Andrej Rubliov (URSS, 1969) di Andrej Tarkovskij. Con Anatolij Solonitsyn (Andrej Rubliov), Ivan Lapikov (Kirill), Nikolaj Grinko (Daniil il Nero), Nikolaj Sergeyev (Teofane il greco), Nikolaj Burliayev (Boriska), Rolan Bykov (il buffone), Irma Rausch (la ragazza sordomuta), Yuri Nazarov (il Granduca) Michail Kononov (Fomka), Bolot Bejshenalyev (Capo Tartaro), Nelly Snegina (Marfa).
Andrej Rubliov è un capolavoro e non c'è molto da dire, se non che bisogna vederlo. Dura tre ore e non è esente da difetti, ma è uno di quei rari film che abbinano un'dea forte e sofferta (in poche parole, ma davvero poche: la vocazione e il compito dell'artista) a una resa spettacolare che definire eccellente è poca cosa. Il Medioevo barbarico (e tartarico) russo è reso con una messinscena senza pari, che non rifugge né dai preziosismi né dalla violenza più brutale, che ha ad oggetto indifferentemente uomini e animali. Sono già presenti, qui, gli elementi ricorrenti del cinema di Tarkovskij: la neve, i cavalli, l'acqua che scorre; ma soprattutto è essenziale il ruolo dell'artista, affrontato dal punto di vista del messaggio evangelico, dalla parabola dei talenti alla lettera di San Paolo dove si dice che senza la carità anche l'artista o il sapiente più grande è soltanto "un bronzo che risuona" (Lettera ai Corinzi, 13, 1), e non bisogna dimenticarci che il regista parlava nell'Unione Sovietica della "normalizzazione" brezneviana. Un film da vedere per lasciarsi trasportare, per tre ore, lungo gli itinerari spirituali del Maestro russo.
«I film che è obbligatorio vedere non sono molti. Questo lo è.» (Giovanni Grazzini, 31 ottobre 1975, in Gli anni Settanta in cento film, Laterza)

Wilson (la madre di Nemecsek), Frank Reicher (il dottore).
Un ragazzo intelligentissimo, deluso dalla vita e da chi gli sta intorno, sceglie la via del suicidio, un po' alla maniera degli antichi romani, un po' sacrificandosi come Gesù Cristo. Il cinema di Bresson non è mai stato "per tutti", ma qui è aancora più criptico, e la sensazione di straniamento cui è sottoposto lo spettatore è acentuata dalla recitazione catatonica, da teatro brechtiano, degli attori, tutti rigorosamente non professionisti. Il discorso sembra farsi fin troppo complicato dal punto di vista concettuale, mentre sul piano puramente cinematografico, pur mantenendo i suoi tempi e i suoi metodi, Bresson sembra piegare il capo a una sorta di manierismo godardiano, che per troppi anni in Francia è sembrato vincente, allontanando dal cinema transalpino molti spettatori, disposti, sì, ad ascoltare discorsoni, ma non a farsi prendere per il culo da un regista qualunque. In ogni caso, per concludere, Il diavolo probabilmente... è un film intelligente, ma non coinvolgente: a chi volesse accostarsi al cinema di Bresson, consiglierei di cominciare dal Diario di un curato di campagna (1950), da Pickpocket (1959) o perfino da L'argent (1983), successivo a questo ed ultimo film del Maestro.
Nell'aprile del 2007, quando morì Kurt Vonnegut, Michele Serra su Repubblica gli dedicò la sua rubrica L'amaca, scrivendo che era morto un grande scrittore ed invitando a leggere le sue opere. Diceva che i suoi romanzi più noti sono Mattatoio n. 5, Ghiaccio nove e La colazione dei campioni, ma consigliava chi non avesse ancora letto niente dello scrittore americano, a cominciare da Comica finale. Io ho fatto così e ne sono rimasto deluso. Ho letto un romanzo postmoderno, che brulicherà pure di idee, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, ma lascia interdetti ed insoddisfatti. Nell'ambito della dissoluzione del mondo, e degli Stati Uniti in particolare (che si frammentano in una serie di staterelli medievali, come il Regno del michigan e il Ducato dell'Oklahoma), si racconta la storia del personaggio deforme William Giunchiglia-11 Swain, essere mostruoso e quasi neanderthaliano, che assurge alla carica di ultimo Presidente degli USA. Ma il libro non decolla e non riesce ad emozionare neanche nelle ultime pagine, nelle quali l'assurdo sfacelo di un'umanità ormai ridotta dalle guerre e dalle malattie (la terribile Morte Verde) allo stato brado lascia intravedere qualche briciola d'umanità nella persona di una bambina che si è portata dietro, lungo un viaggio allucinante tra le rovine americane, il candeliere di Dresda, novello Sacro Graal di una civiltà ridotta al lumicino.
I film di Mario Merola hanno tutti lo stesso schema: il camorrista buono, attuale o ex contrabbandiere, con notevoli doti canore, subisce l'ingiusta uccisione della moglie o del figlio o di tutt'e due e cerca la vendetta.
Il macchinista Marcocci ha un incidente sul lavoro e viene sospeso dal servizio. Nel frattempo scopre che la figlia, cui ha fatto sposare l'uomo che l'aveva messa incinta, ha un amante: sconvolto la picchia. Reintegrato in servizio, non partecipa ad uno sciopero e si comporta da crumiro, per cui viene isolato da amici e colleghi. Rientrato nel gruppo, anche grazie al figlioletto Sandrino e al collega Gigi, Marcocci sarà colpito da infarto e morirà dopo una maestosa festa di Natale che ha riunito amici e parenti.
Un giovane italoamericano trascorre le sue giornate di scioperato tra funzioni religiose e feste con gli amici. Incontra una ragazza e se ne innamora, ma non riesce a vincere i propri pregiudizi quando lei gli confessa di non essere più vergine.
Una hostess della British sbarca a Napoli e va a consegnare un messaggio a un boss della mala. Da quel momento gliene capitano di tutti i colori.
Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).
Un giovane regista televisivo s'innamora di una brava ragazza di campagna.