domenica, 28 settembre 2008

Donne in attesa (Svezia, 1952) di Ingmar Bergman. Con Anita Björk (Rakel), Maj-Britt Nilsson (Marta), Eva Dahlbeck (Karin), Gunnar Björnstrand (Fredrik Lobelius), Birger Malmsten (Martin Lobelius), Jarl Kulle (Kaj), Karl-Arne Holmsten (Eugen Lobelius), Aino Taube (Annette), Håkan Westergren (Paul Lobelius), Naima Wifstrand (la nonna).

Anche nelle collezioni dei Maestri vi sono opere meno riuscite. Donne in attesa, nell'eccezionale galleria bergmaniana, è una di quelle opere. Basti paragonarla a Monica e il desiderio, che Bergman realizzò in quello stesso 1952. Certo, vanno apprezzati il coraggio e la schiettezza con cui il regista affronta tematiche difficili come quella dei rapporti di coppia, con elementi che, nella nostra Italietta cinematografica, infiltrata dalla penetrante censura democristiana, erano tabù, come quello della frigidità (sia femminile che maschile) e del tradimento, vissuto come una componente fisiologica della vita matrimoniale. Allo stesso modo, Bergman riesce a sbozzolare tre o quattro bei ritratti di donne, le cui figure risaltano con maggior nitidezza in quanto avvicinate agli opachi personaggi maschili che stanno al loro fianco: quattro fratelli tutti, chi più chi meno, persi dietro alle loro ambizioni personali e ai loro sogni ridicolmente narcisisti (come testimonia l'accenno al sapone nell'orecchio di Fredrik). Per di più, la costruzione cinematografica bergmaniana è una geometria perfetta, nel concatenare tre episodi similari, seppure dai toni diversi (quasi drammatico il primo, semplicemente patetico il secondo e grottesco il terzo), più uno piccolo all'inizio (quello di Annette/Paul) e una sorta di linea che li interseca orizzontalmente tutti, con la vicenda della giovane Maj e del suo fidanzato Henrik. E tuttavia, Donne in attesa lascia nello spettatore, a differenza di altre opere - forse più mature - dell'autore, un senso d'incompletezza, probabilmente per quel finale volutamente ambiguo, con la barchetta dei due giovani che, con grande difficoltà, parte, anche se il vecchio Paul preconizza il ritorno della coppietta appena finirà l'estate e cominceranno l'inverno e le incomprensioni. Ed il finale è, a parer mio, e nonostante l'opinione contraria di illustri critici (primo tra tutti il Trasatti, autore del "Castoro" su Bergman), da interpretare in senso pessimista, proprio alla luce del film successivo del regista svedese, cioè il bellissimo Monica e il desiderio.

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sabato, 27 settembre 2008

Christiana F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino (RFT, 1981) di Uli Edel. Con Natja Brunckhorst (Christiane F.), Thomas Haustein (Detlev), Jens Kuphal (Axel), Reiner Woelk (Leiche), Jan Georg Effler (Bernd), Christiane Reichelt (Babette), Daniela Jaeger (Kessi), Kirstin Richter (Stella), Kerstin Malessa (Tina), Andres Fuhrmann (Atze), Uwe Diderich (Klaus), Christiane Lechle (la mamma di Christiane), Ellen Esser (la mamma di Kessi), Lother Chamski (Rolf), Stanislaus Solotar (Max "Tartaglia"), Eberhart Auriga (il drogato nei cessi), David Bowie (sé stesso).

Bando ai commenti moralistici che, all'epoca dell'uscita del film, si sprecarono (in Italia fecero la loro parte di parrucconi, tra gli altri, Kezich e Grazzini), va detto che il film, seppure sceneggiato, interpretato, montato (altrimenti che film sarebbe?), rispecchia la squallida odissea di tanti giovani che negli ultimi quarant'anni hanno concluso le loro esistenze in posti squallidi, come stamberghe e bagni pubblici, stazioni ferroviarie e sotterranei della metropolitana, con un ago infilato nel braccio. Per non parlare di quei tanti che sono morti con l'aids, anche quando la malattia non aveva ancora un nome. La prima parte del film di Edel, quella che prelude alla tragedia, è la più riuscita, con questa ragazzina di famiglia tutto sommato borghese, seppure quasi inesistente, che passa dalla tranquillità dell'appartamentino con ascensore al retro della stazione dello Zoo, dove i tossicodipendenti si prostituiscono - per sé o per conto terzi, come fa la povera Babette - per racimolare i soldi per la dose giornaliera di "ero". Nella seconda parte del film, purtroppo, entra in gioco l'incapacità degli attori principali, tutti non professionisti, di dare corpo e anima ai tormenti del drogato in crisi d'astinenza. In questo senso proprio Natja Brunckhorst, che peraltro sarà l'unica ad avere una qualche carriera d'attrice (l'abbiamo rivista in Querelle di Fassbinder), dà scarsa credibilità al suo, che è il personaggio principale: ad un certo punto la vediamo truccata da tossica all'ultimo stadio, ma non c'era bisogno di conciarla come la Linda Blair dell'Esorcista. Buona, comunque, la descrizione di una Berlino livida, illuminata nella notte dall'informe simbolo della Mercedes.

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sabato, 27 settembre 2008

Il petroliere (USA, 2007) di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis (Daniel Plainview), Paul Dano (Eli Sunday/Paul Sunday), Kevin J. O'Connor (Henry Brands), Ciarán Hinds (Fletcher Hamilton), Russell Harvard (H.W. adulto), Dillon Freasier (H.W. ragazzo), David Willis (Abel Sunday), Sydney McCallister (Mary Sunday bambina).

petròlio    [pe'trÉ”ljo]
s.m., s.m.inv.

sm
miscela di idrocarburi liquidi dovuti a trasformazione di residui organici accumulatisi in quantità enormi in epoche geologiche remote; purificato, è usato come illuminante o combustibile.

La storia di un uomo che "vende l'anima a Dio" per il petrolio. E la storia di un altro giovane uomo che fa la stessa cosa per i soldi. Ed entrambi hanno "venduto l'anima a Dio" per il successo. Queste, unite ad un incrollabile fanatismo religioso, sono le coordinate entro le quali si muove la vicenda narrata nel Petroliere, che è un po' anche la storia dell'espansione statunitense verso ovest e della colonizzazione di quelle praterie che, dopo lo sterminio dei bisonti e dei pellerossa (in rigoroso ordine d'importanza, almeno secondo l'ottica yankee), sembravano ormai lande desolate, da dedicare ad attività insignificanti - come la caccia alle quaglie - e costituivano comunque un ostacolo al collegamento tra la costa atlantica e quella pacifica. P.T. Anderson, predestinatamente nato a Studio City (sobborgo losangelino cresciuto intorno agli studi cinematografici fatti costruire da Mack Sennett negli anni Venti) ha la predisposizione per i film lunghi e questo lo è un po' troppo. Per il finale gli sarebbe servita - e sembra andarne in cerca per un po' (anche se il soggetto è preso da un romanzo di Upton Sinclair) - una nuova pioggia di rane: il regista si affida, invece, ad una specie scena madre shakespeariana, che però non ha altrettanta efficacia.

Una scenaIl petroliere (è già stato detto, ma lo ripeto anch'io: sarebbe stato meglio tradurre alla lettera il titolo originale inglese, che avrebbe suonato più o meno "scorrerà il sangue"), frutto di una minuziosa ricostruzione storica, di luoghi e di costumi, è un film tutto americano, spettacolare come un vecchio filmone americano di Ford o Hawks, con la prateria a fare da personaggio più che da semplice sfondo, e con una tenuta spettacolare di cui non si può non riconoscere la riuscita. In sostanza, si resta lì in attesa degli eventi e dei colpi di scena, che avvengono, come da copione, e non lasciano insoddisfatto lo spettatore. Daniel Day-Lewis è bravo ma secondo me (anche qui non m'invento niente: l'aveva già detto Alberto Crespi sull'Unità del 9 febbraio 2008) tende, in questo caso più che altrove, a gigioneggiare, cosa che, in ogni caso, sembra piacere, e molto, agli accademici che attribuiscono i premi Oscar. Per quanto mi riguarda, preferisco ricordare l'attore inglese nei panni del ladruncolo Gerry Conlon, patriota per caso di Nel nome del padre (1993).

P.S. 16,90 € per il dvd di questo film, per di più zavorrato dalla rivista Panorama, sono decisamente troppi.

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venerdì, 26 settembre 2008

Lunga vita alla signora! (Italia, 1987) di Ermanno Olmi. Con Marco Esposito (Libenzio), Simona Brandalise (Corinna), Stefania Busarello (Anna), Simone Dalla Rosa (Mao), Tarcisio Tosi (Pigi), Franco Aldighieri (il ribelle), Michela Poli (la ragazzina bionda), Marisa Abbate (la signorina), Luigi Cancellara (il baffuto), Alberto Francescato (il padre di Libenzio), Giovanna Vidotto (la nonna), Luca Dorizzi (il pretino), Michele Authier e Graziella Menichelli (i clown).

Si assiste, attraverso gli occhi e gli occhialoni olmiani di un giovanissimo cameriere, appena uscito dalla scuola alberghiera, ad una cena kafkiana, organizzata per una misteriosa e vecchissima "signora" in un castello tra le montagne. Il tono del film ricorda un po' il Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini e in parte Il fascino discreto della borghesia di Buñuel, anche se lo sguardo stupito del giovane Libenzio ricorda quello del protagonista dell'Asso di picche (1964) di Miloš Forman. Ma naturalmente Olmi ha una propria fisionomia ben definita, e Lunga vita alla signora! è un'allegoria del potere (democristiano?) sotto forma di Bildungsroman, di cui è protagonista il camerierino in erba. La "signora" si presenta alla cena per ultima, scrutando gli invitati - personaggi uno più squallido dell'altro - con un binocolo da teatro: non parla né mangia; beve soltanto un po' d'acqua con la cannuccia e forse non esiste. Nel frattempo assistiamo ai palpiti amorosi di un altro giovane cameriere per una coetanea, che però gli preferisce un più aitante collega. E alla fine di questa cena delle beffe, Libenzio avrà imparato una lezione che lo aiuterà a crescere: preferirà darsela a gambe per i prati, piuttosto che servire al tavolo quella società che, pur essendo praticamente insussistente, emana un insopportabile fetore di marcio.

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venerdì, 26 settembre 2008

Italiani brava gente (Italia/URSS, 1964) di Giuseppe De Santis. Con Raffaele Pisu (Gabrielli), Riccardo Cucciolla (Sanna), Arthur Kennedy (Ferro Maria Ferri), Shanna Prokhorenko (Katja), Andrea Checchi (il colonnello Sermonti), Tatjana Samojlova  (Sonja), Gino Pernice (Collodi), Peter Falk (il tenente medico), Lev Prygunov (Loris Bazzocchi), Nino Vingelli (il serg. Amalfitano), Vincenzo Polizzi (il siciliano).

De Santis mutua dal realismo socialista la divisione manichea in buoni e cattivi, mentre figurativamente si rifà soprattutto alla lezione di Dovzenko (si veda soprattutto la corsa in carrozza, che ricorda Arsenal) e del neorealismo italiano. Purtroppo, il film italo-sovietico accumula un tale numero di luoghi comuni da infastidire ben presto lo spettatore, specialmente se è nato e cresciuto dopo la morte di Togliatti. I tedeschi sadici, i russi eroici, il romano caciarone, il fiorentino burlone sono tutti stereotipi che fa fatica vedere per l'ennesima volta, così come vedere sottoutilizzate la Tatjana Samojlova che ammirammo in Quando volano le cicogne e la Shanna Prokhorenko della Ballata di un soldato. La prima parte del film, anziché presentarci la spedizione dei soldati italiani in Russia, sembra proporci una scampagnata fuori porta. Per fortuna nella seconda parte del film De Santis si avvicina alla durissima realtà della guerra e ci regala pagine che sembrano uscite dal Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Comunque, il risultato complessivo, dovuto anche ad un eccesso di enfasi che pervade il film dall'inizio alla fine (la morte di Gabrielli sembra il finale del "Lago dei cigni"), è irrimediabilmente mediocre.

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categoria:cinema, guerra
mercoledì, 24 settembre 2008

Il poliziotto è marcio (Italia/Francia, 1974) di di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda (il commissario Domenico Malacarne), Salvo Randone (il maresciallo Malacarne), Richard Conte (Mazzanti), Delia Boccardo (Sandra), Raymond Péllegrin (Pascal), Gianni Santuccio (il questore), Vittorio Caprioli (Serafino Esposito), Rosario Borelli (Garito), Monica Monet (la cronista), Gino Milli (Gian Maria), Elio Zamuto (Rios), Loris Bazzocchi (il killer di Pascal), Marcello Di Falco (scagnozzo di Pascal), Massimo Sarchielli (Rabal), Marisa Traversi (la contessa), Sergio Ammirata (il vicecommissario).

Altro film della decadenza di Fernando Di Leo. Questi rimase abbastanza soddisfatto del proprio lavoro, seppure soprattutto dal punto di vista tecnico, e contento lui... In realtà già la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e Luc Merenda non era in grado di reggere, per l'intera durata di un film, un personaggio che fosse poco più che unidimensionale. Al contrario, gli attori più bravi - da Salvo Randone a Vittorio Caprioli, da Raymond Pellegrin a Richard Conte - sono confinati in particine quasi insignificanti. Trascurabile, al contrario dei suoi predecessori, in primis Milano calibro 9.

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categoria:cinema
mercoledì, 24 settembre 2008

Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia (Italia, 1974) di Luca Davan [Mario Forges Davanzati]. Con Lino Banfi (Pasquale Zagaria), Francesca Romana Coluzzi (Pupetta), Aldo Giuffrè (Zoppas), Rosario Borelli (il commissario), Francesco Ager (il biondo che pedina), Sal Borgese (un sicario di Zoppas), Alfonso Tomas (il cervello elettronico), Gabriella Andreini (un'amante di Zoppas), Ines Pellegrini (Aida), Luca Sportelli (il contadino), Renzo Marignano (il sottosegretario), Alessandro Perrella (il secondo sicario di Zoppas), Mauro Vestri (il barista).

L'unica cosa divertente (si fa per dire) è il titolo di questo film, che doveva costituire il trampolino di lancio per Lino Banfi. Questi, infatti, si mette completamente in gioco, addirittura esponendosi con il proprio nome anagrafico. Il buon Lino ce la mette davvero tutta: accenna perfino uno "striptìsolo" a beneficio di una mantide messagli alle costole dal malvivente Zoppas. Purtroppo nel film non funziona niente: né BanfiGiuffrè né la Coluzzi e tantomeno la coppia di criminali maldestri, formata da Sal Borgese e Alessandro Perrella, fanno mai ridere. E non risulta divertente neanche il mattocchio Alfonso Tomas, qui nella parte del "cervello elettronico". L'unica cosa (involontariamente) comica, scaturita da questo film, è la recensione di Mereghetti, il quale, nonostante l'evidenza del titolo, scrive: «...un maldestro carabiniere (Banfi) è degradato dopo ogni impresa, fino ad essere espulso dall'Arma». Poteva essere il caso di vedere il film, prima di recensirlo.

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domenica, 21 settembre 2008

L'agenda nascosta (GB, 1990) di Ken Loach. Con Frances McDormand (Ingrid Jessner), Brian Cox (Kerrigan), Brad Dourif (Paul Sullivan), Mai Zetterling (Moa), John Benfield (Maxwell), Michelle Fairley (Teresa Doyle), Ron Kavana (il cantante), Jim Norton (Brodie), Maurice Roëves (Harris), Gerry Fearon (il tassista).

La prima cosa da ricordare è che questo film di Ken Loach fu realizzato prima di In nome del padre (1993), di Michael Collins (1996) e di Bloody Sunday (2002). Prima di diventare un regista "di bandiera" (rossa, naturalmente), Loach realizzò questo film poco conosciuto, ma molto meritevole nel denunciare i metodi "cileni" usati dalla polizia inglese nei confronti di appartenenti (o molto presunti tali) all'IRA. Ovviamente, certi segreti non si possono rivelare, per motivi di "sicurezza nazionale", anche quando il lavoro sporco della polizia lascia sul terreno vittime "eccellenti", come un noto avvocato americano. Dietro alle operazioni di sicurezza svolte nell'Ulster vengono nascoste una serie di vergogne, che vanno dalle torture perpetrate nelle caserme ai complotti per far cadere i governi laburisti a vantaggio di quelli conservatori. In questo senso il modello di Ken Loach sembra essere quel piccolo capolavoro (cresciuto nella memoria collettiva nel corso degli anni) che è Missing di Costa-Gavras ed anticipa un altro film epocale come JFK (1991) di Oliver Stone. L'agenda nascosta è un film che appassiona sia sul versante politico che su quello puramente narrativo, e il finale amaro rende maggiore l'indignazione dello spettatore. Una pagina di cui gli inglesi, ma in particolare i sostenitori del thatcherismo, dovrebbero vergognarsi.

Molto credibili gli interpreti, con la brava Frances McDormand - ma non è una novità - su tutti.

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categoria:cinema
domenica, 21 settembre 2008

Ultimo tango a Zagarol (Italia, 1973) di Nando Cicero. Con Franco Franchi (Franco), Martine Beswick (la ragazza), Gina Rovere (Margherita, la moglie di Franco), Nicola Arigliano (Marcello, l'inquilino particolare), Franca Valeri (la regista impegnata), Ugo Fangareggi (il cameraman), Jimmy il Fenomeno (un cliente dell'albergo), Loredana Mongardini (Maria), Nerina Montagnani (la custode della toilette), Luciano Bonanni (il vigile).

Parlando degli albori del cinema comico italiano, Enrico Giacovelli scrive (in Non ci resta che ridere. Una storia del cinema comico italiano, Lindau, 1999) che i film comici «parlano di cose vere e concrete, che esistono senz'altro, come le torte in faccia e le cadute dalle scale». Ciò vale anche per Ultimo tango a Zagarol: così come Ultimo tango a Parigi (del quale, a mio parere, si sarebbe parlato molto meno negli ultimi anni, se non fosse stato per le note vicende censorie e giudiziarie) lasciava trasparire le tematiche della solitudine, dell'incapacità a comunicare tra i sessi, del male di vivere, la tematica del film di Nando Cicero è sostanzialmente una, che più concreta non si può: la fame. Franco ha semplicemente fame, prima di tutto di cibo, che quasi non si regge in piedi, e poi di sesso e d'affetto. E la parodia di Ultimo tango a Parigi non poteva che essere così, tutta basata sugli appetiti "materiali" del protagonista, il quale, grazie all'incontro con la bella sconosciuta, riesce a saziare il proprio bisogno d'amore carnale, ma non riuscirà a mangiare finché non l'avrà immobilizzata e non riuscirà a dormire su un vero materasso se non dopo che la ragazza se n'è andata dalla sua vita. Perfino i ragazzini poveri non possono fare altro che immaginarsi, nei loro giochi, di essere bambini ricchi, fingendo di fare la cacca, appunto, come bambini ricchi, che hanno fatto un lauto pasto da digerire. Franco, peraltro, una volta fuggito dall'alberghetto - lager della moglie, si guadagna da vivere facendo l'attore per una regista intellettuale che finge di girare film verità, nei quali Franco deve recitare i più svariati personaggi e, alla fine, la regista lo farà aggredire da animali feroci (una volta un molosso e un'altra addirittura un coccodrillo che lo fa fuggire a nuoto nelle acque fetide del Tevere), con effetti da comica finale, che è ciò di cui parlava il Giacovelli citato all'inizio di questo commento.

La mia impressione è che chi ha fatto un culto di questo film dovrebbe dirigere le proprie attenzioni su ben altri oggetti cinematografici. Anche perché sul film di Cicero si riverbera la noia, che era elemento, forse programmatico, del film di Bertolucci. E tuttavia va detto che Franco Franchi che si aggira per Roma col cappotto di cammello che aveva caratterizzato Marlon Brando produce effetti oggettivamente comici, così come alcune mimiche che riportano all'interpretazione enigmatica dell'attore americano. Riusciti anche i duetti tra il protagonista e un divertente Nicola Arigliano.

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categoria:cinema, comicità
sabato, 20 settembre 2008

Philippe Pilard, Breve storia del cinema britannico, Lindau, pp. 160, € 7,75.

Interessante e conciso excursus nella storia del cinema britannico, un cinema che ha stentato molto ad affermarsi, dovendo scontare il diffuso pregiudizio secondo il quale gli inglesi e il cinema erano pressoché incompatibili. Il critico francese Pilard mette in evidenza alcune figure fondamentali, che contribuirono in maniera decisiva a diffondere il cinema nella mente e nella sale dell'isola, sottraendolo, così, almeno in qualche momento, alla straripante egemonia di Hollywood. Si conoscono, in tal modo, personalità importanti come Alexander Korda, John Grierson, Michael Balcon e perfino come quella di un italiano, Filippo Del Giudice, che fu il produttore di alcuni film fondamentali della cinematografia britannica, tra i quali l'Enrico V di Laurence Olivier. Naturalmente non mancano autori di kolossal all'inglese, quali David Lean, ma soprattutto l'autore si dilunga sui due momenti più creativi della storia cinematografica d'Inghilterra, come il free cinema d'inizio anni Sessanta, con i suoi paladini Reisz, Anderson (senza trascurare il suo maestro, il documentarista Humphrey Jennings), Richardson e Schlesinger, nonché, successivamente, quella che negli anni Ottanta fu chiamata la British Renaissance (il movimento che comprese, tra gli altri, Greenaway, Frears, i Monty Python ecc.). Direi che la lettura è interessante anche per chi, senza troppo impegno, voglia conoscere qualche buon titolo da recuperare sul mercato del dvd oppure da scaricare in rete.

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