domenica, 29 giugno 2008

Andrej Rubliov (URSS, 1969) di Andrej Tarkovskij. Con Anatolij Solonitsyn (Andrej Rubliov), Ivan Lapikov (Kirill), Nikolaj Grinko (Daniil il Nero), Nikolaj Sergeyev (Teofane il greco), Nikolaj Burliayev (Boriska), Rolan Bykov (il buffone), Irma Rausch (la ragazza sordomuta), Yuri Nazarov (il Granduca) Michail Kononov (Fomka), Bolot Bejshenalyev (Capo Tartaro), Nelly Snegina (Marfa).

Andrej Rubliov  è un capolavoro e non c'è molto da dire, se non che bisogna vederlo. Dura tre ore e non è esente da difetti, ma è uno di quei rari film che abbinano un'dea forte e sofferta (in poche parole, ma davvero poche: la vocazione e il compito dell'artista) a una resa spettacolare che definire eccellente è poca cosa. Il Medioevo barbarico (e tartarico) russo è reso con una messinscena senza pari, che non rifugge né dai preziosismi né dalla violenza più brutale, che ha ad oggetto indifferentemente uomini e animali. Sono già presenti, qui, gli elementi ricorrenti del cinema di Tarkovskij: la neve, i cavalli, l'acqua che scorre; ma soprattutto è essenziale il ruolo dell'artista, affrontato dal punto di vista del messaggio evangelico, dalla parabola dei talenti alla lettera di San Paolo dove si dice che senza la carità anche l'artista o il sapiente più grande è soltanto "un bronzo che risuona" (Lettera ai Corinzi, 13, 1), e non bisogna dimenticarci che il regista parlava nell'Unione Sovietica della "normalizzazione" brezneviana. Un film da vedere per lasciarsi trasportare, per tre ore, lungo gli itinerari spirituali del Maestro russo.

«I film che è obbligatorio vedere non sono molti. Questo lo è.» (Giovanni Grazzini, 31 ottobre 1975, in Gli anni Settanta in cento film, Laterza)

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categoria:cinema
domenica, 29 giugno 2008

I ragazzi della Via Pál (USA, 1934) di Frank Borzage. Con George P. Breakston (Nemecsek), Jimmy Butler (Boka), Jackie Searl (Gereb), Frankie Darro (Feri Ats), Doanld haines (Csonakos), Rolf Ernest e Julius Molnar (i fratelli Pasztor), Samuel S. Hinds (il padre di Gereb), Ralph Morgan (il padre di Nemecsek), Lois I ragazzi della Via PĂ lWilson (la madre di Nemecsek), Frank Reicher (il dottore).

Tratto da un capolavoro della letteratura per ragazzi, il film di Borzage, considerato uno dei migliori registi dell'epoca del muto, non vale l'originale letterario. Anche il cambio del titolo inglese (No Greater Glory) testimonia per il poco rispetto del film per il libro di Ferenc Molnar. Oltre a scontare un eccessivo lavoro d'accetta (manca ogni riferimento alla Società dello stucco"), il finale del film, divergendo dal romanzo, è fin troppo buonista e vagamente moralista, mentre le facce dei ragazzi sono troppo americaneggianti. Borzage, poi, privilegia, tra i personaggi, Feri Ats, capo delle Camicie rosse, a discapito di Boka, generale dei Ragazzi della via Pál. Alcune pagine, tuttavia, sono narrate con vigore e grande maestria, a cominciare dalla battaglia per il terreno di Via Pál, per giungere ad alcune scene, come quella della madre di Nemecsek che si porta via il cadavere del figlio, seguita da tutti i ragazzi, indubbiamente commoventi. Tra i film tratti dal romanzo di Molnar, continua a farsi preferire quello ungherese di Zoltán Fábri, ma il valore di questo di Borzage, sceneggiato dal veterano Jo Swerling Tutta la città ne parla, La vita è meravigliosa), è sicuramente sufficiente.

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categoria:cinema
sabato, 28 giugno 2008

Il diavolo probabilmente (Francia, 1977) di Robert Bresson. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Régis Hanrion (il Dott. Mime, psicanalista), Geoffroy Gaussen (il libraio), Roger Honorat (il commissario), Nicolas Deguy (Valentin).

Un ragazzo intelligentissimo, deluso dalla vita e da chi gli sta intorno, sceglie la via del suicidio, un po' alla maniera degli antichi romani, un po' sacrificandosi come Gesù Cristo. Il cinema di Bresson non è mai stato "per tutti", ma qui è aancora più criptico, e la sensazione di straniamento cui è sottoposto lo spettatore è acentuata dalla recitazione catatonica, da teatro brechtiano, degli attori, tutti rigorosamente non professionisti. Il discorso sembra farsi fin troppo complicato dal punto di vista concettuale, mentre sul piano puramente cinematografico, pur mantenendo i suoi tempi e i suoi metodi, Bresson sembra piegare il capo a una sorta di manierismo godardiano, che per troppi anni in Francia è sembrato vincente, allontanando dal cinema transalpino molti spettatori, disposti, sì, ad ascoltare discorsoni, ma non a farsi prendere per il culo da un regista qualunque. In ogni caso, per concludere, Il diavolo probabilmente... è un film intelligente, ma non coinvolgente: a chi volesse accostarsi al cinema di Bresson, consiglierei di cominciare dal Diario di un curato di campagna (1950), da Pickpocket (1959) o perfino da L'argent (1983), successivo a questo ed ultimo film del Maestro.

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categoria:cinema
venerdì, 27 giugno 2008

Kurt Vonnegut, Comica finale, Elèuthera, 1998, p. 238, € 15,00

Nell'aprile del 2007, quando morì Kurt Vonnegut, Michele Serra su Repubblica gli dedicò la sua rubrica L'amaca, scrivendo che era morto un grande scrittore ed invitando a leggere le sue opere. Diceva che i suoi romanzi più noti sono Mattatoio n. 5, Ghiaccio nove e La colazione dei campioni, ma consigliava chi non avesse ancora letto niente dello scrittore americano, a cominciare da Comica finale. Io ho fatto così e ne sono rimasto deluso. Ho letto un romanzo postmoderno, che brulicherà pure di idee, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, ma lascia interdetti ed insoddisfatti. Nell'ambito della dissoluzione del mondo, e degli Stati Uniti in particolare (che si frammentano in una serie di staterelli medievali, come il Regno del michigan e il Ducato dell'Oklahoma), si racconta la storia del personaggio deforme William Giunchiglia-11 Swain, essere mostruoso e quasi neanderthaliano, che assurge alla carica di ultimo Presidente degli USA. Ma il libro non decolla e non riesce ad emozionare neanche nelle ultime pagine, nelle quali l'assurdo sfacelo di un'umanità ormai ridotta dalle guerre e dalle malattie (la terribile Morte Verde) allo stato brado lascia intravedere qualche briciola d'umanità nella persona di una bambina che si è portata dietro, lungo un viaggio allucinante tra le rovine americane, il candeliere di Dresda, novello Sacro Graal di una civiltà ridotta al lumicino.

Sia chiaro: Comica finale non fa ridere. Come anticipa Vonnegut nelle prime pagine del libro, il titolo è dovuto, sì, alle comiche di Stanlio e Ollio, ma perché i due personaggi, nelle loro patetiche avventure, qualsiasi cosa stessero facendo, ci mettevano tutti sé stessi, andando inevitabilmente incontro ad un tragico fallimento.

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giovedì, 26 giugno 2008

Napoli: serenata calibro 9 (Italia, 1978) di Alfonso Brescia. Con Mario Merola (Don Salvatore Savastano), Nick Jordan (Totonno o' Pazzo), Ria De Simone (Marilì), Marco Gilardino (Gennarino), Lucio Montanaro (brigadiere Capezzuto), Nunzio Gallo (il commissario), Leopoldo Mastelloni (la Tigre di Forcella).

I film di Mario Merola hanno tutti lo stesso schema: il camorrista buono, attuale o ex contrabbandiere, con notevoli doti canore, subisce l'ingiusta uccisione della moglie o del figlio o di tutt'e due e cerca la vendetta.

Qui lo schema si ripete, ma la situazione, seppure risaputa, funziona, nonostante le riserve morali che si debbono fare su un film che propone come modello un camorrista quasi onesto, di quelli che trafficano con le sigarette ma disdegnano la droga, e che ammazzano solo per un senso di giustizia e nonostante il tentativo miserando di inserire della comicità in questa sceneggiata (la scena madre è affidata a Ria De Simone): il solito Montanaro proprio non ne vuol sapere di far ridere. Comunque si capisce che Alfonso Brescia è uno che la macchina da presa la sa tenere in mano, e già che c'è aggiunge allo schema usuale l'inseguimento tipico del poliziesco, ma stavolta in motoscafo.

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categoria:cinema
lunedì, 23 giugno 2008

Il ferroviere (Italia, 1956) di Pietro Germi. Con Pietro Germi (Andrea Marcocci), Luisa Della Noce (Sara Marcocci), Edoardo nevola (Sandrino Marcocci), Sylva Koscina (Giulia Marcocci), Renato Speziali (Marcello Marcocci), Saro Urzì (Gigi Liverani), Carlo Giuffrè (Renato Borghi), Amedeo Trilli (il Sor Ugo), Antonio Acqua (il commissario).

Il macchinista Marcocci ha un incidente sul lavoro e viene sospeso dal servizio. Nel frattempo scopre che la figlia, cui ha fatto sposare l'uomo che l'aveva messa incinta, ha un amante: sconvolto la picchia. Reintegrato in servizio, non partecipa ad uno sciopero e si comporta da crumiro, per cui viene isolato da amici e colleghi. Rientrato nel gruppo, anche grazie al figlioletto Sandrino e al collega Gigi, Marcocci sarà colpito da infarto e morirà dopo una maestosa festa di Natale che ha riunito amici e parenti.

Uno dei capolavori della filmografia di Germi ed un qualcosa che, a mio parere, mutatis mutandis, potrebbe costituire una sorta di La vita è meravigliosa all'italiana. Qui non c'è dietro il New Deal ed il boom economico è ancora di là da venire, ma Germi sopperisce all'assenza dei grandi ideali suggerendo il ricorso ai valori più tradizionali, quali l'affetto della famiglia e degli amici. A fare da collante e da espediente narrativo, il piccolo Sandrino, la cui voce, sentita oggi, suona alquanto retorica. Ma colpisce tuttora a cinquant'anni di distanza, il messaggio umanitario e il ritratto per niente agiografico di un personaggio che Germi modella sul proprio fisico e sulle proprie movenze, pur senza, per questo, identificarvisi totalmente.

Molto criticato al tempo della sua uscita, specialmente dalla critica di sinistra, che non apprezzò l'atto di crumiraggio del protagonista (ma bisognava essere proprio miopi per non capire che descrivere un'azione in un film non significa necessariamente sposarla), Il ferroviere è il ritratto di un personaggio che si pensa il centro dell'universo, senza rendersi conto che il mondo intorno a lui continua a girare anche senza la sua presenza: perfino il piccolo Sandrino riesce a sopravvivere (e a migliorare il proprio rendimento scolastico) senza il padre. Per non parlare delle due donne della famiglia, che, pur addolorate, continuano a tirare avanti anche senza quel testone del "capofamiglia".

Il ferroviere è da annoverare fra i migliori prodotti del cinema italiano di sempre, grazie a moltissimi fattori, non ultimo la grande prova di Germi, che fu ottimo attore oltre che regista, e del caratterista insostituibile Saro Urzì.

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categoria:cinema
lunedì, 23 giugno 2008

Chi sta bussando alla mia porta? (USA, 1969) di Martin Scorsese. Con Harvey Keitel (J.R.), Zina Bethune (la ragazza), Anne Collette (la ragazza del sogno), Laennard Kuras (Joey), Michael Scala (Sally Gaga), Phil Carlson (la guida in campagna), Robert Uricola (il giovane armato), Susan Wood (Susan), Marissa Joffrey (Rosie), Catherine Scorsese (la madre di J.R.).

Un giovane italoamericano trascorre le sue giornate di scioperato tra funzioni religiose e feste con gli amici. Incontra una ragazza e se ne innamora, ma non riesce a vincere i propri pregiudizi quando lei gli confessa di non essere più vergine.

Il film d'esordio di Scorsese, covato e cullato per quattro anni, con intere parti girate tra il 1965 e il 1967, uscito finalmente nel 1969, è un prodotto sfornato sotto il segno di Godard e (ancora di più) di Cassavetes. È un'opera forse immatura, ma si nota già che dietro alla macchina da presa c'è del talento, messo in luce anche grazie all'interpretazione di un attore che resterà tra i preferiti del regista newyorkese, cioè Harvey Keitel, un ebreo polacco sempre a suo agio in parti da italoamericano. Chi sta bussando alla mia porta? è il primo film che inserisce nella colonna sonora la canzone The End dei Doors - dieci anni prima di Apocalypse Now di Coppola - nella scena, scollegata dalla trama, nella quale J.R. immagina di fare l'amore con una ragazza. È bellissima la sequenza finale, girata in chiesa e sottofondata dalla canzone che dà il titolo al film (Who's That Knocking On My Door? dei Genies), dove il protagonista resta quasi stordito da un tourbillon di immagini sacre e si ferisce a un labbro baciando un crocifisso. Ma resta nella memoria anche la gentile figura della ragazza, interpretata da Zina Bethune, docile, ma modernamente determinata.

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categoria:cinema
domenica, 22 giugno 2008

Colpo in canna (Italia, 1974) di Fernando Di Leo. Con Ursula Andress (Nora Green), Marc Porel (Manuel), Woody Strode (Silvera), Isabella Biagini (Rosy), Carla Brait (Carmen), Aldo Giuffrè (don Calò), Lino banfi (il commissario Calogero/il tassista), Maurizio Arena (il falso prete), Jimmy il Fenomeno (il maniaco), Pietro Ceccarelli (lo scagnozzo pelato).

Una hostess della British sbarca a Napoli e va a consegnare un messaggio a un boss della mala. Da quel momento gliene capitano di tutti i colori.

Colpo in canna è una sorta di poliziesco comico, che segna l'inizio della decadenza di un buon regista - altrove addirittura ottimo - come Fernando Di Leo. Qui manca la trama: il film e la statuaria Ursula Andress girano sul nulla, con l'unico scopo di agevolare l'attrice svizzera nel mettere in evidenza le proprie doti migliori, ossia le chiappe. Se, comunque, l'inizio del film sembra guardarsi intorno per decidere in quale direzione partire, da metà in poi è chiaro che non sa più dove andare a parare: e allora comincia una lunga sequela di confusionarie scazzottate, con gag di un'ingenuità tale che, al confronto, quelle dei film con Bud Spencer sembrano scritte da Buster Keaton. Insomma, questo film non ha motivi d'interesse, se si escludono le rotondità della protagonista. Per gli amanti del trash, comunque, c'è una delle scene più emblematiche del genere, che è quella in cui Jimmy il Fenomeno si denuda davanti alla Andress che sta facendo il bagno nella vasca e vi si butta a culo nudo. (Im)Perdibile.

«Il tono volutamente fumettistico e stilizzato induce a sorvolare sulle frequenti falle di sceneggiatura, specialmente quando e' di scena Ursula Andress che, al massimo della forma, domina totalmente la scena con la sua presenza fiammeggiante, distraendo spesso e volentieri lo spettatore dall'intreccio della storia.» (Capitantrash)

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categoria:cinema, comicitĂ 
domenica, 22 giugno 2008

Tutti a casa (Italia/Francia, 1960) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi (il sottotenente Alberto Innocenzi), Serge Reggiani (il geniere Assunto Ceccarelli), Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).

Lo sbandamento di un battaglione dell'esercito italiano dopo l'8 settembre 1943.

Uno dei migliori film degli annni Sessanta, da vedere e rivedere, grazie ad una serie di situazioni buffe e drammatiche, di personaggi indimenticabili, di battute da mandare a memoria. Stupendi i duetti tra due grandissimi attori, come Sordi e Reggiani. Il giovanissimo Castelnuovo fa la corte alla ragazza ebrea Carla Gravina, dicendole «non siamo tutti cristiani alla fine?».

Il film fu girato, almeno parzialmente, tra le macerie degli edifici bombardati di Livorno.

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categoria:cinema, commedia
domenica, 22 giugno 2008

Le castagne sono buone (Italia, 1970) di Pietro Germi. Con Gianni Morandi (Luigi Vivarelli), Stefania Casini (Carla Lotito), Nicoletta Machiavelli (Teresa Lotito), Patricia Allison (la madre di Carla), Franco Fabrizi (Bernardo Bembarbi), Milla Sannoner (Maria Luisa), Giuseppe Rinaldi (il medico), Silla Bettini (il montatore), Stephen Zacharias (don Raffaele), Memè Perlini (il vescovo al teatro), Amedeo Trilli (l'attore), Pino Ferrara (il banditore d'asta).

Un giovane regista televisivo s'innamora di una brava ragazza di campagna.

Il penultimo e il peggior film di Germi è anche quello che più denuncia i limiti della sua retorica passatista. In pieno periodo di contestazione era normale che qualcuno avesse una sorta di ripulsa verso chi, spesso in maniera semplicistica, buttava tutto nel cesso, ma qui il laudator temporis acti Germi esagera nel senso opposto. E, quel che è peggio, realizza un film che non sta né in cielo né in terra. Sembra una specie di parabola del topo di campagna e del topo di città, opportunamente riveduta e corretta, ma senza alcuno spunto inventivo che non si risolva in un risaputo invito a tornare alle radici. Mario Sesti, autore di una delle opere più importanti sul regista genovese, dedica al film poche paginette e lo bolla così: «il risultato è pietoso». Ed in effetti non c'è niente che richiami al riconosciuta abilità germiana nel confezionare un prodotto solido, nel proporre un'etica umanista, quanto meno nel saper dirigere gli attori. Qui, infatti, se Stefania Casini può proporre almeno un'ingenua freschezza, Gianni Morandi, nonostante un paio di baffi che ci stanno come i cavoli a merenda, sembra sempre sul punto di intonare Fatti mandare dalla mamma. Le castagne sono buone resta, a distanza di 38 anni, un prodotto d'epoca anche interessante, ma reazionario e retorico.

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categoria:cinema