Hallucination (GB, 1962) di Joseph Losey. Con Macdonald Carey (Simon Wells), Shirley Anne Field (Joan), Viveca Lindfors (Freya Neilson), Alexander Knox (Bernard), Oliver Reed (King), Walter Gotell (il maggiore Holland), James Villiers (il capitano Gregory), James Maxwell (Talbot), Rachel Clay (Victoria).
In una cittadina balneare britannica, un attempato americano e una ragazza inglese, in fuga d'amore dal presunto fratello (ma più probabile fidanzato) di lei, incappano in una grotta in cui i servizi segreti tengono segregati alcuni bambini radioattivi, frutto di un esperimento atomico/genetico.
Intitolato in originale The Damned, cioè I dannati (o meglio: I condannati), questo non è certo uno dei migliori film di Losey. Ispirato da un ideale politicamente giusto, da un umatarismo pacifista dal quale è difficile poter dissentire, specialmente in un periodo nel quale la guerra atomica appariva un'eventualità tutt'altro che remota (il 1962 è l'anno della crisi dei missili di Cuba), Hallucination soffre di mancanza di unitarietà: in sede di sceneggiatura non si è riusciti ad amalgamare sufficientemente la mediocre storia d'amore (o la storia di un amore mediocre) con il racconto di fantascienza. E perfino il tragico destino dei bambini, per come è gestita tutta la faccenda, non sembra interessare granché né ai protagonisti né al regista. Non che nel film sia tutto negativo, intendiamoci; è che non vi si ritrova quella maestria registica che Losey saprà riversare, appena un anno dopo, nel Servo. Anche qui, forse, come in Cerimonia segreta, si avverte l'assenza di un copione all'altezza; come George Tabori, neanche lo sceneggiatore Evan Jones ha la finezza narrativa di Harold Pinter, e, forse per questo, si assiste a forzature e a momenti eccessivamente didascalici, nei quali la metafora diventa fin troppo scoperta: ed ecco i contrasti, purtroppo scontati, tra la libertà della scultrice («se sapessi cosa rappresentano le mie statue, non le scolpirei», afferma) e l'ottusità di funzionari e poliziotti.
In ogni caso, anche nei film meno riusciti, vale sempre la pena di vedere il compianto Oliver Reed (1938-1999), qui giovanissimo e forse ancora da sgrossare da qualche orpello di derivazione teatrale (come quando, dopo avere ucciso un poliziotto, appoggia per un attimo una mano e la testa a uno scaffale, stringendo gli occhi in segno di rimorso).
Giudizio sul film: sufficiente.

Bright (Hank), Paul Sorvino (Samuels), Vic Ramano (Santo), Sully Boyar (il dottore).
Beverly Todd (Puff), Juano Hernandez (Mealie Williamson), Linda Towne (Joey Sturges), George Spell )Andy Tibbs), Wanda Spell (Ginger Tibbs).
Saillens), Héléna Manson (Marie Corbin, l'infermiera), Micheline Francey (Laura Vorzet), Sylvie (la madre del moribondo), Noël Roquevert (Saillens, l'insegnante), Jean Brochard (Bonnevie, il tesoriere dell'ospedale), Pierre Bertin (il sottoprefetto), Roger Blin (François, l'ammalato del 13).
Il bandito della Casbah (Francia, 1937) di Julien Duvivier. Con Jean Gabin (Pépé Lé Moko), Mireille Balin (Gaby Gould), Gabriel Gabrio (Carlos), Saturnin Fabre (il Conte), Fernand Charpin (Régis), Lucas Gridoux (l'ispettore Slimane), Gilbert Gil (Pierrot), Marcel Dalio (L'Arbi), Gaston Modot (Jimmy).
Una prostituta, che anni prima ha perduto una figlia, viene circuita da una ragazza, orfana e poco normale, perché reciti la parte della madre perduta. La donna, un po' per convenienza, un po' per recuperare il sentimento materno tragicamente perduto, accetta. La convivenza tra le due donne va avanti in maniera altalenante, finché non si rifarà presente il patrigno di Cinzia, che farà precipitare la situazione.
Michèle Morgan (Nelly), Michel Simon (Zabel), Pierre Brasseur (Lucien), Édouard Delmont (Panama), Raymond Aimos (Quart Vittel), Robert Le Vigan (Michel, il pittore), René Génin (il medico), Marcel Pérès (il camionista), Roger Legris (il cameriere dell'albergo).
tratta di "un falso capolavoro" (anche se la critica va fatta non al film stesso, bensì ai critici che lo considerarono tale), ma si tratta comunque di un buon film, molto debitore, per la sua riuscita, della bravura degli interpreti, da un Jean Gabin dall'andatura caracollante al punto giusto, al Michel Simon che sa essere al tempo stesso debole e minaccioso, fino ad una Michèle Morgan appena diciottene. Restano, però, nella memoria anche altri personaggi, come il bandito impaurito, interpretato con faccia cerea da Pierre Brasseur, e il Panama di buon cuore e pochi discorsi di Delmont. E il porto di Le Havre, dove Carné traspose l'azione originariamente (nel romanzo di Pierre Mac Orlan) ambientata a Parigi. La scena dell'agguato a Jean, nella sua concisione, è al contemporaneamente efficace, poetica e commovente.