Cinderella Man - Una ragione per lottare (USA, 2005) di Ron Howard. Con Russell Crowe (James J. Braddock), Renée Zellweger (Mae Braddock), Paul Giamatti (Joe Gould), Craig Bierko (Max Baer), Paddy Considine (Mike Wilson), Bruce McGill (Jimmy Johnston), Rosemarie DeWitt (Sara Wilson), Linda Kash (Lucille Gould), Nicholas Campbell (Sporty Lewis), Chuck Shamata (padre Rorick).
La vera storia del pugile Jim Braddock, dagli altari del Madison Square Garden alla fine degli anni Venti, alla polvere della disoccupazione durante gli anni della Grande Depressione. E poi la difficile risalita, fino alla conquista del titolo mondiale contro il terribile picchiatore Max Baer.
Un film realizzato con grande professionismo dall'ottimo mestierante Ron Howard, il buon vecchio Ricky Cunningham di Happy Days, che realizza filmoni in serie spaziando da un genere all'altro come i vecchi negozi di merceria che vendevano dall'ago al cannone. La trama si segue con facilità dall'inizio alla fine, la ricostruzione storica sfiora la perfezione, ma la cosa che colpisce di più è, per così dire, metacinematografica. Si tratta della scelta del protagonista: il ruolo per cui è universalmente noto l'attore australiano (seppure neozelandese di nascita) Russell Crowe è quello del Gladiatore (2000) di Ridley Scott. Fargli interpretare un campione del ring sottintende la volontà di creare una similitudine tra gli antichi combattimenti gladiatori e il moderno pugilato. E, vedendo la violenza dei combattimenti sul quadrato e la spietatezza con la quale chi non era più considerato una macchina da soldi veniva emarginato dal mondo della boxe, viene da concordare con questo accostamento. In ogni caso, Crowe è bravo a dipingersi sul volto la soddisfazione, ottenuta dopo anni di umiliazioni, di essere considerato di nuovo un pugile a tutti gli effetti.

Manu Chao è sempre di moda, anche perché lui le mode, più che seguirle, le crea. Potrà rimanere antipatico, non si discute. Odiato da una parte per essere la colonna sonora del movimento no global e dall'altra perché, grazie alla musica, è diventato miliardario, José Manuel Thomas-Arthur "Manu" Chao, già leader dei Mano Negra, uno dei gruppi musicali più geniali e innovativi degli anni Ottanta, continua invariabilmente a sfornare album politicamente impegnati, musicalmente fatti bene e, allo stesso tempo, di successo (si può dire?) globale, con una formula abbastanza semplice e ormai collaudata. Alternando motivetti semplici e orecchiabili a pezzi più tirati e anche un po' incazzati, usando nei testi una specie di mantra da ripetere e che si ricordano dopo appena qualche ascolto, La Radiolina contiene pezzi che rimangono scolpiti dentro. Rainin' In Paradize, A Cosa (in duetto con Tonino Carotone, se non mi sbaglio), The Bleedin' Clown, Siberia, La Vida Tómbola (la seconda canzone di Manu Chao, dopo Santa Maradona, nell'album Casa Babylon dei Mano Negra, del 1994, dedicata al grande calciatore argentino, e dove Chao dice "se io fossi Maradona vivrei come lui, perché il mondo è una palla che si vive a fior di pelle"), alternati ad altre canzoni comunque valide, sono le punte di diamante di un lavoro che è sicuramente tra i migliori del 2007.
«Welcome to the new dark ages
Warner (la madre di Joanne), Annie Corley (giudice Ferguson).
(Jacko), John Hurt (Jellon Lamb), Tom Budge (Samuel Stoat).
Quando avevo cinque anni e mi raccontavano la fiaba di Cappuccetto Rosso, l'ascoltavo a bocca aperta. Se me la raccontassero oggi, comincerei a guardare l'orologio dopo dieci secondi e dopo trenta me ne andrei. La medesima reazione non può che riprodursi nello spettatore di fronte a questa favoletta piuttosto idiota e dalla trama anche poco raccontabile. L'unica cosa che si riesce a capire è che in un condominio della periferia di Philadelphia giungono, non si sa né perché né come, alcuni personaggi, più o meno mostruosi, che si comportano secondo quanto narrato in certe vecchie leggende coreane. In sostanza, giunge sulla terra una narf (ninfa buona) che dovrebbe trovare tra gli umani coloro che possono aiutarla a salvare il mondo dalll'attacco di certe creature mostruose e malvagie. Guarda caso, tutti i personaggi che le servono sono radunati in questo condominio squinternato, in cui funge da fulcro il balbuziente guardiano della piscina. Il quale - miracolo! - riuscirà, non solo a salvare l'umanità, ma perfino a guarire dal suo disturbo del linguaggio.
Adrián Giampani (Galván), Rosa Valsecchi (Susana, la cantante), Mario Lescano (Tucumano), Claudina Fazzini (Claudina), Kita Ca (la madre di Claudina).
Ulysse (Alain), Nicolas Pignon (il padrino), Vania Vilers (Schlondorff), Olga Legrand (la moglie di Godon), Augustin Legrand (José), Serge Chambon (l'organizzatore), Philippe Passon (Jean-François Godon), Avtandil Makharadze (il padre di Sébastien).
Spira il vento di Manhattan in questa commediola diretta da una Woody Allen in gonnella, fattasi le ossa con la serie televisiva Sex And The City. E purtroppo non è un gran bel vento, sentendosi la forte impronta del Woody Allen degli ultimi tempi, quello dei suoi film più fiacchi, verbosi e ripetitivi. Qui si narra delle vicende preminentemente sentimentali di quattro donne e dei loro (per chi ce l'ha) mariti. Jane è una stilista, sposata ad un bravissimo uomo in odore di omosessualità, la quale sfoga la propria aggressività nei luoghi pubblici (parcheggi, negozi, ristoranti). Christine è una sceneggiatrice il cui rapporto con il marito è ormai alle ballodole, e decide di cambiare tutto perché nulla (salvare il matrimonio) cambi, salvo far finire proprio tutto a carte quarantotto. Olivia è una zitella sventatella che non sa bene cosa fare della propria vita e, dopo una relazione con un uomo sposato, si mette a fare la donna delle pulizie in appartamenti di lusso, così come uno potrebbe fare il nuoto sincronizzato o diventare buddista. Franny e il marito Matt, invece, sono ricchissimi e partecipano in continuazione a cene ed eventi per la donazione di soldi a nobili cause. Incastonate tra due cene, le vicende del film propongono alla fine la stessa situazione di partenza - tre coppie e un'anatra zoppa - anche se leggermente rimescolata (Christine si è separata e Olivia ha trovato un buon cazzone). Per la verità, film come questo, che mischiano l'ultimo Allen alla pubblicità poco occulta di grandi marchi (qui spopolano, senza alcuna necessità narrativa, la Apple e la Lancome), interessano meno che niente. Girano a vuoto intorno a un'umanità che non si capisce bene fino a che punto la regista intenda veramente satireggiare e mettere alla berlina oppure indicare come possibile modello di felicità. La mancanza di valutazione riguardo alle conseguenze dei propri comportamenti (la ristrutturazione della casa di Christine) e la difficoltà di comunicare con il resto dell'umanità (ancora Christine e gli operai ispanici), se non in forme aggressive (basti pensare alle scenate di Jane) pongono questa alta borghesia all'interno di un mondo tutto suo impenetrabile e impermeabile da e verso l'esterno. Ma non sono troppo convinto che questo, per la Holofcener, rappresenti un difetto, tanto è vero che anche lo sgraziato nuovo fidanzato di Olivia, alla fine, si rivela essere un riccone. E vissero felici e contenti.
Stoppa (Trifilli), Osvaldo Valenti (Eriberto), Primo Carnera (Klasa).