Fiorile (Italia/Francia, 1993) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Claudio Bigagli (Corrado e Alessandro Benedetti), Galatea Ranzi (Elisabetta e Elisa Benedetti), Michael Vartan (Jean/Massimo Benedetti), Lino Capolicchio (Luigi), Constanze Engelbrecht (Juliette), Athina Cenci (Gina), Pier Paolo Capponi (Duilio Benedetti), Renato Carpentieri (Massimo Benedetti da vecchio), Giovanni Guidelli (Elio), Chiara Caselli (Chiara), Carlo Luca De Ruggieri (Renzo Benedetti), Norma Martelli (Livia), Elisa Giami (Simona), Ciro Esposito (Emilio), Giovanni Cassinelli (Massimo da ragazzo).
Un uomo d'affari torna in Italia con la famiglia dalla Francia, per visitare il padre, che vive nella campagna toscana. Per strada, racconta ai figli la storia della propria famiglia, i Bendetti, soprannominati Maledetti, dalla fine del Settecento ai giorni nostri. La famiglia, orginariamente di umili contadini, si arricchisce grazie a un misfatto durante l'occupazione della Toscana da parte delle truppe napoleoniche. Da questo peccato originale, discenderanno tutte le successive avventure e sventure della famiglia.
Nonostante un inizio promettente, che a momenti fa venire alla mente il Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, per circa un'ora e mezza ci si chiede, annoiati, cosa vogliano dire i due fratelloni del cinema italiano (lasciamo perdere i Vanzina, che non fanno neppure testo), salvo poi accorgersi che, probabilmente, vogliono presentare un discorso sull'avidità umana, ma anche e soprattutto sullo stato della democrazia in Italia: non è un caso che i membri della famiglia Benedetti (che poi, come facciano a chiamarsi tutti Benedetti, visto che la discendenza è quasi sempre femminile) attraversino le fasi cruciali della storia italiana, dall'epoca napoleonica a quella dell'Italia unita, dal Fascismo, alla Resistenza, ai giorni nostri. E secondo i Taviani lo stato della nostra democrazia non è poi così buono - il film uscì in pieno periodo di Tangentopoli - tanto che sembrano suggerire un ritorno alla Francia, intendendo a quei principi che la Rivoluzione Francese esportò in tutto il mondo, quando Libertà, Uguaglianza e Fratellanza non erano soltanto parole. Non sarà un caso che l'unico personaggio veramente positivo di tutto il film è il tenente francese Jean, progenitore dei protagonisti. Purtroppo, il discorso dei Taviani è incastonato in un pasticcio che mischia il grande romanzo e l'estetica del Mulino Bianco, la riflessione politica e il racconto di paura per bambini. Troppi snodi drammatici sanno di posticcio, a cominciare da quei bambini concepiti un'ora prima che il padre fosse fucilato a quelli nati un'ora prima che la mamma morisse sotto i bombardamenti, fino ai repentini cambiamenti d'umore e di carattere di troppi personaggi.
Meno new age del Bertolucci di Io ballo da sola (1996), i Taviani ripropongono tuttavia, con la bella fotografia di Giuseppe Lanci, una Toscana da cartolina. E se il film non è un totale naufragio, lo deve a qualche spunto sinceramente toscaneggiante e a qualche attore davvero bravo, primo tra tutti, a mio parere, Pier Paolo Capponi, nella parte del capostipite dei Maledetti. Chiara Caselli ha una particina, ma fa in tempo ad offrire l'immancabile scena di nudo.

Ormai non si sa più dove i due fratelli Taviani vogliano andare a parare. In questo film suddiviso in due episodi completamente slegati tra loro, se non per l'ispirazione pirandelliana, molto più sensibile nel primo segmento, a parte una sapienza tecnica, che i due registi hanno sempre dimostrato e che hanno affinato nel corso degli anni, non c'è niente. Perfino i bravi attori, soprattutto nel primo episodio (Felice) costretti in "levare", finiscono per perdersi in una storia poco significativa, che accumula carinerie stucchevoli, nonostante la drammaticità dell'insieme. Va un po' meglio nel secondo episodio (Due sequestri), soprattutto grazie all'ambientazione rusticana e all'ultima prova del grande Turi Ferro (1921-2001), anche se la parte ambientata ai nostri giorni, chiaramente ispirata al sequestro mafioso del piccolo Giuseppe Di Matteo, è gestita malissimo (Lello Arena, fra l'altro, c'entra come i cavoli a merenda). I Taviani, sostanzialmente, girano un film in chiaro debito d'ispirazione, nonostante il riferimento a uno dei loro numi tutelari come Luigi Pirandello, la cui materia riescono a trasformare in paccottiglia. Insomma: tu ridi, ma c'è davvero poco da ridere.

In un altro paese questi uomini, dopo aver fatto condannare tutta la cupola mafiosa nel maxiprocesso di Palermo, sarebbero diventati eroi nazionali. In Italia, invece, furono lasciati soli, il loro lavoro smembrato pezzetto per pezzetto. E' in queste poche parole, riferite al pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino, tutto il senso del bellissimo documentario di Marco Turco, tratto da un libro-inchiesta del giornalista Alexander Stille. Dove si parla degli ultimi quarant'anni di mafia siciliana, da Bontate a Liggio, da Buscetta a Provenzano, da Inzerillo a Riina. E dove non si tacciono le complicità e le responsabilità dei politici eccellenti, anche di quelli che, oggi, non sono senatori a vita. Si parla, grazie alla trestimonianza della fotografa Letizia Battaglia, delle vittorie e delle troppe sconfitte dello Stato italiano nella lunga guerra alla mafia, degli omicidi, delle stragi, ma anche dei processi, delle catture dei boss mafiosi, della bella pagina della cosiddetta primavera di Palermo della giunta Orlando, affossata all'inizio degli anni novanta dalla DC del CAF, e perfino della terribile, ma gravida di speranza, reazione dei palermitani al funerale di Paolo Borsellino (dove gridavano "fuori la mafia dallo Stato!"). Si parla, ovviamente, delle uccisioni di Falcone e Borsellino e dei poveri agenti della loro scorta, dell'omicidio di Salvo Lima, del voltafaccia delle famiglie mafiose, che nelle elezioni politiche del 1992 votano e fanno votare per il PSI e per i Radicali. E, dopo Tangentopoli, che spazza via la classe dirigente verso la quale avevano guardato per anni, dopo le stragi del 1993, i mafiosi si mettono "nelle mani giuste" (come recita il titolo dell'ultimo romanzo di Giancarlo De Cataldo*), tanto è vero che dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, per un po', tutto tace.
Siamo sicuri che il gran bollito del titolo sia quello che prepara la fattucchiera Lea, trasformando le amiche in biscotti al sangue e saponette, e non il calderone nel quale bruceranno milioni di giovani vite di tutto il mondo nella Prima Guerra Mondiale? Qualche critico ha negato alla Lea di Bolognini e Shelley Winters la dignità di un altro Monsieur Verdoux, ma, personalmente, non vedo perché si debba negare il diritto, a lei, dotata tra l'altro del dono della preveggenza, di paventare il massacro nel quale l'ancien regime sta per di più gettando il suo agognatissimo figlio. Questo aspetto, è anzi, secondo me, quello più apprezzabile di un film tutto sommato irrisolto in un eccesso di grottesco, dovuto anche alla scelta di far interpretare il ruolo delle tre vittime di Lea da tre attori maschi, scelta che non premierò mai con il mio consenso, visto che aborrisco, nei film (salvo rarissime eccezioni), gli uomini che recitano parti femminili. Per il resto, va detto che gli attori fanno la loro degnissima figura, in particolare Shelley Winters, Mario Scaccia (che ha sguardi da grande attore teatrale qual è) e Milena Vukotic (la servetta mentecatta).
Folgorantissimo l'inizio di questo film, considerato minore in quanto a mezzi produttivi, ma sicuramente non nella concezione e nella realizzazione: un tizio entra in una stazione di polizia di Los Angeles e chiede concitatamente di vedere con urgenza il capo della squadra omicidi. Trovatolo, sporge denuncia per un omicidio avvenuto a San Francisco la sera precedente. Quando l'ufficiale della polizia gli chiede di specificare chi sia la vittima, l'uomo risponde "me medesimo".
Non c'è proprio bisogno di conoscere il romanzo di Mario Tobino, da cui è tratto il soggetto, per rendersi conto che questo film non è completamente riuscito. Dove si narra come, in un manicomio dell'Italia degli anni trenta, un tale professor Bonaccorsi, temendo di essere lui stesso minato dalla follia (suo padre si suicidò e la sorella è alienata) e rifugiatosi in un'intensa attività sessuale con tutte le donne che gli capitano a tiro, credette di avere isolato in laboratorio il germe della pazzia.
Colpito dalla conversione al cristianesimo della moglie Claudia e del centurione Valeriano, il governatore romano della Palestina, Ponzio Pilato, uomo laico, sentendosi in colpa per avere collaborato all'uccisione di quell'uomo che è resuscitato dai morti, indaga sul caso, sentendo puzza di rivolta contro Roma.