sabato, 29 novembre 2008
La merlettaia (Francia/Svizzera, 1977) di Claude Goretta. Con Isabelle Huppert (Béatrice), Yves Beneyton (François), Florence Giorgetti (Marylène), Anne-Marie Düringer (la madre di Béatrice), Renata Schroeter (Marianne), Michel De Ré (il ritrattista), Monique Chaumette (la madre di François), Jean Obé (il padre di François), Sabine Azéma (Corinne).

«L'amore non dura. Prima si beve dallo stesso bicchiere e poi ci si mette il cotone nelle orecchie per non sentire l'altro che russa» dice Marylène, l'amica e collega della protagonista. E per la povera Béatrice, detta Pomme (la Mela), è proprio così. Apprendista parrucchiera, conosce, durante una vacanza in Normandia, lo studente di lettere François, di famiglia borghese. Lei, che nei ritagli di tempo legge Maupassant, ma non è istruita, vive sola con la madre, si è trasferita a Parigi dalla campagna, ed è ancora vergine, s'innamora perdutamente del bel giovane e gli si dà completamente. Ma la convivenza non sarà facile: circondato da amici intellettuali che, seppure educatissimi, egli sente diversi da lei, così come da una famiglia che ha grosse aspirazioni per il figlio, François lascia la ragazza, che rimane come schiantata dalla delusione. Colpita da esaurimento nervoso, finisce in clinica psichiatrica, dove s'inventa un mondo di fantasia, che impedirà a François di rimediare ai propri rimorsi. Girato da Goretta (del quale finora avevo visto soltanto L'INVITO e LA MORTE DI MARIO RICCI) con una sobrietà che ricorda l'ultimo Bresson, affidato alle tenere ma pugnaci spalle di una Isabelle Huppert che offre in spontaneità ciò che ancora non possiede in tecnica recitativa, LA MERLETTAIA è un piccolo straordinario film che cresce di minuto in minuto e merita molta più considerazione di quella che ha ottenuto finora. Proviamo a fare un confronto con le tanto celebrate commedie, proverbi e filastrocche rohmeriane, poi ne riparliamo.

KLEINHOFF HOTEL (Italia, 1977) di Carlo Lizzani. Con Corinne Cléry (Pascale Rota), Bruce Robinson (Karl), Katja Rupé (Petra), Michele Placido (Pedro).

Micidiale impasto di sesso e terrorismo, nel quale spadroneggia, incontrastata, la noia. Neppure Tinto Brass avrebbe potuto realizzare un pastrocchio simile, ma quello che dispiace di più è che la firma sia proprio di Lizzani, uno dei registi italiani più seri e preparati. Per questo motivo, il film si meriterebbe un bel pallino vuoto di mereghettiana invenzione.

Lo scafandro e la farfalla (Francia/USA, 2007) di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric (Jean-Dominique), Emmanuelle Seigner (Céline), Marie-Josée Croze (Henriette Roi), Niels Arestrup (Roussin), Jean-Pierre Cassel (Padre Lucien; il venditore di oggetti sacri), Max von Sydow (il padre di Jean-Do), Marina Hands (Joséphine).

Date le premesse ci si poteva attendere un film patetico o lacrimevole, oppure il veicolo per una prestazione attoriale di quelle "indimenticabili". Invece non è così: lo spirito è piuttosto scanzonato e di chi, seppur metaforicamente, è riuscito a rimboccarsi le maniche ed a creare qualcosa anche in una situazione di totale paralisi, nella quale non solo mangiarsi un piatto di verdure lesse è un "piacere" ormai proibito, ma anche esprimere semplicemente le proprie opinioni è un'impresa titanica. In alcuni momenti, con il suo sfrenato vitalismo (può apparire paradossale, ma è così) il film potrebbe addirittura sembrare uno spot del Movimento per la vita contro l'eutanasia, ma sono sicuro che il buon Giandomenico sarebbe assolutamente rispettoso di chi, nelle sue stesse condizioni, decidesse di chiedere di andarsene. Caso mai è una bella pubblicità per il sistema sanitario francese, così solerte a farsi carico di una malattia così totalizzante da lasciare al paziente soltanto la possibilità di sbattere una palpebra: cosa sarebbe successo in Italia? Ma anche: sarebbe accaduto lo stesso se il protagonista non fosse stato il caporedattore di "Elle"? A parte ciò, è da apprezzare l'impostazione di Schnabel che divide il film tra le inquadrature classiche, con la macchina da presa che inquadra il protagonista e le soggettive sghembe che partono dal suo occhio sinistro: bravo il regista, fra le altre cose, a suggerire il pianto di Jean-Dominique, semplicemente appannando l'obiettivo. Un elogio va fatto anche all'attore Amalric, bravo a stare al proprio posto senza esagerare: spesso nessuno sa essere gigione come un attore nella parte di un paralitico. Difetto: le donne del film sono tuttte troppo belle e troppo buone per essere vere. Anche per un caporedattore di "Elle".

I ragazzi del massacro (Italia, 1969) di Fernando di Leo. Con Pier Paolo Capponi (il commissario Marco Lamberti), Susan Scott (Livia Ussaro), Enzo Liberti (Carrua), Marzio Margine (Carolino Marassi), Renato Lupi (Mascaranti), Giuliano Manetti (Fiorello Grassi), Danika La Loggia (la signorina Romani).

Non c'entra niente il massacro del Circeo (1975): il film è del 1969. Ma è comunque molto attuale. Si parla dello stupro e dell'omicidio di una giovane insegnante da parte di una classe di ragazzi sottoproletari della scuola serale. Lo scioglimento della vicenda, che anticipa i gialli argentiani (dall'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO in poi), può anche lasciare perplessi, però funziona l'atmosfera sonnacchiosa del commissariato, così come la squallida sfilata degli adolescenti che hanno preso parte al massacro. Di Leo gira lo stupro iniziale con la camera a mano, gettando lo spettatore in mezzo all'azione, in modo da farlo quasi sentire membro del branco. Ed ha mano felice, il regista, nello scegliere Pier Paolo Capponi quale protagonista, perfetta figura di antieroe meneghino, e la bella Susan Scott per la parte di Livia Ussaro, qui nelle vesti di assistente sociale. Certo, chi abbia letto VENERE PRIVATA (1966), il primo romanzo di Scerbanenco con la centro la figura di Duca Lamberti, qualche perplessità può legittimamente coltivarla: come abbia fatto il protagonista a trasformarsi da medico radiato dall'ordine a commissario di pièsse, lo sanno solo Dio e i meccanismi produttivi del poliziesco all'italiana. Ma, dettagli a parte, si intravedono già, in questo film, tutte le qualità del talento dell'autore che realizzerà, di lì a poco, la magica alchimia di MILANO CALIBRO 9.

postato da: Sasso67 alle ore 20:31 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 26 novembre 2008

La stregoneria attraverso i secoli (Svezia1922) di Benjamin Christensen. Con Benjamin Christensen (Satana), Karen Winther (la moglie dell’ammalato), Emmy Schonfeldt (Maria, la mendicante).

La stregoneria attraverso i secoliSull'assurdità, l'immoralità, l'ingiustizia e la pericolosità della tortura hanno scritto pagine indelebili intellettuali come il Verri, il Beccaria e il Manzoni della Storia della colonna infame. Anche Christensen si scaglia, con questo film grottesco, contro l'assurdo metodo per estorcere confessioni e accuse, spesso usato anche dalla cara Santa Madre Chiesa o dal braccio secolare cui affidava gli accusati. Non è il caso delle (presunte) streghe, va detto, contro le quali si è sempre accanito di più il potere temporale che non quello ecclesiastico, spesso diffidente nei confronti delle sedicenti fattucchiere. Sia come sia, qui il regista ci presenta anche una conventicola di fratacchioni che non disdegna i piaceri della carne (salvo poi affidarsi al sacro lavacro dell'autofustigazione), ma punisce con i tormenti le persone accusate di stregoneria: in particolare, una vecchia mendicante cui è attribuito un talismano, ritrovato nella casa di un uomo moribondo, al quale è stato praticato uno strano rito da un viandante. La vecchia, sotto tortura, confessa di essere una strega, ma accusa le due donne che l'hanno denunciata di essere sue complici. Era tanto semplice finire nelle mani del carnefice... Con un salto temporale al presente (naturalmente del 1922), Christensen ci porta in un'epoca dove per fortuna si comincia a dare a certi fenomeni il nome più adeguato: isteria. Oggi una donna malata d'isteria può essere adeguatamente curata; sullo sfondo, comunque, continuano ad ardere, come monito per le nostre coscienze, i roghi medievali. Più che un documentario, il film di Christensen è un film surrealista ben documentato, che non disdegna di farci un'introduzione sulle origine della stregoneria fin dai tempi dell'antico Egitto, per arrivare ad una specie di veloce rassegna sugli strumenti di tortura più "gettonati" (con corde, catene e spunzoni in bella evidenza). Con i suoi sabba (ispirati in particolare alla pittura di Bosch e di Goya) e interrogatori nelle segrete dei conventi, LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI sta bene in un'ideale antologia del cinema surrealista insieme a UN CHIEN ANDALOU e L'AGE D'OR di Buñuel, ma anche al GOLEM di Wegener e al CALIGARI di Wiene. Impossibile non pensare, infine, che a questo film non si sia ispirato il Dreyer del DIES IRAE e della GIOVANNA D'ARCO.

 

Geppo il folle (Italia, 1978) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Geppo il folle), Claudia Mori (Gilda), Miki Del Prete (l’impresario), Jennifer (Marcella), Pietro Brambilla (Gomma), Raf Di Sipio (Raf), Marco Columbro (il disc jockey).

Geppo il folle e Celentano in folle, anzi in retromarcia, per uno dei film più presuntuosi, inutili e cretini dei nostri anni Settanta. Il che è tutto dire.

 

Che la festa cominci… (Francia, 1975) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Noiret (Filippo d’Orléans, il Reggente), Jean Rochefort (l’Abate Dupuis), Jean-Pierre Marielle (il Marchese di Pontcallec), Marina Vlady (Madame de Parabere), Christine Pascal (Emilie), Raymond Girard (il medico Chirac), Nicole Garcia (Fillon).

Negli anni Settanta, Tavernier era considerato in Francia l'anti-Truffaut, poiché aveva rispolverato sceneggiatori della vecchia scuola, come Jean Aurenche e Pierre Bost, che erano stati tra i bersagli preferiti del Truffaut teorico della nouvelle vague. Nonostante ciò, proprio Tavernier e Truffaut sono i cineasti francesi che amo di più. E CHE LA FESTA COMINCI... resta il film, tra quelli girati dal regista lionese, che preferisco. Si tratta di un film in costume, a mio parere degno di affiancare BARRY LYNDON tra i più belli mai realizzati. La trama è abbastanza semplice: uno spiantatissimo nobilastro bretone si reca a Versailles per dare al Reggente un ultimatum circa l'indipendenza della molto futuribile Repubblica della Bretagna. Nella capitale francese, mentre il Re designato ha solo nove anni, comanda Filippo d'Orleans, spalleggiato da un tale Abate Dupuis (il cui unico merito è di avere salvato la vita al Reggente in battaglia), che aspira alla poprpora cardinalizia, pur essendovi molti dubbi sul fatto che sia almeno battezzato. Questa conventicola di nobili passa la vita a gozzovigliare, tra cene pantagrueliche ed orge gigantesche, mentre intorno il popolo muore letteralmente di fame. Fotografato magistralmente da Pierre-William Glenn, recitato da almeno tre attori in stato di grazia, Noiret, Rochefort (indimenticabile) e Marielle, diretto da un regista che ha ogni titolo per essere definito Maestro, CHE LA FESTA COMINCI... è, secondo me, uno dei capolavori cinematografici degli anni Settanta.

 

Il sarto di Panama (GB, 2001) di John Boorman. Con Pierce Brosnan (Andy Osnard), Geoffrey Rush (Harry Pendel), Jamie Lee Curtis (Louisa Pendel), Leonor Varela (Marta), Brendan Gleeson (Mickie Abraxas), Harold Pinter (zio Benny), Catherine McCormack (Francesca).

bandóne [ban'done] s.m. 1 sm lamiera di ferro o d'altro metallo 2 sm saracinesca «Ce le abbiamo le mutande di bandone?» domanda al telefono il capo dei servizi segreti britannici a Pierce Brosnan. Le mutande di bandone! Questa è stata l'unica scena di tutto il film che mi ha fatto sussultare. Lode alle mutande di bandone, dunque. Ma su tutto il resto c'è solo da stendere un velo pietoso, a cominciare dalla regia di un Boorman ormai irriconoscibile, per arrivare ad un Brosnan un po' troppo zerozerobeppe, passando per una Jamie Lee Curtis di molto fuori parte. Anche quando si esce per andare al cinema, mi sa, bisognerebbe munirsi di mutande di bandone.

La leggenda di Narayama (Giappone, 1958) di Keisuke Kinoshita. Con Kinuyo Tanaka (Orin), Teiji Takahashi (Tatsuhei), Yuko Mochizuki (Tamayan), Danko Ichikawa (Kesakichi).

Nessuno parla tanto di soldi quanto i poveri. Così, gli affamati di questo film non fanno che parlare di cibo. In un'epoca (qualsiasi epoca) in cui da mangiare non c'era per tutti, nelle famiglie la cosa più pericolosa erano le bocche da sfamare. Specialmente se, poi, queste bocche appartenevano a persone non ancora o non più in grado di lavorare. E dunque l'anziana Orin ha già programmato, come prevede l'usanza, di allontanarsi da casa al compimento, ormai imminente, del settantesimo anno d'età. Per farsi sembrare più vecchia (ché non vuole pesare sull'economia domestica), ma anche per rendere la propria bocca meno temibile per la concorrenza allo scarso cibo familiare, si è addirittura spaccata i denti davanti. E poi il giorno fatidico, quando si avvicina la prima neve, arriva. Kinoshita ha diretto questo film con i mezzi del teatro kabuki, ed infatti, all'inizio il film risulta un po' lento, inframmezzato com'è di canzoni attinenti al tema della vicenda principale. Ma il regista ha anche saputo costruire il suo film come un'opera pittorica in divenire, con i colori vivaci dei fondali teatralmente dipinti, che si stemperano nei colori cupi dei giorni del viaggio alla montagna, fino ad imbiancarsi in un finale immerso nella neve. Da questo punto di vista LA LEGGENDA DI NARAYAMA è veramente magistrale, anche se mi pare che manchi, lungo tutta la sua durata, la poesia che permea le opere maggiori di un Mizoguchi. Tuttavia, la scena dell'incontro con gli anziani del villaggio, che alla fine della riunione scompaiono silenziosamente nel buio l'uno dopo l'altro, e quella, struggente, della salita al monte, nella quale Tatsuhei chiama invano la madre che giace silenziosa sulla gerla che porta sulle spalle, sono da antologia della storia del cinema mondiale. Figurativamente bellissimo, il film ha un andamento in crescendo emozionale e culmina in una seconda parte molto più intensa della prima.

Abuso di potere (Italia/Francia/RFT, 1972) di Camillo Bazzoni. Con Frederick Stafford (il commissario Luca Miceli), Marilù Tolo (Simona), Reinhard Kolldehoff (il questore), Umberto Orsini (Enrico Gagliardi), Corrado Gaipa (Gunther Rosenthal), Raymond Péllegrin (il Sostituto Procuratore D’Alò), Elio Zamuto (Mottesi), Claudio Gora (il Procuratore), Guido Leontini (Turi De Loco), Ninetto Davoli (Yoyò).

Date retta: s'è visto di peggio. La trama è piuttosto "classica", per quanto riguarda il poliziesco di serie B, compresa l'incazzatura del commissario protagonista con i superiori e con il magistrato di turno troppo garantista e/o corrotto. A reggere la baracca contribuisce anche l'interpretazione del non disprezzabile attore praghese Frederick Stafford, il cui personaggio è chiaramente ricalcato sulla figura del commissario Calabresi, che in quel 1972 assurse, suo malgrado, agli onori delle cronache. Lo ricorda dalla sagoma, ai maglioni dolcevita, alla tragica fine.

postato da: Sasso67 alle ore 21:02 | Permalink | commenti
categoria:cinema
venerdì, 21 novembre 2008

La prima notte di quiete (Italia, 1972) di Valerio Zurlini. Con Alain Delon (Daniele Dominici), Sonia Petrova (Vanina Abati), Lea Massari (Monica), Giancarlo Giannini (Spider), Renato Salvatori (Marcello), Adalberto Maria Merli (Gerardo Pavani), Alida Valli (Marcella, la madre di Vanina), Salvo Randone (il preside), Nicoletta Rizzi (Elvira).

Un film importante, all'epoca, anche valido, ma non completamente riuscito. Si avverte troppo l'eco del Fellini dei VITELLONI, che fa da sfondo malinconico e baudlerianamente pieno di spleen a questa vicenda, che si annuncia funerea fino dalla visione dei banchi di scuola. E se Zurlini pecca un po' di fellinismo, questo è coniugato al cinemadi Antonioni, quello padano del GRIDO e quello, con Delon protagonista, dell'ECLISSE. Con Antonioni, Zurlini condivide, in buona parte un'idea di cinema, dal punto di vista del contenuto, così come da quello della tecnica, che li spinge a privilegiare le inquadrature fisse ed i piani sequenza. Ma Zurlini, nella sua (purtroppo breve) carriera, ha condiviso un paio di esperienze anche con un cineasta che sembra lontanissimo da lui: Tarkovskij. Nel 1962 Zurlini vinse il Leone d'oro con CRONACA FAMILIARE, a parimerito con L'INFANZIA DI IVAN del regista russo; in LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, il protagonista e Vanina si recano a Monterchi, in Toscana, per vedere La Madonna del parto, uno degli affreschi più importanti di Piero della Francesca. Lo stesso fatto costituirà la sequenza iniziale del film girato da Tarkovskij in Italia, cioè NOSTALGHIA. Quanto a LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, condivido molte delle ragioni esposte da chi ha commentato il film prima di me, anche se non ne comprendo le ragioni d'entusiasmo per questo film, che sarebbe certo piaciuto a parecchi degli autori del Decadentismo letterario.

 

Cronache di poveri amanti (Italia, 1953) di Carlo Lizzani. Con Gabriele Tinti (Mario), Anna Maria Ferrero (Gesuina), Marcello Mastroianni (Ugo), Antonella Lualdi (Milena), Giuliano Montaldo (Alfredo), Cosetta Greco (Elisa), Bruno Berellini (Carlino Bencini), Irene Cefaro (Clara), Adolfo Consolini (Maciste), Eva Vanicek (Bianca), Wanda Capodaglio (la signora), Garibaldo Lucii (Staderini).

Lizzani porta sullo schermo il romanzo di Pratolini, trovando la giusta "mescola" tra sottofondo politico (siamo nel 1925, dopo il delitto Matteotti e alla vigilia dell'affermazione del Fascismo come regime) e rapporti personali tra gli abitanti di una via popolare di Firenze. La storia intreccia le vicende sentimentali di Mario (Tinti), Bianca (Vanicek), Milena (Lualdi), Ugo (Mastroianni), Gesuina (Ferrero) ed altri con le azioni di resistenza degli antifascisti che si oppongono alle azioni notturne delle squadracce che si aggirano per la città armate di manganelli e pistole. In quel contesto, il Fascismo, a Roma, sta cercando di ripulirsi la faccia e quindi fa perseguire dalla polizia i suoi sicari più brutali, come il ragionier Bencini (Berellini). Poi, nel 1926, arriveranno le cosiddette leggi fascistissime, con l'istituzione del tribunale speciale, ed anche gli assassini saranno integrati nell'ingranaggio del regime. Anche Via del Corno sarà "normalizzata" e i suoi abitanti più pericolosi arrestati. E' commovente la scena della morte di Alfredo (Montaldo), così come sono divertenti altre sequenze ambientate per le vie o nei bordelli di Firenze.

 

Storie di vita e malavita (Italia, 1975) di Carlo Lizzani. Con Cinzia Mambretti (Rosina), Lidia Di Corato (laura), Annarita Grapputo (Daniela), Cristina Moranzoni (Gisella), Nicola De Buono (Velluto), Mimmo Craig (il proprietario dell'agenzia), Walter Valdi (un pappone).

Storie di ragazzine, quasi tutte minorenni, che finiscono nel giro della prostituzione, di alto o infimo bordo che sia. Tratto da storie vere, con al centro tanta miseria, morale, prima che materiale, il film mostra come all'origine della caduta di queste ragazze, diverse per estrazione sociale e geografica, vi sia una totale assenza di valori e un rapporto sbagliato e inesistente all'interno delle famiglie. Il film di Lizzani è cupo e senza speranza: non vi è un solo personaggio positivo in nessuna delle vicende narrate; gli uomini, in particolare, sono talmente biechi (sfruttatori, ruffiani, violenti, aguzzini, ipocriti e libidinosi) da rivalutare figure retoriche generalmente usate per paragoni negativi, come i vermi o i topi di fogna. Colpisce, in particolare, la scena finale del rogo della ragazzina che batte senza la protezione del clan e la conseguente, barbarissima, uccisione di uno dei piromani. I difetti di STORIE DI VITA E MALAVITA sono soprattutto un sospetto di compiacimento e voyeurismo (l'epoca in cui uscì il film era proprio quella delle zie sexy, delle cameriere, delle infermiere e via puttaneggiando) e l'inenarrabile dilettantismo di un'operazione portata a termine, visibilmente, con due spiccioli.

 

Mazzabubù... quante corna stanno quaggiù? (Italia, 1971) di Mariano Laurenti. Con Carlo Giuffrè (il narratore), Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Isabella Biagini (la moglie di Franco), Mariolina Cannuli (la moglie di Ciccio), Nadia Cassini (la donna allo stadio), Giancarlo Giannini (Lucio), Riccardo Garrone (Agilulfo), Lino Banfi (il pizzicagnolo), Luciano Salce (il critico d'arte), Lars Bloch (il pittore), Umberto D'Orsi (il commendator Bordiga), Fausto Tozzi (l'eschimese), Pippo Franco (l'ospite dell'eschimese).

Squallida sequela di episodi presi di peso dalla tradizione boccaccesca, o che tentano di attualizzare quest'ultima. Lo scopo è realizzato con risultati infimi, dai quali si salvano soltanto, ma per il rotto della cuffia, le cornificazioni reciproche di Franco e Ciccio, in versione stranamente "per adulti". Il titolo pecoreccio sintetizza da solo la bruttezza del film.

 

Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca (Italia/Spagna, 1970) di Ettore Scola. Con Monica Vitti (Adelaide Ciafrocchi), Marcello Mastroianni (Oreste Nardi), Giancarlo Giannini (Nello Serafini), Manuel Zarzo (Ughetto), Josefina Serratosa (Antonia), Hercules Cortes (Amleto Di Meo), Corrado Gaipa (il giudice istruttore).

Un non giovanissimo manovale comunista, sposato con una donna più anziana di lui, conosce una giovane fioraia e se ne innamora. Questa, a sua volta, s'invaghisce di un pizzaiolo toscano suo coetaneo. Il ménage a tre avrà un esito tragico.

Dopo avere fornito a Dino Risi il copione per STRAZIAMI, MA DI BACI SAZIAMI, Age e Scarpelli scrivono insieme a uno dei loro collaboratori storici, Scola, questo DRAMMA DELLA GELOSIA, utilizzando, grosso modo, gli stessi codici. I personaggi del film, infatti, parlano come fossero personaggi dei fotoromanzi ("abbiamo infranto le leggi dell'amore!" esclama la Vitti) imbevuti di testi da canzonetta sanremese. In più, costruendo la trama come un lungo interrogatorio del commissario di polizia intervenuto sul luogo dell'omicidio, molte parti sono narrate secondo lo stile di un verbale poliziesco, con effetti indubbiamente comici. L'ambientazione proletaria è piuttosto riuscita, anche se non è raggiunto pienamente l'obiettivo di mettere in parodia gli scenari che sottofondavano i film neorealisti (tutti quei manifesti che si vedono all'inizio sembrano rimandare a LADRI DI BICICLETTE). Scola comincia qui a girare scene a margine delle feste dell'Unità, come farà, con maggior fortuna in C'ERAVAMO TANTO AMATI, sebbene, e mi sembra un peccato, il retroterra politico, abbastanza forte all'inizio del film (quando la Vitti dice a Mastroianni "chiedimi qualunque cosa!", lui risponde "domani vota comunista!"), si perda con il procedere della vicenda. Mastroianni, recitativamente parlando, è la consueta sicurezza, Giannini funziona in un ruolo ineditamente comico, mentre la Vitti comincia ad abusare del suo personaggio perennemente fragile e destinato a fare, involontariamente, del male a sé stesso e agli altri.

 

I due figli di Trinità (Italia, 1972) di Osvaldo Civirani. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Lucretia Love (Lola), Anny Degli Uberti (Calamity Jane), Goffredo Unger (il padre superiore), Franco Ressel (Armstrong), Fortunato Arena (Jack Carson), Salvatore Baccaro (scagnozzo), Andrea Scotti (lo sceriffo), Angelo Susani (Ching Chan Pa), Claudio Ruffini (Sabata).

L'umorismo è senza dubbio di grana grossa e spesso abbastanza infantile. Però, se ci si lascia andare per un po' alla comicità fracassona di Franco e Ciccio, si può trovare anche qualche spunto di divertimento. Questa parodia "trinitaria" di Civirani contiene una delle scazzottate più lunghe della cinematografia cicciofranchiana, in cui sono protagonisti dei fratacchioni, come in ...CONTINUAVANO A CHIAMARLO TRINITA', e che utilizza tutti gli stereotipi della situazione. Queste sequenze, in ogni caso, tra bastonate, capriole e schiaffoni multipli, sono girate piuttosto bene, con un professionismo che non ha molto da invidiare ai film di Bud Spencer e Terence Hill.

 

postato da: Sasso67 alle ore 21:20 | Permalink | commenti
categoria:cinema
domenica, 16 novembre 2008

Ritratto di borghesia in nero (Italia, 1978) di Tonino Cervi. Con Senta Berger (Carla Richter), Stefano Patrizi (Mattia Morandi), Ornella Muti (Elena Mazzarini), Christian Borromeo (Renato Richter), Capucine (Amalia Mazzarini), Paolo Bonacelli (Paolo Mazzarini), Mattia Sbragia (Edoardo Mazzarini), Giancarlo Sbragia (il gerarca Maffei), Maria Monti (Linda), Giuliana Calandra (l'insegnante di musica).

Gli elementi essenziali, veri e propri tòpoi cinematografici, sono tre: la borghesia, Venezia e l'epoca fascista. Se negli anni Settanta andava di moda sviscerare la corruzione della borghesia (oggi, invece, si piange sulla sua scomparsa), Tonino Cervi cerca di prendersi qualche vantaggio in più, ambientando la vicenda nella città che più poteva accentuare la sensazione di fradiciume, cioè Venezia; in aggiunta, ambienta la storia in epoca fascista, anzi, alla fine del Ventennio, quando già si sente parlare della concreta ipotesi della guerra. Più della metà dei film che ho visto, ambientati a Venezia, non mi è piaciuta: e questo di Cervi è uno di quelli. RITRATTO DI BORGHESIA IN NERO sembra una versione morbosa del GIARDINO DEI FINZI CONTINI, ma la materia non è altrettanto importante e su tutto domina l'atmosfera languida ed estenuata di Venezia, mentre nella scena finale, quella più riuscita di tutto il film, provvede la polizia fascista a mettere la sordina sull'intera, tragica, vicenda. Gli attori sembrano quasi tutti imbambolati, compresa Senta Berger, per non parlare di Ornella Muti, che a 23 anni recitava ancora la parte della ragazzina. Bonacelli e Patrizi, bravi, sono un po' sbiaditi, mentre convince Pagni nel ruolo del commissario di polizia, ma la sua parte è troppo breve.


La ragazza con la pistola (Italia, 1968) di Mario Monicelli. Con Monica Vitti (Assunta Patanè), Carlo Giuffrè (Vincenzo Macaluso), Stanley Baker (il dott. Osborne), Corin Redgrave (Frank Hogan), Anthony Booth (John), Aldo Puglisi e Tiberio Murgia (due emigrati siciliani), Stefano Satta Flores (il cameriere del ristorante Capri), Helen Downing (la signora McIntosh), Janet Brandes (l'infermiera), Ivan Giovanni Scratuglia (Salvatore), Nicolina Verrelli (la cugina Concetta).
Buona commedia, che, è vero, abusa dei luoghi comuni sulla Sicilia, ma, insomma, si parla pur sempre di quarant'anni fa e comunque di una commedia. Il tono è quello dell'ironia grottesca, un po' com'era successo con il Germi di DIVORZIO ALL'ITALIANA e SEDOTTA E ABBANDONATA (cui rimanda la presenza, seppure fugace, di Puglisi nel cast). La storia dell'italiana all'estero è gestita da Monicelli discretamente, molto meglio che le cento avventure di Sordi in Inghilterra, Svezia, America eccetera. Le sequenze ambientate in Sicilia - incluse le scene immaginarie, in cui una schiera di prefiche vestite di nero funge quasi da coro greco - sono le più riuscite di quello che resta, comunque, un buon prodotto medio. E' uno dei film in cui la Vitti riesce a non rimanermi antipatica e probabilmente uno dei due o tre ruoli migliori, al cinema, per Giuffrè, che resta in ogni caso un ottimo interprete teatrale, soltanto prestato al cinema.

Le ragazze di San Frediano (Italia, 1954) di Valerio Zurlini. Con Antonio Cifariello (Andrea Sernesi, detto Bob), Rossana Podestà (Tosca), Marcella Mariani (Gina), Giovanna Ralli (Mafalda), Corinne Calvet (Bice), Giulia Rubini (Silvana), Luciana Liberati (Loretta), Sergio Raimondi (Giancarlo), Adriano Micantoni (il fratello di Bob), Boris Cappelli (Boris), Gianni Minervini (Aldo), Peter Trent (il corteggiatore di Mafalda), Giovanni Nannini (l'usciere a teatro).
Ispirato al romanzo di Pratolini, l'esordio di Zurlini si differenzia di parecchio dal libro in diversi snodi della trama ed anche nello spirito: è quasi del tutto assente il substrato sociale dei personaggi (non si fa il minimo accenno al lavoro delle ragazze, tutte fin troppo belle, modello pin up) nonché qualsivoglia accenno alla situazione politica. Tuttavia Zurlini sa valorizzare l'ambiente fiorentino, senza esagerare in localismi o macchiette. Il regista bolognese (ma lo sceneggiatore Benvenuti era fiorentino, mentre De Bernardi è pratese) utilizza una messinscena moderna, tanto che il suo film sembra una versione seria di POVERI MA BELLI (1956), cui l'apparenta la presenza di Cifariello, discretamente bravo in questa parte di personaggio che sta a metà tra Pinocchio e Accattone. Un film medio, di buona riuscita. Due dei protagonisti di questo film sono morti prematuramente, nello stesso modo, Marcella Mariani, che qui interpreta Gina, Miss Italia nel 1954, morì ad appena diciannove anni in un incidente aereo sul Terminillo nel 1955; lo stesso Cifariello, che dopo avere lasciato l'attività d'attore si era dedicato alla realizzazione di documentari in Africa, perì in un incidente aereo in Zambia a 38 anni, nel 1968.

I padroni della città (Italia/RFT, 1976) di Fernando di Leo. Con Jack Palance (lo sfregiato), Harry Baer (Tony), Al Cliver (Rick), Vittorio Caprioli (Napoli), Gisela Hahn (Clara), Edmund Purdom (Luigi Cerchio), Enzo Pulcrano (Peppe), Roberto Reale (Luca), Rosario Borelli (l'attore).
Però. Si vede che quando aveva libertà d'azione e capitali appena sufficienti (qui si giova dei marchi della coproduzione tedesca) di Leo sapeva fare dei film di genere di ottima riuscita. Quale genere? E' chiaro che non si tratta di un poliziesco, perché se c'è un grande assente, in questo film, è proprio la polizia, che, tra tutti questi omicidi, estorsioni, pestaggi, non mette fuori la testa neanche una volta. L'unico rappresentante della legge che si vede nel film è un povero pizzardone che sta dirigendo il traffico e si trova in mezzo a un inseguimento del protagonista (fra l'altro una delle sequenze tecnicamente più pregevoli del film). Direi che si tratta di un gangster movie italiano di robusta fattura, che porta impresso il marchio di fabbrica dileiano, a partire di una fotografia come se ne vede di rado (di Erico Menczer) ed un incipit che non può non restare nella memoria. La cifra stilistica del film è il romanzo picaresco, ben rappresentato da questo protagonista (Baer) sbruffone, doppiato in romanesco, che sembra un nipotino ripulito, nella faccia e nel linguaggio, del trucido di Tomas Milian. Vi sono rimandi anche al western leoniano, in particolare a C'ERA UNA VOLTA IL WEST, cui rimanda la trama con l'antefatto che prelude ad una vendetta a lungo meditata. Su tutti giganteggiano la faccia violenta e tagliente del boss Jack Palance e l'ironia di un Vittorio Caprioli alle prese con una pistola che fa i capricci.

Il caso Katharina Blum (RFT, 1975) di Volker Schlöndorff. Con Angela Winkler (Katharina Blum), Mario Adorf (il commissario Beizmenne), Dieter Laser (Werner Tötges), Jürgen Prochnow (Ludwig Götten), Heinz Bennent (l'avv. Blorna), Hannelore Hoger (Trude Blorna), Karl Heinz Vosgerau (Alois Sträubleder), Regine Lutz (Else Woltersheim).
Katharina Blum, divorziata, di professione domestica, incontra una sera, ad una festa di Carnevale, un giovane ricercato e se lo porta a casa. La mattina dopo, dileguatosi il giovanotto, la polizia fa irruzione nella casa della ragazza e l'arresta. Con domande banali, ma sempre più stringenti, la polizia accusa la Katharina di essere complice del presunto terrorista anarchico. Nel frattempo, un quotidiano scandalistico monta una campagna di stampa contro di lei.
Schlöndorff è sempre stato un bravo illustratore di soggetti altrui piuttosto che un autore in proprio. In effetti il suo film più celebre (e celebrato, anche con un premio Oscar) è l'ottima riduzione del romanzo IL TAMBURO DI LATTA di Gunter Grass. Un po' meno gli riuscì - ed in effetti non era impresa facile, specialmente se come protagonista viene imposta Ornella Muti - la resa cinematografica del proustiano UN AMORE DI SWANN. Qui siamo sui livelli del TAMBURO, anche se chi ha letto il romanzo di Heinrich Böll sostiene che il film non è all'altezza dello stile sperimentale del testo originario. In ogni caso, questo atto d'accusa su un certo modo di fare stampa si giova di una messinscena asciutta (dovuta alla sceneggiatura del regista e di Margarethe Von Trotta, che all'epoca era sua moglie) e di una buona interpretazione di Angela Winkler e del sempre positivo Mario Adorf. Anche se qualche particolare risulta un po' forzoso, come, ad esempio, questa Francoforte, novella Viareggio, in cui sembra sempre Carnevale. Deve farci riflettere il finale, con l'orazione funebre dell'ipocrita editore della canagliesca "Zeitung", che fa passare l'uccisione del suo giornalista come un attentato alla libertà di stampa, anziché, com'era, il gesto disperato di vendetta di una donna cui l'infame pennivendolo (ovviamente vi sono giornalisti bravi e squallidi sciacalli) aveva rovinato l'esistenza.

Porca vacca (Italia, 1982) di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto (Primo Baffo), Laura Antonelli (Marianna), Aldo Maccione (Tomo Secondo), Raymond Bussières (lo zio), Raymond Péllegrin (il generale), Gino Pernice (commilitone toscano), Antonio Marsina (l'ufficiale austriaco), Adriana Russo (la ballerina), Enzo Robutti (il capitano).
Remake non dichiarato e stupidotto della GRANDE GUERRA, in cui nessun personaggio ha il ben che minimo spessore. Due o tre risatacce, però, le strappa. Tensione: * Laurantonellismo: * Grandeguerra: = Guerra: * Grande: no.

 

postato da: Sasso67 alle ore 19:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:cinema
giovedì, 13 novembre 2008
Il divo (Italia, 2008) di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Giulio Andreotti), Anna Bonaiuto (Livia Andreotti), Flavio Bucci (Franco Evangelisti), Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino), Massimo Popolizio (Vittorio Sbardella), Piera Degli Esposti (Vincenza Enea, la segretaria), Paolo Graziosi (Aldo Moro), Giorgio Colangeli (Salvo Lima), Gianfelice Imparato (Vincenzo Scotti), Aldo Ralli (Giuseppe Ciarrapico), Giulio Bosetti (Eugenio Scalfari), Lorenzo Gioielli (Mino Pecorelli).
«È una mascalzonata», sibilò Andreotti quando vide in anteprima il film, insieme alla stampa. In seguito il senatore a vita si è ricreduto ed ha attenuato il proprio giudizio. Ed anche a me il film di Sorrentino, dal punto di vista del contenuto, sembra tutt'altro che una mascalzonata, ed è anzi, a suo modo, un gesto quasi d'affetto. Tanto le colpe di Andreotti (non parlo di reati, non mi compete, ma di responsabilità politiche) le conosciamo tutti, e quindi? IL DIVO mi è piaciuto molto, era il tipo di film che aspettavo da anni da un regista italiano. La conferma di un grande talento di regista-sceneggiatore che sappia anche dirigere un film come Dio - che, sebbene non voti - comanda. Sorrentino si è scritto e diretto un film che potrebbe essere SALVATORE GIULIANO (e, come nel film di Rosi, fin dall'inizio è in scena un cadavere: quello dell'Italia) diretto con talento visionario e grottesco dal Martin Scorsese di CASINO: non c'è qui, la necessità di trovare un assassino, come poteva essere per il JFK di Oliver Stone, e quindi non interessa sapere se davvero Andreotti baciò Riina in una calda giornata d'estate (qui sembra, ironicamente, quasi una scena romantica). Il film è più filosofico: importa sapere se, come dice il senatore a vita, davvero l'Italia si è fatta prendere per il naso, per anni, dal referente della mafia, ma anche se, come dice ancora Andreotti, i delitti commessi in nome del potere sono giustificati dalla necessità di garantire al Paese l'ordine che l'ha, bene o male (più male che bene) governato per circa cinquant'anni. Sorrentino ci propone il ritratto di una Sfinge italiana e alla fine la domanda che mi sorge spontanea (come avrebbe detto Lubrano) è: abbiamo votato per cinquant'anni Andreotti e da quindici votiamo per Berlusconi. Ma perché? CAPOLAVORO.
postato da: Sasso67 alle ore 21:03 | Permalink | commenti (2)
categoria:cinema
giovedì, 13 novembre 2008
Ernesto (Italia/Spagna/RFT, 1979) di Salvatore Samperi. Con Martin Halm (Ernesto), Michele Placido (l'operaio), Virna Lisi (la madre di Ernesto), Turi Ferro (Wilder), Renato Salvatori (Cesco), Concita Velasco (zia Regina), Francisco Marsò (zio Giovanni), Lara Wendel (Ilio e Rachele), Miranda Nocelli (la prostituta), Gisela Hahn (la madre di Ilio e Rachele).
Trasposizione (chi ha letto il libro dice poco fedele) dell'omonimo romanzo autobiografico, per ovvie ragioni pubblicato postumo nel 1975 di Umberto Saba, il poeta triestino morto nel 1957. Samperi ambienta la vicenda nella Trieste sveviana, cui rimanda la vita dell'ufficio commerciale, di proprietà dell'austriacante Wilder, uomo di una certa età e con velleità letterarie, poco supportate dal talento. Ernesto, invece, è un sedicenne di buona famiglia ebraica, cresciuto con la mamma e una coppia di zii senza figli, poiché suo padre, un goiym (cioè non ebreo), lasciò la madre incinta di tre mesi. Il ragazzo è intelligente e pieno di talento artistico, soprattutto per il violino, ma non gli piace il suo lavoro. Un giorno viene adocchiato da un aitante operaio che lo introduce all'amore omosessuale. Ernesto si abbandona a questa relazione, naturalmente segreta, ma in seguito, compiuti i diciotto anni, si fa iniziare anche al sesso con le donne da una giovane prostituta. Pare che nel romanzo di Saba, incompiuto, la vicenda si concluda con l'abbandono dell'operaio da parte di Ernesto, che ha conosciuto il giovane violinista Ilio, mentre qui Samperi introduce una sorella gemella di Ilio, cui il protagonista finisce sposo. Insomma, mentre il romanzo di Saba narrava di un'iniziazione alla vita, la conclusione è un matrimonio borghese (ed ebraico), cui forse non sarebbe arrivato neanche qualche inetto sveviano. Forse Samperi non era il regista giusto per questa trasposizione cinematografica, o forse era proprio il testo di Saba che non si prestava a diventare un film, fatto sta che il risultato finale è un'estenuata prova stilistica, in alcuni tratti abbastanza riuscita, in altri molto scialba.

Il giustiziere sfida la città (Italia, 1975) di Umberto Lenzi. Con Tomas MIlian (Rambo), Joseph Cotten (il vecchio Paternò), Luciano Catenacci (Conti), Silvano Tranquilli (Marco Marsili), Evelyn Stewart [Ida Galli] (la signora Marsili), Alessandro Cocco (Giampiero Marsili), Guido Alberti (il barista), Maria Fiore (Maria Scalia), Femi Benussi (Flora), Mario Piave (Pino Scalia), Adolfo Lastretti (Ciccio Paternò), Tom Felleghi (Ferrari), Shirley Corrigan (la donna di Conti), Antonio Casale (Duval), Duilio Cruciani (Luigino Scalia), Mario Novelli (Franco), Luciano Pigozzi (scagnozzo di Conti), Rosario Borelli (scagnozzo di Paternò), Gianni Di Benedetto (il commissario).
Uno dei migliori film di Lenzi e del filone gangsteristico all'italiana (non definirei questo film poliziesco o poliottesco, perché la polizia vi compare appena). Dal punto di vista del racconto, il film sembra un incrocio tra ANATOMIA DI UN RAPIMENTO (1963) di Kurosawa e PER UN PUGNO DI DOLLARI (1964): infatti, per salvare la vita ad un bambino rapito, un ex malvivente redento (cui hanno ucciso il migliore amico, divenuto agente di una polizia privata) mette l'un contro l'altro due clan malavitosi. Lenzi propone un montaggio serrato di questo copione che non presenta colpi di scena clamorosi, ma neanche inutili efferatezze, gestito piuttosto bene da un buon cast, nel quale, ancora una volta, la fa da padrone Tomas Milian, doppiato da Ferruccio Amendola, stavolta senza volgarità romanesche. Per il resto si assiste ad un'avvincente sfida tra marchi, per una sorta di supremazia pubblicitaria: qui si fa indubbiamente largo la Mondialpol, ma un posto preminente è occupato, al solito, dal J&B, che supera il Punt e Mes, il Fernet Branca e, in una breve apparizione, l'aranciata San Pellegrino. Ottimo, come al solito, lo score di Franco Micalizzi.
P.S. In una delle prime scene viene inquadrata la macchina dei banditi con dentro il boss Conti con due dei suoi scagnozzi: gli attori sono Luciano Catenacci, Luciano Pigozzi e Antonio Casale. Tre ceffi da galera come non se ne vedono spesso al cinema tutti assieme. In sostanza, se i greci erano spesso legati al mito del καλÏŒς κάι αγαθÏŒς, qui Lenzi si dimostra seguace del κακÏŒς κάι stronzolòs.
P.P.S. Sul MORANDINI 2006, compaiono nel cast anche Maria Rosaria Omaggio, Giampiero Albertini e Arthur Kennedy, ai quali non passò neanche per l'anticamera del cervello di partecipare a questo film.
postato da: Sasso67 alle ore 20:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema
mercoledì, 12 novembre 2008
Il bandito (Italia, 1946) di Alberto Lattuada. Con Amedeo Nazzari (Ernesto Ferrero), Anna Magnani (Lydia), Carlo Campanini (Carlo), Carla Del Poggio (Maria), Mino Doro (Mirko), Eliana Banducci (Rosetta), Folco Lulli (Andrea), Thea Ajmaretti (Tecla), Amato Garbini (il tenutario), Gianni Appelius (Calligaris), Ruggero Madrigali (il negriero).
Un reduce della seconda guerra mondiale torna a casa. Si fa per dire, perché la sua casa è stata distrutta dai bombardamenti, sua madre è morta e la sorella si prostituisce in un bordello. Dopo avere ucciso il manutengolo e causato la morte proprio della sorella, l'uomo s'imbatte nella capa di una banda di criminali, a cui si unisce.
Un buon film, che stilisticamente spazia dal neorealismo all'espressionismo, con qualche influenza dell'Ejsenstein di IVAN IL TERRIBILE (com'è rilevabile nell'inquadratura di Amedeo Nazzari quando scopre la sorella nel bordello). Dal punto di vista contenutistico è evidente la derivazione dal noir americano; il finale mi ha ricordato la secchezza di UNA PALLOTTOLA PER ROY (1941) di Raoul Walsh. Buone prove degli attori, sia di Nazzari che della Magnani, ma anche di Campanini.

Il bandito dagli occhi azzurri (Italia, 1980) di Alfredo Giannetti. Con Franco Nero (Renzo Dominici), Dalila Di Lazzaro (Stella), Carlos De Carvalho (il commissario), Luigi Montini (lil brigadiere Mannella), Pier Francesco Poggi (l'amante di Stella), Sergio Tabor (
il gestore della mensa), Jole Fierro (la madre di Dominici), Fabrizio Bentivoglio (Riccardo), Franco Iavarone (la guardia giurata).
Il film è inverosimile dall'inizio alla fine: non c'è un solo elemento credibile, non uno snodo plausibile. Non è neanche il caso di elencare i momenti e gli episodi che lasciano lo spettatore esterrefatto per l'assurda incongruità della sceneggiatura. Una regia piatta e una recitazione sotto il livello di sopportabilità aggiungono al bianco lo splendore. L'unico motivo di curiosità è la presenza nel cast, in un ruolo secondario ma non trascurabile, di un giovane Fabrizio Bentivoglio. Volendo trovare un motivo d'interesse, si può dire che non è male la colonna sonora di Morricone. Pagella. Tensione, Ritmo, Umorismo ed Erotismo: * (cumulativo); Occhiazzurri: ***; Occhiverdi: **; Occhichiusi: meglio.
postato da: Sasso67 alle ore 20:07 | Permalink | commenti
categoria:cinema
lunedì, 10 novembre 2008
Segreti e bugie (GB, 1996) di Mike Leigh. Con Brenda Blethyn (Cynthia Rose Purley), Timothy Spall (Maurice Purley), Phyllis Logan (Monica Purley), Marianne Jean-Baptiste (Hortense Cumberbatch), Claire Rushbrook (Roxanne Purley), Elizabeth Berrington (Jane), Lee Ross (Paul).
Mike Leigh è, secondo me, uno dei tre o quattro maggiori registi viventi. Ancora meglio di Ken Loach sa coniugare l'approfondita analisi delle psicologie dei suoi personaggi con la descrizione degli sfondi urbani e degli ambienti, spesso semplici e cadenti, quando non degradati (come, per esempio, nello stupendo TUTTO O NIENTE). Qui, probabilmente, eccede nel melodramma, rappresentato dalla recitazione eccessivamente caricata di Brenda Blethyn, a mio parere sopravvalutata per questa prova. L'attrice inglese, forse non aiutata dal doppiaggio italiano, esagera con piantini e risolini, fornendo il sospetto di manierismo recitativo. Per il resto, però, bisogna dire che il cinema di Leigh sa emozionare anche quando mette in campo elementi volutamente patetici. In SEGRETI E BUGIE inserisce, per fortuna del contesto, alcuni fattori d'equilibrio che riescono a controbilanciare la spinta "negativa" degli altri. In particolare, la forza calma di Maurice e Hortense fa da contrappeso alla spinta negativa rappresentata soprattutto da Monica (incattivita dall'impossibilità di avere figli) e Roxanne (resa caratteriale dall'assenza di un padre e dalla convivenza forzata con una madre isterica e lagnosa). Ma anche la protagonista femminile rischia di fungere da elemento perturbante, con quella sua logorrea dovuta al bisogno di manifestare un affetto che sente di non avere mai ricevuto: anche le sue relazioni "amorose" si sono risolte in due gravidanze con altrettanti abbandoni da parte dei compagni occasionali. La scena in cui tutti i nodi vengono al pettine è forse un po' forzata, risolvendosi in una specie di tempestoso gioco al massacro, ma dà modo anche al paziente Maurice di tirare finalmente fuori il piccolo rospo che covava dentro e che lo rodeva: "Ecco fatto. L'ho detto. E dov'è il fulmine dal cielo?" esclama sollevato. Grandissimo l'apporto di Timothy Spall, uno dei miei attori preferiti, forse il miglior "attore grasso" in circolazione.

La mano spietata della legge (Italia, 1973) di Mario Gariazzo. Con Philippe Leroy (il commissario Gianni De Carmine), Klaus Kinski (Vito Quattroni), Tony Norton (il vicecommissario D'Amico), Silvia Monti (Linda), Cyril Cusack (il giudice), Sergio Fantoni (il questore Musante), Fausto Tozzi (Nicolò Patrovita), Guido Alberti (il prof. Palmieri), Pia Giancaro (Nadia Antonelli), Lincoln Tate (Venturi), Rosario Borelli (Salvatore Perrone), Marino Masè (Giuseppe Di Leo), Tom Felleghi (il maresciallo), Valentino Macchi (Genovesi).
Un film girato a bassissimo costo, anche se il cast è di tutto rispetto (Klaus Kinski, Philippe Leroy, Cyril Cusack, Sergio Fantoni, Guido Alberti, Fausto Tozzi) per un prodotto di Serie B. Gariazzo, comunque, è un valido esponente dell'italianissima arte d'arrangiarsi, e riesce a mascherare con bravura i set messi in piedi con un budget risicatissimo e, forse proprio grazie alla scarsezza di mezzi, non si perde in inutili sequenze d'inseguimento automobilistico: l'unica, su stradine di campagna, è breve e piuttosto efficace. La tematica del film è quella della "polizia con le mani legate", abbinata a quella del poliziotto che, durante gli interrogatori dei sospettati, ha le mani fin troppo "libere". Peraltro, il giro che il commissario De Carmine scopre con le sue maniere spicce è molto grosso, per cui viene destinato ad altra sede. Per concludere, la pagella alla maniera di FilmTV. Tensione: ** Sangueappiscio: *** Donnegnude: ** Procedurapenale: zero.

L'assassino è ancora tra noi (Italia, 1986) di Camillo Teti. Con Mariangela D'Abbraccio (Cristiana), Giovanni Visentin (Alex), Riccardo Parisio Perrotti, Luigi Mezzanotte, Yvonne D'Abbraccio.
Non era tanto semplice fare un film più brutto del MOSTRO DI FIRENZE di Cesare Ferrario, ma l'eroico Teti c'è riuscito. Se la recitazione di Leonard Mann nel film di Ferrario era catatonica, quella di Mariangela D'Abbraccio (forse era meglio inserire la sorella pornostar) e Giovanni Visentin (l'improbabile "dottor Alex", neanche fosse Del Piero) è addirittura soporifera. Qualche elemento preso dalla realtà degli omicidi del cosiddetto Mostro di Firenze - gli omicidi, le mutilazioni (un'asportazione pubica addirittura insopportabile), il bar dei guardoni -, è mischiato ad una serie impressionante di incredibili luoghi comuni. Teti cerca di disseminare qualche falsa pista e qualche sospetto, come nei peggiori film degli epigoni di Dario Argento: ma perché dovrebbe ruotare tutto intorno a questa ragazzotta che sta semplicemente tentando di scrivere la propria tesi di laurea sugli omicidi, senza peraltro capirci un granché? E poi dov'è ambientato questo film? No, perché per essere Firenze ci sono un po' troppe automobili targate Roma. Teti non ne azzecca una: perfino la fotografia è orripilante; al buio non si vede niente, mentre alla luce del giorno i maglioni rossi della protagonista fanno bruciare gli occhi. Insomma, questo L'ASSASSINO E' ANCORA TRA NOI è un film così brutto, ma così brutto, che se fossi il Mostro di Firenze farei causa al regista.
postato da: Sasso67 alle ore 19:10 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 08 novembre 2008
La città nuda (USA, 1948) di Jules Dassin. Con Barry Fitzgerald (il ten. Dan Muldoon), Howard Duff (Frank Niles), Dorothy Hart (Ruth Morrison), Don Taylor (Jimmy Halloran), Ted De Corsia (Willy Garzah), H. Jameson (il dott. Stoneman), Anne Sargent (la signora Halloran), Adelaide Klein (la signora Bathory).
Chissà se è vero se Dassin, realizzando quest'opera, fu effettivamente influenzato dal neorealismo italiano oppure no. Qualche elemento, soprattutto riferito a ROMA CITTA' APERTA o LADRI DI BICICLETTE (che pure è del medesimo 1948), pare di poterlo cogliere, soprattutto con alcune sequenze girate dal vero, la presenza di una città (New York) che, con i suoi "otto milioni di storie", profuma di realtà. E' indubbio, in ogni caso, l'approccio innovativo di Dassin al genere noir, rispetto agli illustri predecessori. Qui il protagonista non è né un grande criminale né un investigatore privato dalle maniere spicce né un qualche altro deus ex machina o supereroe. Se si guarda alla trama (peraltro non particolarmente avvincente o ricca di colpi di scena), il protagonista è un grigio ometto d'origine irlandese, che di mestiere fa il tenente della polizia. E' un vedevo di una certa età, cui l'esperienza ha insegnato poche cose ma buone: l'onestà, la fiducia nella pazienza, la necessità di compiere un passo alla volta in direzione della verità, il rispetto delle procedure e il rifiuto dei metodi superomistici. Per lui, la stesura di un buon rapporto vale quanto l'inseguimento di un criminale in mezzo alla folla. L'uso delle armi deve essere limitato allo stretto indispensabile. La polizia deve agire come una macchina che utilizza come forza d'urto il lavoro di gruppo: tanto è vero che l'unica volta in cui il poliziotto giovane si avventura in un tentativo d'arresto da solo, ne busca dall'ex lottatore. Fotografato genialmente da William Daniels (che ebbe l'Oscar) fino dalle sequenze iniziali, che immortalano dall'alto una New York postbellica, moderno formicaio, per concludersi con una magistrale sequenza d'inseguimento a piedi ripresa frontalmente, La città nuda è un piccolo capolavoro che, nella sequenza finale, ci fa notare (senza moralismi) quanto velocemente si possa salire in alto con la carriera criminale e quanto repentinamente si possa cadere negli abissi. Gli autori del film sono sostanzialmente quattro: il produttore Mark Hellinger, il regista Dassin, gli sceneggiatori Albert Maltz e Malvin Wald. Notevoli, comunque anche gli apporti del fotografo Daniels e del musicista Miklos Rosza.
Ringrazio la mia collega Elena per alcune interessanti osservazioni sul film.

No grazie, il caffè mi rende nervoso (Italia, 1982) di Lodovico Gasparini. Con Lello Arena (Michele Giuffrida), Maddalena Crippa (Lisa Sole), Massimo Troisi (Massimo Troisi), James Senese (James Senese), Armando Marra (Diecidecimi), Carlo Monni (il commissario), Anna Campori (la signora Rosa), Sergio Solli (il telefonista), Nando Murolo (l'uomo assassinato), Elio Polimeno (Mastino), Antonio Sigillo (il padre di Michele).
Peccato che il film di Arena e Gasparini non abbia avuto, all'epoca, un meritato successo. Forse erano ancora i tempi dei trionfi del Monnezza e delle commediole, molto più scontate, di Pozzetto e Montesano. Soltanto l'invenzione di un serial killer che si battezza Funiculì Funiculà meriterebbe al film di rimanere agli onori delle cronache del cinema di commedia italiano. NO GRAZIE... sembra il fratellino di certi film che si addentrano nei labirinti di Napoli e nei meandri della mentalità partenopea, il cui esponente più famoso e forse più riuscito è MI MANDA PICONE. Qui è messo in scena, in maniera parodica, ma meno leggera di quanto potrebbe sembrare, lo scontro tra la Napoli tradizionale (e la sua immagine, rappresentata da una polverosa cartolina con il Vesuvio fumigante) della pizza e della sceneggiata e la Napoli nuova, che proprio in quegli anni, andavano proponendo artisti come Troisi e La Smorfia, Pino Daniele, James Senese e i fratelli Bennato. La dicotomia è bene sintetizzata da Lello Arena nella scena finale in cui la schizofrenia del personaggio si manifesta in tutta la sua tragicomicità. Gli sbocchi, comunque, sono sempre patetici, pulcinelleschi, come dimostra lo scatto d'orgoglio che porta il protagonista a riscuotersi dalla sua simulazione della morte per scattare orgogliosamente in difesa della sceneggiata napoletana. Peccato che il film non abbia goduto neanche di una tardiva rivalutazione, perché può offrire qualche buona interpretazione, dello stesso Arena (che non sempre è riuscito ad essere così spontaneo ed incisivo), dell'ottima Maddalena Crippa, poco sfruttata dal nostro cinema, ma anche del compianto Troisi, di Monni e di Marra, nella parte dell'indimenticabile non vedente Dieci Decimi. Per quanto vale la mia opinione: un filmino da rivalutare.

Ritorno a casa Gori (Italia, 1996) di Alessandro Benvenuti. Con Carlo Monni (Gino Gori), Novello Novelli (Annibale), Athina Cenci (Bruna), Alessandro Benvenuti (Luciano), Sabrina Ferilli (Sandra), Alessandro Haber (Libero), Massimo Ceccherini (Danilo Gori), Vito (Faustino), Barbara Enrichi (Cinzia).
Rispettando le tre unità aristoteliche (del resto, il copione deriva da un testo teatrale dello stesso regista), Benvenuti mette in scena la veglia funebre della famiglia Gori, intorno alla salma della povera Adele, figlia del rimbambito Annibale, moglie dell'irascibile Gino, madre del ladruncolo cannaiolo Danilo e sorella di Bruna, moglie insoddisfatta. Intorno a lei ruota una miriade di esemplari umani che, nelle loro personalissime miserie, fanno scompisciare dalle risate. Quello di Benvenuti, al contrario di quello di Pieraccioni, è un cinema toscano in cui non domina necessariamente la volgarità, che è semplicemente funzionale allo sviluppo della trama: perfino Ceccherini, qui, è molto più sobrio del solito. Il film funziona, ed ha una sua autonomia rispetto a BENVENUTI IN CASA GORI (1990), ed anche i personaggi "eterogeneii" - sarebbe a dire non toscani - come la Ferilli (brava, nella parte di una neofita buddista d'infantilissimo entusiasmo), Haber e Vito risultano alla fin fine piuttosto credibile. Su tutti dominano, comunque, l'ottimo Monni e l'impagabile Novelli. In ogni caso, RITORNO A CASA GORI (il cui unico difetto è il finale, nel quale più o meno tutto torna un po' forzatamente al proprio posto) è il frutto maturo della mente e della sapienza cinematografica di un eccellente autore perfino un tantino sottovalutato, come Alessandro Benvenuti, che ha lavorato, bene, nell'ombra, mentre l'ex sodale Francesco Nuti si distruggeva - ahimè - sotto i riflettori.

Totò cerca pace (1954) di Mario Mattoli. Con Totò (Gennaro Piselli), Ave Ninchi (Gemma Torresi), Paolo Ferrari (Alberto), Enzo Turco (Pasquale Pallante), Isa Barzizza (Nella Caporali), Gina Amendola (Adele), Giovanni Nannini (Celestino), Corrada De Mayo (Rosina), Cristina Fanton (Mirella), Renzo Biagiotti (Oscar Caporali), Vincenzo Talarico (l'avv. Talarico), Nino Vingelli (il cameriere napoletano), Ughetto Bertucci (un testimone di nozze), Franco Caruso (il dottore).
E' strano: di solito nei film con Totò è proprio l'attore partenopeo e parte napoletano a costituire il punto di forza. Qui, invece, nonostante la sua indubitabile bravura, lo sento come un corpo estraneo. L'origine del film è un testo teatrale fiorentino, che, penso, avrebbe richiesto un cast di fiorentini, mentre i protagonisti sono quasi tutti, tranne lo staordinario Giovanni Nannini ("Siemo becchi!"), di altre parti d'Italia. L'insieme, in ogni caso, è piuttosto divertente, anche nei momenti più patetici, che Totò, Ave Ninchi, ed anche Enzo Turco gestiscono al meglio.

Yuppi du (Italia, 1975) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Felice Della Pietà), Charlotte Rampling (Silvia), Claudia Mori (Adelaide), Lino Toffolo (Nane), Gino Santercole (Napoleone), Memo Dittongo (Scognamillo), Carla Brait (la cameriera), Jon Lei [Rosita Celentano] (Monica), Pippo Starnazza (il marito abbandonato), Jack La Cayenne (un ballerino).
Celentano non mi ha mai esaltato come cantante, mi ha sempre annoiato come telepredicatore, irritato come attore e come regista mi ha fatto cascare le braccia ogni volta (poche per fortuna) che ho visto un suo film. Questo suo autoritratto, anzi automonumento, anarchico è già l'emblema di quello che sarà il cinema di Celentano fino al disastroso JOAN LUI (1986), nonché del personaggio Adriano Celentano: egocentrico, autoreferenziale, insopportabile. Va anche detto, però, che la confezione è di prim'ordine, ed in particolare è da segnalare la fotografia di Alfio Contini, pregevole nel restituire i colori verdazzurri di una Venezia pochissimo turistica e i grigi smorti di una Milano molto sotterranea. Il problema è che manca totalmente il contenuto, in questo melodrammusical che a tratti mi sembra un quadro dipinto da Edward Hopper ed animato da Carmelo Bene (e questo è un complimento). Ma stare un'ora e mezzo ad ammirare i tradizionali bigiancoli di Celentano, via, questo è troppo...

La storia ufficiale (Argentina, 1985) di Luis Adalberto Puenzo. Con Norma Aleandro (Alicia), Hector Alterio (Roberto), Hugo Arana (Enrique), Chela Ruiz (Sara), Patricio Contreras (Benitez), Chunchuna Villafañe (Ana), Analia Castro (Gabi), Jorge Petraglia (Macci), Augusto Larreta (il generale), Leal Rey (padre Ismael).
Il dramma dei desaparecidos, purtroppo, non passa mai di moda. Dopo la tragedia di tanti giovani inghiottiti dal Moloch della dittatura militare, di cui si seppe grazie alle coraggiose madri e nonne di Plaza de Mayo, a più di trent'anni si ripropone, ancora oggi, il nuovo trauma dei figli: coloro che furono strappati neonati a genitori desaparecidos e spesso affidati alle famiglie dei torturatori o, quanto meno, di persone compromesse con il regime della Junta. La storia ufficiale, qui, è quella che insegna la professoressa Alicia, di stampo tradizionalista e un po' ottusa. La signora, sposata con un funzionario che, pur provenendo da una famiglia povera e di origini anarchiche, ha fatto i soldi scendendo a compromessi con alcuni militari del regime appena caduto (siamo nel 1983, appena dopo la fallimentare guerra per le Falklands/Malvinas). La coppia ha una bellissima figlioletta di cinque anni, addottata praticamente in fasce. Alicia non si è mai posta il problema dei genitori naturali, ma la pulce nell'orecchio provvedono a mettergliela un'ex compagna di studi, appena rientrata dall'estero, dove si era rifugiata per sfuggire alla repressione, un collega anch'egli a suo tempo vittima dei militari, e qualche suo studente, che ritiene ipocrita adagiarsi su una versione della Storia, quella scritta dagli assassini. A questo punto la storica Alicia comincia a fare il suo mestiere: anziché adagiarsi su quanto riportato dai libri scolastici, andrà a frugare negli archivi, incontrando la resistenza non soltanto dei funzionari pubblici, ma anche dei rappresentanti della Chiesa cattolica (il lupo perde il pelo...), ma potendo contare anche sulla solidarietà di tante donne in cerca di verità e giustizia. Ciò che la donna scopre è più che drammatico, sia in relazione alle origini di sua figlia che agli scheletri nell'armadio del maritino, ma tutto questo le darà il coraggio per uscire dall'ipocrisia e dal sonno della ragione in cui aveva sempre vissuto. Girato da Puenzo con ritmo serrato seppure non frenetico, fondendo magistralmente la narrazione dei drammi privati con quella delle tragedie di un intero popolo, recitato benissimo da un nutrito gruppo di ottimi attori (tra i quali primeggiano Norma Aleandro e Hector Alterio) LA STORIA UFFICIALE colpisce, commuove e non sfigura affatto accanto a MISSING - SCOMPARSO di Costa-Gavras.
postato da: Sasso67 alle ore 13:39 | Permalink | commenti
categoria:cinema
lunedì, 03 novembre 2008
Italia: ultimo atto? (Italia, 1977) di Massimo Pirri. Con Luc Merenda (Ferruccio), Marcella Michelangeli (Mara), Andrea Franchetti (Bruno), Lou Castel (Marco), Ines Pellegrini (la ragazza brasiliana), Nello Pazzafini (un picchiatore).
Di questo film Mereghetti ha detto che anticipò il delitto Moro, ma che, insomma, non è un gran merito. Ah no? Ma come, appena pochi mesi prima dei fatti un film parla di un evento simile (qui si tratta di un attentato al ministro degli interni) ad uno dei tre o quattro momenti che hanno segnato la storia italiana del dopoguerra e non sarebbe un gran merito? Sul resto si può concordare: il film è una cagata, anche per la scarsezza di mezzi con la quale fu realizzato, ma almeno quell'attestato, a Pirri, si può concedere. Come gli si può concedere il pregio di avere descritto questi suoi terroristi come persone confuse, fanatiche, ottuse, con idee men che vaghe su quello che dovrebbe succedere dopo che la loro avanguardia ha mostrato che il re è nudo. È quello che avrei sempre voluto domandare ai terroristi delle Brigate Rosse, specialmente ai cosiddetti "ideologi": se la loro follia criminale, per assurdo, avesse avuto successo, nel senso di abbattere lo stato (più o meno, si può discutere) democratico uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che tipo di regime avrebbero voluto instaurare? Retto da chi? Scelto da chi? Su questo, mi sa che ci sia il buio completo. Forse la cosa migliore del film è proprio la descrizione del più idiota del commando, Bruno, che accetta tutti i piccoli simboli del regime che sembra voler combattere: il caffettino corretto al cognac, la masturbazione sulle pagine di Playboy, ma anche gli schemi mentali che gli fanno identificare per donna di servizio africana una studentessa brasiliana di colore ("Quarto anno di biologia... Una fica così, per me, è proprio sprecata!"). La scarsa riuscita del film è dovuta anche alla mancanza d'amalgama tra uno stile che vorrebbe essere veloce - con sequenze, anche riuscite, girate con la camera a mano - e la verbosità dei dialoghi, che sembrano ricalcati sui volantini delle Brigate Rosse. Italia: ultimo atto? resta, comunque, un cupo documento sui nostri anni di piombo.

La cambiale (italia, 1959) di Camillo Mastrocinque. Con Totò (Dante Posalaquaglia), Peppino De Filippo (Peppino Posalaquaglia), Aroldo Tieri (Bruscatelli), Vittorio Gassman (Michele), Erminio Macario (Tommaso La Candida), Ugo Tognazzi (Alfredo Balzarini), Raimondo Vianello (Olimpio), Giorgia Moll (Maria), Paolo Ferrari (Ottavio), Sylva Koscina (Odette Mercury), Lia Zoppelli (ilaria), Luigi Pavese (il cav. Temistocle Bisogni), Gina Rovere (Lola Capponi), Mario Castellani (l'avv. Incarta).
Il film si ravviva un po' soltanto quando sono in scena Totò e Peppino, francamente molto divertenti. Di livello medio l'episodio che vede protagonisti Tognazzi e Vianello, mentre è davvero brutto e patetico quello che ha per protagonista Gassman.

Amnèsia (Italia/Spagna, 2002) di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono (Sandro), Sergio Rubini (Angelino), Bebo Storti (Ernesto), Martina Stella (Luce), María Jurado (Alicia), Alessandra Martines (Virginie), Juanjo Puigcorbé (Xavier Ibanez), Antonia San Juan (Pilar), Ugo Conti (Dani), Rubén Ochandiano (Jorge Ibanez), Orazio Donati (Pier), Ian McNeice (Doug Chandler), Iván Hermés (Miguel).
Per mascherare il suo vuoto pneumatico d'idee, Salvatores inzeppa una sceneggiatura inconsistente di una miriade di elementi, che, messi insieme, formano un coacervo assurdo: un gruppo d'italiani a Ibiza (potenza della coproduzione italospagnola!), un poliziotto omosessuale con figlio delinquente, un regista di film porno con figlia diciassettenne incinta in visita, un barista impotente, una tarantiniana valigetta di cocaina e, addirittura, un eclissi solare. Salvatores crea un intreccio di numerosi personaggi proprio per richiamare PULP FICTION, inserisce degli split screen (incongrui) alla SHAFT, rimanda a POINT BREAK della Bigelow con una sequenza di surf, e fa fare da spartiacque della narrazione ad un rewind, come in FUNNY GAMES di Haneke. Tutto inutile, perché l'unica cosa che funziona nel film sono le due minisequenze nelle quali è in scena Ugo Conti con acconciatura surrealista. Un po' pochino, dopo 106 minuti di film. È che Salvatores, forte di una tecnica invidiabile e della sicurezza produttiva, ormai gira senza preoccuparsi più di tanto di avere una sceneggiatura plausibile: mette in campo una miriade di personaggi, con l'immancabile Abatantuono (ma qui, purtroppo, c'è anche il sopravvalutatissimo Rubini), qualche buona canzone in colonna sonora (qui IN MY SECRET LIFE di Leonard Cohen, PROUD MARY dei Creedence Clearwater Revival e, incredibile dictu, THE ANSWER dei mitici Bad Religion) ed un finale ad effetto, che qui - ma un po' meno cretino non si poteva? - richiama al tempo stesso Tarantino, Sergio Leone e pure i vecchi noir alla RAPINA A MANO ARMATA. Purtroppo i difetti del film sono cento volte più numerosi dei pregi, compreso un uso spregevole della musica heavy metal, come sempre, abbinata a sequenze di violenza, e una fastidiosa tendenza ad allungare i titoli di coda, all'unico scopo di aggiungere un paio di pezzi al CD della colonna sonora. Insomma, Salvatores gioca, qui, a fare Tarantino, ma ricorda piuttosto le vecchie e brulicanti vignette di Jacovitti; ci manca soltanto, qua e là, qualche salame, e, sullo sfondo, un ometto che, asciugandosi il sudore con un fazzoletto, esclama: FA AFA, FA.
postato da: Sasso67 alle ore 19:52 | Permalink | commenti
categoria:cinema