Se... (GB, 1968) di Lindsay Anderson. Con Malcolm McDowell (Mick Travis), David Wood (Johnny), Richard Warwick (Wallace), Christine Noonan (la ragazza del bar), Rupert Webster (Phillips), Robert Swann (Rowntree), Hugh Thomas (Denson),
Peter Jeffrey (il rettore), Arthur Lowe (Mr. Kemp), Mary MacLeod (Mrs. Kemp), Mona Washbourne (la matrona), Geoffrey Chater (il cappellano), Graham Crowden (il professore di storia), Charles Lloyd Pack (il professore di latino), Anthony Nicholls (il generale Denson), Guy Ross (Stephans), Philip Bagenal (Peanuts), Richard Davis (Machin), Brian Pettifer (Biles), Sean Bury (Jute).
Un anno scolastico in un esclusivo collegio privato inglese: tollerate dal corpo insegnante, si consumano piccole e grandi angherie dei seniors sugli studenti più giovani. Fino a che un gruppetto di questi si ribella...
Uno dei padri fondatori del free cinema inglese, per il quale aveva partorito un'opera fondamentale (un padre che partorisce? mah!) come Io sono un campione (1963), produce un altro film, figlio di quel movimento, e che resterà a futura memoria come una delle più lucide metafore sull'Inghilterra alla fine degli anni Sessanta. Ispirato al film Zero in condotta (1933) di Jean Vigo (tanto che l'Internet Movie Database lo considera apertamente un remake del film francese), Se... è allo stesso tempo una ricognizione sullo stantio tradizionalismo della società britannica ed anche una preconizione su quello che sarebbe potuto accadere di lì a poco. Anderson è geniale nel far di necessità virtù e far apparire come scelte stilistiche delle carenze produttive, come l'alternanza di scene a colori e scene in bianco e nero, senza un'apparente logica, così come nel proporre un film che, a distanza di quarant'anni, continua a far discutere in merito alle sue interpretazioni. A mio parere, il college è una metafora dell'Inghilterra, che sembra, in quello scorcio finale degli anni Sessanta, la Francia prima della Rivoluzione del 1789: la casta dei nobili che governa, insieme a quella del clero e dei militari, mentre borghesi e intellettuali non riescono più a trovare ragioni sufficienti per sopportare il peso della tradizione. Alberto Moravia, nel recensire il film per L'Espresso, pur senza avere capito granché della trama (tanto che confonde gli studenti più anziani con i professori), ha l'intuizione di scrivere che «...il film a ben guardare è quasi un documentario. Persino la contestazione dei tre ragazzi più grandi, che costituisce una sembianza di storia, sembra avere un carattere di cosa già vista, di cinema-verità» (Al cinema, Bompiani, 1975). Ed in effetti la genialità di Anderson consiste proprio nell'avere realizzato una sorta di documentario (lui, allievo della scuola di Humphrey Jennings) che ha valore di metafora.
Già promettente, bravissimo Malcolm McDowell, al suo primo vero grande ruolo cinematografico (a parte qualche partecipazione televisiva, era già comparso in Poor Cow di Ken Loach, ma le sue scene erano state tagliate), che anticipa sia Arancia meccanica (1971) che O Lucky Man! (1973). Con quest'ultimo film Anderson continuerà il suo gioco di rimandi e autocitazioni: in Se... un personaggio si chiama Machin come il protagonista di Io sono un campione ed in O Lucky Man! il protagonista (McDowell stesso) avrà lo stesso nome (Michael Arnold Travis) che porta in Se... Il titolo è lo stesso di una retorica poesia di Rudyard Kipling, che Gigi Marzullo, alcuni anni fa faceva recitare ai suoi ospiti del programma della notte. Nella versione italiana è tagliata la scena in cui Mrs. Kemp (Mary MacLeod), moglie di un anziano professore, gira nuda per le camerate del college.