Il paradiso all'improvviso (Italia, 2003) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Lorenzo Puccianti), Angie Cepeda (Amaranta), Alessandro Haber (Taddeo Borromini), Rocco Papaleo (Giandomenico Bardella), Anna Maria Barbera (Nina), Franco Iavarone (Beppino), Gea Martire (Veronica), Giulia Montanarini (Mirna), Fabrizio Pizzuto (Fausto), Claudia Baroncini (Spiripicchio), Augustine Jayakumar Arumugan (Simur), Massimo Ceccherini (un passante), Ambra
Gullà (una passante), Roberta Bregolin (Pinca Pallina), Marco conte (l'avvocato), Nunzia Schiano (la maga), Pietro Ghislandi (il regista), Gaetano Gennai (il regista teatrale), Cristiano Militello (l'attore teatrale).
C'era una pubblicità, qualche anno fa, se non mi sbaglio della Fiat, dove un single che stava lavando i piatti sentiva la vicina di casa che litigava al telefono con il proprio compagno. La donna gli urlava che sarebbe andata con il primo che incontrava e, quando apriva il portone di casa, si trovava sul pianerottolo il vicino di casa, ancora con i guanti di gomma calzati, che tutto suadente le diceva «buonaseraaa...». Secondo me ormai Pieraccioni si è identificato in questo furbetto del quartierino cinematografico, tanto da non escludere, in un prossimo futuro, di vederlo apparire sullo schermo con i guanti di gomma a dirci «buonaseraaa...». Il paradiso all'improvviso è, in assoluto, il peggior film di Pieraccioni (il che è tutto dire). Manca una sola idea di sceneggiatura, che non sia saccheggiare i classici del comico, dal Woody Allen imitato nel discorsino iniziale come in Io e Annie, alla scommessa tra i due ricchi scioperati, come in Una poltrona per due di John Landis. E' tutto raccogliticcio in questa commediola, che per il resto sfrutta gli stereotipi pieraccioniani (la bella moretta che, nonostante le difficoltà, s'innamora del protagonista, la bonomia toscana, il matrimonio finale) e la recentissima quanto immeritata popolarità della siciliana Anna Maria Barbera. Pieraccioni evidentemente, altro che Una poltrona per due, vuole il divano tutto per sé perché ci sta bello comodo, senza curarsi minimamente della verosimiglianza, che avrebbe sconsigliato di far innamorare la bella Angie Cepeda di uno come il Lorenzo Puccianti del film. Ma, come suggerisce un commentatore italiano che ho rintracciato sull'Internet Movie Database, ormai Pieraccioni si crede d'esser diventato Brad Pitt. Voto: 0.

Due coppie di amici partono in camper dal Texas per il Colorado. Nottetempo assisteranno ad un rito satanico con tanto di sacrificio umano. Saranno scoperti dalla setta, che darà loro la caccia per eliminare i testimoni.
Chi ci può essere di più mite, raffinato, acculturato di una coppia di violinisti di un'orchestra per musica classica? Lui, addirittura, la notte, si sogna di eseguire il quarto dei Concerti Brandeburghesi di Bach... Scoppiata la guerra, i due si sono trasferiti su un'isoletta a coltivare mirtilli, ma neanche questo li salverà dalla brutalità del conflitto. Presi ingiustamente prigionieri, interrogati, torturati, accusati di tradimento, presi dalla fame e dalla paura della morte, si abbrutiranno fino al punto che lei diventa l'amante di un potentazzo locale, mentre lui si trasformerà in ubriacone, ladro e assassino.
L'esordio cinematografico di Pieraccioni non faceva presagire, per i successivi film, esiti tanto lusinghieri al botteghino né tanto disastrosi dal punto di vista puramente artistico. I laureati non è certo un capolavoro di comicità (la tragica comicità di Amici miei, per capirci, è ancora lontana, anche se Pieraccioni pare aspirare ad ereditare la vis toscana del film di Monicelli), però ha alcune situazioni e momenti divertenti, nonché diversi spunti indovinati anche dal punto di vista sociologico, specialmente quando parla di questi quattro vitelloni fiorentini, sempre incapaci di prendere una sola decisione importante nella vita. Molti elementi sono risaputi (l'innamoramento per la fotomodella, così come la corsa per il conto del ristorante), ma, insomma, qualcosa di buono c'era, soprattutto nella recitazione ancora fresca del protagonista e di Ceccherini, ma anche nel solido professionismo di Papaleo, Haber e Tognazzi (che, comunque, non riesce a competeere con il padre quanto a credibilità toscaneggiante). E poi c'è un elemento quasi profetico, nella bestemmia pronunciata in diretta tv dal comico impersonato da Ceccherini, che si esibirà davvero in questo numero nel 2006, durante L'isola dei famosi. Inguardabile, assolutamente incapace di recitare, la Cucinotta.
Un violento ciclone spezza i cavi dell'elettricità nei pressi di un villaggio della Georgia ai bordi di una palude. I cavi, scaricando l'energia elettrica a terra, trasformano i vermi della zona, usati come esche per la pesca, in temibili predatori di carne umana.
riusciva a portare a termine. Forse Tarkovskij ha girato solamente le scene dei sogni? Non è dato saperlo, anche se mi sembra poco probabile; è pur vero che gli elementi ricorrenti del suo cinema si trovano soltanto nelle sequenze oniriche, però va anche detto che altri indizi farebbero propendere per la paternità tarkovskiana di moltre altre parti girate: tutta la scena ambientata nel bosco di betulle, con il bacio del capitano Kholin a Maša in bilico sulla trincea sembra profondamente tarkovskiana, così come sembrerebbe testimoniare in questo senso la presenza dell'amico fraterno Končalovskij , nella parte del patetico soldatino occhialuto, con il quale scriverà la sceneggiatura di Andrej Rublëv.
(o di un collegio arbitrale, composto per lo più di tre membri), che decida, in maniera autorevole ed entro tempi ragionevoli, la controversia.
Un professore improvvisatosi pastore di capre si sposta dai Pirenei alle Alpi piemontesi ed è causa di scompiglio in un tranquillo villaggio di montagna in cui si parla ancora l'antica lingua occitana.
Un anziano intellettuale, ritiratosi nella propria casa di campagna sull'isola di Gotland, alla vigilia del proprio compleanno, sta piantando un albero ormai secco e spiega al figlioletto che anni prima un monaco giapponese, inaffiandolo ogni giorno, fece appunto rifiorire un albero secco. Sopraggiunge il postino Otto, che racconta di strani prodigi. All'improvviso la televisione annuncia il verificarsi di una catastrofe atomica. Alexander, rivolgendosi a Dio, promette di sacrificare tutto quello che ha in cambio della salvezza dei suoi cari. Sempre per salvare le persone che ama, si reca di notte a fare l'amore con una serva in fama di stregoneria. Il giorno dopo, ritornata la calma, Alexander incendia la propria casa e si lascia condurre in manicomio. Suo figlio comincia ad innaffiare l'albero secco.
Uscito nel 1978, quando Takovskij aveva girato soltanto quattro dei suoi sette film, questo piccolo libro di Achille Frezzato è un'opera fondamentale - probabilmente la prima monografia in lingua italiana - su un Maestro del cinema. Scritto con un linguaggio elegante ed estremamente piacevole da leggere, il saggio analizza abbastanza approfonditamente i primi quattro lavori di Tarkovskij, sviscerandoli più dal punto di vista contenutistico che tecnico. Frezzato, infatti, mette in evidenza gli elementi ricorrenti del cinema tarkovskiano, cercando di offrire al lettore una chiave per districarsi tra i simboli di un linguaggio filmico tra i più densi e affascinanti di tutto il panorama mondiale. Da L'Infanzia di Ivan ad Andrej Rubliov, da Solaris a Lo specchio (un film spesso, anche ai nostri giorni, mal capito), è tutto un evidenziare gli elementi ricorrenti del cinema del regista russo, come i cavalli neri (molto spesso simbolo di libertà), l'acqua (fonte della vita) sotto forma di fiume (lo scorrere del tempo, il movimento fluente della natura) o di pioggia (non di rado purificatrice), la neve (uno stato, più fermo e d'ostacolo, dell'acqua), il fuoco, i campi spazzati dal vento, alberi solitari, case al cui interno filtra la pioggia e così via. Quello tracciato da Frezzato è, dunque, un itinerario affascinante tracciato all'interno dell'Arte di un Maestro, che ha saputo coinvolgere l'anima e la testa di milioni di spettatori di tutto il mondo, facendo balenare l'Arcano della vita e della natura, senza tuttavia pretendere di svelarne il Mistero.