La Viaccia (Italia/Francia, 1961) di Mauro Bolognini. Con Jean-Paul Belmondo (Amerigo Casamonti), Claudia Cardinale (Bianca), Pietro Germi (Stefano Casamonti), Paul Frankeur (Ferdinando Casamonti), Gabriella Pallotta (Carmelinda), Franco Balducci (Tognaccio), Romolo Valli (Dante), Emma Baron (Giovanna), Claudio Biava (Arlecchino), Marcella Valeri (Beppa), Gina Sammarco (la maitresse).
Ottimo film, checché ne dica qualche critico abbonato ad imputare a Bolognini l'eccessiva cura formale e la scarsa cura per la sostanza del racconto. Qui i due aspetti si coniugano bene, formando un insieme che dà vita, probabilmente, al miglior Bolognini di sempre. Il film si apre come una sorta di Viceré (inteso come il grande romanzo di De Roberto) dei poveri, con la morte del patriarca, un vecchio contadino della campagna fiorentina, che detta le sue ultime volontà ai figli riuniti al suo capezzale: il podere della Viaccia non dovrà essere diviso, ma restare a uno solo dei figli. Il prescelto è Stefano, il figlio più simile al defunto capofamiglia, nonché padre del nipote prediletto Amerigo, detto Ghigo. Quest'ultimo, però, ha una mentalità diversa da quella degli avi: ha un animo meno gretto e più sognatore, ed è affascinato dagli ideali egualitari del socialismo e dell'anarchia. Quando viene mandato a Firenze, per stare a bottega con lo zio vinaio, giovanotto e benestante, Ghigo non tarda a recarsi in una casa di tolleranza, dove conosce la bella prostituta Bianca. Questa frequentazione ne causerà l'allontanamento dalla famiglia, mentre l'amore per la donna perduta si rivelerà impossibile, anche per la mentalità rassegnata di lei.
Gli interpreti contribuiscono alla riuscita del film, sia Belmondo, incredibilmente misurato, che la Cardinale, bellissima e maledetta. Ma i migliori sono i vecchi, a cominciare da Germi e dal grande attore francese Paul Frankeur.

Certe persone hanno un culo che non si reggono in piedi. Non sto parlando di Selen, qui, fra l'altro, sempre vestita, ma di Edoardo Gabbriellini, valoroso protagonista di Ovosodo (1997). Dopo avere prestato il volto al Piero Mansani del film di Virzì, l'attore livornese si becca i soldi di Procacci e della Fandango con una sceneggiatura assolutamente inconsistente. Almeno apparentemente debitore nei confronti di Wenders più che verso Virzì,
Robert Hutton (Rupert), Anna Maria Alberghetti (la principessa), Count Basie (sé stesso).
João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.
Il Principe, capo ultrà della Roma, s'è fatto due anni di carcere per rapina. Quando esce si rende conto che Cinzia, la sua ragazza, s'è messa con il suo migliore amico, Red, anch'egli del commando ultrà. Durante una trasferta a Torino, fra una sassaiola e una scazzottata con gli ultrà della Juve, i nodi verranno al pettine, ma, se perfino le amicizie finiscono, non viene mai meno l'omertà del branco, pronta a coprire anche i gesti criminali. Testimone di tutto è Fabio, fratellino undicenne di Cinzia, che gli ultrà si portano incoscientemente dietro.
Nella Francia degli anni trenta, un ex impiegato di banca, rimasto disoccupato, per mantenere il figlio e la moglie invalida, sposa delle ricche signore di mezza età e le uccide. Indebitato fino al collo a causa di alcuni investimenti divorati dalla crisi finanziaria del periodo, compie un paio di mosse false e si fa scoprire. Venuto a sapere che la moglie e il figlio sono morti si lascia arrestare e ghigliottinare.
padre del bambino), Mack Swain (il diacono), Mai Wells (la madre del bambino), Dinky Reisner (il bambino), Loyal Underwood (Anziano), Chuck Reisner (Howard Huntington, il borsaiolo), Tom Murray (sceriffo Bryan), Henry Bergman (lo sceriffo sul treno).
Salerno (Balilla Bruno Caorso), Irene Ferri (capo amazzone), Caterina Guzzanti (prima amazzone), Simona Banchi (la Madonna del manganello), Paola Minaccioni (Befana fascista).
Commedia virante in farsa pochissimo riuscita. In tempi di revival, spacciato come un film con Franchi e Ingrassia, Gerarchi si muore propone invece soprattutto una serie di duetti con Fabrizi e Pavese (peraltro bravissimi), con Vianello a fare da vero e proprio deus ex machina. I due comici siciliani sono invece sullo sfondo, come aiutanti falsari pasticcioni di un famoso ladro e truffatore internazionale conosciuto come il Gatto. La cosa più divertente di Franco e Ciccio sono i loro nomi, Scilla e Cariddi, e la scenetta nella quale (dopo avere coniato banconote con errori di stampa), dopo una partita a carte nella quale Ciccio vince ventimila lire al socio, Franco prende il torchio e fabbrica due banconote da diecimila nuove di zecca (e a Ciccio che le osserva controluce, domanda "Che c'è, non ti fidi???"). La farsa sui nostalgici del fascismo è poco riuscita, anche perché il personaggio che dovrebbe fare da contraltare all'ex gerarca, quello affidato a Pavese, è poco riuscito, e lo si capisce fin dalle prime battute, quando l'industrialotto che "si è fatto da sé", pur proclamandosi un compagno, licenzia in tronco un dipendente, colpevole di fare il filo alla figlia e di averlo definito rimbambito. Il film di Simonelli poteva essere ridotto ad uno sketch o ad un accenno, come qualche riuscito flashback dei film con Fabrizi e Totò: basti pensare a quanto sia più eloquente la scena del "giù il cappello!" in Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi (1960), che forse ha offerto lo spunto per questo film davvero mediocre.