giovedì, 29 novembre 2007

Hallucination (GB, 1962) di Joseph Losey. Con Macdonald Carey (Simon Wells), Shirley Anne Field (Joan), Viveca Lindfors (Freya Neilson), Alexander Knox (Bernard), Oliver Reed (King), Walter Gotell (il maggiore Holland), James Villiers (il capitano Gregory), James Maxwell (Talbot), Rachel Clay (Victoria).

HallucinationIn una cittadina balneare britannica, un attempato americano e una ragazza inglese, in fuga d'amore dal presunto fratello (ma più probabile fidanzato) di lei, incappano in una grotta in cui i servizi segreti tengono segregati alcuni bambini radioattivi, frutto di un esperimento atomico/genetico.

Intitolato in originale The Damned, cioè I dannati (o meglio: I condannati), questo non è certo uno dei migliori film di Losey. Ispirato da un ideale politicamente giusto, da un umatarismo pacifista dal quale è difficile poter dissentire, specialmente in un periodo nel quale la guerra atomica appariva un'eventualità tutt'altro che remota (il 1962 è l'anno della crisi dei missili di Cuba), Hallucination soffre di mancanza di unitarietà: in sede di sceneggiatura non si è riusciti ad amalgamare sufficientemente la mediocre storia d'amore (o la storia di un amore mediocre) con il racconto di fantascienza. E perfino il tragico destino dei bambini, per come è gestita tutta la faccenda, non sembra interessare granché né ai protagonisti né al regista. Non che nel film sia tutto negativo, intendiamoci; è che non vi si ritrova quella maestria registica che Losey saprà riversare, appena un anno dopo, nel Servo. Anche qui, forse, come in Cerimonia segreta, si avverte l'assenza di un copione all'altezza; come George Tabori, neanche lo sceneggiatore Evan Jones ha la finezza narrativa di Harold Pinter, e, forse per questo, si assiste a forzature e a momenti eccessivamente didascalici, nei quali la metafora diventa fin troppo scoperta: ed ecco i contrasti, purtroppo scontati, tra la libertà della scultrice («se sapessi cosa rappresentano le mie statue, non le scolpirei», afferma) e l'ottusità di funzionari e poliziotti.

In ogni caso, anche nei film meno riusciti, vale sempre la pena di vedere il compianto Oliver Reed (1938-1999), qui giovanissimo e forse ancora da sgrossare da qualche orpello di derivazione teatrale (come quando, dopo avere ucciso un poliziotto, appoggia per un attimo una mano e la testa a uno scaffale, stringendo gli occhi in segno di rimorso).

Giudizio sul film: sufficiente.

postato da: Sasso67 alle ore 21:08 | Permalink | commenti
categoria:cinema
giovedì, 29 novembre 2007

dal sito Morelli's Movie Guide

Tetris - Il film

Megaproduzione da 300 milioni di dollari, interamente ispirato alla trama dell'omonimo videogioco, "Tetris" si affida alla regia visionaria di Barry Levinson e ad un cast d'eccezione: Robin Williams, Jeff Bridges, Carrie Ann Moss, Ian McKellen e Jeremy Irons, quest'ultimo nella parte dell'odioso pezzo a "Z" che uno non sa mai dove mettere. Flop inevitabile al botteghino, resta comunque da segnalare la bella colonna sonora, in cui spicca l'originale riarrangiamento con trombe e tromboni del noto motivetto, realizzato da John Williams poco prima di diventere completamente sordo.

(Guglielmo)

Travellones Viados

Provocatoria opera prima di Pablo Almunia ambientata nelle sordide perferie di Madrid, in cui si racconta la grottesca vicenda di Rosario (Penelope Cruz), un transessuale brasiliano che si è fatto impiantare un secondo organo sessuale maschile in una zona imprecisata del corpo, che scopriremo solo alla fine del film (il tallone). La fotografia, a cura del maestro Cesar Prates, esalta la brillantezza dei colori e le tonalità calde (rosso, rosso fuoco, granata, carminio e sangue di piccione), rimarcando il tono surreale dell'opera e producendo nello spettatore un persistente e fastidioso mal di testa.

(Guglielmo)

Duro Ramo e Stretta Via in vacanza nell'Hotel dell'Oriente porcone

Insulso biopic che racconta la vera storia di Hongwen Qing (Arnulfa Knightsley) e Wang Chunqiao (Isaiah Menendez), la coppia di scienziati cinesi inventori delle mutande imbottite di carbone attivo, per catturare i cattivi odori prima che si diffondano nell'atmosfera. Logica narrativa piuttosto confusionaria e oscura, se solo si considera che 85 dei 90 minuti della pellicola riguardano l?incontro del tutto casuale di un cugino di secondo grado di Chunqiao con un suo vecchio compagno di scuola delle elementari.

(Guglielmo con Marco B.)

Jason vs i Comunisti (Friday the 13th Part XVIII - Jason vs Communists)

La diciottesima avventura di Jason si svolge in Italia. Il cadavere del temuto killer di Cristal Lake viene segretamente portato a Roma da alcuni cospiratori comunisti. Siamo in piena campagna elettorale e i comunisti hanno intenzione di resuscitare Jason per scagliarlo contro i candidati della Casa delle Libertà, vincendo così le elezioni con l?inganno e la violenza, come al solito. Qualcosa, però, va storto: Jason, ormai nel pieno delle sue forze, si rende conto della malvagità sconfinata dei comunisti e decide di trucidarli tutti. Catturato da una pattuglia di carabinieri, riesce a farla franca grazie all?elezione come senatore nelle liste di Forza Italia. Regia stanca dell?italiano Grazzottini (già autore di IperFantozzi, quarantaduesimo episodio della serie) e sceneggiatura pesantemente rimaneggiata dai produttori della Medusa Film di Berlusconi. La tagline sul poster: ?This summer, terror votes for hammer and machete?.

(Sasha e Filippo)

postato da: Sasso67 alle ore 01:29 | Permalink | commenti
categoria:cinema
giovedì, 29 novembre 2007

treppiotte

"ERAN TRECENTO,
    ERAN GIOVANI E FORTI,
                LAMIO SEPORTI"
 
trecento parla de nagguera antica teribbilissima chenfatti cestà erpopolo delli spartesi che èffamoso intutto ermonno perché cià iguerieri dopati che sò gonfi come cocommeri che deveno combatte contro lesercito dedorceggabbana allora erré spartese che è uncoatto dice cuesti ifamio cabbrio cuesti siimagmamo iedamodupizze eselimettemio inzaccoccia enfatti poi vanno armare effanno lafamosa battaiia  dii pornofili chenfatti sottutti mezzi nudi effanno nammucchiata teribbile e ispartesi coatti stanno avvince eppiano pecculo lesercito dedorceggabbana iedicheno ecose teribbili iefanno ergesto collorecchio enfatti allora poi erré dedorceggabbana sencazza eddice aregà maché davero? famoiie lamessa impiega asticuattro buzzurroni burini che sevestono da upim allora poi lammucchiata diventa sempre più teribbile esse staccheno iditideemano ibbracci semozzicheno iporpacci sestaccheno lecapoccie se sdrumeno sesgraffieno tutti poi però fanno ercontrollo antidopping e ispartesi perdeno.
 
chenfatti lantro giorno stavo ammorì decapitato. stavo accombatte contro na persiana.
 
ventiseim'arzodumilessette
(Roxy sala Rubino 20.30, fila C posto 1)

postato da: Sasso67 alle ore 01:19 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 28 novembre 2007

Panico a Needle Park (USA, 1971) di Jerry Schatzberg. Con Al Pacino (Bobby), Kitty Winn (Helen), Alan Vint (detective Hotch), Raul Julia (Marco), Richard Bright (Hank), Paul Sorvino (Samuels), Vic Ramano (Santo), Sully Boyar (il dottore).

Helen, ragazzina di New York, s'innamora del ladruncolo drogato Bobby, che la costringe a prostituirsi per comprarsi la "roba" e per restare nel giro. Quando viene sequestrata una grossa partita di droga e c'è penuria di polverina a Needle Park, la ragazza cederà al ricatto della polizia e consegnerà Bobby, che nel frattempo è diventato uno spacciatore di medio calibro. Ma, come si dice in Toscana, "da Montelupo si vede Capraia, Dio li fa e poi li appaia". Il primo ruolo importante per Al Pacino, che qui recita un personaggio che riporta alla mente il Rico interpretato da Dustin Hoffman in Un uomo da marciapiede. L'attore newyorkese lavora qui per Schatzberg, uno dei registi che rappresentò la speranza della New Hollywood. Qui Alfredino gigioneggia fin troppo, e infatti al Festival di Cannes del 1971 fu premiata la sua partner Kitty Winn. Insomma, il film non è perfettamente riuscito, e nemmeno Pacino riesce ancora a trovare la misura giusta: siamo lontani dal Padrino e da Quel pomeriggio di un giorno da cani, ma il film si può vedere, anche grazie all'ottima fotografia di Adam Holender.

postato da: Sasso67 alle ore 00:53 | Permalink | commenti
categoria:cinema
lunedì, 26 novembre 2007

Omicidio al neon per l'ispettore Tibbs (USA, 1971) di Gordon Douglas. Con Sydney Poitier (l'ispettore Virgil Tibbs), Martin Landau (rev. Logan Sharpe), Barbara MacNair (Valerie Tibbs), Anthony Zerbe (Rice Weedon), Edward Asner (Woody Garfield), Jeff Corey (il capitano Marden), Norma Crane (Marge Garfield), Beverly Todd (Puff), Juano Hernandez (Mealie Williamson), Linda Towne (Joey Sturges), George Spell )Andy Tibbs), Wanda Spell (Ginger Tibbs).

L'omicidio di una prostituta, del quale è accusato un sacerdote amico dell'ispettore Tibbs, sembra in realtà coprire un losco giro di droga e usura. La verità, però, come spesso accade, è più prosaica.

All'inizio degli anni settanta l'ispettore Tibbs diventa un poliziotto come tanti altri. La sue rivendicazioni razziali  si sono assopite: almeno apparentemente, a San Francisco, nessuno contesta l'autorità del poliziotto per il colore della sua pelle. Non siamo nel profondo sud della Calda notte, ma nella progressista (eh? quella che ha eletto Schwarzenegger governatore?) California e l'unico aspetto in comune con il film di Jewison è che risulta più importante l'atmosfera che non la trama "gialla". Del resto, qui, più che nel giallo classico, come genere siamo nel noir (come tema letterario e non razziale), e se La calda notte si riallacciava idealmente a Indovina chi viene a cena (entrambi i film sono del 1967), con Omicidio al neon siamo dalle parti di Raymond Chandler, seppure riveduto e corretto alla luce della nuova epoca scaturita dalle proteste culminate con il 1968. Ovviamente, non siamo ai livelli del capostipite tibbsiano: mancano troppe cose, dall'atmosfera sudaticcia del Mississippi al rude Rod Steiger. Siamo, qui, di fronte a un ispettore Tibbs più intimista, diviso tra la necessità di giungere alla verità, a costo di incastrare un amico di vecchia di data - per di più un religioso, impegnato nel sociale - e i problemi che gli danno i figli: a un certo punto, Tibbs, così sicuro di sé nella vita professionale, sembra incapace di trovare il bandolo della matassa in famiglia. Un film comunque riuscito, grazie al buon professionismo che lo sostiene. A parte Poitier (doppiato, come Sean Connery, da Pino Locchi), ottimi i caratteristi, dal viscido Zerbe al solido Corey, senza dimenticare il "fantascientifico" Martin Landau.

postato da: Sasso67 alle ore 20:52 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 26 novembre 2007

Il corvo (Francia, 1943) di Henri-Georges Clouzot. Con Pierre Fresnay (il dott. Remy Germain), Pierre Larquey (il dott. Michel Vorzet), Ginette Leclerc (Denise Il corvo (una scena: Fresnay e la Leclerc)Saillens), Héléna Manson (Marie Corbin, l'infermiera), Micheline Francey (Laura Vorzet), Sylvie (la madre del moribondo), Noël Roquevert (Saillens, l'insegnante), Jean Brochard (Bonnevie, il tesoriere dell'ospedale), Pierre Bertin (il sottoprefetto), Roger Blin (François, l'ammalato del 13).

Una tranquilla cittadina della provincia francese è sconvolta da una serie di lettere anonime, firmate "Il Corvo", che spargono veleno sulle persone più in vista, ed in particolare su coloro che stanno intorno al dottor Germain, del locale ospedale.

Giallo quasi (ma solo formalmente) metafisico: in rtealtà il film tira fuori piccoli e grandi drammi della cittadina presa di mira dal Corvo. Il film di Clouzot è una crudelissima satira, nel senso che il termine aveva ai tempi dello scrittore romano Giovenale. Nonostante tutto (anche nonostante il fatto che il film fu realizzato durante l'occupazione tedesca, cosa che provocò un lungo ostracismo contro il regista), Il corvo non è un film cupo, ma riesce ad offrire sprazzi di umorismo, seppure contaminato da una punta di cattiveria.

postato da: Sasso67 alle ore 20:15 | Permalink | commenti
categoria:cinema
martedì, 20 novembre 2007

Il bandito della Casbah (Francia, 1937) di Julien Duvivier. Con Jean Gabin (Pépé Lé Moko), Mireille Balin (Gaby Gould), Gabriel Gabrio (Carlos), Saturnin Fabre (il Conte), Fernand Charpin (Régis), Lucas Gridoux (l'ispettore Slimane), Gilbert Gil (Pierrot), Marcel Dalio (L'Arbi), Gaston Modot (Jimmy).

Jean Gabin, caracolla, fronte popolare, realismo poetico, pepé, popò, fez, traditore, informatore e polizia, femme fatale, nave in porto, Carné, Camus, Duvivier, non entrate in quella casbah. Voto: 8.

P.S. Da vedere, subito dopo questo, Totò Le Mokò.

postato da: Sasso67 alle ore 00:09 | Permalink | commenti
categoria:cinema
domenica, 18 novembre 2007

Cerimonia segreta (GB, 1968) di Joseph Losey. Con Elizabeth Taylor (Leonora), Mia Farrow (Cinzia), Robert Mitchum (Albert), Peggy Ashcroft (Hannah), Pamela Brown (Hilda).

Una prostituta, che anni prima ha perduto una figlia, viene circuita da una ragazza, orfana e poco normale, perché reciti la parte della madre perduta. La donna, un po' per convenienza, un po' per recuperare il sentimento materno tragicamente perduto, accetta. La convivenza tra le due donne va avanti in maniera altalenante, finché non si rifarà presente il patrigno di Cinzia, che farà precipitare la situazione.

C'è sempre una prima volta per tutto, anche per vedere un film brutto di Losey. Ricreando più o meno la situazione che stava alla base del capolavoro Il servo (1963), il regista americano adottato dall'Inghilterra poteva tirarne fuori un altro ottimo film, ma si vede che a Losey è necessaria una solida base in sede di scrittura: qui, però, anziché un copione del grande Harold Pinter, ha una sceneggiatura dell'ungherese George Tabori (scomparso il 23 luglio di quest'anno), che all'attivo aveva soltanto la collaborazione con William Archibald per la sceneggiatura di Io confesso di Hitchcock. E la differenza si sente. Al di là delle possibili critiche alla trama, che fa molto romanzo d'appendice in salsa psicanalitica, c'è la gestione dell'insieme. Laddove, nel Servo, la casa d'antico stile britannico creava l'atmosfera giusta per le morbose vicende del "piccolo lord" interpretato da James Fox, qui la lussureggiante casa londinese della giovane Cinzia dà solo un'impressione d'ammuffito o, avoler essere teneri, delle "buone cose di pessimo gusto" della nonna Speranza gozzaniana¹.

La buona prova di una Elizabeth Taylor in via di disfacimento fisico non salva l'opera di Losey, anche a causa di una scialbissima Mia Farrow, talmente diafana da non risultare neanche inquietante, e di un insussistente Robert Mitchum, con barbetta o senza. Molto migliori le sequenze in cui compaiono le antipatiche vecchiette, zie di Cinzia, interpretate da due signore delle scene come Peggy Ashcroft e Pamela Brown. Purtroppo, però, le scene in cui compaiono sono troppo poche per aiutare il film.

¹ "Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottìpi: figure sognanti in perplessità,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chèrmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!"

(Guido Gozzano, L'amica di nonna Speranza, I)

postato da: Sasso67 alle ore 21:12 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema
domenica, 18 novembre 2007

Bad Religion - Chasing The Wild Goose (album: Into The Unknown)

A caccia d'anatre selvatiche

C'era un uomo che sbatteva la testa contro il muro

ce la sbatté per vent'anni, ma quel maledetto oggetto non ne volle sapere di cadere

lasciò una vita onesta

lasciò una moglie disperata.


Milioni di milioni vanno a caccia d'anatre selvatiche stanotte

per conquistarsi la solitudine di cui andranno a caccia per tutta la vita

e quando la troveranno potranno solo sdraiarsi e morire

sembra che il gioco non valga la candela, a giudicare dal premio.


C'era una donna che aveva un uomo freddo come il ghiaccio

lui costruì quattro mura solidissime e ce la chiuse dentro

lei coltivò la solitudine

suo marito non poteva immaginare

che lei si sarebbe tolta il vestito

e si sarebbe suicidata senza tanto chiasso.

postato da: Sasso67 alle ore 20:15 | Permalink | commenti
categoria:musica, testi
domenica, 18 novembre 2007

Il porto delle nebbie (Francia, 1938) di Marcel Carné. Con Jean Gabin (Jean), Michèle Morgan (Nelly), Michel Simon (Zabel), Pierre Brasseur (Lucien), Édouard Delmont (Panama), Raymond Aimos (Quart Vittel), Robert Le Vigan (Michel, il pittore), René Génin (il medico), Marcel Pérès (il camionista), Roger Legris (il cameriere dell'albergo).

Un disertore delle truppe coloniali giunge a Le Havre, deciso ad imbarcarsi su una nave per il Venezuela. Una serie di circostanze lo porterà a conoscere la giovane Nelly, a commettere un omicidio e anon poter partire...

Uno dei film (non il primo, però) che ha contribuito a creare il mito di Jean Gabin, un grande esempio del realismo poetico francese e del pessimismo cosmico che riflette alcune idee dell'esistenzialismo e sembra preludere alla disfatta francese del 1940 di fronte agli eserciti tedeschi. Si può sicuramente dare ragione a Morando Morandini quando dice che si Gabin e la Morgantratta di "un falso capolavoro" (anche se la critica va fatta non al film stesso, bensì ai critici che lo considerarono tale), ma si tratta comunque di un buon film, molto debitore, per la sua riuscita, della bravura degli interpreti, da un Jean Gabin dall'andatura caracollante al punto giusto, al Michel Simon che sa essere al tempo stesso debole e minaccioso, fino ad una Michèle Morgan appena diciottene. Restano, però, nella memoria anche altri personaggi, come il bandito impaurito, interpretato con faccia cerea da Pierre Brasseur, e il Panama di buon cuore e pochi discorsi di Delmont. E il porto di Le Havre, dove Carné traspose l'azione originariamente (nel romanzo di Pierre Mac Orlan) ambientata a Parigi. La scena dell'agguato a Jean, nella sua concisione, è al contemporaneamente efficace, poetica e commovente.

postato da: Sasso67 alle ore 19:37 | Permalink | commenti
categoria:cinema