giovedì, 28 febbraio 2008

Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR, 2007, pp. 420 € 10,20.

Usando come fulcro la vicenda professionale ed umana di Enzo Biagi, a partire dal famoso "editto bulgaro" di Berlusconi, Loris Mazzetti, dirigente RAI, coautore del programma televisivo Il fatto ed amico di Biagi compie un excursus sui misfatti RAI degli ultimi sei anni. Soffermandosi in particolare sulle figure quasi patetiche di Saccà, Baldassarre, Del Noce, solerti funzionari nell'obbedire all'ormai tristemente famoso diktat berlusconiano, Mazzetti svela un po' di magagne dell'azienda pubblica italiana, un tempo considerata la più grande industria produttrice di cultura del nostro paese. Secondo Mazzetti, la RAI è diventata, sotto le ultime presidenze e con consigli d'amministrazione totalmente asserviti alla politica (e al governo), un'azienda nella quale o ci si autocensura o si è censurati, un'azienda che non riesce più neppure a fare il proprio interesse (e il sospetto che abbia spesso fatto il gioco della concorrenza è forte), se lascia centinaia di milioni in risarcimenti nei confronti di dipendenti maltrattati o demansionati e se si priva di alcuni dei suoi personaggi di punta, come, appunto, Enzo Biagi. Basti pensare a quanto costò, in termini di mancati introiti pubblicitari, la soppressione del Fatto e la sua sostituzione (uno degli eventi più tragicamente grotteschi nella storia della RAI) con il programma Max e Tux: a parte i soldi dati a Biagi e ai suoi collaboratori per non fare più il programma, ci sono da calcolare quelli spesi prima per Solenghi e Lopez, poi quelli per i molto presunti surrogati di Biagi, Battista e Giannino, senza contare la perdita, ben più consistente, in introiti pubblicitari, dovuti al fatto che proprio dopo l'abolizione del Fatto, Striscia la notizia di Canale 5 registrò i suoi record d'ascolto.

Purtroppo, Mazzetti non è uno scrittore di professione e si sente nell'esposizione dei fatti, che colpisce negativamente per gli errori d'ortografia e le ripetizioni di particolari già detti, difetto che si ripercuote sull'attenzione del lettore. Leggendo Il libro nero della RAI monta la rabbia del cittadino italiano che oltre tutto è anche costretto a pagare il canone, ma soprattutto si nota la differenza con un giornalista che quando tratta queste materie è assolutamente imperdibile, e cioè Marco Travaglio. Il libro di Mazzetti, invece, è utile, ma sicuramente non indispensabile.

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giovedì, 28 febbraio 2008

Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, 2006, pp. 398, € 17,00.

Anche le agenzie pubblicitarie hanno un'anima. Ed è l'anima pulsante di coloro che vi lavorano e, come tutti i lavoratori del mondo, aspirano a una posizione migliore (un vero ufficio anziché un cibicolo), sperano in una retribuzione più alta, temono di essere licenziati (lo spaventoso "volo alla spagnola"). Chiunque abbia lavorato in un ufficio, specie se di grandi dimensioni, sa che le dinamiche e i meccanismi descritti dall'americano Joshua Ferris (classe 1974) rispondono a ciò che effettivamente avviene tra i colleghi di lavoro. Era proprio questo che mi aveva spinto a comprare e poi a leggere questo romanzo che profuma di realtà. Ed è forse proprio questo - far capire al lettore che dietro alle campagne pubblicitarie che si vedono in tv, così come dentro ai grattacieli di settanta piani, vi sono persone vive che pensano e soffrono ogni giorno - che voleva dire il giovane romanziere, che non per caso narra tutta la storia con la prima persona plurale, senza identificarsi con nessuno dei suoi personaggi in particolare, ma comunicando che al di là delle invidie, delle ripicche e del mors tua vita mea che inevitabilmente si creano all'interno di un ufficio, i colleghi pensano e sentano come un'unica grande anima.

Non è un romanzo perfetto: a momenti sfiora la noia ed immagino che la sensazione sia accentuata per ch non abbia mai lavorato in un ufficio. Però Ferris, pur non avendo le qualità narrative di un Franzen o di un Lethem, si capisce che ha del talento di scrittore.

«Romanzo claustrofobico per il predominio dei rapporti interni all'ufficio e per la costante rilettura dell'esterno attraverso le vicende del lavoro, l'assoluta mancanza di un protagonista e l'ostentazione di un punto di vista collettivo rappresentano una visione narrativa che è rappresentazione di un ulteriore modo di sentirsi umani. La vita, quella vera, non inizia alla fine del lavoro, ai vecchi tempi segnalata con la sirena e oggi scandita con il beep del lettore di badge, ma dal tempo del lavoro che invade ogni altra ora del giorno, vampirescamente, fino a spegnere la vitalità di queste persone.» (Domenico Gallo, PULP libri #64)

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categoria:libri, romanzo
giovedì, 28 febbraio 2008

Squadra speciale "44 Magnum" (Australia, 1978) di Bruce Beresford. Con Terence Donovan (Eric Jackson), Bryan Brown (Brian Jackson), Tony Bonner (Leo Bassett), Ed Devereaux (Dick Martin).

Alcuni componenti di una squadra di portavalori progettano una rapina ai danni della compagnia per la quale lavorano. Ma non tutti i colleghi sono complici.

Un filmetto australiano poco conosciuto (sottotitolato in Italia con l'inappropriato La morte fa l'appello), ma ben fatto, da un regista che diventerà uno dei maggiori autori a Hollywood negli anni ottanta. Lo si potrebbe definire un poliziottesco australiano, che però ha i suoi modelli più che nel cinema italiano, nei film americani degli anni settanta, tipo Serpico (1973) o I ragazzi del coro (1977). Il risultato è teso e riuscito, anche grazie agli interpreti, ed in particolare i due attori che impersonano i "cattivi" fratelli Jackson, Terence Donovan e Bryan Brown (anche quest'ultimo destinato ad una buona carriera negli U.S.A.).

«Film d'azione con il piede sull'acceleratore. Il modello è spiccatamente americano, ma l'australiano B. Beresford lo imita con mestiere. Sono nuove le facce, nuovi i personaggi.» (Morando Morandini)

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categoria:cinema
lunedì, 25 febbraio 2008

La polizia sta a guardare (Italia, 1973) di Roberto Infascelli. Con Enrico Maria Salerno (il questore Cardone), Lee J. Cobb (il dott. Jovine), Jean Sorel (il procuratore Aloisi), Luciana Paluzzi (Renata Boletti), Claudio Gora (l'avv. Samperi), Laura Belli (Laura Ponti), Gianni Bonagura (il dott. Zenoni), Ezio Sancrotti (Catalano), Ignazio Leone (il maresciallo), Ennio Balbo (il prefetto), Franco Angrisano (un giornalista), Tino Bianchi (il medico legale), Enrico Ostermann (Alvaro Verganò), Philippe Hersent (Alvise Riccardi), Gian Battista Salerno (Massimo Cardone).

Il questore Cardone utilizza metodi spicci per avere ragione della criminalità, incurante degli avvertimenti che gli vengono dal sostituto procuratore della repubblica. In particolare, il questore si oppone al pagamento dei riscatti nei casi di sequestro di persona. Gli si porrà un caso di coscienza quando sarà rapito proprio suo figlio e gli verrà richiesto il pagamento di un riscatto simbolico.

Poliziottesco "di sinistra" - in quanto dietro alla criminalità comune e alla conseguente repressione poliziesca si fa intravedere quella che all'epoca era chiamata "strategia della tensione" - realizzato con buon professionismo da parte del regista (che perì prematuramente a 42 anni nel 1977), e recitato bene da alcuni attori di valore (Salerno, Cobb, Sorel, Gora erano una garanzia), il film non convince in quanto spettacolo, poiché è realizzato con piattezza e risulta alla fine piuttosto noioso.

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categoria:cinema
lunedì, 25 febbraio 2008

Solaris (URSS, 1972) di Andrej Tarkovskij. Con Donatas Banionis (Kris Kelvin), Natalya Bondarchuk (Hari), Jüri Järvet (il dott. Snaut), Nikolai Grinko (il padre di Kris), Anatoli Solonitsyn (il dott. Sartorius), Sos Sargsyan (il dott. Gibarian), Olga Barnet (la madre di Kris).

Lo scienziato Kris Kelvin è inviato presso la missione orbitante intorno al pianeta Solaris con lo scopo di chiuderla e riportare a terra i suoi tre occupanti. Giunto sul posto, però, Kelvin si accorge che sulla missione stanno accadendo strani fenomeni: Gibarian, il capo è morto, mentre i due superstiti sono soggetti ad assistere a strane apparizioni, apparentemente dovute all'influsso del misterioso Oceano di Solaris.

Il Solaris versione Tarkovskij (che avevo già visto una ventina d'anni fa) è un grande film, solitamente conosciuto come la risposta sovietica a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Kubrick. In realtà, benché molte analogie appaiano evidenti, mentre il monolite del capolavoro kubrickiano sembra rimandare a un'entità superiore e la sua esistenza prelude ad un'indagine sull'origine e sui fini ultimi dell'universo, l'Oceano di Solaris fa da filtro per una ricerca che l'uomo deve compiere dentro sé stesso. Non a caso, mentre in 2001 a fare da contraltare ai personaggi (o meglio: al solo personaggio rimasto) in carne ed ossa c'è il computer Hal 9000, nel film sovietico vi sono le proiezioni della coscienza dei protagonisti, incarnate, nel caso di Kelvin, dalla defunta ex moglie Hari. La stessa differenza tra i due film si estrinseca anche in una maggiore spettacolarità del film tratto da Clarke rispetto a quello desunto da Lem, più riflessivo e giocato sui dialoghi, anziché sui movimenti degli astronauti e delle navicelle nello spazio. Entrambi i film sono, comunque, esempi gloriosi di "fantascienza filosofica" che si deve vedere per capire qualcosa di più su un genere spesso bistrattato, sul cinema in generale e perfino su noi stessi come esseri pensanti.

Azzeccata la scelta di affidare il ruolo di protagonista all'attore lituano Donatas Banionis (si veda quanta differenza corra con la scelta dell'americano Soderbergh di contare, nel brutto remake del 2002, su un attore bravo ma troppo divo come George Clooney) e quello della moglie a Natalya Bondarchuk, figlia del famoso regista Sergej. Anche l'interprete della madre di Kelvin, Olga Barnet, è figlia d'arte, nella persona del grande regista Boris Barnet (1902-1965), morto suicida, autore di quel capolavoro che è Okraina (1933).

Pare che Tarkovskij deplorò la versione italiana, curata da Dacia Maraini, considerandola in antitesi con il significato del film originario.

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categoria:cinema, fantascienza
sabato, 23 febbraio 2008

Riuscirà l'avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio De Ingras? (Italia, 1971) di Mino Guerrini. Con Franco Franchi (l'avv. Franco Benenato), Ciccio Ingrassia (il pretore Ciccio De Ingras), Lino Banfi (il cancelliere), Ignazio Leone (l'avv. La Prego), Francesco Mulè (l'On. Merlini), Gino Pagnani (Gino Pagnani), Alfredo Pistoni (Alfredo Pistoni), Dante Cleri (il poliziotto), Memmo Carotenuto (Romolo Li Gatti detto Claudio Villa), Ennio Antonelli (il ladruncolo all'osteria), Mimmo Poli (il barman del film western), Tony Norton (Ghirardi, il campione di boxe), Renato Malavasi (il testimone Padovan), Natale Tulli (una comparsa del film).

Il pretore Ciccio De Ingras soffre di mal di fegato, perché ogni giorno si trova a discutere varie cause patrocinate sempre dal pasticcione avvocato Franco Benenato, che, con i più svariati mezzi, molto spesso extragiuridici, riesce a far assolvere i propri clienti. Alla fine riuscirà a liberarsi del suo nemico scoprendo che questi non è neanche laureato, ma la liberazione avrà breve durata.

Valutato dalla critica tra i meno peggiori film della coppia Franchi - Ingrassia, questo di Guerrini mi sembra in realtà uno dei più penosi pastrocchi del duo siciliano. E non che Franco e Ciccio non ci diano dentro: è proprio che manca una sia pur minima idea di sceneggiatura che possa dirsi tale. Il film è piuttosto un'accozzaglia di mediocri episodi, spesso ripresi da altri film o da sketch televisivi o d'avanspettacolo (come nell'episodio della compagnia di giro, in cui i guitti si esibiscono in un famoso cavallo di battaglia dei fratelli De Rege), in cui Franco e Ciccio tentano di reggere sulle loro spalle quello che in altri tempi sarebbe stato un film ad episodi con tanti personaggi diversi. Tra le poche cose divertenti del film c'è un'imitazione che Franco fa di Totò e una caratterizzazione di Memmo Carotenuto, in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche. Penosetto.

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categoria:cinema, comicitĂ 
venerdì, 22 febbraio 2008

Pasqualino Settebellezze (Italia, 1975) di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini (Pasqualino Settebellezze), Elena Fiore (la sorella Concettina), Fernando Rey (Pedro, l'anarchico), Shirley Stoler (Hilde, la sorvegliante tedesca), Piero Di Iorio (Francesco), Enzo Vitale (Don Raffaele), Roberto Herlitzka (il prigioniero socialista), Ermelinda De Felice (la madre di Pasqualino), Lucio Amelio (l'avv. Cangemi), Bianca D'Origlia (la dottoressa del manicomio), Francesca Marciano (Carolina), Pietro Ceccarelli (il matto pelato), Mario Conti (Totonno "18 Carati").

Il malavitoso napoletano di mezza tacca Pasqualino (detto Settebellezze perché, nonostante la sua bruttezza, ha sempre tante donne) si mette nei guai per vendicare una sorella finita al bordello: passerà dal carcere al manicomio, dall'esercito al lager nazista, ma, grazie alla sua pervicace volontà di sopravvivere, riuscirà a tornare a casa sano e salvo dopo la guerra.

"Io sono un uomm' d'onore" dice all'inizio del film Pasqualino: tutto il resto della storia lo passerà a smentire e smontare pezzo per pezzo questa sua affermazione. Deciso a vendicare la sorella, compie un omicidio che più maldestro non si può; costretto a sbarazzarsi del cadavere dopo averlo goffamente tagliato a pezzi, confessa l'omicidio immediatamente dopo l'arresto; fintosi pazzo per evitare il carcere, viene rinchiuso in un manicomio criminale; determinato a rinsavire per uscire da quell'inferno, viene spedito in guerra sul fronte russo e, in fuga attraverso la Germania, è catturato dai nazisti e internato in un lager. Qui, umiliandosi davanti ad un'orrenda aguzzina tedesca, diventa kapò ed è costretto a tradire i suoi amici più cari, tanto che la morte di un anarchico spagnolo che si annega della merda delle latrine è molto più dignitosa della vita di Pasqualino. Ma ora il suo motto è diventato "sopravvivere a tutti i costi". E sopravviverà, per tornare a Napoli e vedere che non solo Concettina, ma anche tutte le altre sorelle e perfino la madre (ma anche la fidanzatina Carolina) fanno le "segnorine" con i militari americani.

Pasqualino Settebellezze è il culmine dello stile grottesco e rutilante della Wertmüller, il suo film anche più internazionale (ottenne una nomination come miglior film straniero) e il suo ultimo piccolo capolavoro della tetralogia comprendente anche Mimì metallurgico ferito nell'onore (1971), Film d'amore e d'anarchia (1973) e Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), tutti con Giancarlo Giannini come protagonista. Bellissime le scene girate nel lager, che sembrano provenire da un qualche girone dell'Inferno dantesco e ottima l'interpretazione di Giannini, di Fernando Rey (purtroppo confinato in un piccolo ruolo) e del mascherone grottesco di Elena Fiore. Un film riuscitissimo che costituisce, secondo Tullio Kezich «un ritratto, tutto negativo, dell'uomo mediterraneo invidiato dai nordici per il suo vitalismo esasperato, biologicamente convinto che sopravvivere è tutto». Sui titoli di testa scorrono cinegiornali d'epoca, commentati dalla canzone Quelli che... di Jannacci.

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categoria:cinema
mercoledì, 20 febbraio 2008

Perché si uccide un magistrato (Italia, 1974) di Damiano Damiani. Con Franco Nero (Giacomo Solaris), Françoise Fabian (Antonia Traini), Marco Guglielmi (il procuratore Alberto Traini), Renzo Palmer (Vincenzo Terrasini), Mico Cundari (il direttore del giornale), Giancarlo Badessi (l'On. De Rasi), Pier Luigi Aprà (il dott. De Fornari), Ennio Balbo (il giudice istruttore), Luciano Catenacci (l'avv. Melodia), Eva Czemerys (Sibilla), Tano Cimarosa (Tano Barra, il guardamacchine), Claudio Gora (l'attore che interpreta il magistrato nel film), Elio Zamuto (l'On. Ugo Selimi), Damiano Damiani (l'avvocato difensore), Giorgio Cerioni (Toluzzo), Claudio Nicastro (un altro deputato), Vincenzo Norvese (il boss).

Un regista di sinistra si trova in Sicilia, dove ha realizzato un film sulla mafia, nel quale un giudice corrotto (che somiglia molto al reale procuratore Traini) viene infine ammazzato. Quando il vero Traini viene davvero ucciso, i maggiorenti locali cercano di incolpare un poveraccio, facendolo Françoise Fabian nel filmper un disperato esaltato dal film del regista. Il quale, però, sospetta che dietro all'omicidio vi siano giochi di mafia, appalti e potere. Ma la realtà sfugge un po' a tutti.

Damiani, uno dei creatori del film di denuncia in Italia - un cinema diretto, realistico, a volte stilizzato e sempre alieno dagli agganci con la commedia all'italiana - sottopone a critica la propria creatura, come se volesse dire che anche l'arma dell'impegno politico dev'essere usata cum grano salis. Tanto è vero che il protagonista del film sembra soffrire di un complesso di colpa nei confronti della vedova del giudice ucciso, sentendosi in obbligo di dimostrare che il suo film non c'entra con il delitto. Damiani sembra anche voler mettere in guardia una certa stampa, sempre tesa ad accusare il politico di turno, caricando lancia in resta e talvolta in dispregio della verità. Il difetto principale del film, peraltro sempre apprezzabile su tutti i punti di vista fondamentali, è che Damiani, autore del Giorno della civetta (1968), sembra essere rimasto con l'osso in gola di non essere stato lui a trasporre in pellicola il miglior romanzo di Sciascia, cioè A ciascuno il suo, portato sugli schermi da Elio Petri nel 1967. Ed infatti, ad un certo punto, si ha l'impressione di seguire le tragiche avventure del professor Laurana. La bellezza di Françoise Fabian contribuisce ad ingenerare il sospetto che l'altrettanto bel protagonista s'innamori ad un certo punto della vedovella: la bravura di Damiani, però, sta, a questo punto, anche nel fare in modo di non cedere ad un finale che sarebbe stato tanto insulso.

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categoria:cinema
mercoledì, 20 febbraio 2008

Mio caro assassino (Italia/Spagna, 1972) di Tonino Valerii. Con George Hilton (commissario Luca Peretti), Salvo Randone (Marò), William Berger (Giorgio Canavese), Manuel Zarzo (brigadiere Bozzi), Patty Shepard (Paola Rossi, l'insegnate), Piero Lulli (Alessandro Moroni), Helga Liné (la compagna di Paradisi), Tullio Valli (Oliviero Moroni), Dante Maggio (Mattia Guardapelle), Dana Ghia (Eleonora Moroni), Alfredo Mayo (Beniamino), Mónica Randall (Carla Moroni), Corrado Gaipa (funzionario delle assicurazioni), Lara Wendel (Stefania Moroni), Lola Gaos (Adele), Marilù Tolo (la dottoressa Anna Borgese), Guerrino Crivello (il barman).

Un certo Paradisi muore decapitato da una ruspa. Il commissario Peretti scopre che questa morte, così come altre che seguono a breve tempo, si ricollegano al rapimento di una bambina e al duplice omicidio di lei e suo padre, avvenuto circa un anno prima. Peretti indagherà per scoprire chi ci sia dietro a tutti questi assassinii.

Il solido mestiere di Tonino Valerii è al servizio di un film che sembra nascere da una costola dell'argentiano Uccello dalle piume di cristallo (1970): molte cose riportano all'illustre capostipite del thriller all'italiana anni settanta, prima tra tutte l'inconfondibile musica di Ennio Morricone, le cui note si odono fin dai primi fotogrammi. Intendiamoci: non si tratta certo di un capolavoro, ma Mio caro assassino è un prodotto che funziona dall'inizio alla fine (buona anche la fotografia dello spagnolo Manuel Rojas), nonostante un attore protagonista che, nonostante la bella presenza, non era certo il massimo dell'espressività recitativa. Per fortuna, a controbilanciare un primattore niente più che dignitoso c'è una spalla come Salvo Randone, affiancato da un buon gruppo di caratteristi di valore, italiani e stranieri. La tensione, comunque, è ben gestita, così come la rivelazione finale del colpevole, che avviene alla presenza di tutti i sospettati, come in un buon vecchio giallo di Agatha Christie. Insieme a Il mio nome è Nessuno (1973), questo è il miglior film di Valerii.

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martedì, 19 febbraio 2008

Millennium Mambo (Taiwan, 2001) di Hou Hsiao-hsien. Con Qi Shu (Vicky), Jack Kao (Jack), Chun-hao Tuan (Hao-Hao), Jun Takeuchi (Jun).

Nel 2010 vengono raccontate le vicende, accadute dieci anni prima, di una ragazza taiwanese che sta con un tossicodipendente un po' psicopatico. I due si lasciano e si riprendono, finché la ragazza conosce un ragazzo giapponese e poi si mette con Jack, che lavora nella discoteca frequentata dalla ragazza.

Millennium Mambo è uno di quei film destinati a piacere molto di più alla critica che agli spettatori. E' uno di quei film che fanno la gioia dei curatori di Fuori Orario, specialmente per quel carrello iniziale (la cosa migliore del film), che indica la corsa in discesa della protagonista verso gli inferi del terzo millennio. Ma è anche un'opera rarefatta e fredda, le cui atmosfere vanno a detrimento della caratterizzazione dei personaggi, molto più simili a pupazzi che a persone di carne e sangue. Se questo è il cinema asiatico del nuovo millennio, allora aridatece Ozu e Mizoguchi. Hou Hsiao-hsien farà pure, come dice Bérenice Reynaud nel Dizionario dei registi del cinema mondiale, «un uso generoso, poetico, di musica extra-diegetica», ma qui la techno, martellante come quella che spesso proviene dalle casse dell'auto del foggianello di turno, è francamente fastidiosa.

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