lunedì, 24 marzo 2008

Cattive compagnie (USA, 1990) di Curtis Hanson. Con James Spader (Michael Boll), Rob Lowe (Alex), Lisa Zane (Claire), Marcia Cross (Ruth Fielding), Tony Maggio (Patterson), Palmer Lee Todd (la ragazza nuda), Kathleen Wilhoite (Leslie), Christian Clemenson (Pismo Boll), Susan Lee Hoffman (Kare, la ragazza al bancone), John Mahon (il dottor Fielding), Jeff Kaake (il tizio del bar), Joyce Meadows (la signora Fielding).

Un giovane funzionario rampante di una compagnia rampante, tipo Wall Street di Oliver Stone, è irretito da un coetaneo che lo spingerà a non avere scrupoli per avere successo sul lavoro e nella vita. Ma lo spingerà sempre più verso comportamenti criminali.

Ispirandosi al mito di Faust e Mefistofele, l'esperto e professionale Hanson (autore, qualche anno fa, dell'ottimo L.A. Confidential) confeziona un buon film, ben fatto e mai fastidioso, da guardare mentre si legge un buon libro o si ascolta della buona musica. Lowe e Spader sono espressivi come due ficus da ufficio.

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categoria:cinema
lunedì, 24 marzo 2008

Il prode Anselmo e il suo scudiero (Italia, 1972) di Sergio Corbucci. Con Alighiero Noschese (Anselmo da Montebello), Enrico Montesano (Gian Puccio Senzaterra), Mario Carotenuto (il vescovo), Marie Sophie (Leonzia), Lino Banfi (il castrato effeminato), Erminio Macario (Fra' Prosdocimo Zatterin), Renzo Montagnani (Ottone), Maria Baxa (Fiammetta), Femi Benussi (Laura), Sandro Dori (un villico), Rosalba Neri (la sorella di Laura), Mimmo Poli (l'oste), Tamara Baroni (il fantasma), Marcello Martana (il becchino), Ignazio Leone (prete all'esecuzione).

Il prode cavaliere Anselmo da Montebello, dopo avere sfidato a singolar tenzone l'alemanno Ottone per la mano di Leonzia, nipote del vescovo, deve partire per Roma dove dovrà consegnare una preziosa reliquia al papa ed ottenere ventimila scudi per partecipare alla terza crociata in Terrasanta. Lo segue l'infingardo scudiero Gian Puccio, attratto dal denaro e dalle grazie della tutt'altro che illibata Leonzia.

Ultimo film della coppia Noschese - Montesano, che avevo già visto in Io non scappo... fuggo (1970), che costituisce, rivisto e corretto alla luce del nascente filone decamerotico, una rivisitazione del capolavoro di Monicelli L'armata Brancaleone (1966), esplicitamente citato nella scena dell'attraversamento del ponticello di legno. Il film risulta abbastanza divertente, soprattutto grazie alla comicità per niente bonaria di Noschese (ahi ahi, che perdita fu il suo suicidio...), che parla con accento toscano risultante da un mix di livornese ("scappiamo deh!") e fiorentino e dal giovane Montesano, che ha un paio di gag davvero riuscite, come quando interpreta San Mancinello durante la processione. Oltre ai due protagonisti, vi sono alcune riuscite caratterizzazioni, come quella del vescovo interpretato da Mario Carotenuto e quella del frate castratore affidata a Macario. Senza raggiungere vette eccelse o lasciare in eredità battute da mandare a memoria, il film è, entro i limiti autoimposti, abbastanza riuscito e si vede con piacere.

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categoria:cinema, comicità
domenica, 23 marzo 2008

Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia!, Piemme, 2004, p. 281, € 7,90.

Indietro Savoia! è uno dei peggiori libri che io abbia mai letto. Pubblicando per le Edizioni Piemme (che credo siano d'ispirazione cattolica) Lorenzo Del Boca si lascia andare ad un'interpretazione del Risorgimento che, più che controcorrente, risulta pettegola: un capitolo s'intitola addirittura La diplomazia nelle mutande. Lungi dal contestare i fatti riportati alla luce dall'autore (che pur ne tace altri di segno opposto), è l'impostazione che disturba, tutta tesa a gettare nel fango i Savoia e tutti coloro che collaborarono all'unità d'Italia (compresi Cavour, Garibaldi e Mazzini, persone di tendenze diversissime, ma ammucchiate da Del Boca in unico infernale calderone), per rivalutare, se non esaltare - e qui casca veramente l'asino - figure del calibro di Pio IX e Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, ricordato con l'appellativo di Franceschiello. Stando a quanto ci racconta Del Boca, prima dell'annessione al regno sabaudo, il Sud d'Italia era una specie di paese del ben godi, ben governato, dove tutti viveano d'amore e d'accordo sotto la mano generosa e benevola del Borbone, così come accadeva nello Stato Pontificio, governato con illuminata sagacia da papa Mastai Ferretti. La "questione meridionale" sarebbe addirittura nata con l'unità d'Italia: se dal punto di vista geografico, questa può essere un'affermazione condivisibile (nel senso che, essendo un regno a sé stante, non poteva certo chiamarsi "meridionale" una questione che lo riguardasse), dal punto di vista storico mi pare una solenne castroneria, a meno che non si voglia negare che, specialmente in certe regioni rurali vigeva ancora una sorta di regime feudale, soprattutto nella gestione delle terre, per gran parte organizzate in latifondo. Si potrebbe a lungo obiettare su singole affermazioni contenute nel libro, alcune pleonastiche (Carlo Alberto era perennemente indeciso? che scoperta, gli alunni della quinta elementare sanno che era noto con il nomignolo di "Re Tentenna"), altre incomprensibili e di cattivo gusto, come l'insistenza sull'artrite di Garibaldi, costretto a farsi trasportare a cavacecio dal suo aiutante uruguayano Ignazio Bueno. Così come si potrebbe obiettare su altre affermazioni, che non sembrano, neanche nel linguaggio, propriamente da storici degni di questo nome (e poco anche da seri divulgatori), come questa "È, però, certo che le guerre d'Indipendenza le pagarono i frati, i preti e le suore con i loro beni e con i loro sacrifici. Sostenevano - i liberaloni di allora - che il clero doveva limitarsi al potere sullo spirito e sulle anime e che, dunque, per conseguenza logica, non doveva avere nemmeno un tetto sopra la testa" (p. 138) o come questo giudizio sul Conte di Cavour: "Presidente del Consiglio era Massimo d'Azeglio, ma il rampante del Governo si chiamava Camillo Benso, conte di Cavour, che era un impiccione di genio, un secchione con la testa sempre fra le carte, preparatissimo su ogni questione e tanto puntiglioso da intervenire, alla Camera, anche sette o otto volte per rispondere alla più piccola contestazione". È linguaggio da storico, questo? La cosa più fastidiosa è, però, il sospetto che l'autore di questo libro voglia utilizzare la materia per squallidi scopi di polemica politica legati all'Italia d'oggidì, come farebbero pensare le accuse al governo D'Alema per la "Missione Arcobaleno" (ditemi voi cosa c'entra con il Risorgimento), le critiche alla tassa di successione (cavallo di battaglia berlusconiano nella campagna elettorale del 2001), o altre frasi che rappresentano vere e proprie perle di comicità involontaria, per chi sappia apprezzarle, sulla presunta sinistra parlamentare che gridava "morte al Papa", mentre il centro si schierava a difesa del Santo Padre. In questo senso, il libro di Del Boca, oltre a contenere passi che possono far arrabbiare, come il paragone tra Cavour (per la scelta cinica di mandare a morire i Bersaglieri in Crimea) e Mussolini che, scendendo in guerra al fianco di Hitler (dice niente questo nome?), attaccò proditoriamente la Francia nel giugno del 1940, quando i tedeschi erano già a Parigi, o l'affermazione secondo la quale "Le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte" (p. 232), proporne anche ipotesi fantasiose, come quella secondo cui la scelta di Roma capitale passò attraverso una specie di bega regionale che vide come candidata anche Napoli, poiché "i piemontesi, scontenti di aver perduto il ruolo di prima città [si noti l'anacoluto, n.d.r.] per togliere quel privilegio ai fiorentini, con i quali non avevano mai simpatizzato, avrebbero potuto accordarsi con i meridionali e scendere più a sud" (p. 244), che riescono a mettere, nonostante la rabbia per i soldi spesi inutilmente, di buonumore.

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categoria:libri, saggio
domenica, 23 marzo 2008

Non è un paese per vecchi (USA, 2007) di Joel ed Ethan Coen. Con Josh Brolin (Llewelyn Moss), Tommy Lee Jones (Ed Tom Bell), Javier Bardem (Anton Chigurh), Woody Harrelson (Carson Wells), Kelly Macdonald (Carla Jean Moss), Garrett Dillahunt (Wendell), Tess Harper (Loretta Bell), Barry Corbin (Ellis), Rodger Boyce (lo sceriffo di El Paso), Beth Grant (la madre di Carla Jean).

Texas, 1980. L'ex saldatore Moss, a caccia nel deserto, s'imbatte nella scena del regolamento di conti tra due bande di spacciatori di droga messicani. Impadronitosi di una valigetta contenente un milione e mezzo di dollari, deve sfuggire alla caccia di un killer psicopatico che vuole quei soldi, ma soprattutto lo vuole morto. In parallelo, si seguono le vicende dell'anziano sceriffo Bell, ultimo discendente di una famiglia di sceriffi, al quale hanno da poco ucciso il figlio, anch'egli sceriffo.

Quest'ultimo film dei fratelli Coen è bellissimo, al livello dei loro lavori migliori, come Crocevia della morte (1990) e Fargo (1996). Ha un inizio davvero folgorante e un continuo comunque all'altezza. La trama si segue secondo una struttura tripartita, scandita a seconda delle mosse dei tre personaggi principali, che allegoricamente rappresentano il Bene, il Male e l'uomo medio (anche se molto americano, visto come maneggia le armi da fuoco), onesto, ma pronto a farsi rendere ladro dalla prima occasione. Tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, che viene voglia di leggere, il film dei Coen è spettacolare e filosofico come le loro opere più riuscite e come i film più belli di Tarantino (Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown, l'inizio di Kill Bill Vol. 1): il cinema dei Coen e di Tarantino sembrano anzi nutrirsi della stessa linfa vitale, composta essenzialmente di ironia e filosofia, non disgiunta da una dose d'azione ben giocata da un mestiere molto vicino alla perfezione. No, l'America non è un paese per vecchi, o almeno non lo è più, da quando i giovani hanno smesso di dire "grazie e per favore", come dice il vecchio sceriffo, che sembra rispecchiare il punto di vista di McCarthy. Paga la scelta di aver fatto di Tommy Lee Jones uno dei protagonisti del film, secondo canoni recitativi lontani dal cliché del sessantunenne attore texano. Figurativamente vicino allo sceriffo sfiduciato di Mezzogiorno di fuoco, interpretato da Gary Cooper, qui l'anziano Bell di Jones, al contrario, va in pensione senza avere risolto il caso (dichiara, anzi, che i gangsters sono morti "di morte naturale, naturale per chi fa quel tipo di vita"), così come non sapremo mai se l'affascinante psicopatico interpretato da Bardem ce la farà a salvarsi dopo l'incidente d'auto, se Moss riuscirà a godersi il suo malloppo e se la monetina abbia arriso alla dolce e sfortunata Carla Jean. Si rivela molto intelligente anche la scelta di Javier Bardem (giusto il suo premio Oscar) per la parte del killer armato di bombola d'ossigeno.

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categoria:cinema
domenica, 23 marzo 2008

Portami via (Italia, 1994) di Gianluca Maria Tavarelli. Con Sergio Troiano (Alberto), Michele Di Mauro (Luigi), Stefania Orsola Garello (Cinzia), France Demoulin (Cristina), Fabrizio Monetti (Paolo), Riccardo Montanaro (Mario).

Sergio TroianoA Torino, due amici sulla trentina, uno assistente sociale e l'altro rappresentante di elettrodomestici, vivono le rispettive crisi, sul lavoro e nei loro (inesistenti) rapporti con le donne. Nello stesso momento due prostitute dell'est europeo vivono il loro dramma nella stessa città. Le due coppie si incontrano e cercheranno un a salvifica fuga in Francia.

Un inizio molto interessante non è sufficiente a fare del lungometraggio d'esordio del torinese Tavarelli un film completamente riuscito. Le valide sequenze relative ai due amici, con dialoghi che rasentano il vero, sono la parte migliore del film ("Le conoscenze" dice il rappresentante all'amico assistente sociale "si fanno sul posto di lavoro. Tu puoi conoscere solo degli handicappati e a me neanche aprono la porta"), che, però, rischia di cadere nel ridicolo con la parte dedicata alle due prostitute, soprattutto per la scelta (forse obbligata) di affidare ad un'attrice italiana (la Garello) la parte di una bulgara e a una francese quella della professionista russa. Il film strappa, con le unghie, la sufficienza, soprattutto grazie ad alcuni scorci di Torino che profumano - o meglio: puzzano - di squallida realtà.

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categoria:cinema
venerdì, 21 marzo 2008

Una meravigliosa domenica (Giappone, 1947) di Akira Kurosawa. Con Isao Numasaki (Yuzo), Chieko Nakakita (Masako), Ichiro Sugai (Yamiya, il borsaro nero), Midori Ariyama (Sono, la moglie del borsaro), Masao Shimizu (il proprietario della sala da ballo), Zeko Nakamura (il proprietario del negozio di dolci), Katao Numazaki (gestore della pasticceria).

Una domenica tra due fidanzati squattrinati nella Tokyo semidistrutta del 1946. Tra l'umiliazione del presente e un futuro tutto da sognare e da costruire, la giornata scorre via fino all'inevitabile separazione, che però lascia un quid d'esperienza anche nel giovanotto, segnato profondamente dall'esperienza della guerra. Se il film di Kurosawa del 1949 Cane randagio è stato più volte paragonato al nostro Ladri di biciclette, questa Meravigliosa domenica - titolo quanto mai amaramente ironico - sembra un mix del capolavoro di De Sica con l'altro suo film Miracolo a Milano (1951). Di Una meravigliosa domenica è ottimo l'inizio e la lunga parentesi centrale, nella quale Yuzo sembra scendere nelle viscere di Tokyo alla ricerca dell'ex commilitone che ha fatto fortuna. Il finale "poetico", con la ragazza Masako che si rivolge alla macchina da presa per chiedere l'incitamento del pubblico verso il fidanzato che deve dirigere un'inesistente orchestra per eseguire l'Incompiuta di Schubert, convince molto meno. Kurosawa era grande quando riusciva ad essere involontariamente neorealista (la definizione è di Aldo Tassone), mentre, come avverte ancora l'autore del Castoro sul maestro nipponico, «il sentimentalismo è il tallone d'Achille del giovane Kurosawa». La differenza sostanziale tra questi primi film di Una meravigliosa domenicaKurosawa e il neorealismo italiano è che, mentre dietro ai film di De Sica e Rossellini era sottesa una filosofia cinematografica ed esistenziale ed opere come Roma città aperta, Paisà e Ladri di biciclette rappresentarono le opere più mature e riuscite dei loro autori, film come Una meravigliosa domenica sembrano piuttosto esperimenti preparatori per i capolavori kurosawiani degli anni successivi. Questo filmetto è comunque riuscito, anche a dispetto della sostanziale inespressività dei due attori protagonisti, Numasaki e Nakakita (una specie di Maria Pia Casilio giapponese).

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categoria:cinema
mercoledì, 19 marzo 2008

Irina Palm - Il talento di una donna inglese (Belgio/Francia/Germania/GB/Lussemburgo, 2007) di Sam Garbarski. Con Marianne Faithfull (Maggie/Irina Palm), Predrag "Miki" Manojlovic (Miki), Kevin Bishop (Tom), Siobhan Hewlett (Sarah), Dorka Gryllus (Luisa), Jenny Agutter (Jane), Corey Burke (Ollie), Meg Wynn Owen (Julia), Susan Hitch (Beth), Jules Werner (il dottore), Jonathan Coyne (Dave).

Una vedova londinese di mezza età, la cui unica occupazione è il tè pomeridiano con le vicine benpensanti, scopre che l'unica speranza per salvare l'unico nipotino (figlio del suo unico figlio), malato terminale, è una costosissima cura in Australia. Si fa coraggio e s'impiega come masturbatrice in un localaccio sexy del quartiere di Soho. In questo modo racimola la somma necessaria a curare il nipote, ma è messa al bando dalle amiche ipocrite.

Il film del tedesco Garbarski mi sembra molto sopravvalutato. A parte le perplessità sulla reale esistenza di locali siffatti (la perversione umana non ha limiti, ma pensare che questi ominacci facciano la fila per infilare il loro organo sessuale tutti, a turno, nello stesso buco non mi pare realistica), neanche la pur brava Marianne Faithfull mi sembra azzeccata per la parte. La rocker ha il mascherone, ma, non so perché, mi sembra falsa nella parte di una donna piccolo borghese, se non proprio proletaria. I buoni sentimenti del tenutario, poi, sono a dir poco, azzardati, così come le mattane del figlio Tom che, saputa l'origine del denaro che la madre gli ha offerto, vorrebbe restituirlo, rinunciando all'unica speranza di cura per il figlioletto gravemente malato. La svolta finale con lo sbocciare di un amore tra l'autoproclamatasi "vedova delle seghe" e il tenutario un po' pirata e un po' signore è troppo falsa per farci cascare lo spettatore. Il film, insomma, nonostante qualche snodo patetico, non riesce mai a commuovere e quasi mai a suscitare il riso: siamo lontani, insomma, dal miglior Ken Loach, per non parlare della distanza che separa Garbarski dal grande Mike Leigh. Il personaggio meglio costruito mi pare, quindi, quello della nuora Sarah, la cui svolta nel comportamento tenuto nei confronti della suocera denota quanto meno una buona dose di coerenza: il suo non amore per quella suocera "snaturata" si trasforma in riconoscenza, accresciuta dalla consapevolezza che i soldi Maggie se li è guadagnati ingoiandosi una bella fetta di dignità e sono letteralmente frutto del suo lavoro manuale. Ottima la colonna sonora.

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categoria:cinema
mercoledì, 19 marzo 2008

I bassifondi (Giappone, 1957) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Sutekichi, il ladro), Isuzu Yamada (Osugi, la padrona), Ganjiro Nakamura (Rokubei, il padrone), Kyoko Kagawa (Okayo, la sorella di Osugi), Bokuzen Hidari (Kahei, il pellegrino), Minoru Chiaki (l'ex samurai), Kamatari Fujiwara (l'attore), Eijiro Tono (Tomekichi, il calderaio), Eiko Miyoshi (Asa, sua moglie), Akemi Negishi (Osen, la prostituta), Koji Mitsui (Yoshisaburo, il giocatore), Nijiko Kyokawa (Otaki), Haruo Tanaka (Tatsu), Kichijiro Ueda (il poliziotto).

Agli inizi dell'Ottocento, in una specie di discarica che dà su un cortile, una coppia di usurai ospita come affittuari un gruppo di persone allo sbando a causa di vicende personali: il ladro e la prostituta, l'ex samurai e l'attore fallito. Solo la fugace apparizione di uno sconosciuto pellegrino riuscirà a portare nella "casa" uno spiraglio di speranza.

Non è uno dei miei Kurosawa preferiti. Va anche detto, però, che il film contiene alcuni pezzi di bravura - primo tra tutti il balletto finale - degni del miglior Kurosawa. Ispirandosi ad un dramma dello scrittore russo Gorkij, il regista nipponico, rispettandone l'umanesimo di fondo, ha cercato di trarne i succhi meno tragici, pur confermando la descrizione di un mondo derelitto profondamente segnato dalla povertà materiale, che spesso si traduce anche in miseria morale. Come fa giustamente notare Aldo Tassone nel Castoro su Kurosawa, «Convinto (come Shakespeare e Ford) che la tragedia non è mai completamente tragica, Kurosawa sottolinea tutti i risvolti comici della pièce e ne inventa di nuovi, trasformando così il dramma gorkiano in una moderna tragicommedia dell'assurdo». Il film, specialmente in questo senso, è valido, anche se raramente riesce ad evitare una sensazione di staticità, che è difetto raro nelle altre opere del maestro giapponese. Ben recitato, con personaggi costruiti a dovere («Questi personaggi vivono, soffrono, piangono, sanguinano, sono prodigiosamente vivi», dice Aldo Tassone), I bassifondi risente più del dovuto del doppiaggio italiano, fin troppo buffonesco nell'affrontare il personaggio centrale del dramma, che è quello del pellegrino Kahei.

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categoria:cinema
martedì, 18 marzo 2008

Alla maniera del poeta E. B. (ma forse anche meglio)

Tratto autostradale Ovada - Masone

Laddove il Piemonte

con la sorpresa di una subitanea

galleria

diventa Liguria.

(e scusate l'enjambe-

-ment, la classe non è acqua)

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categoria:poesia
mercoledì, 12 marzo 2008

L'eretica (Spagna, 1975) di Amando de Ossorio. Con Julián Mateos (Padre Juan), Marián Salgado (Susan Barnes), Fernando Sancho (il capo della polizia), Lone Fleming (Anne Crawford), Ángel del Pozo (il ministro Barnes), Kali Hansa (la strega zingara), Tota Alba (madre Gautère), Daniel Martin (William Grant), María Kosty (Esther).

La figlia del ministro degli interni viene posseduta dallo spirito di una vecchia strega che si è suicidata per sfuggire alla polizia. Dopo averne combinate di tutti i colori, la bambina cercherà di sacrificare a Lucifero un nenonato non ancora battezzato.

Tra la saga dei resuscitati ciechi e l'uscita di questo film, c'era stato il grande successo internazionale dell'Esorcista di Friedkin. Come in Italia c'era stato L'anticristo di De Martino, in Spagna de Ossorio se ne viene bel bello con questo film ridicolo che tenta di riproporre qualcuna delle situazioni più raccapriccianti del film americano. In un paio di scene de Ossorio riesce, inopinatamente, anche a spaventare lo spettatore, ma il tutto resta di una mediocrità sconcertante, anche se in alcuni momenti il film, senza volerlo, fa ridere a crepapelle, come quando la bambina chiede all'esterrefatto sacerdoti se anch'essi, come tutti gli altri uomini abbiano "il cazzo", oppure quando si rivolge all'infermiera, che sta per farle un'iniezione, dicendole di non azzardarsi ad infilarle "quell'ago nel culo".

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categoria:cinema, horror