venerdì, 31 agosto 2007

La Viaccia (Italia/Francia, 1961) di Mauro Bolognini. Con Jean-Paul Belmondo (Amerigo Casamonti), Claudia Cardinale (Bianca), Pietro Germi (Stefano Casamonti), Paul Frankeur (Ferdinando Casamonti), Gabriella Pallotta (Carmelinda), Franco Balducci (Tognaccio), Romolo Valli (Dante), Emma Baron (Giovanna), Claudio Biava (Arlecchino), Marcella Valeri (Beppa), Gina Sammarco (la maitresse).

La ViacciaOttimo film, checché ne dica qualche critico abbonato ad imputare a Bolognini l'eccessiva cura formale e la scarsa cura per la sostanza del racconto. Qui i due aspetti si coniugano bene, formando un insieme che dà vita, probabilmente, al miglior Bolognini di sempre. Il film si apre come una sorta di Viceré (inteso come il grande romanzo di De Roberto) dei poveri, con la morte del patriarca, un vecchio contadino della campagna fiorentina, che detta le sue ultime volontà ai figli riuniti al suo capezzale: il podere della Viaccia non dovrà essere diviso, ma restare a uno solo dei figli. Il prescelto è Stefano, il figlio più simile al defunto capofamiglia, nonché padre del nipote prediletto Amerigo, detto Ghigo. Quest'ultimo, però, ha una mentalità diversa da quella degli avi: ha un animo meno gretto e più sognatore, ed è affascinato dagli ideali egualitari del socialismo e dell'anarchia. Quando viene mandato a Firenze, per stare a bottega con lo zio vinaio, giovanotto e benestante, Ghigo non tarda a recarsi in una casa di tolleranza, dove conosce la bella prostituta Bianca. Questa frequentazione ne causerà l'allontanamento dalla famiglia, mentre l'amore per la donna perduta si rivelerà impossibile, anche per la mentalità rassegnata di lei.

Gli interpreti contribuiscono alla riuscita del film, sia Belmondo, incredibilmente misurato, che la Cardinale, bellissima e maledetta. Ma i migliori sono i vecchi, a cominciare da Germi e dal grande attore francese Paul Frankeur.

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categoria:cinema
mercoledì, 29 agosto 2007

B. B. e il cormorano (Italia, 2003) di Edoardo Gabbriellini. Con Edoardo Gabbriellini (Mario), Carolina Felline (Gaia), Giorgio Algranti (Nevio Ulivieri), Selen (Gabriella), Marco Giallini (zio Piero), Paolo Vivaldi (Guido).

Gabbriellini, Giallini, FellineCerte persone hanno un culo che non si reggono in piedi. Non sto parlando di Selen, qui, fra l'altro, sempre vestita, ma di Edoardo Gabbriellini, valoroso protagonista di Ovosodo (1997). Dopo avere prestato il volto al Piero Mansani del film di Virzì, l'attore livornese si becca i soldi di Procacci e della Fandango con una sceneggiatura assolutamente inconsistente. Almeno apparentemente debitore nei confronti di Wenders più che verso Virzì, il film di Gabbriellini ha nel falso movimento (in direzione di New York) il suo nucleo fondamentale. Ma se era questa l'idea centrale dell'esordiente regista, non è arduo notare che tutto poteva essere detto meglio e con maggiore efficacia spettacolare. Qualche cenno di verità, qua e là, si coglie, ma, stranamente, si coglie soprattutto nelle scene nelle quali è presente il romano Marco Giallini, il miglior attore del mazzo, che dev'essersi divertito un mondo a imparare il livornese. Alla Felline, cui viene regalato un personaggio abbastanza interessante, doveva essere risparmiata la scena del karaoke.

Un'occasione sprecata da Gabbriellini. Speriamo nella prossima chance, se gliela daranno. Il titolo, nonostante le fantasiose ipotesi di qualche critico, resta un mistero.

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categoria:cinema
martedì, 28 agosto 2007

Il Cenerentolo (USA, 1960) di Frank Tashlin. Con Jerry Lewis (Freddy), Ed Wynn (il mago padrino), Judith Anderson (la matrigna), Henry Silva (Maximilian), Robert Hutton (Rupert), Anna Maria Alberghetti (la principessa), Count Basie (sé stesso).

Alla morte del padre, ricchissimo, Freddy resta affidato alle cure della matrigna e dei fratellastri, che sperano di accaparrarsi un tesoro nascosto dal de cuius. Quando la matrigna organizza un ballo per combinare il fidanzamento tra il figlio Rupert e una bella principessina europea, un mago consente a Freddy di parteciparvi, almeno fino a mezzanotte...

Meno brutto di Artisti e modelle, Il Cenerentolo è comunque l'ennesima bambocciata al servizio degli estri surreali del picchiatello per antonomasia. Qualche scena sinceramente comica non manca, come quella della cena con matrigna e fratellastri alla tavola lunghissima, ma è difficile divertirsi se si ha più di dieci anni. Immaginarie le allusioni gay sul personaggio del mago-padrino intraviste da qualche critico cinematografico. Buona la sequenza in cui Freddy mima la musica jazz che proviene dalla radio.

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martedì, 28 agosto 2007

João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.

«Ma, in quello stesso giorno, sui nostri cavalli così buoni, percorremmo nove leghe. Nove. E in più altre dieci, fino al lago dell'Amarume. E sette per arrivare a una cascata nel Gorutuba. E dieci, facendo tappa tra Quem-Quem e Solidão; e molte marce: sempre sertão. Il sertão è questo; uno lo spinge indietro, ma di colpo quello torna a circondarti da tutte le parti. Il sertão è quando meno lo si aspetta; dico.» (p. 238)

Questo libro fu consigliato da Claudio Magris, al cospetto della cui autorità umilmente m'inchino, durante la trasmissione di Fabio Fazio, poco prima di Natale dell'anno scorso. Ipse dixit. Magris disse che in questo libro c'è tutto: l'amore, l'avventura, la guerra, la morte. Ed è vero, ma che fatica! Considerato un capolavoro della letteratura del Novecento, definito l'Ulisse (nel senso di Joyce, ovviamente) della letteratura brasiliana, a me è sembrato piuttosto una sorta di Cent'anni di solitudine riscritto dal Gadda della Cognizione del dolore. È una lettura molto faticosa (la traduzione è piuttosto difficoltosa) che non sempre ripaga dello sforzo patito. Protagonista assoluto è il sertão, un ambiente petroso ma anche boscoso del nord est brasiliano, comprendente anche una parte dello stato meridionale del Minas Gerais. Narrato da Riobaldo, detto Tatarana, jagunço promesso sposo alla bella Otacilia, ma fortemente attratto dal compagno Diadorim, vissuto nel mito di capi leggendari come Joca Ramiro e Medeiro Vaz, il romanzo di Guimarães Rosa narra le avventure di queste bande di fuorilegge - giustizieri che scorrazzano per gli altipiani incorniciati tra sentieri e canali, come gli antichi paladini, in cerca di avventure. E dappertutto appare e scompare, con la sua fauna (anche umana) e la sua flora, il sertão, invadente e discreto al tempo stesso. Alla fine, come in tutti i buoni romanzi di formazione, il protagonista, passato anche attraverso la stipula di un patto col Diavolo, segnato dal dolore per la perdita di compagni e dell'amore della sua vita, avrà imparato la lezione. Il prezzo che, però, avrà pagato il lettore sarà molto più alto del valore acquistato. Insomma, se questo libro è stato caldamente consigliato dal grande critico, non è consigliato dal piccolo lettore.

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lunedì, 27 agosto 2007

Ultrà (Italia, 1990) di Ricky Tognazzi. Con Claudio Amendola (Principe), Ricky Memphis (Red), Giuppy Izzo (Cinzia), Gianmarco Tognazzi (Ciafretta), Alessandro Tiberi (Fabietto), Fabio Vidale (lo Smilzo), Krum De Nicola (Morfino), Antonello Morroni (Teschio), Michele Camparino (Nerone), Fabrizio Franceschi (Nazi), Claudio Del Falco (capo Drugo), Bruno Del Turco (Patata), Simona Izzo (passeggera del treno), Michele Plastino (sé stesso), Sandro Ghiani (il capotreno).

Il Principe, capo ultrà della Roma, s'è fatto due anni di carcere per rapina. Quando esce si rende conto che Cinzia, la sua ragazza, s'è messa con il suo migliore amico, Red, anch'egli del commando ultrà. Durante una trasferta a Torino, fra una sassaiola e una scazzottata con gli ultrà della Juve, i nodi verranno al pettine, ma, se perfino le amicizie finiscono, non viene mai meno l'omertà del branco, pronta a coprire anche i gesti criminali. Testimone di tutto è Fabio, fratellino undicenne di Cinzia, che gli ultrà si portano incoscientemente dietro.

Sulla scia di un altro figlio d'arte, Marco Risi, che in quel periodo realizzò alcune opere fondamentali per un nuovo modo di fare cinema in Italia, come Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Il muro di gomma (1991), anche Ricky Tognazzi s'inserisce in questo filone con un film piuttosto crudo sul fenomeno ultrà agli albori degli anni novanta. Quello degli ultras, come concepito in questo film, e come descritto in romanzi quali Sensomutanti di Domenico Mungo, è un fenomeno collaterale, ma che ben poco ha a che vedere con il calcio.  Le partite sono soltanto il pretesto per darsele di santa ragione, con le mani, con i sassi, con le spranghe e, talvolta, con le lame, con gli omologhi dell'altra squadra. Si creano, così, strani gemellaggi, in dipendenza della geografia, anche politica, delle città e delle squadre. Ma ogni occasione è buona per mettere in scena una assurda parodia delle battaglie degli antichi romani, dove la cosa più importante è portare via il trofeo, cioè la sciarpa o la bandiera avversaria. Per seguire una trasferta dei supporters della Roma, Tognazzi crea un filo conduttore esile, che vede i due capi carismatici del gruppo divisi dall'amore per la stessa ragazza, con la quale uno dei due, quello che sembra avere un granellino di sale in zucca, progetta di trasferirsi addirittura a Terni e di trovarsi un lavoro stabile. Ultrà è, in ogni caso, un buon film (anche se non ci si deve attendere chissà quale indagine sociologica), che però testimonia della mentalità distorta di questi pseudotifosi, che nutrono un micidiale mix di amore, invidia e odio, per la loro squadra e per gli strapagati campioni dai quali pretendono quanto meno sangue e sudore sul campo di gioco, quello stesso sangue che loro sono disposti a versare nei pressi degli stadi e delle stazioni ferroviarie, dove non esitano a mettere a repentaglio la vita dei pischelli. Ultrà è anche un documento d'epoca, di quando i romanisti avevano un tifo orientato a sinistra, in contrapposizione a quello di stampo neofascista dei nemici laziali. Oggi, ormai, le croci celtiche imperano ovunque, così come gli striscioni contro gli ebrei e i buu razzisti nei confronti dei "negri".

Ottimo Claudio Amendola.

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categoria:cinema
lunedì, 27 agosto 2007

Monsieur Verdoux (USA, 1947) di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin (Henri Verdoux), Mady Correll (Mona [it.: Monica] Verdoux), Allison Roddan (Peter Verdoux), Robert Lewis (Maurice, il farmacista), Audrey Betz (Marta, la moglie del farmacista), Martha Raye (Annabella Bonheur), Isobel Elsom (Marie Grosnay), Marilyn Nash (la ragazza).

Monsieur VerdouxNella Francia degli anni trenta, un ex impiegato di banca, rimasto disoccupato, per mantenere il figlio e la moglie invalida, sposa delle ricche signore di mezza età e le uccide. Indebitato fino al collo a causa di alcuni investimenti divorati dalla crisi finanziaria del periodo, compie un paio di mosse false e si fa scoprire. Venuto a sapere che la moglie e il figlio sono morti si lascia arrestare e ghigliottinare.

Troppe cose si potrebbero dire a proposito di questo ennesimo capolavoro di Chaplin, il capolavoro dell'età matura. Monsieur Verdoux è innanzitutto una riflessione, amarissima, sul Novecento "un precipitato di velocità e di confusione", secondo le parole del protagonista. Secondo Giorgio Cremonini (nel Castoro su Chaplin), Verdoux non è Charlot, ma ne rappresenta "la continuazione critica", servendo allo spettatore da cartina di tornasole per elaborare un giudizio su quest'epoca cinica e spietata, della quale bisogna adottare le stesse armi per potersene difendere, come dice Verdoux alla ragazza che aspira a suicidarsi. Ed è necessario che questo personaggio venuto dal nulla (chi potrebbe credere a una reincarnazione di Charlot, fatto scomparire da Chaplin già con il Grande dittatore?), sia eliminato da questa società spietata con un taglio netto, quello della ghigliottina, una volta che egli stesso ha constatato come non vi sia più alcun appiglio che lo trattenga in questa vita. Del resto, Verdoux ha visto un massacro come quello della Grande Guerra, nonché le crisi finanziarie, più cattive e dipendenti dalla mano dell'uomo che non le antiche carestie, e vede nella morte, la sua come quella delle signore che fa fuori con una certa noncuranza, come una vera e propria liberazione. In più, Chaplin gira il film all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, secondo catastrofico mondiale scoppiato a poco più di vent'anni dal precedente, e non può non constatare come l'omicidio sia considerato tale soltanto quando è praticato su piccola scala: in proporzioni colossali esso è considerato, al contrario, eroismo. Per questa ragione, forse, Chaplin conferisce al suo Verdoux una caratteristica che lo accomuna a Charlot: la simpatia. Né mancano, seppure velati e quasi nascosti dallo sguardo nerissimo del regista, spunti di commedia, come la fuga disperata di Verdoux al matrimonio con Marie Grosnay, i tentativi di omicidio in barca, o gli effetti del veleno sui capelli della domestica di Annabella.

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categoria:cinema
domenica, 26 agosto 2007

Il pellegrino (USA, 1923) di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin (l'evaso), Edna Purviance (Miss Brown), Kitty Bradbury (la signora Brown), Sydney Chaplin (il Il pellegrinopadre del bambino), Mack Swain (il diacono), Mai Wells (la madre del bambino), Dinky Reisner (il bambino), Loyal Underwood (Anziano), Chuck Reisner (Howard Huntington, il borsaiolo), Tom Murray (sceriffo Bryan), Henry Bergman (lo sceriffo sul treno).

Un povero carcerato evade e si traveste da prete, capitando per caso in una comunità puritana, dove stanno appunto aspettando l'arrivo del nuovo parroco, che nessuno ha mai visto.

Bellissimo filmetto chapliniano, situato tra Il monello (1921) e i grandi capolavori che prenderanno il via a partire dalla Febbre dell'oro (1925). Le gag e le tematiche del Chaplin maturo ci sono già tutte, ma la più bella, degna di entrare in un'ideale antologia chapliniana, è il sermone sullo scontro tra David e Golia.

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sabato, 25 agosto 2007

Il testimone dello sposo (Italia, 1996) di Pupi Avati. Con Diego Abatantuono (Angelo Beliossi), Inés Sastre (Franceschina Babini), Dario Cantarelli (Edgardo Osti), Cinzia Mascoli (Peppina Campeggi), Valeria D'Obici (Olimpia Campeggi Babini), Mario Erpichini (Sisto Babini), Ugo Conti (Marziano Beliossi), Nini Salerno (Sauro Ghinassi), Toni Santagata (Manlio Lobianco), Carmela Vincenti (la moglie di Lobianco).

Ormai Pupi Avati sembra poter fare (e pare piacergli, pure) il regista di matrimoni. Gli riesce ormai soltanto di organizzare grandiose feste di matrimonio, come occasione per far scoppiare piccoli e grandi conflitti tra i tanti invitati alla festa, che poi si trasforma in tutt'altra cosa, spesso più somigliante a un dramma. E il fatto che ad Avati riesca mettere in piedi queste grandi feste di matrimonio non significa che poi ne sappia trarre un bel film. Basti vedere questa scempiaggine con Abatantuono protagonista che proprio non si sa cosa c'entri con tutto il resto. Ma non vi è un solo personaggio azzeccato e un solo interprete che sembri al suo posto. Il bravo Dario Cantarelli, quando non recita in un film di Nanni Moretti, sembra un pesce fuor d'acqua. Inés Sastre è bella, ma il suo personaggio, specialmente da un certo momento in poi, diventa qualcosa di indefinibile e non si capisce più se sia pazza oppure se si ribelli, giustamente, a un matrimonio combinato e d'interesse. Il difetto, ovviamente, è nel manico, forse ancor prima che nella sceneggiatura, nella concezione di un film come questo, più vecchio del diciannovesimo secolo che Avati smania di far scomparire prima del tempo. Mamma mia, quanto siamo lontani dal Matrimonio di Altman!

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categoria:cinema
venerdì, 24 agosto 2007

Fascisti su Marte (Italia, 2006) di Corrado Guzzanti e Igor Skofic. Con Corrado Guzzanti (Gerarca Gaetano Maria Barbagli), Andrea Purgatori (Fecchia), Marco Marzocca (Freghieri), Lillo Petrolo (Pini), Andrea Blarzino (Santodio), Andrea Salerno (Balilla Bruno Caorso), Irene Ferri (capo amazzone), Caterina Guzzanti (prima amazzone), Simona Banchi (la Madonna del manganello), Paola Minaccioni (Befana fascista).

All'inizio può sembrare, specialmente a chi ha amato la serie nata all'interno del programma televisivo Il caso Scafroglia, una rimasticatura stiracchiata ed allungata per formare un film. Però, mano a mano che il film va vanti e le trovate si accumulano, sommando alla parodia della retorica fascista i riferimenti all'oggi, valicando spesso - ed era l'ora! - i confini del politicamente corretto, il film acquista spessore ed autonomia rispetto all'originale televisivo, aggiunge alla satira politica, abbastanza blanda, citazioni cinematografiche le più disparate, da Guerre stellari a Incontri ravvicinati del terzo tipo, da 2001: Odissea nello spazio fino a Donne amazzoni sulla Luna. E, cosa più importante, il film del geniale Corrado Guzzanti (meno cattivo e graffiante della sorella Sabina), senza mai prendersi sul serio, fa ridere, con la meritata parodia dei cinegiornali Luce e del linguagio tronfio e retorico che mascherava la tragica realtà di una dittatura criminale quanto ridicola. Esilaranti le frasi mussoliniane scritte sulle sabbiose pareti marziane dagli eroici cosmonauti, dove, accanto a CREDERE, OBBEDIRE COMBATTERE si legge anche un più prosaico A CHI TOCCA NUN SE INGRUGNA. Eccellente il finale, dove, dopo la caduta del fascismo, anche i prodi miliziani si imborghesiscono, e addirittura l'ex intrepido Santodio si presenta sottobraccio a una femmina (???) mimimma. Imperdibile.

La sigla del programma TV.

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categoria:cinema, comicità
venerdì, 24 agosto 2007

Gerarchi si muore (Italia, 1961) di Giorgio C. Simonelli. Con Aldo Fabrizi (Commendator Friolli), Luigi Pavese (Ambrogio Marletti), Franco Franchi (Scilla), Ciccio Ingrassia (Cariddi), Raimondo Vianello (il fantasma), Ubaldo Lay (Giuseppe, il maggiordomo/il Gatto), Hélène Chanel (l'infermiera Italia/la Volpe), Vittorio Congia (Benito Adolfo Maria Frioppi), Vicki Ludovisi (Maddalena), Fanfulla (il commissario), Silvio Bagolini (il poliziotto), Nino Fuscagni (Roberto).

Commedia virante in farsa pochissimo riuscita. In tempi di revival, spacciato come un film con Franchi e Ingrassia, Gerarchi si muore propone invece soprattutto una serie di duetti con Fabrizi e Pavese (peraltro bravissimi), con Vianello a fare da vero e proprio deus ex machina. I due comici siciliani sono invece sullo sfondo, come aiutanti falsari pasticcioni di un famoso ladro e truffatore internazionale conosciuto come il Gatto. La cosa più divertente di Franco e Ciccio sono i loro nomi, Scilla e Cariddi, e la scenetta nella quale (dopo avere coniato banconote con errori di stampa), dopo una partita a carte nella quale Ciccio vince ventimila lire al socio, Franco prende il torchio e fabbrica due banconote da diecimila nuove di zecca (e a Ciccio che le osserva controluce, domanda "Che c'è, non ti fidi???"). La farsa sui nostalgici del fascismo è poco riuscita, anche perché il personaggio che dovrebbe fare da contraltare all'ex gerarca, quello affidato a Pavese, è poco riuscito, e lo si capisce fin dalle prime battute, quando l'industrialotto che "si è fatto da sé", pur proclamandosi un compagno, licenzia in tronco un dipendente, colpevole di fare il filo alla figlia e di averlo definito rimbambito. Il film di Simonelli poteva essere ridotto ad uno sketch o ad un accenno, come qualche riuscito flashback dei film con Fabrizi e Totò: basti pensare a quanto sia più eloquente la scena del "giù il cappello!" in Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi (1960), che forse ha offerto lo spunto per questo film davvero mediocre.

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