domenica, 30 settembre 2007

Cinderella Man - Una ragione per lottare (USA, 2005) di Ron Howard. Con Russell Crowe (James J. Braddock), Renée Zellweger (Mae Braddock), Paul Giamatti (Joe Gould), Craig Bierko (Max Baer), Paddy Considine (Mike Wilson), Bruce McGill (Jimmy Johnston), Rosemarie DeWitt (Sara Wilson), Linda Kash (Lucille Gould), Nicholas Campbell (Sporty Lewis), Chuck Shamata (padre Rorick).

La vera storia del pugile Jim Braddock, dagli altari del Madison Square Garden alla fine degli anni Venti, alla polvere della disoccupazione durante gli anni della Grande Depressione. E poi la difficile risalita, fino alla conquista del titolo mondiale contro il terribile picchiatore Max Baer.

Un film realizzato con grande professionismo dall'ottimo mestierante Ron Howard, il buon vecchio Ricky Cunningham di Happy Days, che realizza filmoni in serie spaziando da un genere all'altro come i vecchi negozi di merceria che vendevano dall'ago al cannone. La trama si segue con facilità dall'inizio alla fine, la ricostruzione storica sfiora la perfezione, ma la cosa che colpisce di più è, per così dire, metacinematografica. Si tratta della scelta del protagonista: il ruolo per cui è universalmente noto l'attore australiano (seppure neozelandese di nascita) Russell Crowe è quello del Gladiatore (2000) di Ridley Scott. Fargli interpretare un campione del ring sottintende la volontà di creare una similitudine tra gli antichi combattimenti gladiatori e il moderno pugilato. E, vedendo la violenza dei combattimenti sul quadrato e la spietatezza con la quale chi non era più considerato una macchina da soldi veniva emarginato dal mondo della boxe, viene da concordare con questo accostamento. In ogni caso, Crowe è bravo a dipingersi sul volto la soddisfazione, ottenuta dopo anni di umiliazioni, di essere considerato di nuovo un pugile a tutti gli effetti.

postato da: Sasso67 alle ore 16:40 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema
sabato, 29 settembre 2007

Manu Chao, La Radiolina, 2007

manuchao_laradiolinaManu Chao è sempre di moda, anche perché lui le mode, più che seguirle, le crea. Potrà rimanere antipatico, non si discute. Odiato da una parte per essere la colonna sonora del movimento no global e dall'altra perché, grazie alla musica, è diventato miliardario,  José Manuel Thomas-Arthur "Manu" Chao, già leader dei Mano Negra, uno dei gruppi musicali più geniali e innovativi degli anni Ottanta, continua invariabilmente a sfornare album politicamente impegnati, musicalmente fatti bene e, allo stesso tempo, di successo (si può dire?) globale, con una formula abbastanza semplice e ormai collaudata. Alternando motivetti semplici e orecchiabili a pezzi più tirati e anche un po' incazzati, usando nei testi una specie di  mantra da ripetere e che si ricordano dopo appena qualche ascolto, La Radiolina contiene pezzi che rimangono scolpiti dentro. Rainin' In Paradize, A Cosa (in duetto con Tonino Carotone, se non mi sbaglio), The Bleedin' Clown, Siberia, La Vida Tómbola (la seconda canzone di Manu Chao, dopo Santa Maradona, nell'album Casa Babylon dei Mano Negra, del 1994, dedicata al grande calciatore argentino, e dove Chao dice "se io fossi Maradona vivrei come lui, perché il mondo è una palla che si vive a fior di pelle"), alternati ad altre canzoni comunque valide, sono le punte di diamante di un lavoro che è sicuramente tra i migliori del 2007.

postato da: Sasso67 alle ore 20:27 | Permalink | commenti
categoria:musica
sabato, 29 settembre 2007

Bad Religion, New Maps Of Hell, 2007.

«Welcome to the new dark ages
I hope you're living right
These are the new dark ages
And the world might end tonight»

(New Dark Ages)

(Benvenuti nei nuovi tempi bui, spero che conduciate una vita giusta. Questi sono i nuovi tempi bui, e il mondo potrebbe finire stanotte)

I Bad Religion sono grandi perché se ne sbattono delle mode e delle tendenze musicali e paramusicali. Tanto per dire, ai concerti, dopo due ore di sudate, non concedono bis e nei dischi non inseriscono bonushidden tracks. Questo New Maps Of Hell procede sulla strada dei migliori Bad Religion, quelli di Against The Grain (1991), Generator (1992) e Recipe For Hate (1993), nel solco dei vecchi lavori della band, ripreso con il penultimo album The Empire Strikes First del 2004. I singoli pezzi sono tutti validi, e la perizia tecnica con la quale sono suonati fa sì che si apprezzino meglio dopo ripetuti ascolti, che valorizzano i continui cambi di ritmo - caratteristica che costituisce una indubbia evoluzione rispetto alle origini del punk - e perfino i coretti di sottofondo (gli oozin oohs and aahs, come li definisce il libretto), ci si rende conto, sono più apocalittici che enfatici. Inutile citare le singole canzoni (vabbe', cito New Dark Ages, perché si può ascoltare qui): non c'è una 21st Century Digital Boy, una Generator o una American Jesus, che spicchi sulle altre. New Maps Of Hell costituisce comunque una salda roccia nel mare della musica contemporanea.

postato da: Sasso67 alle ore 16:30 | Permalink | commenti
categoria:musica, punk, rock
sabato, 29 settembre 2007

Stick It - Sfida e conquista (Germania/USA, 2006) di Jessica Bendinger. Con Missy Peregrym (Haley Graham), Jeff Bridges (Burt Vickerman), Vanessa Lengies (Joanne Charis), Nikki SooHoo (Wei Wei Yong), Maddy Curley (Mina Hoyt), Kellan Lutz (Frank), John Patrick Amedori (Poot), Svetlana Efremova (Dorrie), John Gries (Brice Graham), Gia Carides (Alice Graham), Tarah Paige (Tricia Skilken), Julie Jeff Bridges e Missy Peregrym in Stick ItWarner (la madre di Joanne), Annie Corley (giudice Ferguson).

Una specie di Million Dollar Baby in versione per ragazzine decerebrate. O forse un Gioventù, amore e rabbia per le stesse ragazzine decerebrate di prima, e un po' titillatorio nei confronti dei loro coetanei maschi, in fregola di masturbazioni poco mentali e molto fisiche. Le ragazzine del film, infatti, sono tutte troppo carine - e le loro mamme troppo fighe e un po' rifatte - per essere vere. E la storia di sport, sudore e ribellione è troppo strarivista e strabusata per non irritare profondamente lo spettatore che non abbia mandato il cervello all'ammasso. Insomma, sul fatto che il film sia orripilante non ci piove. Il mistero, semmai, è come mai un attore dignitoso come Jeff Bridges (evidentemente affetto dalla sindrome di denirizzazione) possa svendersi ed accettare una parte in una minchiata simile. L'unica cosa buona del film è la colonna sonora, che comprende pezzi dei Green Day, degli Electric Six e dei Blink 182.

postato da: Sasso67 alle ore 13:54 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 26 settembre 2007

The Proposition (Australia/GB, 2005) di John Hillcoat. Con Guy Pierce (Charlie Burns), Ray Winstone (capitano Morris Stanley), Danny Huston (Arthur Burns), Emily Watson (Martha Stanley), Richard Wilson (Mike Burns), David Gulpilil The Proposition (Guy Pierce)(Jacko), John Hurt (Jellon Lamb), Tom Budge (Samuel Stoat).

Bello, veramente bello.

Australia, fine dell'Ottocento. I due più giovani dei tre fratelli Burns sono catturati dal capitano Stanley, che rappresenta la legge di Sua Maestà Britannica. Il poliziotto fa un patto con il fratello mezzano: terrà in ostaggio il più giovane, mentre il fratello avrà dieci giorni di tempo per uccidere il fratello maggiore, il capo e il più terribile dei tre. Se non adempierà questo compito, il fratello minore sarà impiccato il giorno di Natale.

Quando gli inglesi si resero conto di non poter più mandare galeotti nelle colonie dell'America del Nord, cominciarono a spedirli in Australia. E questo western australiano, scritto da Nick Cave, uno dei più grandi cantautori del nuovissimo continente, è davvero un ottimo film, che ci propone una storia di pistoleros e sceriffi - con gli aborigeni a fare la parte dei pellerossa - a metà tra l'epica decadente alla Pat Garrett & Billy The Kid (1973) e l'allucinazione alla Dead Man (1995), ambientata in un'Australia inquietante e misteriosa, degnissima erede di quella vista nei primi film di Peter Weir come Picnic ad Hanging Rock (1975) e L'ultima onda (1977). Il risultato è, appunto, un western sporco e cattivissimo che, se ha un difetto, lo denota quando entra in scena la moglie del capitano Stanley (interpretata dalla peraltro brava Emily Watson). Il resto lo fanno la bellezza del paesaggio australiano, magnificamente cinematografato da Benôit Delhomme e alcune belle interpretazioni, in particolare di Pierce (quasi spettrale), Winstone, Huston, Hurt. Un egregio lavoro, quello del regista aussie John Hillcoat, per un film che in chi lo vede non può non lasciare il segno.

The Proposition (Pierce e Huston)

postato da: Sasso67 alle ore 01:17 | Permalink | commenti
categoria:cinema, western
domenica, 23 settembre 2007

Lady In The Water (USA, 2006) di M. Night Shyamalan. Con Paul Giamatti (Cleveland Heep), Bryce Dallas Howard (Story), Jeffrey Wright (Mr. Drury), Bob Balaban (Harry Farber), Sarita Choudhury (Anna Ran ), Cindy Cheung (Yung-Soon Choi), M. Night Shyamalan (Vick Ran), Freddy Rodríguez (Reggie), Mary Beth Hurth (la signora Bell), Noah Gray-Cabey (Joey Dury), Jared Harris (fumatore col pizzetto), Joseph D. Reitman (fumatore capellone).

Lady In The Water (Howard e Giamatti)Quando avevo cinque anni e mi raccontavano la fiaba di Cappuccetto Rosso, l'ascoltavo a bocca aperta. Se me la raccontassero oggi, comincerei a guardare l'orologio dopo dieci secondi e dopo trenta me ne andrei. La medesima reazione non può che riprodursi nello spettatore di fronte a questa favoletta piuttosto idiota e dalla trama anche poco raccontabile. L'unica cosa che si riesce a capire è che in un condominio della periferia di Philadelphia giungono, non si sa né perché né come, alcuni personaggi, più o meno mostruosi, che si comportano secondo quanto narrato in certe vecchie leggende coreane. In sostanza, giunge sulla terra una narf (ninfa buona) che dovrebbe trovare tra gli umani coloro che possono aiutarla a salvare il mondo dalll'attacco di certe creature mostruose e malvagie. Guarda caso, tutti i personaggi che le servono sono radunati in questo condominio squinternato, in cui funge da fulcro il balbuziente guardiano della piscina. Il quale - miracolo! - riuscirà, non solo a salvare l'umanità, ma perfino a guarire dal suo disturbo del linguaggio.

Dopo film celebrati come Sesto senso, Signs e The Village, il sopravvalutato (ma visivamente efficace, dobbiamo ammetterlo) Shyamalan fa un passo indietro. E, per usare il linguaggio fiabesco a lui caro, lo fa con gli stivali dalle sette leghe. Insomma, la sceneggiatura era già di per sé una schifezza, anche perché tra narf, snurtf e karabuk non ci si capisce una mazza. Aggiungere al pastrocchio qualche tocco di risaputissima ironia (ma fa ancora ridere la balbuzie di un personaggio?), anche metacinematografica (le considerazioni del critico cinematografico sui personaggi antipatici), nonché condirlo con una fotografia leccatissima e una musica melodica in (cattivo) odore di new age rende tutto l'insieme ancora più irritante.

Fra gli attori, va detto che se la cavano due vecchie volpi come Balaban e Giamatti (azz... ho chiamato vecchia volpe un attore che ha la mia età), mentre la figlia di Ron Howard ha un'espressività facciale prossima allo zero assoluto. Sugli altri interpreti è d'uopo tacere: hanno parti troppo stupide per poter emergere. Film sconsigliato, specialmente a chi abbia sofferto, anche in tempi remoti, di orchite.

postato da: Sasso67 alle ore 11:53 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 22 settembre 2007

Bombón: el perro (Argentina/Spagna, 2004) di Carlos Sorín. Con Juan Villegas (Juan Villegas, detto Coco), Walter Donado (Walter Donado), Mariela Diaz (la figlia di Coco), Leda Cacho (la moglie di Walter), Carlos Rossi (direttore di banca), Adrián Giampani (Galván), Rosa Valsecchi (Susana, la cantante), Mario Lescano (Tucumano), Claudina Fazzini (Claudina), Kita Ca (la madre di Claudina).

A 52 anni (pur dimostrandone almeno settanta), Juan Villegas detto Coco si ritrova disoccupato. Se l'Argentina è un paese in crisi, la Patagonia è una zona depressa dell'Argentina, per cui trovare un lavoro, per l'uomo, è un'impresa disperata. Un giorno incontra una signora che, per sdebitarsi di un passaggio offertole da Coco, le regala un bell'esemplare da competizione di dogo argentino. Da questo momento in poi il protagonista non si sentirà più un semplice disoccupato, ma diventerà un "espositore di cani".

Il film di Sorín, in passato regista di qualche ambizione, ha un andamento scorrevole ma lento, come le strade ondulate, ma sostanzialmente pianeggianti, della Patagonia. Se nella malinconia dell'uomo di una certa età che si sente ormai inutile ai parenti e alla societàcon un unico amico rimasto, di mascella volitiva e a quattro zampe, Bombón: el perro fa venire alla mente Umberto D. (1952) di De Sica, al tirar delle somme si vede come il regista argentino non riesca ad andare in profondità con i personaggi, come invece aveva saputo fare il nostro maestro del neorealismo. Con qualche piccola incongruenza di troppo (il cane che scappa ad un allevatore esperto come Walter Donado ed è ritrovato, pochi chilometri più in là, dall'anziano protagonista), il film si avvia ad un lieto fine di maniera, con la solita coppia di giovincelli, presagio di una rinascita, che sperano di trovare un futuro migliore a Buenos Aires. Si deve apprezzare, comunque, l'uso che il regista sa fare dei paesaggi.

postato da: Sasso67 alle ore 18:21 | Permalink | commenti
categoria:cinema
sabato, 22 settembre 2007

13 Tzameti (Francia/Georgia, 2005) di Géla Babluani. Con George Babluani (Sébastien), Pascal Bongard (il maestro di cerimonie), Aurélien Recoing (Jacky), Fred Ulysse (Alain), Nicolas Pignon (il padrino), Vania Vilers (Schlondorff), Olga Legrand (la moglie di Godon), Augustin Legrand (José), Serge Chambon (l'organizzatore), Philippe Passon (Jean-François Godon), Avtandil Makharadze (il padre di Sébastien).

Un giovane muratore si sostituisce a un defunto morfinomane, per il quale stava lavorando, in un misterioso affare dal quale pensa di poter ricvavare un sacco di soldi. Non si tratta di droga, come forse pensava il giovane, ma di scommesse clandestine. Per non rovinare la sorpresa a chi volesse vedere il film, non dirò di più.

Girato in un bianco e nero autoriale che rimanda, a mio parere, un po' ai maestri della nouvelle vague (Godard, Truffaut, ma anche Melville), un po' al Kassowitz dell'Odio e un po' anche ad un regista con il quale Babluani condivide le origini georgiane (sono nati entrambi a Tiblisi, seppure a 45 anni di distanza) e l'adozione francese, come l'Otar Ioseliani di C'era una volta un merlo canterino (1970) e di Pastorale (1975), 13 Tzameti è un film che sa creare la tensione come da tempo non si vedeva. Con una sapiente direzione di attori dalle facce poco note ma quanto mai espressive (notevoli, in particolare, Aurélien Recoing e il mio preferito, Augustin Legrand, una specie di Gattuso alto), con un sapiente tocco dato in sede di montaggio, il giovane regista - ventiseienne al momento dell'uscita del film - ottiene un risultato che pone il suo film vicino ad opere del passato come Rapina a mano armata (1956) di Kubrick e Tirate sul pianista (1960) di Truffaut. 13 Tzameti (non so cosa significhi... tzameti potrebbe semplicemente essere la parola georgiana per tredici) è ottimo, teso come un noir americano e intelligente come un film europeo. Assolutamente da vedere per chi abbia a cuore il buon cinema. L'unica notizia negativa è che Babluani sta preparando un remake di 13 Tzameti, la cui uscita è prevista per il 2008. Che sia l'ennesimo tentativo yankee di rovinare un cristallino talento cinematografico?

«Per dare sostanza alla storia, mi piace inseguire i personaggi con la mia cinepresa nell’esecuzione meccanica di ruoli non scritti e, attraverso la direzione precisa degli attori, rivelarne la complessità e l’individualità. Usando inquadrature larghe e luci direzionali per rendere il passaggio dall’ombra alla lucentezza più forte, cerco di trovare il tono giusto per il film e preparare l’ultimo gradino del processo creativo: il montaggio.» (Géla Babluani)

13 Tzameti (Augustin Legrand)

postato da: Sasso67 alle ore 13:30 | Permalink | commenti
categoria:cinema
venerdì, 21 settembre 2007

Friends With Money (USA, 2006) di Nicole Holofcener. Con Frances McDormand (Jane), Simon McBurney (Aaron), Catherine Keener (Christine), Jason Isaacs (David), Jennifer Aniston (Olivia), Bob Stephenson (Marty), Joan Cusack (Franny), Greg Germann (Matt), Ty Burrell (l'altro Aaron).

Le quattro protagonisteSpira il vento di Manhattan in questa commediola diretta da una Woody Allen in gonnella, fattasi le ossa con la serie televisiva Sex And The City. E purtroppo non è un gran bel vento, sentendosi la forte impronta del Woody Allen degli ultimi tempi, quello dei suoi film più fiacchi, verbosi e ripetitivi. Qui si narra delle vicende preminentemente sentimentali di quattro donne e dei loro (per chi ce l'ha) mariti. Jane è una stilista, sposata ad un bravissimo uomo in odore di omosessualità, la quale sfoga la propria aggressività nei luoghi pubblici (parcheggi, negozi, ristoranti). Christine è una sceneggiatrice il cui rapporto con il marito è ormai alle ballodole, e decide di cambiare tutto perché nulla (salvare il matrimonio) cambi, salvo far finire proprio tutto a carte quarantotto. Olivia è una zitella sventatella che non sa bene cosa fare della propria vita e, dopo una relazione con un uomo sposato, si mette a fare la donna delle pulizie in appartamenti di lusso, così come uno potrebbe fare il nuoto sincronizzato o diventare buddista. Franny e il marito Matt, invece, sono ricchissimi e partecipano in continuazione a cene ed eventi per la donazione di soldi a nobili cause. Incastonate tra due cene, le vicende del film propongono alla fine la stessa situazione di partenza - tre coppie e un'anatra zoppa - anche se leggermente rimescolata (Christine si è separata e Olivia ha trovato un buon cazzone). Per la verità, film come questo, che mischiano l'ultimo Allen alla pubblicità poco occulta di grandi marchi (qui spopolano, senza alcuna necessità narrativa, la Apple e la Lancome), interessano meno che niente. Girano a vuoto intorno a un'umanità che non si capisce bene fino a che punto la regista intenda veramente satireggiare e mettere alla berlina oppure indicare come possibile modello di felicità. La mancanza di valutazione riguardo alle conseguenze dei propri comportamenti (la ristrutturazione della casa di Christine) e la difficoltà di comunicare con il resto dell'umanità (ancora Christine e gli operai ispanici), se non in forme aggressive (basti pensare alle scenate di Jane) pongono questa alta borghesia all'interno di un mondo tutto suo impenetrabile e impermeabile da e verso l'esterno. Ma non sono troppo convinto che questo, per la Holofcener, rappresenti un difetto, tanto è vero che anche lo sgraziato nuovo fidanzato di Olivia, alla fine, si rivela essere un riccone. E vissero felici e contenti.

L'unico personaggio descritto come veramente positivo è Aaron (interpretato da un bravo Simon McBurney), il marito di Jane, che tutti ritengono omosessuale, anche se forse è soltanto in cerca di amicizie più vere di quelle dei gala di beneficenza. La regista, però, gli mette intorno troppi gay veri o presunti che sembrano tutti concupirlo, con il rischio di eccedere in grottesco e di apparire sempre sul punto di scivolare nella farsaccia becera.

postato da: Sasso67 alle ore 18:30 | Permalink | commenti
categoria:cinema
mercoledì, 19 settembre 2007

La corona di ferro (Italia, 1941) di Alessandro Blasetti. Con Gino Cervi (Re Sedemondo), Massimo Girotti (Arminio), Elisa Cegani (Elsa, figlia di Sedemondo/sua madre), Luisa Ferida (Kavaora e Tundra), Rina Morelli (la vecchia del fuso), Paolo Stoppa (Trifilli), Osvaldo Valenti (Eriberto), Primo Carnera (Klasa).

Strullata fantasy di Blasetti, che continua ad essere sopravvalutata fino ai giorni nostri. Con una trama insulsa e quasi irraccontabile, Blasetti sembra voler fondare una mitologia pagana-italica-fascista, sulla scorta del film I Nibelunghi di Fritz Lang, che tanto era piaciuto a Hitler e Goebbels. La reazione del ministro tedesco per la propaganda si concretizzò nel dichiarare che se un regista tedesco avesse realizzato un'opera simile sarebbe stato messo al muro. Il film, cavallo di battaglia di intere generazioni di cinema parrocchiali, si regge sulle interpretazioni di bravi attori quali Gino Cervi, Luisa Ferida (bellissima), Elisa Cegani (allora legata al regista), e un Massimo Girotti atletico, che recita una parte a metà strada tra Sigfrido e Tarzan. Ma anche gli attori, tra i quali si notano il povero Osvaldo Valenti e il campione di pugilato Primo Carnera, possono fare ben poco per salvare un film citrullo come questo. È da notare, ancora una volta, che il regista ha la libertà di mostrare un personaggio femminile a seni nudi, possibilità che, nel dopoguerra cattocomunista, il cinema italiano si scorderà per almeno vent'anni.

postato da: Sasso67 alle ore 20:30 | Permalink | commenti (2)
categoria:cinema