domenica, 31 agosto 2008

Un detective... particolare (USA, 1988) di Pat O'Connor. Con Kevin Kline (Nick Starkey), Mary Elizabeth Mastrantonio (Bernadette Flynn), Harvey Keitel (Frank Starkey), Susan Sarandon (Christine Starkey), Rod Steiger (Eamon Flynn), Danny Aiello (Vincent Alcoa), Alan Rickman (Ed), Faye Grant (Alison Hawkins), Katherine E. Miller (Olympia).

Difficile trovare un film il cui risultato finale sia tanto scarso, in relazione agli ingredienti messi in pentola. Leggendo il cast si ha l'impressione di avere a che fare con un classico blockbuster, ma purtroppo manca la sceneggiatura. La trama è la solita già vista e risentita, del poliziotto richiamato in servizio dopo essere stato espulso da dirigenti corrotti, per risolvere il caso di un serial killer che terrorizza la città, con contorno di complicazioni sentimentali. Il film, però, inciampa subito, durante lo scorrere dei titoli di testa, dove è previsto l'omicidio di una ragzza tornata a casa dopo avere partecipato alla festa di capodanno. Se non che l'omicidio avviene proprio pochi secondi prima dello scoccare della mezzanotte; il che significa che la ragazza (e la sua amica, che è la figlia del sindaco) è tornata a casa quando la festa dovrebbe essere al culmine, come dimostrano le immagini della piazza festante. Data questa premessa, tutto il resto va a rotoli di conseguenza, dal poliziotto che diventa pompiere e poi torna poliziotto, alla figlia del sindaco che ci va a letto subito, all'ex fidanzata diventata moglie del fratello cattivo che poi lo lascia, ad un maniaco assassino tra i più insignificanti che sia mai stato dato di vedere sugli schermi. Film come questo avrebbero bisogno di una sceneggiatura di ferro, mentre questa di John Patrick Shanley è di burro e si vede subito. I timidi tentativi di inserire qualche gag, tentando di sfruttare la fama comica acquisita da Kevin Kline con Un pesce di nome Wanda, rendono l'insieme ancora più patetico. E in questo pattume spicca l'interpretazione, sempre credibile, di un Rod Steiger con crespa capigliatura canuta.

postato da: Sasso67 alle ore 19:22 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 30 agosto 2008

Caro Michele (Italia, 1976) di Mario Monicelli. Con Mariangela Melato (Mara Castorelli), Delphine Seyrig (la madre di Michele), Aurore Clément (Angelica Vivanti), Lou Castel (Osvaldo), Fabio Carpi (Fabio Colarosa), Alfonso Gatto (il padre di Michele), Isa Danieli (la riccioluta), Alfredo Pea (il cognato della riccioluta), Costantino Carrozza (il marito della riccioluta), Marcella Michelangeli (Viola Vivanti), Renato Romano (Oreste), Adriana Innocenti (Matilde), Giuliana Calandra (Ada), Eleonora Morana (la domestica di Colarosa), Luca Dal Fabbro (Ray), Eriprando Visconti (Filippo), Elvira Cortese (Amelia).

I migliori film di Monicelli sono quelli che si basano su soggetti originali - per dirne qualcuno, Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L'armata Brancaleone - mentre quelli basati su romanzi non gli sono riusciti altrettanto bene, con l'eccezione di Un borghese piccolo piccolo e pochi altri, come dimostrano, ad esempio, Il male oscuro, Facciamo paradiso, ed anche questo Caro Michele, tratto dall'omonimo romanzo di Natalia Ginzburg. La quale, all'epoca dell'uscita del film, fu molto tenera conquesto lavoro di Monicelli, ma, ad essere obiettivi, la riuscita non è quel che si dice un granché. Il tema è interessante, e riguarda il distacco dei figli dai genitori, in un periodo di grande confusione dei ruoli e di sostanziale dissoluzione della famiglia tradizionale, anche in ambito borghese. Qui c'è tutta una serie di famiglie sgangherate, con coppie separate, amanti ed ex amanti, uomini "ambidestri", ragazze madri con figli di cui non sanno ricordare il padre. Monicelli sa il fatto suo, naturalmente, e mette in scena un insieme variegatissimo di personaggi, spaziando da Novi Ligure a Trapani, passando, naturalmente, per il fulcro di questo frullatore sociale che è Roma. Però, non tutto funziona a dovere, il tono è cupo - anche perché il personaggio del titolo si vede soltanto alla fine, sul tavolo di un obitorio - ma stona con la frenesia petulante del personaggio di Mara Castorelli, cui forse il film dà troppo spazio rispetto all'originale letterario (e sebbene sia recitato dalla brava Mariangela Melato). Insomma, è un film drammatico, in cui qualche inserto da commedia all'italiana si inserisce ma non si amalgama bene (come dimostra la scena del ritorno anticipato a casa della riccioluta e di suo marito). Caro Michele non è da buttare, ma nella vasta filmografia di Monicelli si può pescare di meglio.

postato da: Sasso67 alle ore 20:16 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 30 agosto 2008

Quando volano le cicogne (URSS, 1957) di Mikhail Kalatozov. Con Tatjana Samojlova (Veronika), Aleksej Batalov (Boris), Vasilij Merkur'ev (Fëdor Ivanovič), Aleksandr Svorin (Mark), Svetlana Kharitonova (Irina), Kostantin Nikitin (Volodja), Valentin Zubkov (Stepan), Antonina Bogdanova (la nonna).

Il film che segna l'inizio del periodo del disgelo anche a livello cinematografico. A differenza del Čuchraj autore della Ballata di un soldato, Kalatozov non era un giovane autore, anzi, in qualità di membro del Partito, era stato un convinto sostenitore del culto della personalità staliniano. Con questo film, come molti intellettuali dell'epoca, il regista fa anche una profonda autocritica dal punto di vista politico. La condanna della cosiddetta "guerra patriottica" è totale, come è esplicitato nel discorso finale di Stepan, in un altro film che riduce ai minimi termini la componente puramente bellica. La guerra è distruttiva non soltanto per quanto riguarda gli edifici, ma annienta esistenze umane, sia di coloro che crepano nel fango del fronte, sia di coloro che rimangono a casa, costretti a meschini espedienti per imboscarsi oppure ad adattarsi a matrimoni di convenienza pur di non rimanere soli. All'epoca dell'uscita del film, peraltro ben accolto e molto premiato sia in patria che in Occidente, fu molto criticato una certa eccessiva cura formale del film, dovuta alla fotografia di Sergej Urusevskij o a qualche espediente come il movimento circolare della macchina da presa nel momento della morte di Boris. A mio parere gli artifici tecnici contribuiscono, in questo caso, a rendere toccante qualche momento di un film condotto fin troppo sotto tono, meritoriamente senza eccessi melodrammatici. Si può, caso mai, criticare qualche eccesso romanzesco, come il puntuale ritorno delle cicogne, oppure la storia del bigliettino infilato nel cestino dello scoiattolo di pezza. Un'opera comunque importante (forse per capirla appieno servirebbe conoscere le opere retoriche del periodo staliniano), che sa impressionare lo spettatore anche con l'alternanza di atmosfere, come il passaggio dalla Mosca solare dell'idillio iniziale all'acquitrinio senza nome in cui muore il povero Boris. I volti espressivi di Tatijana Samojlova, di Alekesj Batalov e di Vasilij Merkur'ev contribuiscono a rendere più esplicite le intenzioni dell'autore.

Un film pacifista che andrebbe fatto vedere e rivedere all'attuale dirigenza della Russia.

postato da: Sasso67 alle ore 14:35 | Permalink | commenti
categoria:cinema, guerra
venerdì, 29 agosto 2008

Anni 90 (Italia, 1992) di Enrico Oldoini. Con Christian De Sica, Massimo Boldi, Basta vedere la locandina...Ezio Greggio, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Maurizio Mattioli, Nadia Rinaldi, Flavio Bucci, Valeria D'Obici, Guido Nicheli, Giorgio Conti, Fabiana Udenio, Leo Valli.

Negli anni Novanta, quelli della Milano da bere, prima di Mani Pulite, forse eravamo messi peggio di oggi. Salverei qualche gagghettina di Frassica (anche se ormai le abbiamo sentite decine di volte), ma questo cinepanettonide ante litteram di Oldoini è una nullità cinematografica.

postato da: Sasso67 alle ore 20:38 | Permalink | commenti
categoria:cinema
giovedì, 28 agosto 2008

Ricordati di me (Italia, 2003) di Gabriele Muccino. Con Fabrizio Bentivoglio (Carlo Ristuccia), Laura Morante (Giulia), Nicoletta Romanoff (Valentina Ristuccia), Silvio Muccino (Paolo Ristuccia), Monica Bellucci (Alessia), Gabriele Lavia (Alfredo), Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Silvia Cohen (Elena), Pietro Taricone (Paolo Tucci), Alberto Gimignani (Riccardo), Amanda Sandrelli (Louise), Blas Roca Rey (Matt), Giulia Michelini (Ilaria), Andrea Roncato (Luigi), Maria Chiara Augenti (Anna Pezzi).

Epigono della commedia all'italiana, alla quale vorrebbe aggiungere (forse) un "retrogusto" amarognolo, senza riuscirci, Ricordati di me (ennesimo titolo mutuato da una canzone di Venditti) è il simbolo del cinema italiano agli inizi degli anni Duemila: falso e vuoto come i personaggi deteriori il cui comportamento finge di denunciare, salvo perdonarli tutti in un grande volemosebbene finale, dove tutti tornano, più maturi e consapevoli, al proprio posto. Da antologia dell'antisceneggiatura l'espediente dell'investimento automobilistico e tutte le assurde conseguenze che ne derivano. A parte l'aspetto economico, continua a rimanere misterioso perché attori seri come Bentivoglio e la Morante (il migliore è senza dubbio Lavia) si buttino via in film di questo tipo (forse perché il cinema italiano non offriva loro niente di meglio?). Muccino senior si conferma bravissimo nel dirigere il niente e vola meritatamente a Hollywood. Speriamo che ci resti a lungo.

postato da: Sasso67 alle ore 20:09 | Permalink | commenti (4)
categoria:cinema, commedia
giovedì, 28 agosto 2008

Passione (Svezia, 1968) di Ingmar Bergman. Con Max von Sydow (Andreas Winkelman), Liv Ullmann (Anna Fromm), Bibi Andersson (Eva Vergerus), Erland Josephson (Elis Vergerus), Erik Hell (Johan Andersson), Sigge Fürst (Verner), Hjördis Petterson (la sorella di Johan), Lars-Owe Carlberg e Brian Wikström (i poliziotti).

Annoverato tra i lavori minori nella filmografia di Bergman, è un film che non m'è dispiaciuto affatto, pur nel suo nichilismo. Qui il regista svedese affronta il "cancro dell'anima" che c'è negli uomini, che hanno cancellato Dio, ma non sono stati capaci di costruirsi un'esistenza senza. C'è chi si rifugia nella menzogna (Anna), chi nella solitudine (Winkelman), chi si fa schermo del sarcasmo (Elis) e chi cade nella fragilità sentimentale (Eva). Ma nessuno è felice. Ciascuno si è costruito la propria prigione - fångelse è una delle parole più usate, nel film, e fa riferimento ad una delle prime opere importanti di Bergman, La prigione (1948), appunto - dalla quale non sa o vuole più uscire, ed Andreas Winkelman è forse il più consapevole di questo miserevole stato dell'animo umano. E non c'è rifugio possibile neanche nella natura, sofferente al pari degli uomini, come dimostrano il cagnolino impiccato, il passerotto ferito, le pecore sgozzate e il cavallo bruciato vivo. Il pessimismo bergmaniano è accentuato forse anche dal fatto che il film fu girato durante la crisi del rapporto di convivenza tra il regista e Liv Ullmann, ma, come sempre, Bergman ci tiene a ricordare allo spettatore che sta guardando un film, e in questo senso si spiegano anche i quattro intervalli durante i quali gli attori principali danno un'interpretazione dei loro personaggi (il che fa anche molto sessantotto). Al di là del film c'è la vita (Trasatti) ed è come se Bergman ci volesse avvertire di un pericolo concreto che, da artista, avverte per tutti gli uomini della cosiddetta società del benessere, inaridita anche nelle isolette sperdute ad alte latitudini.

postato da: Sasso67 alle ore 19:48 | Permalink | commenti
categoria:cinema
giovedì, 28 agosto 2008

Lo sguardo dell'altro (Spagna, 1998) di Vicente Aranda. Con Laura Morante (Begoña), Josè Coronado (Elio), Sancho Gracia (Ignacio), Juanjo Puigcorbé (Ramon), Miguel Angel García (Daniel), Maria Jesus Valdés (la madre), Miguel Bosé (Santiago), Alicia Bogo (Clara), Blanca Apilanez (Isabel).

Ecco un altro settore nel quale la Spagna ci batte alla grande: realizzare film inguardabili. In effetti Lo sguardo dell'altro è inutile e insulso. La cosa meno comprensibile, peraltro, è perché un'attrice seria e preparata come Laura Morante abbia accettato di girare questa roba qua, costretta, così com'è, a pronunciare battute di una banalità sconcertante e a posare spesso plasticamente per mettere in evidenza le proprie rotondità, con tannto di sottofondo di musica sassofonata. Ma alla fine di cosa si tratta? Di incapacità di comunicare, se non attraverso la violenza messa praticata durante l'atto sessuale? Troppa grazia, Sant'Antonio. Amore amorale, amour fou? Magari! Più che altro è amore cretino.

Questo film pone Aranda nel novero degli anziani registi ossessionati dal sesso (insieme a Tinto Brass e Bigas Luna), alla ricerca di qualche pretesto purché sia, al solo scopo di colpire lo spettatore con scene forti a base di stupri e sodomizzazioni assortite. Resta da capire come possano avere vita nelle sale cinematografiche porcherie come questa, che ormai passano in televisione in seconda serata tra i Bellissimi (ma ci facciano il piacere, ci facciano...) di Retequattro, mentre alcuni capolavori del cinema o restano ancora banditi oppure li vede solo chi può permettersi l'abbonamento di Sky.

P.S. Nel titolo ho sintetizzato il solo motivo valido per vedere il film.

postato da: Sasso67 alle ore 00:04 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 27 agosto 2008

Le balene d'agosto (USA, 1987) di Lindsay Anderson. Con Lillian Gish (Sarah), Bette Davis (Libby), Vincent Price (Maranov), Ann Sothern (Tisha), Harry Carey jr. (Joshua Brackett), Frank Grimes (Mr. Beckwith), Mary Steenburgen (Sarah da giovane), Margaret Ladd (Sarah da giovane).

Teatro filmato di classe, Le balene d'agosto rappresenta l'addio di Anderson dal cinema britannico che, dopo Britannia Hospital, dopo averlo emarginato, l'aveva bandito definitivamente, e il commiato dal cinema tout court. Il film alterna parti fin troppo patetiche ad altre realmente emozionanti, dovute anche alla felice scelta di due attrici che hanno, più o meno, l'età dei personaggi che interpretano: ne hanno, pertanto, i palpiti, le movenze, i tremori, le espressioni. Come ha giustamente scritto Alberto Crespi, Lillian Gish e Bette Davis "sono il film", senza che per questo il suo valore ne sia sminuito. Forse sono anche le balene del titolo, due attrici come non se ne vedono più, nell'oceano cinematografico. E Lindsay Anderson, vecchio (neanche troppo: nel 1987 aveva 64 anni, l'età cantata dai Beatles) anarchico legato alle tradizioni dell'Impero Britannico, compie una doppia piroetta andando inaspettatamente a girare in America, ma senza accettare le regole hollywoodiane, pur tuttavia omaggiando, con la scelta di cotanti attori - oltre alle due dive del passato vi è l'orrorifico Price e il "fordiano" (Ford fu sempre il principale punto di riferimento di Anderson) Harry Carey jr. - gli anni d'oro di Hollywood, che il regista di Bangalore aveva in gioventù, con il suo "free cinema", contribuito a rendere superato.

postato da: Sasso67 alle ore 21:03 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 27 agosto 2008

La recita (Grecia, 1975) di Theo Angelopoulos. Con Eva Kotamanidou (Elettra), Aliki Georgouli (Clitemnestra), Stratos Pahis (Agamennone), Vangelis Kazan (Egisto), Maria Vassiliou (Crisotemide), Petros Zarkadis (Oreste), Kiriakos Katrivanos (Pilade), Gyannis Firios (il suonatore di fisarmonica).

Film d'avanguardia, poema epico o divagazione lirica, excursus storico condotto con metodo brechtiano, divagazione alla Jancsó e citazioni da Rosi (il corpo di Oreste ricorda quello di Salvatore Giuliano). Il film di Angelopoulos è tutto questo, condito da piani sequenza di durata biblica che raccordano brani ambientati in epoche diverse della storia greca tra il 1939 e il 1952. Film scomodo, spiazzante, filo da torcere per lo spettatore, La recita è un film per riflettere e per mettere alla prova un'idea troppo semplicistica di cinema, ma, secondo me, non è un capolavoro. Cinque stelline sono decisamente troppe. Anche per l'Angelopoulos che, da marxista, non ebbe paura di cominciare le riprese del film durante il regime dei Colonnelli.

postato da: Sasso67 alle ore 20:46 | Permalink | commenti
categoria:cinema
martedì, 26 agosto 2008

La ballata di un soldato (URSS, 1959) di Grigorij Čuchraj. Con Vladimir Ivashov (Alyosha Skvortsov), Zhanna Prochorenko (Shura), Antonina Maksimova (la madre), Nikolai Krjuchkov (il generale), Evgenij Urbanskij (Vasya, il mutilato), Elza Lezhdeij (la moglie di Vasya), Aleksandr Kuznetsov (Gavrilkin, la sentinella del treno), Evgenij Teterin (il tenente), V. Markova (Liza Pavlova), Marina Kremnyova (Zoika).

Opera fondamentale del cinema sovietico del disgelo post-staliniano, La ballata di un soldato sembra anche un valido precursore dell'Infanzia di Ivan di Tarkovskij. Čuchraj fa piazza pulita della retorica della cinematografia del periodo staliniano, tutta tesa all'esaltazione della vittoria nella guerra patriottica contro il nazismo, in nome dei destini radiosi del socialismo. Qui si racconta, in termini al tempo stesso tragici ed ironici, la storia di uno dei tanti soldatini immolati sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Alyosha è un antieroe, che per caso mette fuori combattimento due panzer tedeschi e viene mandato a casa in licenza premio. Il viaggio è lento, picaresco, quasi "svejkiano", e il soldatino non sa decidere se puntare dritto verso casa oppure compiere le numerose commissioni affidategli ed iniziare una storia sentimentale con la giovane Shura. Ma poi il viaggio finisce e c'è subito da ripartire.

Con qualche piccolo difetto (l'incendio sul treno è messo in scena con mezzi piuttosto artigianali), qualche leggero eccesso di retorica (si era pur sempre nell'Unione Sovietica), La ballata di un soldato è un grande film, uno spietato atto d'accusa contro la guerra pur senza scene di battaglia, con l'emozionantissimo momento dell'incontro con la madre che resta per sempre impresso nella memoria.

postato da: Sasso67 alle ore 23:52 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, guerra