venerdì, 31 ottobre 2008
I cammelli (Italia, 1988) di Giuseppe Bertolucci. Con Paolo Rossi (Ferruccio Ferri), Diego Abatantuono (Camillo), Giulia Boschi (Anna Moretti), Sabina Guzzanti (Miriam), Claudia Pozzi (Paola), Fiorenzo Serra (il geom. Baiocco), Ennio Fantastichini (Pino), Laura Betti (Milena Moretti), Giancarlo Sbragia (il signor Moretti), Nicola De Buono (Luciano), Ugo Conti (il figlio di Alfredo), Claudio Bisio (l'ortolano), Carlo Monni (il capotreno), Stefano Sarcinelli (l'intervistatore).
Bertolucci junior continua un po' da sempre a cercare un proprio stile cinematografico. Qui segue le peripezie del giovane esperto di cammelli Ferruccio Ferri, prima alle prese con un impresario imbroglione e poi con la famiglia di una ragazza che gli ha chiesto di salvarla da un matrimonio non gradito. Lo spunto è interessante, però, dopo la prima parte che procede surrealmente a dorso di cammello attraverso la Pianura Padana, il film s'incarta in un episodio ferroviario, che sembra la brutta copia delle candid camera di Nanni Loy. Lo scioglimento del film quasi chapliniano non convince e lascia tutta l'operazione un po' vagolante a mezz'aria. Paolo Rossi, purtroppo, al cinema non ha sfondato né come cabarettista intellettuale né come comicarolo d'assalto.

Kamikazen - Ultima notte a Milano (Italia, 1987) di Gabriele Salvatores. Con Paolo Rossi (Walter Zappa), Silvio Orlando (Nicola Minichino), Claudio Bisio (Vincenzo Amato), Gigio Alberti (Bruno), Flavio Bonacci (Corallo), Nanni Svampa (Colombo), Mara Venier (Caterina De Lellis), Antonio Catania (Tony Pesci), Maria Luisa Santella Vittoria), David Riondino (Davide), Laura Ferrari (Angela Mazzoni), Alberto Storti (Achille), Pietro Sarubbi (Gino), Lucia Vasini (Marta), Diego Abatantuono (l'uomo all'ippodromo), Gabriele Salvatores (il cliente di Angela), Giovanni Storti (il poliziotto), Aldo Baglio (cliente della trattoria).
L'esordio cinematografico di Salvatores (escludendo l'esperimento del SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE) ci regala lo spaccato di una Milano che, al tramonto degli anni Ottanta, non è, fortunatamente, soltanto la città da bere e la metropoli presa in appalto da tangentari e paninari. Il regista denota, inoltre, una certa padronanza nel manovrare la macchina da presa, evidenziandosi già quale il cineasta che, di lì a poco, avrebbe portato a casa un immeritato Oscar (sebbene, in quanto a premi immeritati, si trovi in buona e numerosa compagnia). KAMIKAZEN mette anche in mostra una nuova generazione di comici di valore, da Paolo Rossi a Silvio Orlando, da Antonio Catania a Claudio Bisio. Il primo è forse quello che, al cinema, dà un profitto inferiore al proprio valore complessivo, mentre gli altri giustificano, fin da questo esordio, l'impiego che il cinema ha fatto di loro negli ultimi anni. Buona la resa spettacolare di una Milano notturna, pochissimo glamour. Il peso specifico del film resta, comunque, scarsino.


Pane, burro e marmellata (Italia, 1977) di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano (Bruno De Santis), Claudine Auger (Betty), Rossana Podestà (Simona), Rita Tushingham (Vera De Vizis), Laura Trotter (Margherita Bertelli), Adolfo Celi (il commendator Aristide Bertelli), Franco Giacobini (il marito di Simona), Jacques Herlin (il prof. Gaetano Arfè), Stefano Amato (garzone della drogheria), Simona Mariani (Martina), Dino Emanuelli (il prof. Colli-Pedretti), Emilio Delle Piane (Nicola), Ennio Antonelli (locandiere), Pietro Tordi (il prete), Angelo Pellegrino (il tecnico dello studio TV).
Il grado zero del cinema. Nel senso di zero assoluto (273,15 °C). Un copione insussistente che farebbe rabbrividire il povero Feydeau, recitato da uno dei nostri comici più mediocri e da un trio di attrici in decadenza artistica, oltre che fisica. Non c'è un guizzo registico, non una sola invenzione, nemmeno una gag che faccia arricciare il labbro in un qualcosa che possa lontanamente somigliare a un sorrisino. Non c'è niente: e quel poco che si vede è falso come la classica banconota da 6.700 lire del vecchio conio. L'unica preoccupazione del regista, oltre che tirare a campare fino alla fine di questa immonda ciofeca, è trovare qualche improbabile scusa per mostrare l'immancabile bottiglia di J&B. Dispiace soprattutto per la gloriosa Rita Tushingham di Sapore di miele, ma bisogna pur dire che questo Pane è risecchito, il Burro rancido e la Marmellata ammuffita.

Culastrisce, nobile veneziano (Italia, 1976) di Flavio Mogherini. Con Marcello Mastroianni (il marchese Luca Maria Sbrizon), Lino Toffolo (Agostino Nebiolo), Claudia Mori (Nadia; Luisa di Libo List), Adriano Celentano (Sprint Boss), Silvano Bernabei (Vincenzo), Flora Carabella (zia Alvisa), Anna Miserocchi (Helga), Olga Bisera (la barista), Alvaro Mancori (Nane), Andrea Aureli (l'onorevole).
Fellinista senza essere Fellini, Mogherini possiede spesso qualche attributo negativo, senza avere, in cambio, qualche elemento positivo che lo compensi. Culastrisce prende in prestito molte tra le caratteristiche deteriori del cinema italiano a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta. Prende la poetica dei mimi di Blow Up (senza la cognizione dei tempi di Antonioni) e la frulla con il fellinismo toninoguerriano che avanza tra gli anfratti meno riusciti di Amarcord. In più, cerca di aggiungere qualche improbabile elemento di commedia surreale, affidandolo al tuttofare Toffolo, nonché di sfruttare la fama immeritata della coppia più bella del mondo (forse del loro mondo) Celentano - Claudia Mori. Il risultato, nonostante Mastroianni, è patetico.
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categoria:cinema
lunedì, 27 ottobre 2008

Sinfonia d'autunno (Norvegia, 1977) di Ingmar Bergman. Con Ingrid Bergman (Charlotte), Liv Ullmann (Eva), Lena Nyman (Helena), Halvar Björk (Viktor), Erland Josephson (Josef), Arne Bang-Hansen (zio Otto), Gunnar Björnstrand (Paul), Gerog Lokkeberg (Leonardo), Linn Ullmann (Eva bambina).

La prima cosa da rilevare è che, in effetti, sia dal titolo originale che dal tono del film si capisce benissimo che si tratta di una sonata (da camera, aggiungerei) e non di una sinfonia. La seconda cosa è che, mentre ho sempre amato Ingmar Bergman, non mi è mai piaciuta Ingrid, che non vedo, peraltro, adatta al cinema dell'omonimo regista. L'attrice inonda il cinema "ingmariano" di un'aura da vecchia Hollywood che non c'entra proprio per niente. Devo anche riconoscere che forse proprio quest'ultima caratteristica era funzionale al film in questione, poiché Charlotte doveva essere, in qualche modo, una diva - in questo caso del pianoforte. A tanto cospetto la figlia Eva deve apparire come una donna dappoco, ma mi pare che Liv Ullmann (generalmente bravissima) esageri in questo senso, facendola apparire (intendo sempre Eva) una mezza mentecatta, a tal punto che, quando la figlia accusa la madre del proprio sconfinato egoismo e rifiuta di perdonarla, si ha l'impressione di assistere ad una conversione fin troppo radicale, repentina ed immotivata. E' probabile che Bergman, con questo film, volesse lanciare un appello a parlarsi, a perdonare, perché non è mai troppo tardi, purché ci sia la volontà di parlarsi e di chiedere perdono. Ma anche su questa interpretazione (caldeggiata da Sergio Trasatti, autore del Castoro su Ingmar Bergman) non è che ci si possa adagiare troppo, perché dalle ultime scene ambientate in treno si potrebbe anche dedurre che Charlotte non abbia propriamente tratto la medesima lezione. Quello che più mi ha colpito negativamente, comunque, è il rifugiarsi di Ingmar Bergman in una sorta di cinema/teatro da camera che sa un po' troppo di manierismo: è un Bergman che fa del cinema alla maniera di Bergman, con delle attrici che recitano alla maniera di attrici del cinema bergmaniano. E' altissima maniera, d'accordo, ma si avverte la mancanza di una sincera ispirazione.

Totò contro i quattro (Italia, 1963) di Steno. Con Totò (il commissario Antonio Saracino), Peppino De Filippo (il cav. Alfredo Fiore), Aldo Fabrizi (Don Amilcare), Nino Taranto (l'ispettore Mastrillo), Erminio Macario (il col. La Matta), Ugo D'Alessio (il brigadiere Di Sabato), Mario Castellani (il comm. Filippo Lancetti), Rossella Como (la moglie di Lancetti), Dany Paris (Jacqueline), Nino Terzo (l'agente Pappalardo), Carlo Delle Piane (Pecorino), Mario De Simone (Spampinato), Luciano Bonanni (un meccanico ladro), Pietro Carloni (il cognato di Lancetti).

La giornata di un commissario di polizia cui hanno appena rubato l'automobile nuova. Quattro personaggi sembrano fare di tutto per peggiorargli l'umore, già deteriorato dal furto della macchina. I duetti tra Totò e tre dei suoi antagonisti sono divertenti: quelli con Macario e Castellani sono piuttosto sgonfi. Molto divertente è anche l'inizio, quando il commissario conosce per la prima volta il nuovo poliziotto Pappalardo, interpretato dall'impagabile caratterista Nino Terzo, che mette a dura prova la pazienza del commissario. Vi sono, comunque, alcune gag che ormai sono stravecchie e desuete (come quella sulle supposte) o addirittura di cattivo gusto, come quella in cui Totò e l'aiutante entrano in una boutique per comprare dei vestiti da donna e vengono scambiati per travestiti. Un film non eccezionale, anche se vedere Totò fa sempre piacere e strappa comunque qualche risata.

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lunedì, 27 ottobre 2008

L'ombra del vampiro (USA/GB/Lussemburgo, 2000) di E. Elias Merhige. Con John Malkovich (Wilhelm Friedrich Murnau), Willem Dafoe (Max Schreck), Udo Kier (Albin Grau), Cary Elwes (Fritz Arno Wagner), Catherine McCormack (Greta Schröder), Eddie Izzard (Gustav von Wagenheim), Aden Gillett (Henrik Galeen).

Chi è il vero vampiro? Mentre il film di Merhige ci propone un Max Schreck che, secondo le parole del Murnau di John Malkovich, non esiste, trattandosi di invece di un vero vampiro transilvano, l'idea che si fa strada mentre procedono parallelamente i due film (il Nosferatu di Murnau e L'ombra del vampiro) è che il vero vampiro sia il regista. A dimostrazione di ciò, nelle ultime scene il Murnau personaggio continua a girare la manovella anche quando il non morto uccide in sequenza la primattrice, il direttore della fotografia e lo scenografo, mentre il resto della troupe si fa strada nella stanza buia, facendovi entrare la luce del giorno e provocando, così, la morte dello stesso Schreck. In una cornice storica di grande effetto e di riuscita quasi perfetta, si sviluppa questo giochino, impreziosito da un paio di interpretazioni notevoli (Malkovich, ma ancora di più Willem Dafoe, pressoché irriconoscibile), ma un po' fine a sé stesso.

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domenica, 26 ottobre 2008

V per Vendetta (USA/Germania, 2005) di James McTeigue. Con Natalie Portman (Evey), Hugo Weaving (V), Stephen Rea (l'ispettore Finch), Stephen Fry (Deitrich), John Hurt (Adam Sutler), Tim Pigott-Smith (Creedy), Rupert Graves (Dominic), Sinéad Cusack (Delia Surridge), Clive Ashborn (Guy Fawkes).

"London's burning, London's burning//Fetch the engine, fetch the engine//Fire, fire! Fire, fire!//Pour on water, pour on water". Così dice una notissima filastrocca inglese per bambini, che significa: "Londra brucia, chiamate i pompieri. Al fuoco, al fuoco! Versate l'acqua!". Questo film è un po' così... una filastrocca per bambini che pretende di parlare di cose grosse e tragiche. Insomma, con suggestioni orwelliane, il regista ci parla di una Londra futura, ridotta da una pestilenza in condizioni più degradate di quella mostratatci da Kubrick in Arancia meccanica, su cui domina un tirannello (John Hurt), che è un mix tra Hitler e il Grande Fratello di 1984. Qualcuno ha detto che è un fumettone ed io sono d'accordo. Curato, girato benissimo, interpretato da attori britannici di ottima scuola e da una delle poche attrici in circolazione capaci di mantenere un livello di dignità e bravura superiore a quello del proprio divismo, il film di McTeigue è noioso e troppo lungo, seppure un gradino meno lugubre e funereo del Corvo di Proyas, cui per qualche verso si avvicina. Un finale ad effetto non riscatta l'insieme, nel quale un messaggio positivo - tutti dobbiamo ribellarci alle dittature che ci opprimono e possiamo farcela se lo facciamo tutti insieme in nome di un'Idea - è proposto con il linguaggio roboante e con le frasi ad effetto tipiche sia del videoclip che della graphic novel odierna. In conclusione, direi che se ne può fare a meno.

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sabato, 25 ottobre 2008

Colpo rovente (Italia, 1969) di Pietro Zuffi. Con Michael Reardon (Frank Berin), Barbara Bouchet (Monica Brown), Carmelo Bene (Billy Desco), Susanna Martinkova (Susanna), David Groh (Don Carbo), Isa Miranda (la tenutaria del bordello), Eduardo Ciannelli (Parker), Vittorio Duse (Mac Brown), Nello Pazzafini (un poliziotto).

Malriuscito antesignano del poliziesco all'italiana, diretto da un rinomato scenografo. Ispirato al noir americano alla Grande sonno, dei modelli originali conserva l'andamento ingarbugliato, una pletora di personaggi e la caratteristica di confondere le idee allo spettatore con una trama confusionaria e senza alcuna idea di cinema. Probabilmente lo spunto di partenza era quello di una critica alla società americana (come se l'Italia non offrisse sufficienti motivi d'ispirazione...), con la corruzione che la pervade a tutti i livelli, ma il dilettantismo registico di Zuffi, unito alla pochezza dei suoi interpreti, nonché ad una sceneggiatura abborracciata - che si stenta a credere che vi abbia collaborato Ennio Flaiano - porta ad un risultato incomprensibile e insulso. Per fortuna Zuffi non ripeterà l'esperimento registico.

Gangster '70 (Italia, 1968) di Mino Guerrini. Con Joseph Cotten (Fabio Destil), Franca Polesello (Franca, l'attrice), Giampiero Albertini ("Sempresì"), Giulio Brogi (Rudy), Bruno Corazzari (Affatato), Milly Vitale (la sorella di Affatato), Jean Louis (scagnozzo di Affatato), Franco Ressel (il "Viaggiatore"), Dennis Patrick Kilbane (il complice con la fiamma ossidrica), Cesare Miceli Picardi (Cavallo), Vivien Starleton (Anna), Giancarlo Badessi (il "Banchiere").

Un noir diretto da un regista in fama d'intellettuale, ispirato a certi capostipiti d'origine francese e soprattutto americana (Giungla d'asfalto, Rapina a mano armata). Manca, però, il genio di un Huston o di un Kubrick, cui neanche un cast di tutto rispetto (Cotten, Albertini, Brogi) può sopperire. Dopo la rapina e la resa dei conti (dove, più che nel resto del film sovrabbondano stereotipi e luoghi comuni del genere), poi, Guerrini parte in quarta con un disperato inseguimento a sirene spiegate di un finale plausibile. Inutilmente.

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categoria:cinema
venerdì, 24 ottobre 2008

A luci spente (Italia, 2004) di Maurizio Ponzi. Con Giuliana De Sio (Elena Monti), Giulio Scarpati (Giovanni Forti), Filippo Nigro (Andrea Gautieri), Toni Bertorelli (Ettore Benedetti), Andrea Di Stefano (Primo Ratelli), Francesca Perini (Gabriella), Damiano Andriano (Silvio), Ginevra Colonna (Ester), Armando De Razza (Dorian), Michele Melega (don Antonio), Aldo Puglisi (prete confessore).

Un regista cinefilo per una storia di cinema. La premessa era buona. Il risultato non lo è. Doveva essere una ricostruzione più o meno fedele - e sotto mentite spoglie - della lavorazione del film La porta del cielo di Vittorio De Sica, avvenuta durante il periodo dell'occupazione tedesca di Roma. Ciò che alla fine si vede è un prodotto paratelevisivo, pieno zeppo di luoghi comuni e recitato, salvo un paio d'eccezioni, con una piattezza che induce ad un vendicativo sbadiglio. I personaggi, a cominciare dal regista (affidato al diligente ma inespressivo Scarpati) sono quasi tutti descritti secondo i canoni di un buonismo veltroniano che alla lunga non può che irritare: sono tutti molto carini, con dei denti bianchissimi da fare invidia alla vecchia pubblicità del Durbans, ma sono talmente inutili che non riescono mai ad emozionare, neanche nei momenti più drammatici (personalmente, durante i bombardamenti, ho sperato che le bombe solitamente poco intelligenti degli americani avessero l'ingegno di colpire questi scemi a cottimo). La maggior parte delle storie sono incastrate male e ce n'è una che non c'entra un tubo con il resto, ovverosia la storiellina d'amore tra la costumista e il fotografo. Insomma, il momento di passaggio dal cinema dei telefoni bianchi a quello del neorealismo, benissimo incarnato dalla sempre brava Giuliana De Sio, meritava un cantore più ispirato. Ponzi mirava a comporre un poema ed invece ha costruito una più che mediocre filastrocca.

Sull'interpretazione di Andrea Di Stefano. Qualche suo sogghigno gli vale una nota di merito, per essere ricordato in questa parte di attore maledetto, compromesso con il regime fascista, un po' alla Osvaldo Valenti.

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categoria:cinema
venerdì, 24 ottobre 2008

Uno contro l'altro... praticamente amici (Italia, 1981) di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto (Franco Colombo), Tomas Milian (Quinto Cecioni, detto "er Monnezza"), Anna Maria Rizzoli (Silvana), Anna Cardini (Ines), Riccardo Billi (il nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).

Un Pozzetto catatonico e un Tomas Milian che urla sempre, anche quando parla con un interlocutore a due centimetri, sono o dovrebbero essere i motivi d'attrazione di questo film, che avrebbe l'ambizione di abbinare la comicità surreale e lumbàrd di Pozzetto e quella caciarona e romanesca di Milian. Come a volte accade per i piatti cosiddetti "mare e monti", la pietanza risulta indigesta, oltre che sciapita. Non valgono a rallegrare la situazione la particina affidata a Bombolo (retrocesso da Venticello a Capoccione) né quella di rimbambito cui veniva condannato il povero Riccardo Billi negli ultimi anni della sua carriera. E non parliamo del trito e tristissimo spogliarello della Rizzoli. Becero e dimenticabilissimo sottoprodotto della commediaccia all'amatriciana con spolverata di grana padano rancido.

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categoria:cinema, comicità
mercoledì, 22 ottobre 2008

Mons Scutarius. In applicazione dell’ormai famigerato Decreto Gelmini, anche le piccole comunità si stanno attrezzando per rispondere adeguatamente a quanto statuito dalla disposizione legislativa. Non tutte le novità sono recepite con favore da parte degli interessati, che tuttavia sono impegnati a rispondere con prontezza a quanto deciso dalla riforma del governo Berlusconi.

Naturalmente, si è cominciato dalla maestra unica. Grazie all’efficientissimo intervento del Provveditorato agli Studi, oltre al ripristino del grembiule e del voto in condotta, si è riusciti a rimettere al proprio posto, seppure con qualche osso rotto, la mitica e sempre amatissima signorina Rossi, la quale ha subito ripristinato i suoi metodi didattici preferiti: la riga di legno, i ceci e il granturco da inginocchiamento e il buon vecchio nocchino da aritmetica, che profuma sempre delle buone cose di un tempo.

La brillante idea ha riscosso notevoli consensi, tanto che si è pensato di estenderla un po’ a tutti i campi della vita civile e sociale del paese. Il vigile urbano Rocco è stato sostituito dall’inflessibile Goffredo, anche politicamente più consono rispetto agli orientamenti politici del paese. I partiti politici presenti sul territorio comunale sono stati, così, per semplice comodità, unificati ed affidati alle amorevoli cure di Arnaldone, mentre anche il nostro sindaco Aurelio è stato democraticamente estromesso e sarà sostituito dal vincitore del ballottaggio tra il podestà Tedeschi e il vecchio, ma sempre rimpianto, Bruno Frati.

Ma non ci si è certo fermati qui. La squadra di calcio dell’Unione Sportiva paesana ha rispolverato, in qualità di centrattacco, l’indomabile Furio, abbrustolito ma non arrugginito dalle lunghe stagioni estive trascorse alla casetta in pineta a rincorrere nipoti di quattro generazioni diverse. Il portalettere attuale è stato prontamente sostituito dal ben più mattiniero Pego, mentre si è definitivamente disdetto il contratto con l’inefficiente REA, per affidare nuovamente il servizio di pulizia urbana al più sbarazzino ed accomodante Lotti. Biadone e Carlomauro si sono associati nell’apertura di un nuovissimo barber’s shop, al cui interno la clientela potrà ascoltare anche i programmi musicali in filodiffusione, ed in particolare un pregevolissimo concerto in mi bemolle per rutto solista.

In omaggio ad un necessario sentimento d’austerità, dovuto anche ai tempi di crisi economica che stiamo vivendo, tutti i bar e i ristoranti del paese sono stati chiusi d’autorità e sostituiti con l’imperitura bancarella di Beppone il buon treccone. Alle necessità alimentari del paese collaborerà con il suddetto il vecchio Mugnaio, che provvederà alle consegne della farina a bordo di un Ape, accompagnato dal lieto abbaiare del fido Burilli. In paese, davanti ai bar e sulla piazzetta potranno circolare soltanto Beccafico, il Pimperi e la Littorina, mentre gli spettacoli in piazza, con un occhio di riguardo per la programmazione della prossima stagione estiva, sono stati affidati alla premiata ditta Cacchino & Lengino.

Ai pullman dell’ATL è stato fatto divieto di circolare su tutto il territorio comunale ed il servizio di trasporto è stato giustamente demandato al Capoccio che vi provvederà prontamente alla guida della sua fiammante FIAT 600 Multipla.

Le licenze commerciali sono state completamente ritirate e ne sono state distribuite soltanto tre nuove e precisamente ai seguenti esercenti: al Merre per i generi coloniali ed i giornali (tanto si venderà soltanto Il corrierino dei piccoli, che andrà bene per grandi e piccini), a Tosello per il settore alimentare e ad Azzelio per il settore merceria.

Nel campo della vita religiosa, le campane elettriche saranno fermate, anche per comprensibili motivazioni di risparmio energetico e si occuperà di suonarle il redivivo Sacrestano, mentre anche nelle vesti di parroco – e questa è veramente l’ultima – Don Piero sarà sostituito dall’abate Giubbolini.

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categoria:varie
mercoledì, 22 ottobre 2008

Il tempo si è fermato (Italia, 1959) di Ermanno Olmi. Con Natale Rossi (il guardiano), Roberto Seveso (lo studente), Paolo Quadrubbi (l'altro guardiano).

Magari verrà qualcuno a dire che servono i sottotitoli anche qui. Invece in questo piccolo capolavoro di "neorealismo panteista" non c'è proprio bisogno di niente, anche se qua e là qualche parola sfugge. E' la montagna che conta, perché c'è posto per tutti: per chi tenta silenziosamente e pazientemente, giorno dopo giorno, di catturare una lepre, e per chi spara sul giradischi un rock di Celentano a tutto volume. Perché la montagna può diventare complice dell'amicizia tra due persone tanto diverse. Perché forse è vero che i vecchi hanno sempre ragione, ma anche i giovani non sono poi così male e possono portare qualche ventata d'aria fresca (a volte anche troppo fresca...) tra le pagine del vecchio libro Cuore.

Il terribile ispettore (Italia, 1969) di Mario Amendola. Con Paolo Villaggio (Paolo De Angelis), Agostina Belli (Giorgina Lorenzi), Francesco Mulè (il dott. Agapito Trigallo), Umberto D'Orsi (l'on. Giluio Scorzarelli-Micci), Didi Perego (la signora Scorzarelli-Micci), Elio Crovetto (il commendator Zamborghelli), Carlo Campanini (il padre di Paolo), Nino Besozzi (il presidente dell'EIAL), Luciana Turina (Orietta Guidotti).

Prima di Fantozzi, Villaggio faticava ad entrare in un personaggio che potesse essere memorabile e riconoscibile. Eppure qualche elemento di novità, in questo falso dottor De Angelis, si nota, anche se si resta un po' a metà tra il futuro Fantozzi e il professor Kranz. Ci sono già le "doti" negative di arrivismo e vigliaccheria che caratterizzeranno il personaggio più famoso di Paolo Villaggio, ma forse questo De Angelis ha ancora dentro di sé una certa dose di velleità contestatorie derivanti dalle proteste studentesche del '68. Il ragionier Ugo Fantozzi sarà invece un prodotto del pieno riflusso, un frutto dell'amara consapevolezza che qualsiasi ribellione è inutile, perché eventualmente destinata a durare lo spazio di una giornata, come la rivolta contro Guidobaldo Maria Riccardelli e la sua Corazzata Potemkin. Il film, in ogni caso, è trascurabile, seppure cerchi in qualche modo di mettere in evidenza il malcostume della sanità e della politica italiana, su cui era intervenuto con maggiore efficacia Luigi Zampa e Alberto Sordi con Il medico della mutua.

Senza famiglia nullatenenti cercano affetto (Italia, 1972) di Vittorio Gassman. Con Vittorio Gassman (Armando Zavanatti a.k.a. Mister X), Paolo villaggio (Agostino Antoniucci), Rossana Di Lorenzo (la prostituta), Isa Bellini (Giacoma, la zingara), Corrado Gaipa (il sostituto procuratore), Augusto Mastrantoni (il principe Tarquinio Maccaresi), Renzo Marignano (il principe Cesare Maccaresi), Enzo Robutti (il licantropo), Luigi Zerbinati (Cesarina, il travestito), Giancarlo Fusco (Cesare Maccaresi, mondezzaro), Toni Ucci (l'infermiere Lepore), Carlo Delle Piane (Luparelli), Liù Bosisio (la direttrice dell'orfanatrofio), Massimo Sarchielli (Buglialozzi), Fortunato Arena (il prof. Pampardella), Luciano Bonanni (un invitato al party), Salvatore Baccaro (un infermiere).

Gassman dirige sé stesso e l'amico Villaggio in un film difficile da catalogare, ma di cui è facile comprendere la scarsa riuscita, nonostante qualche nobile ispiratore, come Chaplin, Tati o il Gianni Celati delle Avventure di Guizzardi, che fu pubblicato proprio nel 1972. Il film, naturalmente, non fa ridere, ed è, anzi, un'amarissima satira sull'Italia contemporanea. Il problema è che stenta a trovare qualsiasi registro e lascia di continuo lo spettatore in attesa di qualcosa che stenta ad arrivare, rischiando spesso di farlo addormentare.

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categoria:cinema
domenica, 19 ottobre 2008

Beati i ricchi (Italia, 1972) di Salvatore Samperi. Con Lino Toffolo (Geremia), Paolo Villaggio (Augusto), Sylva Koscina (la contessa), Neda Arneric (Lucia Barti), Gigi Ballista (il commendatore), Eugene Walter (il sindaco), Enzo Robutti (il direttore di banca), Enrica Bonaccorti (Adele), Edda Ferronao (la signora Barti), Olga Bisera (la moglie del sindaco).

Francamente mi aspettavo di peggio. Non che questa satira sui ricchi (ed anche sui poveri che non sperano altro che diventarlo alla svelta) sia un capolavoro, però è abbastanza divertente e ben fatta. Forse all'epoca da Samperi, che proveniva da qualche riuscita e graffiante sparata antiborghese come Grazie zia, Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, ci si attendeva qualcosa di più. Ed in effetti il tono del film è piuttosto indeciso tra il satirico-grottesco della festa in camicia nera e la comicità più ruspante e proletaria di Lino Toffolo (forse qui in una delle sue apparizioni migliori) e Paolo Villaggio (che ha qualche atteggiamento prefantozziano). E tuttavia l'insieme regge, con qualche scenetta sinceramente divertente (come quella dove si canta L'uselìn dela comare) e l'eccellente colonna sonora di Luis Bacalov, che comprende una sigla iniziale tutta rock anni Settanta, cantata da Ivano Fossati.

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