domenica, 27 gennaio 2008

Blood Simple - Sangue facile (USA, 1984) di Joel Coen. Con Frances McDormand (Abby), John Getz (Ray), Dan Hedaya (Julian Marty), M. Emmet Walsh (Loren Visser, il dtective privato), Samm-Art Williams (Meurice).

M. Emmett Walsh in "Blood Simple"Il proprietario di un bar, scoperta l'infedeltà della moglie, incarica un detective privato di far fuori lei e il suo amante, che è un barista alle dipendenze del marito tradito. Il detective, però, fa il doppio gioco, ma le cose non andranno bene neanche per lui.

L'esordio dei fratelli Coen (Ethan, che non compare, è sceneggiatore e produttore) è all'insegna del noir, ma rivisitato secondo un'ottica del tutto personale e con elementi che non soltanto sono innovativi rispetto ai canoni classici del noir, ma spesso confliggono con essi. Qui il sogno s'intreccia con la realtà, i morti non sono poi così morti (ma qualcosa di simile accadeva anche ad un personaggio del romanzo Il grande sonno di Chandler, da cui tutto ebbe inizio), alcuni particolari saltano, le pistole sparano anche con un semplice calcio e via dicendo. Lo stile dei fratelli di Minneapolis è ancora abbastanza acerbo, ma la stoffa si vede che c'è. Nonostante il grande apprezzamento che fin da subito accompagnò i due cineasti americani, Blood Simple è un film che almeno in Italia passò quasi inosservato (non se ne trovano tracce negli annuari più rinomati dell'epoca, come quelli di Kezich e Grazzini), salvo essere rivalutato dopo i primi film di successo degli anni seguenti (Arizona Junior, Barton Fink, eccetera). Ottima la prova dell'esordiente Frances McDormand (eccezionale nel successivo Fargo, sempre dei fratelli Coen), una delle scoperte migliori dei due autori di questo filmetto non perfetto ma interessante.

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categoria:cinema
domenica, 27 gennaio 2008

Perdutamente tuo... mi firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe (Italia, 1975) di Vittorio Sindoni. Con Stefano Satta Flores (Carmelo Macaluso), Macha Méril (la baronessa Valeria Lamìa), Cinzia Monreale (Jessica), Luciano Salce (il barone Alfonso Lamìa), Leopoldo Trieste (don Calogero Liotti), Umberto Orsini (l'avvocato Vito Buscemi), Marisa Laurito (Tindara Liotti), Deddi Savagnone (la moglie di don Calogero), Pino Ferrara (l'avvocato difensore), Renato Pinciroli (don Saverio), Roberto Della Casa (l'impiegato di banca).

Un emigrato siciliano torna dalla Germania nell'isola natale, dalla quale era partito poverissimo, con una Mercedes e cento milioni in contanti. Si vuole riscattare nei confronti del barone che causò il suicidio del padre per un debito di 500 mila lire. Ma la famiglia del barone è ancora rampante...

Perdutamente tuo... è una commedia garbata, di cosiddetta satira sociale, che regge abbastanza bene il ritmo dall'inizio alla fine, senza scadere in inutili volgarità, abbastanza frequenti nei film  di analogo argomento che venivano realizzati durante gli anni settanta. La misura del regista Sindoni, siciliano di Capo d'Orlando, e l'intelligente interpretazione di un attore bravo e molto rimpianto come Stefano Satta Flores (1937-1985) evitano che il film scivoli lungo il pericoloso crinale del filone siculo-buzzanchiano, con maschi ruspanti e dongiovanni da strapazzo. Del resto, anche la presenza di attori di un certo spessore, come la buñueliana Macha Méril (era stata una collega di Catherine Deneuve in Bella di giorno), il felliniano Leopoldo Trieste, nonché di Umberto Orsini, garantiscono una riuscita al di fuori dei binari della volgarità. L'ambientazione siciliana è dignitosissima, e così pure la presenza di Luciano Salce, nella parte di un barone un po' rincoglionito. A titolo di curiosità, si segnala la presenza di una giovane Marisa Laurito, che cerca un paio di volte di spogliarsi, durante un goffo tentativo di seduzione del protagonista.

«Il ritratto è mesto, ma umano; paradossale, ma sostanzialmente credibile.» (B. Caporale, 1976)

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categoria:cinema, commedia
venerdì, 25 gennaio 2008

Kinski, il mio nemico più caro (Finlandia/Germania/GB/USA, 1999) di Werner Herzog. Con Werner Herzog, Eva Mattes, Claudia Cardinale, Beat Presser, Justo González (sé stessi).

Il regista Werner Herzog rivive e rivela il suo rapporto di vero e proprio amore/odio con il suo amico e attore preferito Klaus Kinski, un pazzoide prestato al cinema, ma anche un grande attore, perfetto per i film titanici del cineasta tedesco.

Anche Herzog ha fama di pazzo genialoide, ma non è niente in confronto agli accessi di pura follia di Kinski, che se la prendeva un po' con tutti. Ne esce il ritratto di un essere umano con tratti quasi animaleschi, ma più spesso con un animale che ogni tanto aveva dei comportamenti umani. Kinski, descritto da Herzog, ne esce come un titano dell'egocentrismo ("egomaniaco", lo definisce), ma anche come un bravissimo attore, autodidatta, i cui impeti di pazzia sono spesso risultati funzionali alle scene drammatiche girate. Con Herzog, Kinski si è trovato spesso a girare film in situazione di estremo pericolo (Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo furono veramente imprese provanti), dimostrando, secondo la sua natura contraddittoria un grande coraggio e un'altrettanto grande vigliaccheria. Il film che ne risulta, ora commovente ora comico, è uno dei migliori e dei più sentiti dell'ultimo Herzog, che, con una narrazione pacatissima e affascinante, racconta di un rapporto sia professionale che umano durato per oltre trent'anni e che ha lasciato in chi è rimasto un profondo senso di vuoto, tanto che il regista bavarese ha raramente utilizzato attori nei suoi film successivi alla morte di Kinski, avvenuta nel 1991. Kinski, il mio nemico più caro è, però, innanzitutto, un grandissimo film sull'amicizia.

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categoria:cinema, documentario
lunedì, 21 gennaio 2008

L'iniziazione (Francia/Italia, 1987) di Gianfranco Mingozzi. Con Fabrice Josso (Roger), Serena Grandi (Ursula), Claudine Auger (la madre), Marina Vlady (la signora Muller), François Perrot (il padre), Aurelien Recoing (Adolphe), Rosette (Helene), Laurent Spielvogel (Franck), Alexandra Vandernoot (Elisa), Marion Peterson (Kate), Virginie Ledoyen (Berthe), Rufus (il monaco), Bérangère Bonvoisin (zia Margherita), Yves Lambrecht (Roland), Daniel Langlet (il signor Muller).

Un ragazzo borghese passa l'estate del 1914 nella villa di famiglia, nella campagna francese. Voglioso di fare le prime esperienze sessuali, viene frustrato (e talvolta frustato) da tutte le donne cui si propone, finché non scoppia la guerra e tutti gli uomini validi devono partire per il fronte. A questo punto tutte le donne gli si buttano ai piedi, comprese una sorella e la zia, e lui se le fa allegramente, mettendone addirittura incinte tre.

Il peggio del peggio del cinema anni ottanta. Ricordo di avere letto, alcuni anni fa il librettino erotico di Guillaume Apollinaire Le prodezze di un giovane don Giovanni, e non mi piacque un granché: si tratta indubbiamente di un'opera minore nella produzione del poeta francese, precursore del surrealismo (per il poco che ho letto, consiglio il testo teatrale Le mammelle di Tiresia). Ma se già il testo di partenza non era granché, Mingozzi e l'onusto sceneggiatore Jean-Claude Carrière, riescono a banalizzare il poco di buono che c'era, realizzando un'opera che sembra uscita dalle pagine fotografate da David Hamilton. Con un occhio particolare, com'è ovvio, per le forme di Serena Grandi, che all'epoca andavano per la maggiore. Non è per moralismo che questo film mi sembra assolutamente brutto, è che lo stesso argomento erotico è trattato in una maniera falsamente gioiosa, con un protagonista che non riesce mai ad essere (non simpatico, che sarebbe chiedere troppo) credibile, passando in un batter d'occhio da oggetto delle cinghiate inflittele dalla madre perché la spiava dal buco della serratura, al ruolo di "tromber de femmes" (il refuso è voluto). E, in più, aleggia minaccioso e incombente, come capita spesso in produzioni di questo tipo, lo spettro della noia (no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia...). Da salvare sono soltanto le musiche di Nicola Piovani, quanto meno rispondenti ai canoni della belle epoque.

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categoria:cinema
lunedì, 21 gennaio 2008

Il ruggito del topo (GB, 1959) di Jack Arnold. Con Peter Sellers (la Granduchessa Gloriana XII/il Primo Ministro Conte Rupert Mountjoy/Tullio Bascombe), Jean Seberg (Helen Kokintz), Leo McKern (Benter, il capo dell'opposizione), William Hartnell (Will Buckley), David Kossoff  (il professor Alfred Kokintz), MacDonald Parke (il generale Snippet), Austin Willis (il ministro della difesa americano).

Un granducato che sorge nel cuore dell'Europa, rovinato nell'economia da un commerciante americano, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, per ottenere gli aiuti del dopoguerra. Invia dunque una spedizione militare a New York, al comando di un connestabile pasticcione, che rischia di sconfiggere la potenza americana e mandare all'aria i piani dei politici.

Datatissimo, il film regge per i primi venticinque minuti, quando descrive gli strani costumi del granducato, una specie di mix tra Andorra e San Marino, le cui usanze sembrano essersi fermate al Cinquecento. Poi, dopo lo sbarco a New York le cose peggiorano e l'umorismo ingenuo e desueto non fa più ridere neppure i ragazzini del cinema parrocchiale. La bravura di Peter Sellers, ancora una volta trasformisticamente nei panni di tre personaggi, fa sì che l'operazione riesca a galleggiare affannosamente fino alla fine. Ingenuo.

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categoria:cinema, comicitĂ 
domenica, 20 gennaio 2008

Mezzogiorno di fuoco (U.S.A., 1952) di Fred Zinnemann. Con Gary Cooper (Will Kane), Grace Kelly (Amy Fowler Kane), Thomas Mitchell (il sindaco Jonas Henderson), Lloyd Bridges (Harvey Pell, il vice sceriffo), Katy Jurado (Helen Ramírez), Ian McDonald (Frank Miller), Otto Kruger (il giudice Percy Mettrick), Lon Chaney Jr. (Martin Howe), Lee Van Cleef (Jack Colby), Robert J. Wilke (Jim Pierce), Harry Morgan (Sam Fuller), Eve McVeagh (Mildred Fuller), Morgan Farley (il dott. Mahin, predicatore), Howland Chamberlain (l'impiegato dell'hotel), Jack Elam (Charlie, l'uomo in cella).

Lo sceriffo Will Kane di Hadleyville s'è sposato e ha dato le dimissioni: il giorno dopo arriverà il funzionario che prenderà il suo posto. Purtroppo, però, proprio quel giorno esce di prigione un criminale che cinque anni prima, Kane aveva fatto arrestare e condannare, e l'uomo è deciso a tornare al villaggio e, con l'aiuto di tre complici, uccidere l'ex sceriffo e riprendere a spadroneggiare con la forza delle armi. Kane, seppure non più in carica, torna indietro per formare una squadra ed affrontare i fuorilegge. Nessuno, per paura, lo aiuterà, e si troverà ad affrontare da solo i quattro pericolosi criminali. Solo la moglie saprà dargli una mano.

Un classico del western, anche se è sicuramente un esemplare molto particolare del genere, un po' come 2001: Odissea nello spazio è un film di fantascienza. Al centro dell'attenzione del regista e del suo sceneggiatore c'è sicuramente l'imperativo morale che impone al protagonista di tornare a difendere la cittadina, pur nell'indifferenza, quando non nell'ostilità (esemplare in questo senso il discorso pronunciato in chiesa dal sindaco Henderson), della popolazione. Anche la vigliaccheria dell'animo umano è uno dei temi centrali di questo dramma umano, prima ancora che della frontiera. Se però si pensa al fatto che il film fu girato durante il periodo del maccartismo e se si fa mente locale sul gesto compiuto dal protagonista nel finale, quando getta la stella di latta nella polvere, non si può non pensare che vi sia qualche riferimento alla realtà politica del periodo: è una relazione oggettiva, che è nella realtà delle cose, così come vi erano riferimenti alla paura del comunismo nei film fantascientifici di quel periodo.

Ma Mezzogiorno di fuoco è soprattutto un bel film, girato rispettando con un rigore sorprendente l'unità di tempo (il film segue in tempo reale il susseguirsi dei fatti), e valendosi soprattutto di una grande fotografia del veterano Floyd Crosby, già collaboratore di Flaherty, e di un protagonista quanto mai adatto, come l'allora cinquantenne Gary Cooper, dal volto bello e tormentato, perfetto per rappresentare i rovelli dell'uomo di legge che ha paura ma sceglie ugualmente di compiere il proprio dovere. In più Zinnemann si avvale di un nutrito gruppo di caratteristi (primo fra tutti l'ottimo Thomas Mitchell, l'attore che lega questo film ad Ombre rosse), la più grande ricchezza - a parte i soldi degli studios - del cinema americano.

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categoria:cinema, western
domenica, 20 gennaio 2008

INLAND EMPIRE - L'impero della mente (U.S.A., 2006) di David Lynch. Con Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Grace Zabriskie (la nuova vicina), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), Krzysztof Majchrzak (il fantasma), Ian Abercrombie (Henry, il maggiordomo), Diane Ladd (Marilyn Levens), Julia Ormond (Doris Side).

Un'attrice di Hollywood riceve la visita di un'anziana vicina, che le predice che otterrà la parte in un importante film. La predizione contiene, però, alcune oscure minacce che inquietano l'attrice. Il film è il remake di un vecchio film polacco, intitolato 47, che non fu mai portato a termine per alcuni tragici e misteriosi fatti.

INLAND EMPIRE è probabilmente un capolavoro (probabilmente nel senso che forse in futuro sarà considerato tale: per me già lo è). E' un film praticamente senza trama, perché vive della commistione tra realtà, finzione cinematografica, sogno e proiezioni della mente, che sia essa sana oppure disturbata. Il cinema di Lynch nasce laddove comincia il sonno della ragione, che, come si sa, genera mostri. E il regista americano, che proprio oggi compie 62 anni, gode a far sorgere più mostri possibile dagli anfratti oscuri della nostra mente. Lynch è sicuramente una figura irregolare nel panorama cinematografico americano, ed è stupefacente che riesca ancora a trovare grossi finanziamenti per questi suoi affascinanti deliri cinematografici (stavo per dire filmici, ma l'opera è interamente girata in digitale, e quindi ciò che manca è proprio il film, nel senso di pellicola). Ma, grazie a Dio, c'è ancora qualcuno che finanzia film fuori dagli schemi come questo, e tra questi c'è da apprezzare Laura Dern che, oltre che comparire in qualità di coproduttrice, dimostra finalmente di essere anche una bravissima attrice. Lunga vita a registi come questo.

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categoria:cinema
venerdì, 18 gennaio 2008

Solaris (U.S.A., 2002) di Steven Soderbergh. Con George Clooney (Chris Kelvin), Natascha McElhone (Rheya), Viola Davis (Helen Gordon), Jeremy Davies (Snow), Ulrich Tukur (Gibarian).

Clooney in SolarisChiamato da un amico astronauta sulla stazione orbitale Solaris, lo psicologo Chris Kelvin, vedovo in seguito al suicidio della moglie Rheya, vi si reca e vi trova soltanto altri due astronauti, che presentano uno strano comportamento, a seguito di alcune visioni, assai simili alla realtà, generate dallo stesso satellite artificiale.

Solaris (1972) di Tarkovskij è uno di quei film di cui dovrebbe essere vietato dalla legge fare un remake. Il sopravvalutato Soderbergh, invece, ci prova e batte una sonora musata. Anche il film russo scontava una certa lentezza, dovuta sia alla trama, influenzata molto più dagli intenti filosofici che dall’azione drammatica, sia al carattere riflessivo dello stesso Tarkovskij e del suo cinema. Però, dove lì c’era sostanza, per l’appunto, filosofica, produttiva di un alone di fascino che circonda il film russo a distanza di trentacinque anni, nel film di Soderbergh c’è noia e una sensazione di vuoto spinto che non riescono a colmare né la rivelazione finale ad opera di Rheya né la fugace scena di nudo di George Clooney che avrà attirato (e deluso) diverse fan di sesso femminile.

In questo film totalmente sbagliato non convincono neppure gli interpreti: né Clooney che, specialmente nella prima parte sembra un po’ troppo no martini no party e un po’ trooppo nespresso what else, né una Natascha McElhone dal fascino impercettibile e dalla recitazione impalpabile.

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categoria:cinema
venerdì, 18 gennaio 2008

La nipote (Italia, 1974) di Nello Rossati. Con Francesca Muzio (Adele), Daniele Vargas (Luigi), Giorgio Ardisson (Piero), Annie Karole Edel (Zoraide), Orchidea De Santis (Doris), Ezio Marano (Romeo), Roberto Proietti (Antonio), Otello Cazzola (il prete), Susy Kaster (la moglie di Romeo).

In una villa del Veneto, alla fine degli anni Cinquanta, l’ingegnere Luigi, cinquantenne assatanato, sposato in seconde nozze con una donna molto più giovane, se la fa con la cameriera. L’arrivo del figlio di lui per le vacanze estive e della nipote della moglie, rimasta orfana, sconvolgeranno il ménage, che comportava anche la presenza ingombrante ed ambigua dell’amministratore.

Pensato sulla scia del successo di Malizia (1973), il film di Rossati è una commedia che si sostanzia nella presa di coscienza da parte della protagonista che, con le proprie grazie fisiche, può aspirare a una posizione di potere, nei confronti di un gruppo di maschi rimbecilliti dalle più varie pratiche sessuali (da quelle eterosessuali poste in essere nei luoghi più strani, al voyeurismo e all’onanismo). L’operazione è risaputa e condotta secondo i più abusati e vieti canoni della commediaccia erotica, con abbondanti nudi delle tre attrici, e il film non sarebbe neanche da menzionare se non fosse per quel po’ di simpatia che ispirano Daniele Vargas e il suo personaggio di vecchio satiro, che sacrifica la vita sull’altare della propria verga.

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categoria:cinema
giovedì, 17 gennaio 2008

Mare matto (Italia/Francia, 1963) di Renato Castellani. Con Gina Lollobrigida (Margherita), Jean-Paul Belmondo (il livornese), Odoardo Spadaro (Drudo Parenti), Piero Morgia (Benedetto Lo Russo), Tomas Milian (Efisio Trombetti), Anita Durante (Rosaria Lo Russo), Pietro Tordi (il "poeta"), Lamberto Maggiorani (l'uomo che paga per l'imbarco), Michele Abruzzo (Oreste), Gaetano Cimarosa (uno dei fratelli Castelluzzo), Rossana Di Rocco (Nedda Lo Russo).

Belmondo in "Mare matto"A Genova un marinaio siciliano lascia alla chetichella, per non saldare il conto, la pensione dove soggiornava. Tornato a Messina, sarà chiamato, unico uomo di casa, a risolvere i guai delle sorelle nubili. Nel frattempo, un marinaio livornese, che ha preso il posto-letto del siciliano, seduce la proprietaria della pensione. Poi s'imbarca per la Sicilia, da dove tornerà verso nord su una nave che trasporta vino. Il comando del natante sarà preso da un anziano capitano a riposo di Livorno, che nella sua città ha fatto venire l'esaurimento nervoso ai quattro figli, a causa dei debiti contratti.

Questo film ha avuto essenzialmente due tipi di sfortuna: il primo produttivo e il secondo critico. Dal primo punto di vista, il produttore Cristaldi sforbiciò spietatamente i quattordici episodi che Castellani aveva inizialmente previsto, riducendoli a tre, tanto che alcuni passaggi (i vinai trasportano il carico dalla Sicilia a Genova o viceversa?) e personaggi (che funzione ha il marinaio veneto interpretato da Tomas Milian?) risultano quasi incomprensibili. Sul piano della critica, la cosa è quasi grottesca: dopo avere stentato a lungo a riconoscere il valore del neorealismo, la critica italiana ha continuato per anni a valutare qualsiasi film prodotto nel nostro paese con la cartina di tornasole dei canoni neorealisti. In questo modo, qualunque commedia scontava un inevitabile gap rispetto ai capolavori di De Sica e Rossellini (ecco perché il lungo ostracismo nei riguardi di Totò). Ed ogni filone cinematografico che spuntava in Italia necessitava di una primogenitura neorealista, come dimostrano film quali Pane, amore e fantasia e simili, subito etichettati con l'appellativo di "neorealismo rosa".

Mare matto è, in realtà, un buon lavoro, che non scade nel bozzettismo, ma anzi sa usufruire degli umori dei luoghi, forniti da sfondi validissimi e sapidi come Genova, Livorno e Messina. E si vale di un grande interprete, come il cantante fiorentino Odoardo Spadaro, assai efficace nella parte del vecchio lupo di mare labronico un po' rincoglionito.

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