Michele Placido è autore di un cinema solido e d'impegno civile: non è un grande Autore, ma questo "Un eroe borghese" è uno dei suoi lavori migliori, forse quello complessivamente più riuscito. Sono azzeccati gli attori protagonisti - Bentivoglio nel ruolo di Ambrosoli, Antonutti per Sindona e lo stesso Placido per il maresciallo Novembre - ed anche la fotografia livida della Milano plumbea di fine anni Settanta. Oltre al racconto di un'esperienza di altissimo valore civile, il film di Placido riesce ad offrire, caso abbastanza raro per film del genere, momenti di sobria ma intensa emozione, soprattutto nel rapporto di rispetto, stima ed amicizia che lega l'avvocato e il sottufficiale della Guardia di Finanza, ma anche quello tra il protagonista e la sua famiglia. E sia Ambrosoli che Novembre sono spesso descritti nei rapporti con le rispettive famiglie, con le mogli e con i figli, mentre Sindona si muoveva in un contesto freddo di tanti infidi leccaculo, assassini a pagamento ed avvelenatori di caffè.

Utamaro e le sue cinque mogli (Giappone, 1946) di Kenji Mizoguchi. Con Minosuke Bandō, Kinuyo Tanaka, Kōtarō Bandō, Toshiko Iizuka, Eiko Ohara. E' uno dei film di Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra arte e vita, sotto forma di scontro tra due scuole di pittura, quella classica e quella nuova, influenzata dalla vita vera, rappresentata da Utamaro. Sono fondamentali, in questo film, le figure femminili che ruotano intorno al protagonista, senza una vera e propria trama. La figura centrale è, a mio parere, quella di Okita, una donna che, al contrario di uomini meschini e insignificanti (fa eccezione, naturalmente, lo stesso Utamaro), va dove la porta il cuore, anche se questa scelta dovesse rivelarsi fatale per lei. Come appare evidente, in questo suo modo di affrontare la vita e l'amore, la giovane donna è uguale all'artista, che si ribella alle convenzioni dell'arte contemporanea. Continuo a preferire altre opere del Maestro, ma "Utamaro" è comunque un'ottima prova, considerando soprattutto che Mizoguchi dovette realizzarla sotto lo stretto controllo della censura degli Americani che allora occupavano il Giappone e che si opponevano alla realizzazione di qualsiasi film che parlasse della tradizione nipponica. P.S. Le cinque donne intorno ad Utamaro non sono le sue mogli.

 

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