Il Portaborse (Italia, 1991) di Daniele Luchetti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Giulio Brogi, Angela Finocchiaro. Anne Roussel. Rivisto a diciotto anni di distanza dalla sua uscita al cinema, "Il portaborse" di Luchetti continua a convincermi e resta, secondo me, uno dei migliori film italiani di
sempre. E resta tra i migliori film perché, più che bello, è un film importante. Certo, già all'epoca non disse cose di una novità sconvolgente: le accuse al rampantismo politico del P.S.I. di allora erano già oggetto di articoli giornalistici, spettacoli di cabaret e barzellette. Al cinema, però, le accuse di corruzione si erano sempre indirizzate verso la D.C., e la vecchia balena bianca aveva ogni volta incassato qualsiasi illazione facendola assorbire dal suo ventre molle, senza lasciarsi andare ad isterismi. Con "Il portaborse", invece, si assiste ad un vero e proprio "caso" nazionale: i colonnelli craxiani presentano denunce penali e interpellanze parlamentari, mentre Bernini e Pasquini, i due autori del soggetto originale, ritirano la firma dal film, che rimane sulle spalle di Nanni Moretti (produttore ed interprete), Daniele Luchetti (regista), Stefano Rulli e Sandro Petraglia (sceneggiatori). "Il portaborse"stupisce per la lucidità della sua denuncia: le malefatte attribuite al cinico ministro Botero si riveleranno straordinariamente realistiche, con l’esplosione, dopo meno di un anno, dello scandalo di Tangentopoli. L’efficacia della requisitoria del film di Luchetti è anche dovuta alla bravura di tutti gli interpreti, in particolare dei due protagonisti Nanni Moretti e Silvio Orlando. Ma agli occhi di chi lo vede oggi, “Il portaborse” ha assunto anche il valore di documento, e non soltanto di documento storico, bensì di testimonianza sull’apparenza dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi vent’anni: la persistenza della stessa terminologia politica, degli stessi metodi propagandistici e di spartizione del potere sono i segnali – anzi i monumenti, e verrebbe da dire gli archi di trionfo – che nel nostro paese, come sempre, è cambiato tutto affinché non cambiasse niente.
Sballato, gasato, completamente fuso (Italia, 1982) di Steno. Con Edwige Fenech, Enrico Maria Salerno, Diego Abatantuono, Liù Bosisio. Probabilmente il peggior film con Abatantuono terrunciello: la sua logorrea è di una noia esiziale, per lo spettatore e per il film. Assolutamente pretestuoso abbinare penose tirate pseudofemministe e i nudi della Fenech. Da inserire nell'antologia del peggio del peggio degli anni Ottanta.
Scusa se è poco (Italia, 1982) di Marco Vicario. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Mario Carotenuto, Orazio Orlando. Due episodi scialbissimi, che costituiscono l'insulso cascame dell'ormai defunta commedia all'italiana. Bolsissimi Tognazzi e la Vitti. Per fortuna qualche sproloquio di Abatantuono riesce a strappare la risata, salvando il film dal disastro completo.
Braveheart (USA, 1995) di Mel Gibson. Con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine McCormack, Patrick MacGoohan. Non si può negare che il film annoveri alcune scene emozionanti ed altre addirittura commoventi. Gibson ha saputo indubbiamente trovare la chiave giusta per uno spettacolone che coinvolge un po' tutti ed arriva dritto persino al duro cuore dei militanti della Lega Nord. Del resto, ce li vedo quelli delle ronde padane a gridare "libertààà!" mentre marzagrano (livornesismo per "massacrano") di botte l'invasore angloextracomunitario di turno. Peraltro, tutte le cose che Mel Gibson ci racconta potevano essere dette in molto minor tempo che non nelle due ore e tre quarti di durata del film. In più, direi che il regista poteva risparmiarci l'idillio tra l'eroe e la principessa di Galles (che poi era francese). "Braveheart" è comunque, secondo me, il miglior film di Gibson.
Chato (USA, 1972) di Michael Winner. Con Charles Bronson, Jack Palance, Jill Ireland, James Whitmore, Richard Baseheart. Mediocre tardo-western, dove l'uomo della steppa Charles Buchinsky recita un indiano giustiziere del deserto, braccato da una banda di scalcagnati aspiranti ed avventizi (a loro volta) giustizieri, che da cacciatori diventano prede dell'astuto pellerossa. Il protagonista, in realtà, non sembra neanche l'indiano, ma il gruppetto di razzistelli di villaggio, capeggiati da un ex ufficiale sudista (Jack Palance), per il quale questo safari con l'apache rappresenta la prosecuzione della Guerra Civile con altri mezzi. Ma da buon ufficiale possiede anche una sua etica, che si scontrerà contro l'odio feroce covato da un terzetto di fratelli, fanatici persecutori di indiani ed anche un po' disturbati nella mente. Il regista Winner, dotato di buona tecnica, va, come sempre, alla ricerca dell'effettaccio e del particolare sorprendente e raccapricciante, che colpisca lo spettatore nelle viscere più che al cuore.
Quando eravamo re (USA, 1996) di Leon Gast. Con Muhammad Alì, George Foreman, Don King, Spike Lee, Norman Mailer. L'incontro tra Alì e Foreman fu un evento epocale per tanti motivi: per la prima volta il match per il titolo mondiale dei pesi massimi si svolgeva in un paese africano, la borsa, colossale, di dieci milioni di dollari era offerta da un sanguinario dittatore a fini propagandistici, il musulmano Alì, risolti i suoi problemi con la giustizia americana per la renitenza alla chiamata alle armi, si presentava come il campione dei neri contro l'altrettanto nero Foreman, che era considerato però un gigante al servizio dei capitalisti yankee. In più, Gast sa mettere in luce il ruolo dell'organizzatore Don King, un uomo privo di scrupoli, ma affascinante e dotato di un'ottima cultura. L'evento fu notevole, anche perché la maggioranza dei critici riteneva che Foreman avrebbe prevalso dall'alto della sua potenza contro il più anziano Alì, anche se quest'ultimo, appoggiato dal tifo degli zairesi (che lo accolsero al grido "Alì boma yé", cioè "Alì uccidilo"), sfoggiava un'inusitata sicurezza. E fu così che il predicatore ballerino sconfisse il Golia dal pugno dirompente. Un ottimo film documentario.
Tano da morire (Italia, 1997) di Roberta Torre. Con Ciccio Guarino, Enzo Paglino, Mimma De Rosalia, Maria Aliotta. Film divertente ed intelligente che sa coniugare il musical con l'inchiesta sulla mafia, fenomeno verso il quale rappresenta un modo di guardare sicuramente nuovo. Il divertimento, per gli appassionati di cinema, consiste anche nel cercare di riconoscere i numerosissimi riferimenti cui Roberta Torre rimanda nella sua coloratissima sarabanda: da Fassbinder alla Wertmuller, da Almodovar a Ciprì e Maresco, dal John Travolta della "Febbre del sabato sera" a John Waters e chi più ne ha più ne metta. Paradossalmente, un modo semiserio per prendere sul serio un problema serissimo.
Abbronzatissimi (Italia, 1991) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Salvatore Marino. Spazzatura allo stato puro. Un concentrato del peggio del cinema (?) comico (?) italiano. Micidiale la somma di Alba Parietti pre-gonfiamento labiale, assolutamente incapace di recitare, di uno degli attori più antipatici della storia come Jerry Calà e di uno dei comici meno comici del cinema mondiale, ovverosia Maurino Di Francesco.

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di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.
Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra