sabato, 31 gennaio 2009

Sentieri selvaggi (USA, 1956) di John Ford. Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood. Per qualcuno si tratta del miglior western di Ford; per qualcun altro del miglior film di Ford; per altri ancora (come il mitico Cesare di Piombino) addirittura del miglior film d'ogni tempo. Io continuo a preferire, nella stessa filmografia di Ford, le opere nelle quali ha messo le mani il genietto della sceneggiatura Dudley Nichols: "La pattuglia sperduta" (1934), "Il traditore" (1935) e "Ombre rosse" (1939). "Sentieri selvaggi", grande film al tempo stesso epico e tragico, sarebbe un capolavoro assoluto, a mio parere, se non indulgesse ad ingenui siparietti comici e alle incruente scazzottate che magicamente risolvono tutti i problemi... e più amici di prima. Le immagini della prateria, della Monument Valley, fotografate in VistaVision, con gli improvvisi agguati dei Comanche e gli studiati contrattacchi dei "cercatori", mozzano il fiato. Ed è inconsueto il ruolo di John Wayne, lui probabilmente alla sua prova più matura e riuscita, cui è affidato un personaggio finalmente non tutto positivo. Uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione, il suo Ethan Edwards sembra un personaggio della Bibbia, con tanti saldi principi morali, ma con poca pietà per chi non è (o non più) come lui. Senza peraltro capire che il capo indiano Scar (o Scout, com'è tradotto in italiano) non è che il suo alter ego con la pelle rossa: ed infatti il vecchio soldato, alla fine, si ripaga di quello che ritiene irrimediabilmente un selvaggio, con un terribile occhio per occhio, scalpo per scalpo.

Gatto nero, gatto bianco (Jugoslavia/Francia/Germania, 1998) di Emir Kusturica. Con Srdjan Todorovic, Florijan Ajdini, Bajram Severdzan, Sabri Sulejman, Predrag Miki Manojlovic. l secondo tempo dei gitani non è giocato da Kusturica così bene come il primo. Del resto, quello veniva in un periodo fecondo per il regista di Sarajevo, dopo l'interessantissimo esordio "Ti ricordi di Dolly Bell?" ed il gioiellino "Papà è in viaggio d'affari". Anche per un regista che tende alla saturazione dell'inquadratura, così come per il suo popolo caciarone, non è facile riprendersi dopo il periodo underground della guerra fratricida. Anche i gitani, pur provandoci, non sono più gli stessi, il loro sole non scalda più e la fuga dei due giovani Romeo e Giulietta non sembra fatta, al contrario dei viaggi degli zingari, per tornare nella terra natale. Troppo "gitano formato esportazione", il cinema di Kusturica somiglia molto ai dentoni d'oro dei suoi personaggi e troppo anche alla Jugoslavia sfaldata degli anni Novanta: come se mancasse un bersaglio forte (il regime titoista con i suoi ridicoli funzionari e la sua retorica) da satireggiare. Pantagruelico, fantasioso, colorato, tragico e divertente, Kusturica in alcuni momenti traballa come un pugile suonato sul punto di andare al tappeto.

L’uomo che uccise Liberty Valance (USA, 1961) di John Ford. Con John Wayne, James Stewart, Lee Marvin, Vera Miles, Edmond O’Brien, Lee Van Cleef. Pur non essendo l'ultimo western di John Ford, è opera crepuscolare e riepilogativa dei temi cari al regista. In questo senso si spiega anche la tanto criticata (Tullio Kezich parlò di "spettacolo penoso") scelta di due attori anzianotti per i personaggi dei protagonisti. L'approccio di Ford è sottolineato anche dalla bella fotografia di William M. Clothier) e dal punto di vista un po' eccentrico - si fa per dire - con il quale viene conclusa la sparatoria decisiva. La leggenda sta per prendere il sopravvento e finisce l'epoca dell'epica: l'unico personaggio, il giornalista Peabody, che tenta di usare il linguaggio omerico - apostrofando il bandito con un "ecco Liberty Valance e i suoi Mirmidoni" - viene sonoramente malmenato. E' ben costruito, comunque, questo film che racconta di una parte degli Stati Uniti che si trasforma da prateria in ferrovia, da deserto in giardino, dove il fiore di cactus cede il posto ai fiori più belli e dove i codici della legge riescono (ma quanto faticosamente!) a prendere il posto delle pistole.

Shriek – Hai impegni per venerdì 17? (USA, 2000) di John Blanchard. Con Tiffani-Amber Thiessen, Julie Benz, Harley Cross, Simon Rex, Coolio. Scarsa parodia di film horror, che presuppone la conoscenza degli originali. Un paio di volte strappa anche la risata, ma esclusivamente grazie alla legge dei grandi numeri: del resto, nella sua carriera, vuoi che un paio di risate, magari casualmente, non le abbia strappate anche Gianni Ciardo?

La Zona (Messico, 2007) di Rodrigo Plá. Con Maribel Verdù, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza, Andrés Montiel, Daniel Tovar. La Zona siamo noi. E' una metafora del nostro mondo occidentale, che si chiude o tenta di farlo a qualsiasi penetrazione dall'esterno. E' un quartiere di Città del Messico, come fosse una Lampedusa in mezzo al Mediterraneo, ma circondata dal filo spinato. Nella prima parte del film, lo stile di Plá tende un po' troppo a quello di Shyamalan, ed il film ne risulta un po' misterioso e un po' confuso. Mano a mano, però, che la storia procede, la tensione sale e crescono anche l'interesse e l'attenzione dello spettatore. Fino ad un finale tra i più terribili, nel quale verrebbe da sentenziare che pietà l'è morta, se non fosse per il barlume rappresentato dall'inefficace ma non inutile gesto di un giovane abitante della zona (Daniel Tovar), che somiglia incredibilmente alla Trota, cioè al figlio di Bossi.

Serafino (Italia, 1968) di Pietro Germi. Con Adriano Celentano, Ottavia Piccolo, Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi, Nazzareno natale, Gino Santercole, Luciana Turina, Nerina Montagnani. La stessa scelta di affidare la parte del protagonista a Celentano lascia pensare che Germi avesse in mente un'operazione un po' surreale, un po' a metà tra la favola boccaccesca (intesa alla Calandrino, ma anche con il vitalismo sensuale di molte novelle del "Decameron") ed il cartone animato. L'uso del colore in funzione espressiva, nonché di un linguaggio dialettale affidato ad interpreti provenienti da regioni diverse da quella (dovrebbe essere l'Abbruzzo di johnnypalombiana citazione) in cui è ambientata la vicenda. Germi affronta i temi che gli sono cari, ma anche quelli portati dai temi - non dimentichiamo che il film è del '68 - alla sua maniera e senza gli intellettualismi tipici, all'epoca, di molti suoi colleghi: è più viva che mai la polemica contro il matrimonio, il luogo di ritrovo e di socializzazione per eccellenza è l'osteria, dove, come nel "Ferroviere", la fanno da padroni il vino e il canto. "Serafino" non è un prodotto dei migliori nella cinematografia germiana, ma è, a mio parere, l'ultima opera del regista con una sua logica.

Sotto le bombe (Francia/Libano/GB/Belgio, 2007) di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawia Elchab, Bshara Atallah. Uno dei finali più sconvolgenti mai visti (almeno a mia memoria) conclude degnamente un film molto bello, ma che non è un capolavoro come ha incautamente proclamato Cristina Borsatti sulle pagine di Film TV. Alcuni scorci del Libano martoriato ricordano i capolavori del neorealismo (si pensa in particolare a "Roma città aperta" e "Paisà"), così come alcune carrellate sulla figura della brava Nada Abou Farhat fanno venire alla mente analoghe camminate disperate di Anna Magnani. Qualche altro momento del film, invece - e si pensa in particolare ad alcuni vicoli ciechi incontrati durante la ricerca -, rimandano agli scassati viaggi dei film di Kiarostami. E tuttavia qualche eccesso sentimentale ed una scena di sesso che grida vendetta di fronte ad Allah, per quanto è gratuita ed inusitata, inficiano parzialmente la riuscita di un film che va comunque visto e che oggi è, purtroppo, più che mai attuale.

South Park – Il film (USA, 2000) di Trey Parker. La potenza del turpiloquio. Anziché al pascoliano fanciullino, il film di Parker si rivolge alla piccola carogna che alberga dentro ciascuno di noi. E tocca le corde giuste, strappando spesso la risata e riuscendo, nel finale, perfino a commuovere. Se i simpatici responsabili della versione italiana si fossero scomodati a sottotitolare i numeri musicali - che sono piuttosto numerosi - si sarebbe potuto sfiorare il piccolo capolavoro; ma anche così, nonostante l'ignavia dei suddetti signori, "South Park" è davvero un filmetto intelligente e divertente, sebbene riservato agli adulti.

postato da: Sasso67 alle ore 12:34 | Permalink | commenti
categoria:cinema
giovedì, 22 gennaio 2009

La vendetta dei 47 ronin (Giappone, 1941) di Kenji Mizoguchi. Sceneggiatura di Ken’ichirĹŤ Hara e Yoshikata Yoda. Con ChĹŤyurĹŤ Kawarazaki (Kuranosuke Oishi), YoshizaburĹŤ Arashi (Asano), Manpoyo Mimasu (Kozunosuke Kira), Kanemon Nakamura (Sukemon Tomimori), Utaemon Ichikawa (Tsunatoio Tokugawa), Mitsuko Miura (Yosenin, la moglie di Asano), Mieko Takamine (Omino). La diligenza che corre lungo la prateria, inseguita dagli indiani, è una delle sequenze più famose della storia delcinema e si trova in "Ombre rosse" di John Ford. Essa è l'apice e la sorgente di tanto cinema americano, tutto basato su scene di pura "azione". L'opposto di questo modo d'intendere il cinema è rappresentato da Mizoguchi, differentemente dal suo connazionale Kurosawa, grandissimo ammiratore di Ford. Basta confrontare "La vendetta dei 47 ronin" con "I sette samurai", per rendersi conto delle immense diversità tra le due filosofie cinematografiche. Il cinema di Mizoguchi si fa, specialmente in "La vendetta dei 47 ronin", cerimonia: il rifiuto per le scene d'azione o di combattimento, ma anche per le scene ad effetto (non sono mai mostrati neppure i numerosi seppuku che hanno luogo durante tutto lo svolgimento del film), a vantaggio delle sequenze nelle quali i personaggi discutono della necessità o meno di determinati comportamenti, trasporta il cinema di Mizoguchi sul piano, appunto, della cerimonia, che non significa certo celebrazione od esaltazione della filosofia che sta alla base dell'agire dei protagonisti. Anzi, quello di Mizoguchi è un sottile modo di criticare la rigida applicazione del "bushido", il codice del samurai, che sacrifica al senso del dovere verso il daimyo (il signore al cui servizio operano i samurai) la vita, l'affetto, gli amori dei personaggi che vi si vanno a scontrare. Va tenuto conto, peraltro, del fatto che le due parti in cui il film di Mizoguchi è suddiviso furono girate ed uscirono nei cinema nipponici proprio a ridosso dell'aggressione di Pearl Harbor e quindi del fragoroso ingresso del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: pertanto Mizoguchi dovette cantare e suonare la musica che gli era permesso in quei tempi bui. Ed infatti il film piacque molto alle autorità giapponesi - proprio per questa presunta esaltazione del senso del dovere manifestato dai samurai - ma poco agli spettatori (a causa della mancanza assoluta d'azione). E tuttavia, l'adesione del metodo cinematografico mizoguchiano (sequenze lunghe, piani-sequenza, movimenti di macchina, profondità di campo) all'essenza della materia narrata, ai sentimenti dei personaggi, fanno di "La vendetta dei 47 ronin" un grande, fluviale, capolavoro. Dove niente, o molto poco, è come sembra, perché dietro le sembianze di un giovane samurai può nascondersi una ragazza che vuole stare vicino fino all'ultimo al promesso sposo, perché dietro al comportamento dissoluto di un anziano guerriero può nascondersi un'astuta strategia tesa alla vendetta del suo signore, perché l'aggressore può essere il "buono" e l'aggredito il "cattivo", perché dietro al gesto di una moglie che abbandona il marito nel momento in cui questo decide di compiere il proprio dovere può nascondersi uno smisurato gesto d'amore e sacrificio (Dario Tomasi, nel suo "Castoro" su Mizoguchi, sintetizza così la scena dell'addio tra Oishi e la moglie: «il semplice "abbi cura di te" pronunciato da Oishi e la sua mano allungata, in tensione e stretta ai bordi del braciere che separa l'uomo dalla donna, valgono più di mille "I love you"»).

W. (USA, 2008) di Oliver Stone. Con Josh Brolin, Elizabeth Banks, Richard Dreyfuss, Ellen Burstyn, Stacy Keach, Scott Glenn, James Cromwell. George Walker Poldo Sbaffini Bush, divoratore di panini ed essiccatore di Jack Daniels era un paninaro, pecora nera della famiglia, senza molto cervello ma con una memoria elefantina. La memoria che l'ha portato, insieme a una notevole tenacia e a un culo che non finisce mai, alla presidenza americana. Credo che gli americani, guardando questo film di Stone, abbiano visto sé stessi allo specchio, loro che hanno eletto quell'uomo per ben due volte: e non dev'essere stato un bel vedere. Il regista mette in scena, con stile volutamente paratelevisivo (la presidenza di Bush Jr. è stata una delle più televisive della storia), la resistibile ascesa e la tragicomica epopea di un uomo che è arrivato sul gradino più alto del mondo senza sapere perché e cosa farci. Consigliato da uomini avidi e miopi, George W. ha pensato di comprendere meglio di loro l'umore della gente e si è assunto la responsabilità di assurdità politico-militari senza precedenti nella storia degli USA. Il risultato non è perfettamente riuscito; si nota qualche incongruenza di troppo (ma come fa Laura, così sensibile, intelligente e democratica, ad innamorarsi di botto di questo scimmione?), ma grazie a Dio ed alla Democrazia, in America si possono ancora girare film come questo (canto un Requiem preventivo per un regista che osasse la medesima operazione sullo Zar Putin). Ed anche eleggere un Presidente come Obama dopo uno come "Dubya" Bush.

Il sole (Russia/Francia/Italia/Svizzera, 2005) di Aleksandr Sokurov. Con Issey Ogata, Robert Dawson, Kaori Momoi, Shiro Sano, Shinmeji Tsuji.  L'imperatore Hirohito sembra vivere e pensare in una terra di mezzo. Una terra di mezzo che separa le divinità dai comuni esseri mortali, una terra di mezzo dove abita chi non sa scegliere tra l'amata passione per la biologia animale e gli affari di stato, dove si dibatte chi non sa scegliere tra la pace, subito e per sempre, e una guerra fino all'ultimo uomo. Emblematica la sequenza del consiglio di guerra, che si svolge nel bunker, insieme a ministri e generali, dove il discendente della dea del sole non sa far di meglio che raccontare la parabola del pescegatto. Questo di Sokurov è un film eccezionale, perché nel breve spazio in cui si svolge la sua "azione" (se così si può chiamare) ci spiega, di questo enigmatico personaggio, più di cento trattati. A costo, purtroppo, di rendercelo quasi simpatico: non ci scordiamo che proprio il Tenno aveva mandato un'intera nazione al massacro, al fianco di Hitler e Mussolini, senza un vero perché. Hirohito, in realtà non sembra rendersene neanche conto, vissuto com'è, da sempre, in una realtà irreale, nella quale il suo cameriere, chiedendogli ogni volta il permesso, gli abbottonava perfino i bottoni della camicia. E si vede il suo spaesamento quando viene portato ad incontrare il generale MacArthur, che lo accoglie con il disprezzo che si deve ad un criminale di guerra sconfitto e poi lo congeda quasi con compassione. E quell'omino con la tuba, davvero molto simile al Charlie Chaplin delle comiche, è talmente smarrito da non capire neppure come si gira la maniglia per aprire la porta d'uscita. In tutto questo, Sokurov non fa mancare tocchi d'ironia (si veda la scena finale dell'imperatore con il vecchio cameriere), per un film che ci consegna un regista non solo esperto e geniale, ma anche maturo e sicuro di sé. Issey Ogata è un attore che non conoscevo, ma che qui offre una prestazione superlativa.

La strada della vergogna (Giappone, 1956) di Kenji Mizoguchi. Con Machiko Kyo, Ayako Wakai, Aiko Mimasu, Michiyo Kogure, Yumeko Urabe, Eitaro Shindo. Questo non doveva essere l'ultimo film di Mizoguchi, che infatti La strada della vergogna (Mikki)stava lavorando, con i suoi sceneggiatori, ad un nuovo progetto. Purtroppo, la leucemia non gli consentì di realizzare nuovi film, per una carriera che, già così, è fittissima ed intessuta di una serie che alterna grandi film a capolavori assoluti. "La strada della vergogna" è, secondo me, un grande film. Parla di problemi sociali, cui la prostituzione, tematica superficiale della storia narrata, è solo uno, forse il più degradante per le donne che vi approdano, dei possibili sbocchi. Nessuna delle cinque protagoniste del film è orgogliosa del proprio mestiere, accettato per assoluta necessità: quella di far crescere un figlio, di mantenere un marito malato, di accumulare i soldi per iniziare un'attività "onesta", ma anche quella di ribellarsi e far ricadere la vergogna su un padre che, con i suoi continui tradimenti, ha fatto morire la moglie di crepacuore e distrutto la famiglia. Mizoguchi, però, qui mette in evidenza tutte le contraddizioni di un paese che, alla metà degli anni Cinquanta, cessata ormai l'occupazione americana, sta correndo come un pazzo verso l'industrializzazione, lasciando indietro però molti dei suoi figli più deboli, e mantenendo, per di più, alcuni schemi mentali appartenenti ad una tradizione dura a morire. Così, per esempio, mentre contro le donne che esercitano il mestiere di prostitute si scagliano gli strali di tutti coloro che si ritengono moralmente onesti, gli uomini che frequentano il bordello sono semplicemente dei "clienti". In questo senso, Mizoguchi rifiuta di dare un giudizio negativo su Yasumi, la prostituta che carpisce il denaro ai clienti, abbindolandoli con la promessa di fuggire con loro, e, per di più, presta soldi a strozzo anche alle colleghe. Il giudizio morale di Mizoguchi sul problema della prostituzione, tuttavia, è chiaro, e si capisce da quale parte stia nel dibattito sulla messa al bando dei bordelli, quando mostra, nella scena che chiude, sfortunatamente, la sua filmografia, la faccia disperata della "novizia" che tenta di imitare le colleghe più scafate nell'adescamento.

Giovani, belle… probabilmente ricche (Italia, 1982) di Michele Massimo Tarantini. Con Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Gianfranco D’Angelo, Michele Gammino, Lucio Montanaro. Tarantini, autore di una serie lunghissima di commediacce notevolmente mediocri, prova qui diverse strade, dalla satira germiana sull'ipocrisia delle cittadine di provincia alla commedia sofisticata basata sulla necessità di adempiere le condizioni per ottenere un'eredità, dalla pochade alla maniera di Feydeau fino alla commedia erotica. E fallisce su tutti i fronti che apre. Insomma il film non coinvolge, non eccita e non fa mai ridere. Nemmeno per sbaglio.

Rosetta (Belgio, 1999) di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet. La camera a spalla sta talmente addosso ai personaggi - specialmente a Rosetta - da andarci spesso, volutamente, a sbattere contro. E' il cinema dei Dardenne: la loro intenzione è, appunto, quella di farci sbattere il muso contro situazioni che vogliamo rimuovere dalla nostra vita quotidiana, contro personaggi, come Rosetta, che hanno il terrore di essere espulsi ed emarginati dalla società. Rosetta, in questo senso, è tutti noi, perché mira ad essere una tessera del mosaico umano che sono le nostre città d'oggi: non le interessa neppure il denaro, non vuole lucrare, come fa Riquet, sulle cialde vendute nel chiosco: vuole un lavoro come tutti noi (fortunato chi ce l'ha, verrebbe da dire con il senno di oggi), vuole essere come tutti noi. Ma Rosetta ragiona poco, agisce con l'istinto, probabilmente quello ereditato dalla madre, che si prostituisce per pochi spiccioli, da investire in alcol nel quale annegare la propria miseria materiale e morale. E l'istinto spinge Rosetta a tradire Riquet per ottenere il suo posto di lavoro. Con un inizio di presa di coscienza, però, la ragazza si pentirà del proprio gesto ed avrà, forse, la possibilità di iniziare una nuova vita. In questo senso è eccezionale la sequenza finale, nella quale Rosetta, tormentata dal rumore fastidiosissimo del motorino di Riquet (il tarlo della coscienza macchiata?), cade tre volte con la bombola del gas in braccio, proprio come Gesù Cristo, oberato dalla croce, sulla via del Golgota. Con questo grandioso finale, che sta alla pari con qualche rogo di Giovanna d'Arco messo in scena da grandi maestri del cinema, i fratelli Dardenne riscattano anche qualche momento di stanca e qualche forzatura drammaturgica, che continuano a farmi preferire "Il figlio" a questo film.Sulla regia di Jean-Pierre Dardenne. Due anni fa Montescudaio gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Da venticinque anni passa le vacanze nel mio paese e per la maggior parte di questo periodo nessuno ha saputo chi fosse. Chi lo conosce lo descrive come una persona schiva ma educatissima, insomma come un uomo squisito. Sulla regia di Luc Dardenne. Lui s'è visto un po' meno :)

Roma drogata: la polizia non può intervenire (Italia, 1975) di Lucio Marcaccini. Con Bud Cort, Marcel Bozzuffi, Eva Czemerys, Guido Alberti, Leopoldo Trieste, Maurizio Arena, Umberto Raho. Film irrisolto e confuso di tal Marcaccini da Rimini. La costola principale di "Roma drogata" sembra voler trasporre in territorio italico un paio di modelli che avevano segnato la cinematografia americana d'inizio anni Settanta, come "Easy Rider" (le corse in moto, i deliri lisergici) e "Fragole e sangue" (le contestazioni studentesche, le reazioni della polizia, la presenza di Bud Cort), mentre la parte prettamente poliziesca, preannunciata dalla seconda metà del titolo - "la polizia non può intervenire" -, sembra pensata, girata e appiccicata in un secondo momento. L'intenzione del regista era probabilmente quella di uscire dai cliché del genere, ma l'impressione è che il film abbia deragliato completamente, come testimoniano anche alcune scelte di cast davvero discutibili, come Maurizio Arena in veste di siciliano e Leopoldo Trieste, killer con gabbia avicola, oltre tutto doppiato.

Moloch (Russia/Germania, 1999) di Aleksandr Sokurov. Con Leonid Mozgovoj, Elena Rufanova, Leonid Sokol, Yelena Spiridonova. Non mi è piaciuto molto. Del resto, i lati di follia del carattere di Hitler erano più che noti da tempo. L'aspetto migliore del film, affrontato con grande serietà da Sokurov, mi sembra la creazione del personaggio di Eva Braun, l'unica che, fra tanti lacchè del fuhrer, aveva il coraggio di gridargli in faccia che il re è nudo. Nonostante questo, anche la donna, rinchiusa nella sua fortezza sui monti nebbiosi, non è meno colpevole, per la sua connivenza, rispetto ad un complessato scrittore mancato come Goebbels o ad un ignorante patentato e clownesco come Bormann. Eppure, tutto l'insieme non mi convince fino in fondo, forse perché Sokurov dà per scontate troppe cose. Certo, ascoltare i deliri infantili di Hitler spinge a riflettere sull'immaturità dei popoli che mandano al potere certi soggetti assurdamente dannosi.

Zora la vampira (Italia, 2000) dei Manetti Bros. Con Toni Bertorelli, Micaela Ramazzotti, Carlo Verdone, Ivo Garrani, Alessia Barela, Valerio Mastandrea, Chef Ragoo, Raffaele Vannoli. Il primo horror cattocomunista? Boh, fatto sta che l'unione tra la Chiesa stradaiola di Don Ivo Garrani e i centri sociali produce le bottiglie Molotov all'acqua santa, pronte ad essere lanciate contro il vampiro venuto a Roma dalla Transilvania. E produce poco d'altro, quasi niente. Il film non è divertente, risolvendosi in una serie di macchiette risapute che lascia interdetti, compresa una inutile caratterizzazione strillata di Carlo Verdone, anche produttore del film. A me sembra che, goliardia da rimpatriata liceale a parte, i fratelli Manetti abbiano solo una vaghissima idea di cosa significhi fare un film. Tra insulse figurine (i due tossici che punteggiano la storia sono penosi, ma anche Toni Bertorelli c'entra come il cavolo a merenda) e arbitarai sviluppi della sceneggiatura, il film arriva alla fine a pezzi e bocconi, vantando al suo attivo soltanto l'agente Cuccureddu (il bravo caratterista Sandro Ghiani), infiltrato tra i politicanti del centro sociale. Troppo poco, cari fratellini.

Storie (Francia, 2000) di Michael Haneke. Con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Josef Bierbichler, Luminita Gheorghiu. I film di Haneke sono generalmente interessanti, anche quando non sono riuscitissimi. Il regista austrotedesco è uno degli autori europei più da tenere d'occhio, nel panorama attuale. Questo "Storie" non mi ha esaltato, ma tutto sommato è un acuto sguardo sulla società d'oggi, puntato su Parigi, una delle realtà più emblematiche, dove l'integrazione va di pari passo con un sentimento strisciante di razzismo e di disagio sociale, che può sfociare, come è successo qualche anno fa, in rivolte delle periferie. Forse è soprattutto una grossa carenza affettiva, come sembra dimostrare l'episodio del giovane arabo sulla metropolitana.

 

postato da: Sasso67 alle ore 14:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema
venerdì, 16 gennaio 2009
Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, 1998, pp. 205, € 9,50
Dario Tomasi è il maggior esperto italiano vivente di cinema giapponese. E il suo "Castoro" costituisce la vera e propria Bibbia sul regista nipponico, purtroppo ancora poco conosciuto nel Mizoguchinostro paese. Il merito principale di Tomasi è quello di non focalizzare l'attenzione soltanto sui quattro grandi capolavori degli anni Cinquanta, piuttosto noti in Europa (almeno agli appassionati), ma di andare a scandagliare anche opere meno note degli anni Trenta e Quaranta, come "Le sorelle di Gion" o "La vendetta dei 47 Ronin". Sono film, anche questi, importanti e spesso all'altezza dei lavori più riusciti del regista di Tokyo. Certamente, Tomasi, da grande conoscitore di cinema, immerso nel mondo del cinema, talvolta si sofferma su elementi che potrebbero apparire quasi frutto esclusivo di pignoleria, fino a cronometrare la durata di alcuni piani-sequenza, ma ci rivela anche preziose informazioni sulla tecnica cinematografica (solo per fare un esempio, la differenza tra piano-sequenza e long take) e sul modus operandi di Mizoguchi. Viene sfatato, fra gli altri, il luogo comune secondo il quale il regista giapponese sarebbe stato una specie di maniaco del piano-sequenza, mentre invece egli ha saputo intelligentemente ed elasticamente variare, almeno a partire dai film degli anni Trenta, il montaggio classico, fatto di stacchi, con il cosiddetto "montaggio interno" all'inquadratura, costruito grazie alla profondità di campo, ai movimenti di macchina e agli spostamenti degli attori sulla scena. Tomasi si sofferma, poi, sui temi cari al regista e ricorrenti nel suo cinema, sviluppati anche grazie alla collaborazione con il prezioso sceneggiatore Yoshitaka Yoda, come la generosità di donne che si sacrificano, talvolta fino a perdere la vita o la dignità, per i loro uomini (mariti, fidanzati, figli o fratelli), molto spesso descritti come esseri gretti e formalisticamente aggrappati alle tradizioni, quasi sempre ingrati, oppure come l'ambientazione del film nel mondo ambiguo e difficile delle geisha. E Tomasi speiga la ricorrenza di queste tematiche con la biografia del regista, che da piccolo vide i genitori vendere la sorella maggiore ad una casa di geisha: e successivemante fu proprio la sorella, andata sposa ad un uomo ricco, ad aiutare molto il giovane Mizoguchi nell'avvio della propria carriera artistica.
postato da: Sasso67 alle ore 20:27 | Permalink | commenti
categoria:libri, cinema, saggio
mercoledì, 14 gennaio 2009
Fino all'ultimo respiro (Francia, 1960) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Van Doude, Henri-Jacques Huet. A volte sarebbe meglio non vederli nemmeno, film come questo, ultra esaltati dalla critica, ma ormai fruibili soprattutto come documento storico. Questo non è stato neppure il primo tentativo di vedere questo (come dice Mereghetti) "capolavoro della nouvelle vague", ma le altre volte avevo desistito per noia e fastidio: questa volta mi sono imposto di vedere il film (direi che fino a qui possiamo accordarci tutti: è un film) dall'inizio alla fine. E non nego la sua importanza nella storia della cinematografia mondiale: solo per dirne una, il rifiuto dell'uso del carrello in favore della macchina a mano è una chiara istanza di libertà del cinema, un po' come nel confronto tra il bufalo e la locomotiva in "Bufalo Bill" di De Gregori. E così pure i salti bruschi nel montaggio si schierano contro un' eccessiva levigatezza del linguaggio cinematografico, tipica dei prodotti della majors hollywoodiane. Però, trattandosi di un film, si dovrebbe chiedere qualcosa di più che i mascelloni di Belmondo o i suoi discorsi che sono di una banalità sconcertante. Qui, al cospetto di tanta tecnica e di cotanta riflessione filosofica sul cinema, manca l'anima, quella che si trova, a piene mani, nei "Quattrocento colpi" diTruffaut o anche in "Le signe du Lyon" di Rohmer.

I diamanti dell'ispettore Klute (USA, 1972) di Tom Gries. Con Donald Sutherland, Jennifer O'Neill, Robert Duvall, Patrick Magee. A un certo punto si ha addirittura un triplice inseguimento automobilistico multiplo: da una parte il poliziottoDuvall insegue un trafficante di diamanti, da un'altra una diversa pattuglia della polizia insegue un finto trafficante (uno specchietto per le allodole), mentre un terzo inseguimento coinvolge una bionda su una decappottabile, una Porsche verde e infineDonald Sutherland su una scassona arancione. Il che ha anche qualche effetto comico, poiché mentre le altre macchine saltano come grilli tra le cunette di Miami, la scassona di Sutherland-Klute perde i pezzi ad ogni sbalzo. Il divertimento finisce qui. Prima di tutto il personaggio interpretato da Donald Sutherland (una vera icona per il cinema americano dei primi anni Settanta) si chiama Klute soltanto nell'edizione italiana, per sfruttare il successo del film "Una squillo per l'ispettore Klute" con Jane Fonda e lo stesso baffetto canadese. Qui il personaggio, in originale, si chiamerebbe addirittura Andy Hammond e con il film di Pakula non c'è il minimo collegamento, anche perché qui il supposto Klute è sì ispettore, ma di una compagnia assicurativa. Per di più i nostri distributori hanno la bella pensata di inserire nei dialoghi italiani frasi del tipo "tutto sommato mi sembri un gran fregnacciaro". Complimenti a loro ed anche al regista Tom Gries che, con Sutherland e Robert Duvall nel cast, non trova di meglio che ammorbarci questa fregnacciata.

Ogni cosa è illuminata (USA, 2005) di Liev Schreiber. Con Elijah Wood, Eugene Hutz, Jonathan Safran Foer, Stephen Samudovsky, Zuzana Hodkova.
Veramente bello. Un viaggio nella memoria, un invito ad essere pignoli, perché così si riesce a notare e a conservare il ricordo attraverso gli oggetti. Oggetti che dal passato ci illuminano attraverso l'attenzione che riserviamo ad essi. Ed anche un invito a ritrovare in sé stessi un pezzettino degli altri, anche di coloro che ci sembrano così diversi da noi. L'ottimo regista - già attore Liev Schreiber ci racconta tutto questo con un film che riesce a ricreare la natura dell'Ucraina con un occhio magico alla Tim Burton, ma con un'ironia che non fa scadere l'intensa emozionalità di certe scene nel patetico o nel mieloso. Merito, naturalmente, anche del testo che sta alla base del film, il romanzo diJonathan Safran Foer, nonché di un gruppetto di attori di poco nome (l'unico più che noto èElijah "Signore degli Anelli" Wood) e di grande resa, che sanno dare volto e faccia ai palpiti della sceneggiatura scritta dallo stesso regista. 
Sulla regia di Liev Schreiber

Un bellissimo esordio per un regista che rivendico con orgoglio mio coetaneo.

Sull'interpretazione di Eugene Hutz

Il leader e cantante del gruppo gypsy-punk Gogol Bordello si dimostra anche valido interprete cinematografico. Peccato non averlo potuto ancora apprezzare in "Filth And Wisdom".

 

Nel giorno del Signore (Italia, 1970) di Bruno Corbucci. Con Lando Buzzanca, Igli Villani, Fred Robsham, Erminio Macario, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ira Furstenberg, Mario Carotenuto, Vittorio Caprioli, Franca Valeri. Qualcuno l'ha voluto far passare per un'imitazione di "Nell'anno del Signore" di Luigi Magni, cui rimanda soltanto con il titolo. Il film di Magni era in realtà ambientato nell'Ottocento, mentre questo si svolge nei primi anni del Cinquecento (Raffaello Sanzio morì nel 1520). Volendo sottilizzare, quanto a trama somiglia di più al Rugantino di Garinei e Giovannini, mentre se non si fosse trattato di un film bloccato per anni dalla censura sovietica, si potrebbe dire che si tratta di una parodia addirittura di "Andrej Rubliov" di Tarkovskij. Vabbe', ho bestemmiato, scherzavo. Purtroppo "Nel giorno del Signore" non fa ridere quasi mai: nonostante la buona volontà di tanti interpreti di valore, si salvano solo Caprioli e la Valeri (seppure confinati in parti che confermano, in macchietta, antichi pregiudizi sugli ebrei) e il terzetto composto da Franchi, Ingrassia e Carotenuto. Il resto è scialbissima commedia all'amatriciana.

La polizia interviene: ordine di uccidere! (Italia, 1975) di Giuseppe Rosati. Con Leonard Mann, James Mason, Enrico Maria Salerno, Antonella Murgia, Janet Agren. Sarebbe anche un poliziottesco niente male, se non fosse per il dominio assoluto, davvero eccessivo, dei soliti marchi di bevande: Fernet Branca, J&B, Punt e Mes, acqua Pejo. Il povero Mimmo Poli, nella parte di un ristoratore, è addirittura costretto a recitare la seguente battuta: "le porto un Fernet Branca, proprio come piace a lei: forte e vellutato". Per non parlare di una scena patetica - la morte della fidanzata, peraltro cornificata più volte, del capitano Murri - che farebbe rabbrividire la buonanima di Mario Merola. Il discorso, insomma, rimane meno che a metà, mentre non si capisce a che radice appartenga la malavita dipinta nel film. Un'occasione buttata.

Simpatici & antipatici (Italia, 1998) di Christian De Sica. Con Christian De Sica, Gianfranco Funari, Alessandro Haber, Andrea Roncato, Simona Izzo, Leo Gullotta, Marco Messeri, Paolo Conticini, Monica Scattini, Piero Natoli, Angelo Bernabucci. Il film di De Sica figlio (sempre meglio specificare di chi si tratta) saccheggia letteralmente il repertorio sordiano (dal "Conte Max" al "Seduttore"), ruba a piene mani anche da "Compagni di scuola" del cognato Carlo Verdone, compresa una buona fetta del cast (lui stesso, Natoli, Bernabucci) e ricalca una scena, affidandola al bravo Alessandro Haber, da "Io la conoscevo bene" di Pietrangeli. A parte il finale, nel quale lo stesso Haber trovafinalmente lavoro in televisione a fare le telepromozioni, l'unico personaggio davvero riuscito, modellato sul vero Cesare Previti, è quello di Gianfranco Funari, che strappa anche qualche franca risata. Ma il film non funziona e si risolve nell'ennesima ciofeca christiandesichiana. Firmato Badoglio!

postato da: Sasso67 alle ore 23:11 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 14 gennaio 2009
I dieci migliori film che ho visto (per la prima volta) durante tutto il 2008. Ho dovuto escludere qualche bel film, ma, del resto, quando si fa una classifica è sempre così. Per quanto riguarda i peggiori, l'imbarazzo della scelta è stato ancora maggiore, poiché film orripilanti che ho visto sono un numero quasi incalcolabile. E giuro che li ho visti tutti, dall'inizio alla fine. E sono anche davvero brutti, anche se un paio sono considerati, dalla critica, quasi capolavori: forse anche per questo, mi ci sono accanito di più.

I migliori (in ordine casuale):
  1. L'intendente Sanshô (K. Mizoguchi);
  2. Che la festa cominci... (B. Tavernier);
  3. Il divo (P. Sorrentino);
  4. La città nuda (J. Dassin);
  5. Andrej Rublëv (A. Tarkovskij);
  6. Onibaba (K. Shindo);
  7. Aparajito (S. Ray);
  8. Inland Empire (D. Lynch);
  9. Falso movimento (W. Wenders).
  10. Le vite degli altri (F. Henckel von Donnersmarck).
I peggiori:

  1. I Viceré (R. Faenza);
  2. La carbonara (L. Magni);
  3. Quando le donne si chiamavano madonne (A. Grimaldi);
  4. Centochiodi (E. Olmi);
  5. Geppo il folle (A. Celentano);
  6. L'assassino è ancora tra noi (C. Teti);
  7. Due o tre cose che so di lei (J.-L. Godard);
  8. Vacanze di Natale '91 (E. Oldoini);
  9. Ti amo in tutte le lingue del mondo (L. Pieraccioni);
  10. Fuochi d'artificio (L. Pieraccioni).
postato da: Sasso67 alle ore 20:27 | Permalink | commenti
categoria:cinema
lunedì, 12 gennaio 2009
HANNO FATTO DI ME UN CRIMINALE (USA, 1939) di Busby Berkeley. Con John Garfield, Gloria Dickson, Claude Rains, Ann Sheridan. Le strane leggi di Hollywood spesso somigliano misteriosamente a quelle della vecchia leva dell'esercito italiano, per cui, se uno nella vita faceva il barista lo assegnavano alla guida di un camion, mentre se faceva il meccanico lo mandavano in cucina (solo idraulici e falegnami continuavano a fare il loro mestiere: naturalmente al servizio personale degli ufficiali e delle loro famiglie). Allo stesso modo, un grande coreografo come Busby Berkeley, che non dirigeva neanche le sequenze non ballate dei suoi musical, viene messo a dirigere questo noir d'ambiente pugilistico che, proprio per il disinteresse del regista, risulta inconcludente e scontato. Totò avrebbe forse detto: le ferrovie ai ferrovieri e i noir ai negrieri. Non risolleva di molto il film neppure la prova di un giovane John Garfield. Il lieto fine squalifica definitivamente l'intera operazione.

THE CLEANER (USA, 2007) di Renny Harlin. Con Samuel L. Jackson, Ed Harris, Eva Mendes. Poco comprensibile thriller, nel quale si lasciano coinvolgere alcuni valorosi attori, quali Samuel L. Jackson (che non è più riuscito a trovare un ruolo all'altezza del Jules di "Pulp Fiction" ed Ed Harris. La presenza di Eva Mendes, non brava per quanto è bella, rende tutto un po' troppo "Hollywood media". Però il filmetto può piacere a chi abbia del dinema un'idea abbastanza tradizionale (mia madre me ne aveva parlato in termini addirittura entusiastici).

NEMICO PUBBLICO (USA, 1931) di William Wellman. Con James Cagney, Jean Harlow, Edward Woods, Joan Blondell. Non si può negare che si tratti di un film importante, efficace e sostenuto da un buon ritmo, dato da una regia essenziale, con il gusto dell'ellissi quando serve (come dimostra l'inquadratura della mano del poliziotto ucciso durante il primo furto di Tom e compagnia). Così come, d'altra parte, non si può negare che gran parte della riuscita del film sia da attribuire alla modernissima e carismatica interpretazione di un grande, quasi istrionico, James Cagney.

ANIME IN DELIRIO (USA, 1947) di Curtis Bernhardt. Con Joan Crawford, Van Heflin, Raymond Massey, Geraldine Brooks. Nessuno è perfetto, tanto meno tra i personaggi di questo film. Che sia in delirio l'anima di Louise, la protagonista, lo si può capire fin dall'inizio, ma anche gli altri non stanno poi così bene. A meno che molte delle informazioni che ci vengono fornite non siano a loro volta filtrate dall'ottica distorta della stessa Louise. Più che un noir, "Anime in delirio" è un film psichiatrico, o quanto meno un noir psichiatrico, imparentato con certe prove hitchcockiane quali "Rebecca la prima moglie" e "La donna che visse due volte". Le atmosfere brumose, create sapientemente da Bernhardt, hanno una buona resa, così come l'ottima interpretazione di Joan Crawford e quella di Van Heflin, assai più brillante del mite contadino che interpreterà in "Quel treno per Yuma".

PORGI L'ALTRA GUANCIA (Italia, 1974) di Franco Rossi. Con Bud Spencer, Terence Hill, Jean-Pierre Aumont, Robert Loggia, Jacques Herlin. Bud Spencer e Terence Hill esportano in Sud America la teologia dello sganassone. Il film inanella alcune lunghe sequenze di scazzottate, durante le quali i due protagonisti rifiutano implicitamente - ma altrettanto chiaramente - il precetto
cristiano del titolo. Eppure sono proprio i due frati - dei quali uno solo è veramente tale - a dare il miglior esempio evangelico, mettendosi dalla parte degli umili (un po' come i Gesuiti delle “riduzioni” ritratti in "Mission" di Joffé), contro gli sfruttatori e le gerarchie ecclesiastiche.

KUNG FU PANDA (USA. 2008) di Mark Osborne e John Stevenson. Questa volta la Dreamworks offre davvero un prodotto davvero incantevole, che riconcilia chiunque - grande o piccino che sia - con il mondo dei cartoni animati. Merito di Po, il panda gigante che fa l'apprendista cuoco nel ristorante del padre, ma sogna di essere un campione di kung fu. Con l'aiuto del maestro Shifu, Po saprà usare come arma, oltre alla forza dell'avversario, innanzitutto le proprie debolezze: il lardoso panzone, un appetito insopprimibile e la capacità di rimbalzare come un pallone da basket. Ma soprattutto la sua bontà ed intelligenza. Divertente.

GRAZIE NONNA (Italia, 1975) di Franco Martinelli. Con Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Enrico Simonetti, Valeria Fabrizi. Filmetto squallido ambientato nei dintorni di Pisa e che ha per protagonista, oltre al corpo della Fenech, il giovane Giusva Fioravanti, che tutti purtroppo conosciamo. Oltre a non far mai ridere, il film incorre nel gravissimo reato di confondere pericolosamente parlata e usanze pisane e livornesi, senza conoscerne il rischio. Ad esempio, entrare in un barrino di Piazza dei Miracoli a Pisa e ordinare spericolatamente "due poncini" può condurre il malcapitato a buscarsi, in contraccambio, "du' storci di 'ollo".

DIARIO SEGRETO DI UN CARCERE FEMMINILE (Italia, 1973) di Rino Di Silvestro. Con Jenny Tamburi, Anita Strindberg, Massimo Serato, Eva Czemerys, Gabriella Giorgelli, Cristina Gaioni, Bedy Moratti. Una ragazza, fidanzata con un trafficante di droga rimasto ucciso in un incidente, è arrestata come complice. Diventa così, in carcere, la preda di due clan mafiosi rivali che vogliono rispettivamente farla parlare e tacere per sempre. Una delle occasioni in cui il cinema italiano ha messo in mostra la quantità maggiore di tette e chiappe femminili. Per farlo, ha utilizzato il pretesto del film carcerario, inframmezzato da alcune scene ambientate fuori dalla prigione, allo scopo di arrivare alla durata canonica senza che gli spettatori, compresi i più incalliti pipparoli, avessero crisi di rigetto per la mercanzia così generosamente esposta (purtroppo è così: le donne del film sono messe in evidenza come quarti di bue). Il carcere del film somiglia molto da vicino ai lager nazisti, in mano com'è a una secondina lesbica e sadomasochista e a un direttore mafioso. Le donne sono belle, non c'è che dire (la mia preferita è Valeria Fabrizi), ma la credibilità sta a zero: e basti pensare all'improbabile accento siciliano cui è costretta la russo-tedesca (seppure italiana d'adozione ) Eva Czemerys.

BANDE A PART (Francia, 1964) di Jean-Luc Godard. Con Claude Brasseur, Sami Frey, Anna Karina. I tre strampalati rapinatori, pur somigliandovi, non sono "Jules e Jim" e nemmeno Bonnie & Clyde, non sono i disperati di "Rapina a mano armata", non sono "L'uomo di Rio", ma forse sono l'anello di congiunzione tra il Michel Poiccard di "Fino all'ultimo respiro" e il Pierrot le Fou del "Bandito delle undici". Un film altalenante e filosofeggiante, che ha momenti intelligenti ed altri di stanca, ma si rianima, astutamente, nel finale. Godard ci ricorda ancora una volta che stiamo guardando un film. La vita vera e il cinema su di essa abitano altrove.

IL MASCHIO E LA FEMMINA (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Michel Debord, Catherine-Isabelle Duport. Ai tempi delle medie, una mia compagna di scuola, la più carina della classe, mi raccontò una barzelletta, che era pressappoco così: «un gatto vede il sole e gli dice: "ciao sole!" hahaha!». Non si può avere tutto dalla vita: questa ragazzina, così come Godard, era completamente sprovvista di senso dell'umorismo. Oppure era troppo sottile, impercettibile. Nello stesso modo, Godard realizzò nel 1966 questo film senza qualità, verboso e inconcludente. Parafrasando i famosi versi di "Anarchy In The U.K." dei Sex Pistols, si potrebbe affermare che il regista francese non sa cosa dire ma sa benissimo come dirlo. Ma a me non interessa granché.

postato da: Sasso67 alle ore 20:53 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 10 gennaio 2009
Black Sheep (2006) di Jonathan King. Con Matthew Chamberlain, Daniel Mason, Peter Feeney.
Sul film in generale Dunque, finora s’erano visti cani, gatti, orsi, lupi, api, squali, piranha, barracuda, orche, piovre, alligatori, coccodrilli, rane, rospi, vermi e perfino conigli, a recitare la parte dei killer in decine di film horror. In un caso si erano visti addirittura dei pomodori assassini. Qui abbiamo agnellini genericamente modificati che si trasformano in pecore mannare. Altro che i docili animaletti che conciliano il sonno! Questo film, per farla breve, è uno splatteraccio come in America ne hanno fatti a centinaia negli ultimi venticinque anni. Il regista Jonathan King cerca di variare un po’ gli ingredienti (la pecora è uno dei pilastri dell’economia neozelandese), lanciandosi lungo la strada dalla quale era partito il Peter Jackson, pioniere dello splatter nel nuovissimo mondo, poi oscarizzato per "Il Signore degli Anelli". Che il film non sia una cosa seria si capisce dopo una decina di minuti, quando vediamo una pecora al volante di un pick-up. Prima di arrivare al finale, dove, per la prima volta sui migliori schermi, risolve tutto, incredibile a dirsi, la portentosa scorreggia di una pecora, si assiste ad ogni e qualsiasi luogo comune del genere, dai morsi contagiosi alle metamorfosi ovine, dalle fobie ancestrali all’antidoto miracoloso, fino all’inusitato (?)bacio tra il protagonista maschile e quello femminile.
Redacted (2007) di Brian De Palma.
Sul film in generale Rimessosi un po' dagli ultimi tonfi, soprattutto artistici, De Palma scopre finalmente il delitto perfetto: quello perpetrato alla luce del sole, davanti alle telecamere complici e orgogliosamente rivendicato come "esportazione della democrazia". Il cinema tutto cinereferenziale del regista americano stavolta scarta di lato e sposta l'occhio sulla televisione (la cronista araba, le immagini diffuse dalle TV degli sgozzamenti...) e sul fenomeno, ormai diffuso, dei reporter amatoriali con videocamere personali, nonché della diffusione di comunicati e immagini scioccanti, usata a scopi propagandistici sia dai terroristi che dalle "democrazie occidentali". E lo fa con una maestria che De Palma aveva abilmente nascosto, negli ultimi anni, dietro riprese inutilmente mirabolanti e sterili riferimenti al cinema del passato. Un atto coraggiosamente civile, oltre che cinematograficamente intelligente e riuscito.
postato da: Sasso67 alle ore 18:46 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 10 gennaio 2009
Machan (2008)
Sul film in generale Basato su una storia vera, "Machan" è un filmetto simpatico ed abbastanza divertente, anche se non ha retrotesti culturali (il che potrebbe anche essere un pregio...) o messaggi da lanciare. In alcuni momenti fa ridere - presenta, tra l'altro, la più surreale partita di pallamano mai vista al cinema - ed in altri, semplicemente, ci fa conoscere un po' meglio quel mondo sconosciuto che è Colombo, la capitale dello Sri Lanka, le cui bidonville somigliano purtroppo a quelle di tutto il resto del mondo. E' stato sorprendente, almeno per me, leggere alla fine che il regista del film è un italiano. Vediamo se la prossima prova sarà all'altezza di questa.
Nella valle di Elah (2007)
Sul film in generale Speriamo che sia Obama colui che riesce a raddrizzare la bandiera di un'America che ha disperatamente bisogno d'aiuto. Non sarà facile ricominciare dopo otto anni di disastrosa amministrazione bushiana. Una volta iniziata una guerra, non si sa dove, quando e quante saranno le vittime. Questo vuol dirci il film di Haggis, che sfiora un paio di volte la retorica, ma sa evitarla grazie alla scelta intelligente del cast, dove spiccano i sobri Tommy Lee Jones e Charlize Theron (una delle migliori attrici del panorama attuale, altro che Scarlett Johansson!) nelle parti principali ed altri bravi attori, come Susan Sarandon e Jason Patric in ruoli di contorno.

Insanitarium (USA, 2008) di Jeff Buhler. Con Peter Stormare, Kiele Sanchez. Da qualche decennio non vedevo così tanto sangue al cinema (nella vita, per fortuna, non ne ho mai visto). Si tratta, in questo film, di una clinica psichiatrica dove il direttore Peter Stormare – che in "Fargo" si limitava a gramolare i complici – trasforma i matti, mediante un farmaco di sua invenzione, in cannibali assatanati di carne e sangue umani. Per la verità, ad un certo punto, uno di questi matti si pappa anche un gatto vivo, col pelo e tutto. Insomma, non si butta via niente. E vabbe’: una volta accettato che i matti sono uno più bello dell’altro, che vivono in promiscuità, che attaccano l’unica persona che può farle fuggire da quel lager (eh sì, sono proprio matti…), che una di loro è una psicopatica ninfomane con le puppe rifatte, che il personale sanitario è costituito dalle stesse tre persone in servizio 24 ore su 24, che la polizia è rappresentata da una sola stupidissima pattuglia, una volta accettato tutto questo, dicevo, allora si può allegramente assistere in maniera credula a questa folle notte dei matti viventi.
postato da: Sasso67 alle ore 17:46 | Permalink | commenti
categoria:cinema