domenica, 30 dicembre 2007

Federico Maria Sardelli - I MIRACOLI di PADREPIO - Mario Cardinali Editore srl, 2002, pp. 100, € 10,00

"Allora cera un uomme che mette 'na pentola di fagioli a i'ffuoche e poi guardava la tivvù che se ne dimentiche di guardare la pentola co'i faggiuole". A un uomo così sbadato sarebbe potuta capitare una disgrazia, ovviamente senza il provvidenziale intervento di Padrepio, sempre pronto a sventare le sciagure provocate da uomini sbadati e anche poco devoti. La narrazione dei miracoli di Padrepio fatta fatta da Federico Maria "Boria" Sardelli in questo libriccino, che porta come sottotitolo "che avvenettero veramende, potesse stiantare chi non ci crede. Ame.", comincia sempre, più o meno, così. Il Sardelli è un genio, ancora non pienamente riconosciuto. È un musicista di grande valore, direttore di un'orchestra barocca, addirittura nominato due volte ai Grammy Awards per le sue incisioni di musica antica. È anche un pittore affermato, che già a quattordici anni poteva vantare un'esposizione personale. Ed è conosciuto, almeno nella sua città natale - Livorno - come uno degli autori di punta del Vernacoliere di Mario Cardinali. Ma, a parte questo, va detto che il libro del Sardelli, già autore di almeno due opere fondamentali come Il Libro Cuore (forse) - un capolavoro, forse la migliore parodia di romanzo mai scritta - e Proesìe, fa stiantare (dal ridere non per scarsa fede nei miracoli del frate di Pietralcina). Ma la genialità dell'autore si vede anche dal rigore che mette nella postfazione, dove, con la precisione del filologo che dimostra anche nella sua professione di musicsta, ripercorre sinteticamente la storia della "santità" di Padrepio, mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e dagli scienziati che aveva mandato ad esaminare il caso, fino alla frettolosa santificazione voluta da papa Wojtyla negli ultimi anni del suo pontificato. Un libro da leggere per ridere, ma, come succede con i testi dei veramente grandi, anche per pensare.

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categoria:libri, comicitĂ 
domenica, 30 dicembre 2007

Mi permette babbo! (Italia, 1956) di Mario Bonnard. Con Alberto Sordi (Rodolfo Nardi), Aldo Fabrizi (Alessandro Biagi), Marisa De Leza (Marina Biagi), Franco Silva (Gigi Biagi), Rita Giannuzzi (Isa), Sergio Raimondi (Tullio Biagi), Turi Pandolfini (nonno Giovanni), Achille Majeroni (il maestro Edmondo d'Aragona), Paola Borboni (Sonia d'Aragona), Elli Parvo (la Fasoli), Nerio Bernardi (il direttore d'orchestra Enzo Bernard), Riccardo Billi (Romoletto), Pina Bottin (Rosetta), Mino Doro (il maestro Santini), Fulvio Manes (Peppetto Biagi), Renato Navarrini (Manfredi), Mario Passante (il direttore del teatro), Edda Soligo (impiegata del teatro), Giulio Neri (sé stesso), Mimmo Poli (un facchino), Zoe Incrocci (cliente della macelleria).

Nella famiglia Biagi sono tutti macellai, tranne Rodolfo, il marito di Marina, l'unica figlia femmina, il quale studia per fare il cantante lirico. La situazione è mal tollerata dal capofamiglia Alessandro, anche perché si accorge che il maestro di canto, un anziano e scalcinato ex tenore, sta cercando di approfittare dell'ingenuo aspirante basso. Quando, però, Rodolfo esordisce in un'opera, nonostante lo scandalo che genera per avere cantato una parte tagliata della Traviata, i parenti gli consentono di continuare gli studi.

Probabilmente è vero, com'è stato scritto, che Mario Bonnard (che nel 1945 aveva diretto anche Il ratto delle sabine con Totò)non era un regista raffinato, ma qui sa giocare bene le sue carte, in una commedia con due primattori, Sordi e Fabrizi, che riescono a piazzare diverse situazioni divertenti. Tra i due, è in maggiore evidenza Sordi, alora nel suo periodo d'oro, con una serie di battute originate dalla sua smodata passione per il canto lirico, che lo portano a situazioni imbarazzanti, come quando cerca di duettare con il basso Giulio Neri o quando intona l'Ivan sul loggione, subito zittito dagli altri spettatori. Imperdibile il finale, quando Sordi non resiste alla tentazione di cantare l'ultima battuta attribuita al suo personaggio, ma che Verdi in persona aveva deciso di abolire, dopo il disastroso esito della prima rappresentazione. A merito del regista va ascritta la creazione del personaggio del patetico maestro di canto, interpretato da Achille Majeroni, ma anche la divertente macchietta del nonnetto, affidata a Turi Pandolfini (una specie di feticcio per il Sordi dell'epoca), sempre a caccia di qualcosa da mangiare, e ossessionato da tavoli e sedie con le gambe più lunghe, che cerca di livellare con una sega da falegname. Giudizio sintetico: sufficientemente divertente.

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categoria:cinema, comicitĂ 
domenica, 30 dicembre 2007

La maledizione dello scorpione di giada (USA, 2001) di Woody Allen. Con Woody Allen (C. W. Briggs), Helen Hunt (Fitzgerald), Dan Aykroyd (Chris Magruder), Wallace Shawn (George Bond), David Ogden Stiers (Voltan), Charlize Theron (Laura Kensington), Elizabeth Berkley (Jill), John Tormey (Sam), John Schuck (Mize), Brian Markinson (Al).

L'anziano impiegato al servizio, come investigatore, di una compagnia assicurativa, una sera durante uno spettacolo viene ipnotizzato da un mago, che approfitterà della situazione per costringerlo, sotto ipnosi, a rubare dei gioielli assicurati. Il pover'uomo, che non si ricorda niente, diventerà il maggior sospettato.

Parodia abbastanza riuscita dei noir degli anni quaranta, La maledizione dello scorpione di giada è uno dei film meno peggiori del Woody Allen degli ultimi anni. Si tratta, quanto meno, di un ritorno alle origini comiche dell'autore newyorkese, quelle che lo avevano portato a scrivere pezzi irresistibili come Uno sguardo alla criminalità organizzata (in Rivincite, ed. Bompiani). Cosa che gli consente di scartare di lato rispetto alla pericolosa china che Allen ha imboccato, realizzando, quanto meno da Alice in poi, e con pochissime eccezioni, una cazzata dietro l'altra. Oddio, non è che anche nella Maledizione ci si scompisci dalle risate: diciamo che, comunque, le cose funzionano, anche grazie a un cast di attori bravi, che comprende, oltre al regista, gli ottimi Wallace Shawn e Dan Aykroyd, oltre a Helen Hunt, che è cento volte più brava della nuova musa di Woody, Scarlett Johansson. Divertente senza impegno.

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categoria:cinema, comicitĂ 
sabato, 29 dicembre 2007

Paura e delirio a Las Vegas (USA, 1998) di Terry Gilliam. Con Johnny Depp (Raoul Duke), Benicio Del Toro (Dott. Gonzo), Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (Lucy), Ellen Barkin (proprietaria della tavola calda), Gary Busey (poliziotto sull'autostrada), Mark Harmon (reporter della rivista), Cameron Diaz (reporter sull'ascensore), Katherine Helmond (receptionist al Mint Hotel).

Nel 1971 due strani tipi, un giornalista e il suo avvocato, si recano in macchina da Los Angeles a Las Vegas. Dopo di che compiono altri viaggi, alcuni in macchina e molti di più in acido.

Parente molto stretto di film quali Il pasto nudo (Cronenberg, 1991), Trainspotting (Boyle, 1996) e Larry Flint (Forman, 1996), questo allucinato delirio surrealista si sostanzia in un film senza capo né coda, e certifica, in modo si spera non irreversibile, il declino cinematografico di Terry Gilliam, regista visionario anche quando non è chiamato a mettere in scena gli effetti del LSD. All'inizio, desta almeno qualche curiosità il look tardo hippie dietro al quale si celano due attori altrove bravi, come Depp e Del Toro, poi si comincia a sperare che il film, da un momento all'altro, possa decollare, o quanto meno dare qualche colpetto d'ala. E il giochino, invece, resta fine a sé stesso e alla lunga stanca. Il film è noioso e lo spettatore è indotto a pensare a particolari secondari, come domandarsi in quale modo si guadagnino da vivere questi miserevoli perdigiorno, oppure avere il forte desiderio che personaggi come questi siano condannati a zappare le radici degli ulivi per un lungo periodo della loro vita. Un film necessario come la peluria sugli orecchi.

"Delirante, nel pieno senso della parola, pasticcio surreale, tratto da uno strampalato romanzo sulla cosidetta beat generation, dove la libertà di droga faceva rima con la guerra alla società. Tra immagini impazzite e una musica da frastornare un sordo, l'esaltato Terry Gilliam divide i critici, molti dei quali ancora pronti a dargli la patente di genio. Invece di ritirargliela per sempre". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 21 ottobre 2002)

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categoria:cinema
sabato, 29 dicembre 2007

Ma come si può uccidere un bambino? (Spagna, 1976) di Narciso Ibañez Serrador. Con Lewis Fiander (Tom), Prunella Ransome (Evelyn), Antonio Iranzo (il padre della ragazzina), Miguel Narros (il capo dei guardiacoste), Luis Ciges (impiegato postale), Fabián Conde (venditore di materiale fotografico), Lourdes De La Camara (Lourdes), Maria Druille (la bambina che piange), Javier De La Camara (il capo dei bambini).

Due giovani coniugi inglesi lasciano i due figli a casa per passare una vacanza in Spagna. Giunti sull'isoletta di Almanzora, si accorgono che sono scomparsi tutti gli adulti: sono rimasti soltanto i ragazzini, che hanno un comportamento stranamente minaccioso...

Uno dei primi film spagnoli ad arrivare sul mercato internazionale dopo la fine della dittatura franchista, Ma come si può uccidere un bambino? è anche un ottimo horror, tra i più originali e inquietanti mai realizzati. Ad una prima occhiata sembrerebbe un film di derivazione tipicamente britannica, filone da cui si distacca, però, per l'ambientazione che, anziché giovarsi di scenari notturni, lampi-tuoni-fulmini&saette, rumori di catene e cose simili, si svolge tutto sotto un sole abbacinante e tra le casette bianche di un'isoletta immersa nel Mediterraneo. All'epoca, i critici (come Grazzini e Kezich) citarono, a proposito di questo film, Gli uccelli (1963) di Hitchcock, ma i genitori e i fratellini di Ma come si può uccidere un bambino? sono molteplici: per citarne soltanto alcuni, vengono in mente Il villaggio dei dannati (1960), l'ottimo e (almeno da noi) poco conosciuto The Wicker Man (1973), senza trascurare qualche influenza del primo Dario Argento. Senza filosofeggiare su interpretazioni più o meno sociologiche, che potrebbero essere accreditate dal prologo che mostra la lunga strage degli innocenti perpetrata dagli adulti di tutti i tempi sui bambini, bisogna riconoscere che questo filmetto diretto dal regista spagnolo (di nascita uruguayana) riesce nell'intento di inquietare e, all'occasione, anche di spaventare lo spettatore. Talvolta perfino a commuoverlo, come nella scena dell'omicidio, molto originale, della protagonista.

«Stretto tra una tensione ribellistica e uno scatenamento reazionario, il film vale soprattutto per le atmosfere alla Antonioni che il regista riesce a creare nelle vie del paese deserto, per il suo carattere di romanzo gotico esposto al sole abbacinante del Mediterraneo» (Tullio Kezich, 1977)

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categoria:cinema
sabato, 29 dicembre 2007
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categoria:musica
sabato, 29 dicembre 2007

Gostanza da Libbiano (Italia, 2000) di Paolo Benvenuti. Con Lucia Poli (Gostanza da Libbiano), Valentino Davanzati (Monsignor Roffia), Renzo Cerrato (Padre Costacciaro), Paolo Spaziani (Padre Porcacchi), Lele Biagi (il notaio Viviani), Nadia Capocchini (Monna Lisabetta), Teresa Soldaini (Dianora).

Gostanza da LibbianoUn processo per stregoneria nel Granducato di Toscana del 1594: una certa Gostanza è accusata di avere guarito con arti magiche, invocando il demonio. La donna, sotto tortura, ammette tutto e s'inventa storie di sabba con altre streghe per adorare Lucifero. Poi un esperto inquisitore, proveniente da Firenze, smonta tutte le accuse e la confessione.

Basato su documenti autentici, Gostanza da Libbiano è il miglior film del pisano Benvenuti, sia per i contenuti che per tecnica puramente cinematografica. Dal punto di vista concettuale il film sarebbe piaciuto, con ogni probabilità, al Verri e al Beccaria, nonché al Manzoni della Colonna infame. La condanna dell'uso della tortura, finalizzato ad estorcere delle confessioni dagli accusati, è infatti più che esplicita. Benvenuti ci fa vedere, inoltre, che all'interno della Chiesa vi erano delle menti aperte, in grado di ragionare e di capire che le accuse di stregoneria erano per la stragrandissima parte delle bufale. È storicamente provato, del resto, che i processi per stregoneria interessavano assai poco all'Inquisizione (ed erano spesso imbastiti dalle autorità civili per ragioni più che altro "politiche"), che invece puntava molto di più alla repressione degli "eretici". Dal punto di vista cinematografico, è evidente l'influenza degli Autori che hanno realizzato film sul processo di Giovanna d'Arco: la lezione di Dreyer, Bresson e Rossellini non è scivolata invano sulle spalle del regista pisano. Dal punto di vista figurativo, non passa inosservato l'imprinting del grande autore danese, anche nelle sequenze di raccordo, con l'inquadratura della torre, che si staglia, nera. sullo sfondo di un cielo chiaro, e ricorda non soltanto La passione di Giovanna d'Arco (1928), ma anche Il vampiro (1932) e Dies Irae (1943).

A merito di Benvenuti va anche la scelta degli interpreti: perfetta, com'era prevedibile, Lucia Poli, per intensità drammatica ed aderenza al personaggio, ma è ottimamente in parte anche il sacerdote livornese Valentino Davanzati, che ha i tempi e i modi richiesti per la parte che sta recitando.

P.S. Libbiano è una frazione del comune di Pomarance (PI).

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categoria:cinema
venerdì, 28 dicembre 2007

Tiburzi (Italia, 1996) di Paolo Benvenuti. Con Pio Gianelli (Domenico Tiburzi), Marcello Bartolomei (capitano Giacheri), Stefano Bambini (tenente Rizzoli), Dario Marconcini (il Principe Corsini), Atos Davini (Monsignor Luchetti), Felice Tazzini (il poeta carbonaio).

Alla fine dell'Ottocento, i Regi Carabinieri decidono di porre fine alle azioni del brigante Tiburzi, che imperversa per la Maremma toscana e laziale. Il bandito è in realtà un anziano, ormai soppiantato da altri briganti più giovani. Ma rappresenta un simbolo e deve essere eliminato.

Benvenuti, più che una storia, vuole raccontare un'atmosfera, che è la Maremma, con le sue paludi e le sue foreste quasi impenetrabili, così come lo è, per i Carabinieri, la rete di connivenze e omertà che protegge, dal principe al carbonaio, il brigante Tiburzi. Quello del regista pisano è un film ellittico, dove l'azione non conta niente e poco conta anche la caratterizzazione dei personaggi: il brigante che dà il titolo al film si vede per pochi attimi e non parla mai. Si capisce, però, quali erano i rapporti sociali nella Maremma dell'Ottocento, e quali abissi di miseria nascondevano le ragioni per cui un poveraccio si desse al brigantaggio. E la barbarie, sembra volerci dire il regista, era sia dalla parte dei predoni che da quella della cosiddetta legge: tanto è vero che alla fine i Carabinieri, ucciso a freddo Tiburzi, non rinunciano al rito di mettere il cadavere in piedi appoggiato a un muro e di fotografarlo come se fosse ancora vivo. E il prete rifiuta di seppellirlo in terra consacrata.

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venerdì, 28 dicembre 2007

Grindhouse - A prova di morte (USA, 2007) di Quentin Tarantino. Con Kurt Russell (Stuntman Mike), Sidney Tamiia Poitier (Jungle Julia), Zoe Bell (Zoe), Rosario Dawson (Abernathy), Vanessa Ferlito (Arlene), Tracie Thoms (Kim), Rose McGowan (Pam), Jordan Ladd (Shanna Banana), Mary Elizabeth Winstead (Lee), Quentin Tarantino (Warren), Marcy Harriell (Marcy).

Un malvagio stuntman, armato di un'automobile carrozzata "a prova di morte", uccide tre ragazze dopo un micidiale inseguimento. Dopo di che riprova il giochino con un altro terzetto di ragazze, ma stavolta mal gliene incoglie.

Ormai è chiaro e lampante: Tarantino ci prende ampiamente per il culo. È molto probabile che il talentuoso Autore delle Iene (1992) e di Pulp Fiction (1994) non abbia più granché da dire. È altrettanto probabile che il buon Quentin abbia voglia di giocare con la storia del cinema di genere, ma, allo stesso modo, il suddetto regista non può pretendere che si resti tutti ammaliati dalla paccottiglia che da un po' di tempoi cerca di ammannirci. E A prova di morte è, appunto, paccottiglia. La trama è sostanzialmente data da due lunghi inseguimenti automobilistici intervallati da chiacchiere senza senso - dette da personaggi inconsistenti - che vorrebbero ripetere, inutilmente, la riuscita del dialogo iniziale delle Iene. I personaggi sono marionette unidimensionali e, per quanto riguarda le ragazze, intercambiabili tra loro. Quanto, invece, a Kurt Russell, piange il cuore vedendo che schifezza di film si è risotto ad interpretare.

A prova di morte, a dispetto dell'indiscutibile tecnica registica (ma cosa ce ne frega, se è al servizio di una colossale ciofeca?), è un film cinematograficamente insussistente, al confronto del quale perfino lo scombiccheratissimo Kill Bill (2003/04) è un'opera compatta e coerente.

«Death Proof è un pollo gonfiato in batteria. A un festival può funzionare come pezzo di curiosità. Prenderlo sul serio è omicida nei confronti del comune spettatore.» (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2007)

«Se pensiamo al ragazzaccio di Pulp Fiction che proprio qui a Cannes, vincendo una Palma d'Oro nel 1994, si è conquistato l'appellativo di nuovo Godard, non possiamo non rimanere delusi da questa fragile operina in due atti e convulsamente logorroica che, estrapolata dal contesto del progetto originario, ha ancora meno senso.» (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 maggio 2007)

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mercoledì, 26 dicembre 2007

La vita è meravigliosa (USA, 1946) di Frank Capra. Con James Stewart (George Bailey), Donna Reed (Mary Hatch), Lionel Barrymore (Henry Potter), Thomas Mitchell (zio Billy), Henry Travers (Clarence, l'angelo), Beulah Bondi (mamma Bailey), Ward Bond (Bert), Frank Faylen (Ernie), Todd Karns (Harry bailey), Gloria Graham (Violet), Samuel S. Hinds (Peter Bailey, il padre), H. B. Warner (Gower), Bill Edmunds (Martini).

La vita di George Bailey, un bravo ragazzo di Bedford Falls, immaginaria cittadina della provincia americana: dall'infanzia, durante la quale salva la vita al fratello, la giovinezza, quando s'innamora e sposa la dolce Mary, la maturità, nella quale, rinunciando agli studi universitari, rileva la piccola banca di famiglia, che gestisce insieme allo zio. Quando la banca giunge sull'orlo del tracollo, e sta per cadere in mano al turpe milionario Henry Potter, George medita il suicidio. E qui viene salvato, proprio alla vigilia di Natale, da un angelo custode di seconda classe, che gli mostra come sarebbero andate le cose se George, come da lui stesso auspicato, non fosse mai nato. Ha ancora senso, oggi, vedere e commentare il film natalizio per eccellenza? Direi di sì, soprattutto vederlo. Quanto a commentarlo, è già stato detto praticamente tutto, dalle interpretazioni sociopolitiche a quelle psicanalitiche, per concludere con il dibattito sul dubbio che si tratti o meno di un'opera minore di Frank Capra. A mio modestissimo parere, si tratta di una favoletta che si adattava particolarmente al periodo della ricostruzione postbellica, ma che per il suo ottimismo, molto sui generis, dal retrogusto amaro (il riccastro malvagio non subisce alcuna punizione) funziona benissimo ancora oggi. Probabilmente il film servì a Capra anche per voltare pagina dopo le pellicole di propaganda bellica (della serie Perché combattiamo) che lo videro in prima linea, e di cui qualche immagine si vede anche in questo film (quando si parla del fratello eroe di guerra). E probabilmente si riverberano in La vita è meravigliosa le vicende finanziarie dello stesso Capra, legate ai rovesci della sua casa di produzione indipendente. Come fa notare Vito Zagarrio nel suo Castoro sul regista di Bisacquino, «nella realtà dello show biz non avvengono i miracoli di Bedford Falls». Grandissima prova di James Stewart, perfetto sia quando fa il bravo giovinotto sia quando s'incazza come una iena.

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