Signore & signori (Italia, 1965) di Pietro Germi. Con Gastone Moschin (il ragionier Osvaldo Bisigato), Nora Ricci (Gilda Brisigato), Virna Lisi (Milena Zulian), Alberto Lionello (Toni Gasparini), Olga Villi (Ippolita Gasparini), Franco Fabrizi (Lino Benedetti), Gigi Ballista (il dottor Giacinto Castellan), Beba Loncar (Noemi Castellan), Virginio Gazzolo (Tosatto), Gia Sandri (Betty Scodeler), Quinto Parmeggiani (Bepi
Scodeler), Moira Orfei (Giorgia Casellato), Aldo Puglisi (Mancuso, il carabiniere), Gustavo D'Arpe (Scarabello), Alberto Rabagliati (il commendator Galeazzo Casellato), Patrizia Valturri (Alda, la ragazza minorenne), Carlo Bagno (Bepi Cristofoletto), Giulio Questi (Franco Zaccaria), Antonio Acqua (il procuratore Scarfiotti), Leoni Leon Bert (la madre di Osvaldo).
In una cittadina del Veneto, alcune coppie della buona società sono coinvolte in storie di sesso extraconiugale; tutto bene, finché si scopre che una delle ragazze che tutti si sono "ripassati" è minorenne.
Germi colpisce con ironia graffiante la morale molto elastica del Veneto bianco e produttivo, dimostrando di non avercela con la Sicilia culturalmente arretrata. Mancando un personaggio centrale come il Ferdinando di Divorzio all'italiana, Germi utilizza, come in Sedotta e abbandonata, un coro di figurine tutte sbozzolate e tutte perfette per mettere a fuoco l'ipocrisia che attanaglia quella società del benessere: quell'ipocrisia che fa sì che tutto sia permesso (anche dalla Chiesa) purché non si sappia in giro, purché non si ufficializzino le scappatelle con separazioni, denunce, abbandoni del tetto coniugale. In nome di questa ipocrisia sono accomunati tutti i ceti sociali: professionisti e sacerdoti, commercianti e politici, matronesse e contadini. Qualche personaggio ispira un po' più di comprensione umana (quelli di Gastone Moschin, Olga Villi, Carlo Bagno, Gia Sandri), ma nessuno è completamente simpatico o positivo. E anche la stampa, troppo sensibile agli interessi dei padroni del vapore, ci fa la sua bella figura di merda.

Tre studenti di medicina dell'Università di Pisa non pensano ad altro che ad assediare le ragazze e a tirare brutti scherzi all'antipatico dottor Cicchirini, ruffiano del professor Ciotti, primario della clinica universitaria.
Una grossa agenzia pubblicitaria del nord è incaricata da un industriale napoletano di reclamizzare del cibo per cani infestato dai vermi. Non sarà impresa semplice.
e le psicologie dei personaggi tirate via, ragione per cui, forse, ci sono così tanti personaggi sulla scena. Lo stile, poi, sembra, ironia della sorte, televisivo, anche se, da questo punto di vista, molte frecciate vanno a segno, a cominciare dalla presenza dell'intellettuale da salotto tv Querciasecca, oppure da quella del pubblicitario new age Pedone, che ricorda molto, barba (quella di Oliviero Toscani?) a parte, il guru della pubblicità Gavino Sanna.
Un direttore, un cassiere e una guardia giurata di una banca se la svignano all'improvviso, la notte dell'ultimo dell'anno, con nove miliardi di lire rubati. Le tre rispettive mogli, messe sulla pista buona, vanno a cercarli in Argentina. Sceglieranno di rimanervi.
Una banda di criminali capeggiata da un certo Oaks stermina un distaccamento dell'esercito americano e lo deruba dell'oro che trasportava. Dopo essersi sbarazzati dei componenti messicani della banda, Oaks e gli uomini rimasti vanno a fare rifornimento in un villaggio, dove, però, non sono bene accetti. Nel frattempo, uno dei banditi messicani, salvato dalla morte da due indiani, medita la sua vendetta.
Eleonora Stathopoulou (la madre di Alì), Rodolfo Bigotti (Ismail), Lino Capolicchio (pubblico ministero), Claudio Gora (il giudice), Pietro brambilla (soldato che cattura Omar), Mario Feliciani (Lobitto), Piero Gerlini (Barillo), Adolfo Lastretti (col. Sarsani), Ihab Werfali (Alì), Tom Felleghy (ufficiale italiano).
Lozano (Pascalina), Josè Ángel Egidio (Marchand), Achille Brugnini (col. Campbell), Vincent Lo Monaco (gen. Drouot), Vittorio Amandola (il sindaco Egisto Lonzi Tognarini), Emanuele Barresi (il segretario comunale), Carlo Monni (il notaio Bonci Bacelli), Fausto Caroli (Alì), Andrea Cambi (Oreste), Raffaella Lebboroni (la governante), Giorgio Algranti (un servitore), Simone Caroti (il verduraio), Andrea Buscemi (coadiutore), Pietro Fornaciari (il pescivendolo), Giovanni Rindi (aiutante del col. Campbell), Mirko Modesti (Secondo).
Vicenda poco verosimile, ma utile per adombrare parecchi riferimenti al presente, il film di Virzì lascia delusi su quasi tutti gli aspetti. Le allusioni all'attualità (Napoleone ha un passato che fa pensare a Bush jr. e un presente che sembra quello di Berlusconi) sono molto superficiali - si riducono a un "majesté mi consenta" e aun acenno a un improbabile "miracolo elbano" - mentre la tematica delle aspirazioni giovanili e alle disillusioni della maturità Virzì l'aveva già sviluppata, e molto meglio, in Ovosodo (1997). Gli sviluppi narrativi sono spesso forzati e quasi tutti prevedibili, i personaggi troppo incoerenti per essere veri (solo per fare un esempio: Martino odia il tiranno e amoreggia con una baronessa, si atteggia a democratico sulla scia di un suo vecchio insegnate, ma disdegna le attenzioni della servetta innamorata di lui). La ricostruzione d'epoca, accurata fin quasi al kubrickismo, cozza con una popolazione che parla con accento eccessivamente livornese (un pescivendolo giunge ad apostrofare Napoleone dicendogli "te sei un ber ganzo, perché vai ner culo a tutti!"), spesso messo in bocca ad attori di tutt'altra provenienza. Tra gli attori protagonisti, il solo toscano - per la precisione fiorentino - è Ceccherini, peraltro bravissimo. Ma non è certo il cast a rappresentare il problema di questo film: da Germano a Mastandrea alla Impacciatore gli interpreti fanno il loro degnissimo lavoro. Il difetto, si direbbe, è nel manico di una sceneggiatura irrisolta e forzatamente rivolta al presente dell'anno 2006, anziché aspirare all'universale. Sicuramente migliore di film recenti e di ambientazione analoga realizzate dai fratelli Taviani (si pensi a Fiorile e alle Affinità elettive), il film di Virzì ci doveva però risparmiare il carràmba che sorpresa tra Napoleone e la sua nutrice còrsa (Margarita Lozano). Così come è inutile il personaggio della baronessa, affidato a una Bellucci formato esportazione.