Federico Maria Sardelli - I MIRACOLI di PADREPIO - Mario Cardinali Editore srl, 2002, pp. 100, € 10,00
"Allora cera un uomme che mette 'na pentola di fagioli a i'ffuoche e poi guardava la tivvù che se ne dimentiche di guardare la pentola co'i faggiuole". A un uomo così sbadato sarebbe potuta capitare una disgrazia, ovviamente senza il provvidenziale intervento di Padrepio, sempre pronto a sventare le sciagure provocate da uomini sbadati e anche poco devoti. La narrazione dei miracoli di Padrepio fatta fatta da Federico Maria "Boria" Sardelli in questo libriccino, che porta come sottotitolo "che avvenettero veramende, potesse stiantare chi non ci crede. Ame.", comincia sempre, più o meno, così. Il Sardelli è un genio, ancora non pienamente riconosciuto. È un musicista di grande valore, direttore di un'orchestra barocca, addirittura nominato due volte ai Grammy Awards per le sue incisioni di musica antica. È anche un pittore affermato, che già a quattordici anni poteva vantare un'esposizione personale. Ed è conosciuto, almeno nella sua città natale - Livorno - come uno degli autori di punta del Vernacoliere di Mario Cardinali. Ma, a parte questo, va detto che il libro del Sardelli, già autore di almeno due opere fondamentali come Il Libro Cuore (forse) - un capolavoro, forse la migliore parodia di romanzo mai scritta - e Proesìe, fa stiantare (dal ridere non per scarsa fede nei miracoli del frate di Pietralcina). Ma la genialità dell'autore si vede anche dal rigore che mette nella postfazione, dove, con la precisione del filologo che dimostra anche nella sua professione di musicsta, ripercorre sinteticamente la storia della "santità" di Padrepio, mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e dagli scienziati che aveva mandato ad esaminare il caso, fino alla frettolosa santificazione voluta da papa Wojtyla negli ultimi anni del suo pontificato. Un libro da leggere per ridere, ma, come succede con i testi dei veramente grandi, anche per pensare.

L'anziano impiegato al servizio, come investigatore, di una compagnia assicurativa, una sera durante uno spettacolo viene ipnotizzato da un mago, che approfitterà della situazione per costringerlo, sotto ipnosi, a rubare dei gioielli assicurati. Il pover'uomo, che non si ricorda niente, diventerà il maggior sospettato.
(poliziotto sull'autostrada), Mark Harmon (reporter della rivista), Cameron Diaz (reporter sull'ascensore), Katherine Helmond (receptionist al Mint Hotel).
casette bianche di un'isoletta immersa nel Mediterraneo. All'epoca, i critici (come Grazzini e Kezich) citarono, a proposito di questo film, Gli uccelli (1963) di Hitchcock, ma i genitori e i fratellini di Ma come si può uccidere un bambino? sono molteplici: per citarne soltanto alcuni, vengono in mente Il villaggio dei dannati (1960), l'ottimo e (almeno da noi) poco conosciuto The Wicker Man (1973), senza trascurare qualche influenza del primo Dario Argento. Senza filosofeggiare su interpretazioni più o meno sociologiche, che potrebbero essere accreditate dal prologo che mostra la lunga strage degli innocenti perpetrata dagli adulti di tutti i tempi sui bambini, bisogna riconoscere che questo filmetto diretto dal regista spagnolo (di nascita uruguayana) riesce nell'intento di inquietare e, all'occasione, anche di spaventare lo spettatore. Talvolta perfino a commuoverlo, come nella scena dell'omicidio, molto originale, della protagonista.
Un processo per stregoneria nel Granducato di Toscana del 1594: una certa Gostanza è accusata di avere guarito con arti magiche, invocando il demonio. La donna, sotto tortura, ammette tutto e s'inventa storie di sabba con altre streghe per adorare Lucifero. Poi un esperto inquisitore, proveniente da Firenze, smonta tutte le accuse e la confessione.
Alla fine dell'Ottocento, i Regi Carabinieri decidono di porre fine alle azioni del brigante Tiburzi, che imperversa per la Maremma toscana e laziale. Il bandito è in realtà un anziano, ormai soppiantato da altri briganti più giovani. Ma rappresenta un simbolo e deve essere eliminato.
Un malvagio stuntman, armato di un'automobile carrozzata "a prova di morte", uccide tre ragazze dopo un micidiale inseguimento. Dopo di che riprova il giochino con un altro terzetto di ragazze, ma stavolta mal gliene incoglie.
La vita di George Bailey, un bravo ragazzo di Bedford Falls, immaginaria cittadina della provincia americana: dall'infanzia, durante la quale salva la vita al fratello, la giovinezza, quando s'innamora e sposa la dolce Mary, la maturità, nella quale, rinunciando agli studi universitari, rileva la piccola banca di famiglia, che gestisce insieme allo zio. Quando la banca giunge sull'orlo del tracollo, e sta per cadere in mano al turpe milionario Henry Potter, George medita il suicidio. E qui viene salvato, proprio alla vigilia di Natale, da un angelo custode di seconda classe, che gli mostra come sarebbero andate le cose se George, come da lui stesso auspicato, non fosse mai nato. Ha ancora senso, oggi, vedere e commentare il film natalizio per eccellenza? Direi di sì, soprattutto vederlo. Quanto a commentarlo, è già stato detto praticamente tutto, dalle interpretazioni sociopolitiche a quelle psicanalitiche, per concludere con il dibattito sul dubbio che si tratti o meno di un'opera minore di Frank Capra. A mio modestissimo parere, si tratta di una favoletta che si adattava particolarmente al periodo della ricostruzione postbellica, ma che per il suo ottimismo, molto sui generis, dal retrogusto amaro (il riccastro malvagio non subisce alcuna punizione) funziona benissimo ancora oggi. Probabilmente il film servì a Capra anche per voltare pagina dopo le pellicole di propaganda bellica (della serie Perché combattiamo) che lo videro in prima linea, e di cui qualche immagine si vede anche in questo film (quando si parla del fratello eroe di guerra). E probabilmente si riverberano in La vita è meravigliosa le vicende finanziarie dello stesso Capra, legate ai rovesci della sua casa di produzione indipendente. Come fa notare Vito Zagarrio nel suo Castoro sul regista di Bisacquino, «nella realtà dello show biz non avvengono i miracoli di Bedford Falls». Grandissima prova di James Stewart, perfetto sia quando fa il bravo giovinotto sia quando s'incazza come una iena.