venerdì, 27 luglio 2007

Fiorile (Italia/Francia, 1993) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Claudio Bigagli (Corrado e Alessandro Benedetti), Galatea Ranzi (Elisabetta e Elisa Benedetti), Michael Vartan (Jean/Massimo Benedetti), Lino Capolicchio (Luigi), Constanze Engelbrecht (Juliette), Athina Cenci (Gina), Pier Paolo Capponi (Duilio Benedetti), Renato Carpentieri (Massimo Benedetti da vecchio), Giovanni Guidelli (Elio), Chiara Caselli (Chiara), Carlo Luca De Ruggieri (Renzo Benedetti), Norma Martelli (Livia), Elisa Giami (Simona), Ciro Esposito (Emilio), Giovanni Cassinelli (Massimo da ragazzo).

Un uomo d'affari torna in Italia con la famiglia dalla Francia, per visitare il padre, che vive nella campagna toscana. Per strada, racconta ai figli la storia della propria famiglia, i Bendetti, soprannominati Maledetti, dalla fine del Settecento ai giorni nostri. La famiglia, orginariamente di umili contadini, si arricchisce grazie a un misfatto durante l'occupazione della Toscana da parte delle truppe napoleoniche. Da questo peccato originale, discenderanno tutte le successive avventure e sventure della famiglia.

Nonostante un inizio promettente, che a momenti fa venire alla mente il Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, per circa un'ora e mezza ci si chiede, annoiati, cosa vogliano dire i due fratelloni del cinema italiano (lasciamo perdere i Vanzina, che non fanno neppure testo), salvo poi accorgersi che, probabilmente, vogliono presentare un discorso sull'avidità umana, ma anche e soprattutto sullo stato della democrazia in Italia: non è un caso che i membri della famiglia Benedetti (che poi, come facciano a chiamarsi tutti Benedetti, visto che la discendenza è quasi sempre femminile) attraversino le fasi cruciali della storia italiana, dall'epoca napoleonica a quella dell'Italia unita, dal Fascismo, alla Resistenza, ai giorni nostri. E secondo i Taviani lo stato della nostra democrazia non è poi così buono - il film uscì in pieno periodo di Tangentopoli - tanto che sembrano suggerire un ritorno alla Francia, intendendo a quei principi che la Rivoluzione Francese esportò in tutto il mondo, quando Libertà, Uguaglianza e Fratellanza non erano soltanto parole. Non sarà un caso che l'unico personaggio veramente positivo di tutto il film è il tenente francese Jean, progenitore dei protagonisti. Purtroppo, il discorso dei Taviani è incastonato in un pasticcio che mischia il grande romanzo e l'estetica del Mulino Bianco, la riflessione politica e il racconto di paura per bambini. Troppi snodi drammatici sanno di posticcio, a cominciare da quei bambini concepiti un'ora prima che il padre fosse fucilato a quelli nati un'ora prima che la mamma morisse sotto i bombardamenti, fino ai repentini cambiamenti d'umore e di carattere di troppi personaggi.

Meno new age del Bertolucci di Io ballo da sola (1996), i Taviani ripropongono tuttavia, con la bella fotografia di Giuseppe Lanci, una Toscana da cartolina. E se il film non è un totale naufragio, lo deve a qualche spunto sinceramente toscaneggiante e a qualche attore davvero bravo, primo tra tutti, a mio parere, Pier Paolo Capponi, nella parte del capostipite dei Maledetti. Chiara Caselli ha una particina, ma fa in tempo ad offrire l'immancabile scena di nudo.

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venerdì, 27 luglio 2007

Tu ridi (Italia, 1998) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Antonio Albanese (Felice), Sabrina Ferilli (Nora), Giuseppe Cederna (Rambaldi), Luca Zingaretti (Migliori), Elena Ghiaurov (Mariska), Dario Cantarelli (il medico), Turi Ferro (Ballarò), Lello Arena (Rocco), Steve Spedicato (Vincenzo).

Ormai non si sa più dove i due fratelli Taviani vogliano andare a parare. In questo film suddiviso in due episodi completamente slegati tra loro, se non per l'ispirazione pirandelliana, molto più sensibile nel primo segmento, a parte una sapienza tecnica, che i due registi hanno sempre dimostrato e che hanno affinato nel corso degli anni, non c'è niente. Perfino i bravi attori, soprattutto nel primo episodio (Felice) costretti in "levare", finiscono per perdersi in una storia poco significativa, che accumula carinerie stucchevoli, nonostante la drammaticità dell'insieme. Va un po' meglio nel secondo episodio (Due sequestri), soprattutto grazie all'ambientazione rusticana e all'ultima prova del grande Turi Ferro (1921-2001), anche se la parte ambientata ai nostri giorni, chiaramente ispirata al sequestro mafioso del piccolo Giuseppe Di Matteo, è gestita malissimo (Lello Arena, fra l'altro, c'entra come i cavoli a merenda). I Taviani, sostanzialmente, girano un film in chiaro debito d'ispirazione, nonostante il riferimento a uno dei loro numi tutelari come Luigi Pirandello, la cui materia riescono a trasformare in paccottiglia. Insomma: tu ridi, ma c'è davvero poco da ridere.

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giovedì, 26 luglio 2007

Il sole anche di notte (Italia/Francia/Germania, 1990) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Julian Sands (Sergio Giuramondo), Charlotte Gainsbourg (Matilda), Massimo Bonetti (il principe Santobuono), Patricia Millardet (Aurelia), Pamela Villoresi (Giuseppina Giuramondo); Margarita Lozano (la madre), Nastassja Kinski (Cristina), Rüdiger Vogler (Re Carlo), Tony Sperandeo (Gesuino), Sonia Gessner (Duchessa Del Carpio), Riccardo Parisio Perrotti (Duca Del Carpio), Geppy Gleijeses (il vescovo), Vittorio Capotorto (il padre di Matilda), Biagio Barone (padre Biagio), Matilde Piana (la contadina), Carlo Luca De Ruggieri (il figlio di Gesuino).

Locandina ingleseGuardare un film che s'intitola Il sole anche di notte di questi tempi può contenere spunti di sadomasochismo. Anche perché, poi, il film non è che sia quel granché. E questo sebbene siano innegabili la maestria dei due registi toscani e la bravura del direttore della fotografia Giuseppe Lanci, che si vale dei panorami mozzafiato abruzzesi (ecco un film dove Johnny Palomba non sbaglierebbe l'ambientazione) e lucani. Secondo Tullio Kezich, nonostante la tematica similare, i fratelli Taviani non raggiungono le vette di registi come Dreyer o Tarkovskij perché, mancandone loro per primi, non riescono ad infondere nel loro film la fede. Io riscontro soltanto la carenza di una potenza drammatica, che avrebbe potuto produrre un capolavoro. E la colpa, benché si noti un qualcosa di troppo programmatico nell'impostazione del film, non è solo imputabili ai registi, quanto meno fino a quando non sia dimostrabile che sono stati loro a volere a tutti i costi il freddo Julian Sands come protagonista (credo che se i Taviani avessero scelto un attore quale il compianto Vittorio Mezzogiorno, morto poi nel 1994, la riuscita sarebbe stata assolutamente migliore). Questa concessione alla distribuzione internazionale del prodotto, costa la buona riuscita artistica del film, che alterna in maniera poco sapiente scene gridate ad altre fin troppo sussurrate. Questa parabola del soldato che diventa santo controvoglia e poi peccatore contro le intenzioni, ambientata non per caso in un sud borbonico talvolta messo in scena in maniera fin troppo idilliaca, lascia, insomma, l'amaro in bocca, per quanto poteva essere e per quanto, invece, è stato concretamente realizzato.

All'attivo del film, va comunque accreditata la scelta registica di abbinare all'evoluzione psicologica del protagonista la sua lotta con i sensi, benissimo rappresentata dalla volontà di sentire alcuni rumori per non sentirne altri: le voci in chiesa come nel Cuore rivelatore di Poe, la pioggia per evitare la tentazione della carne durante la visita della voluttuosa Aurelia eccetera. Pensiamo a cosa poteva essere con un attore diverso.

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giovedì, 26 luglio 2007

Mark il poliziotto (Italia, 1975) di Stelvio Massi. Con Franco Gasparri (commissario Mark Terzi), Lee J. Cobb (Avv. Benzi), Giampiero Albertini (Bonetti), Giorgio Albertazzi (il commissario capo), Sara Sperati (Irene), Carlos Duran (Grüber), Andrea Aureli (assistente di Benzi), Francesco D'Adda (il giudice istruttore), Danilo Massi (Ferri).

Mark il poliziotto spara per primo (Italia, 1975) di Stelvio Massi. Con Franco Gasparri (commissario Mark Terzi), Lee J. Cobb (Avv. Benzi), Nino Benvenuti (Ghini), Massimo Girotti (il questore), Spiros Focas (Morini), Andrea Aureli (il giornalista), Ely Galleani (Angela Frizzo), Ida Meda (Franca Frizzo), Guido Celano (Borelli), Francesco D'Adda (il contabile), Tom Felleghi (lo psichiatra), Mauro Vestri (il direttore dell'albergo).

Franco Gasparri (1948-1999), divo incontrastato dei fotoromanzi negli anni settanta, entra nel filone poliziottesco con i film dedicati a Mark il poliziotto, commissario in quel di Milano (anche se la seconda avventura è ambientata a Genova), dove ha il compito di sgominare un imponente traffico di droga organizzato da un potente avvocato con agganci nella politica. Mark, somigliante al personaggio Billy Bis dei fumetti dell'Intrepido (una delle tante icone dei nostri anni settanta), s'ispira all'ispettore Callaghan di Clint Eastwood, ma in parte anche al Serpico di Al Pacino (il cagnolone al guinzaglio) e, almeno per quanto riguarda la colonna sonora jazz-funk, perfino al detective Shaft. Gasparri, va detto, se la cava dignitosamente, anche se, da bravo eroe dei fotoromanzi, è piuttosto statico all'interno dell'inquadratura (per la gioia dell'operatore, penso). Ovviamente questo influisce anche sullo sviluppo delle storie, nelle quali sono scarse, grazie a Dio, le scazzottate e gli inseguimenti in auto e in moto. Com'è prevedibile, comunque, talvolta questa caratteristica rischia di far sconfinare qualche scena nel ridicolo involontario, come quando il commissario picchia Grüber (un altro nome no eh, per un pugile dagli inconfondibili tratti somatici andini?), interepretato dall'ex campione di boxe Carlos Duran. Questi primi due episodi delle avventure di Mark Terzi (nel 1976 ne fu girato un terzo, Mark colpisce ancora) sono nobilitati dalla presenza di alcuni ottimi attori, tra i quali Albertazzi (nel primo), un po' sacrificato, Girotti (nel secondo), questore antipatico ma non troppo, e, da citare, Giampiero Albertini (1927-1991), che, in parti da comprimario, fa sempre la sua bella figura. Sorprendentemente credibile, nel secondo film, l'altro ex grande campione di pugilato Nino Benvenuti. Per non parlare dell'ottimo Lee J. Cobb (1911-1976), che, secondo me, resta uno dei più grandi attori americani di sempre.

Le storie di questi film sono abbastanza elementari e poco elaborate. In entrambi i casi filano via abbastanza lisce, senza grandi sorprese o colpi di scena, salvo qualche deduzione geniale da parte del commissario Terzi che, nel secondo film, risolve gli enigmi lanciati da un giustiziere vendicatore che si autobattezza "Sfinge".Franco Gasparri

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categoria:cinema
martedì, 24 luglio 2007

In un altro paese (Italia, 2005) di Marco Turco.

In un altro paese questi uomini, dopo aver fatto condannare tutta la cupola mafiosa nel maxiprocesso di Palermo, sarebbero diventati eroi nazionali. In Italia, invece, furono lasciati soli, il loro lavoro smembrato pezzetto per pezzetto. E' in queste poche parole, riferite al pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino, tutto il senso del bellissimo documentario di Marco Turco, tratto da un libro-inchiesta del giornalista Alexander Stille. Dove si parla degli ultimi quarant'anni di mafia siciliana, da Bontate a Liggio, da Buscetta a Provenzano, da Inzerillo a Riina. E dove non si tacciono le complicità e le responsabilità dei politici eccellenti, anche di quelli che, oggi, non sono senatori a vita. Si parla, grazie alla trestimonianza della fotografa Letizia Battaglia, delle vittorie e delle troppe sconfitte dello Stato italiano nella lunga guerra alla mafia, degli omicidi, delle stragi, ma anche dei processi, delle catture dei boss mafiosi, della bella pagina della cosiddetta primavera di Palermo della giunta Orlando, affossata all'inizio degli anni novanta dalla DC del CAF, e perfino della terribile, ma gravida di speranza, reazione dei palermitani al funerale di Paolo Borsellino (dove gridavano "fuori la mafia dallo Stato!"). Si parla, ovviamente, delle uccisioni di Falcone e Borsellino e dei poveri agenti della loro scorta, dell'omicidio di Salvo Lima, del voltafaccia delle famiglie mafiose, che nelle elezioni politiche del 1992 votano e fanno votare per il PSI e per i Radicali. E, dopo Tangentopoli, che spazza via la classe dirigente verso la quale avevano guardato per anni, dopo le stragi del 1993, i mafiosi si mettono "nelle mani giuste" (come recita il titolo dell'ultimo romanzo di Giancarlo De Cataldo*), tanto è vero che dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, per un po', tutto tace.

Fa tristezza vedere le testimonianze dei colleghi di Falcone e Borsellino, sempre più anziani (almeno loro ce l'hanno fatta ad invecchaire), ricordare come i due magistrati di punta vivessero prima nella consapevolezza dell'eventualità - e alla fine della certezza - che sarebbero stati uccisi. Quella di Paolo Borsellino fu, infatti, una consapevole corsa contro il tempo, tempo rubato alla morte. In un altro paese questi uomini sarebbero stati aiutati e protetti dallo Stato, anche perché, come s'è visto, quando lo Stato combatte la mafia, è lui a vincere. In un altro paese, appunto...

* "D - E così le mani giuste in cui finiscono gli italiani sono quelle di Berlusconi... R - Sì, e lo dico esplicitamente." (Dall'intervista di Fabio Zucchella a Giancarlo De Cataldo su PULP #68).

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categoria:cinema, documentario
martedì, 24 luglio 2007

Gran bollito (Italia, 1977) di Mauro Bolognini. Con Shelley Winters (Lea), Max Von Sydow (Lisa Carpi/il funzionario di polizia), Alberto Lionello (Berta Maner), Renato Pozzetto (Stella Kraus), Laura Antonelli (Sandra), Mario Scaccia (Rosario, il marito), Antonio Marsina (Michele), Adriana Asti (Palma), Milena Vukotic (Tina), Liù Bosisio (la vicina zoppa), Maria Monti (l'altra vicina), Franco Branciaroli (Don Onorio), Giancarlo Badessi (l'amica di Lisa).

Lea è una fattucchiera meridionale che, nei primi anni del Novecento, emigra a Bologna per gestire un banco lotto insieme al marito. Lea ha un passato tragico, di quattordici aborti, prima di essere riuscita ad avere l'agognato figlio Michele, studente, ormai in età di naja. La donna è affabile, prevede il futuro ed ha buoni consigli per tutti: dopo che il marito è rimasto paralizzato per un colpo apoplettico, diventa amica di tre zitelle senza figli (e per questo le considera persone inutili) e le fa fuori, facendo poi scomparire i cadaveri in un calderone pieno di soda caustica. Quando il figlio verrà richiamato per andare in guerra (la Grande Guerra), a Lea darà ancor più di balta il cervello e tenterà di ammazzare anche Sandra, la fidanzata di Michele, una ballerina che rischia di portarle via il figlio.

Gran bollito (Lionello, Von Sydow, Pozzetto)Siamo sicuri che il gran bollito del titolo sia quello che prepara la fattucchiera Lea, trasformando le amiche in biscotti al sangue e saponette, e non il calderone nel quale bruceranno milioni di giovani vite di tutto il mondo nella Prima Guerra Mondiale? Qualche critico ha negato alla Lea di BologniniShelley Winters la dignità di un altro Monsieur Verdoux, ma, personalmente, non vedo perché si debba negare il diritto, a lei, dotata tra l'altro del dono della preveggenza, di paventare il massacro nel quale l'ancien regime sta per di più gettando il suo agognatissimo figlio. Questo aspetto, è anzi, secondo me, quello più apprezzabile di un film tutto sommato irrisolto in un eccesso di grottesco, dovuto anche alla scelta di far interpretare il ruolo delle tre vittime di Lea da tre attori maschi, scelta che non premierò mai con il mio consenso, visto che aborrisco, nei film (salvo rarissime eccezioni), gli uomini che recitano parti femminili. Per il resto, va detto che gli attori fanno la loro degnissima figura, in particolare Shelley Winters, Mario Scaccia (che ha sguardi da grande attore teatrale qual è) e Milena Vukotic (la servetta mentecatta).

Nota personale. Il figlio che va soldato è (era, dato che, fortunatamente, è stata abrogata la leva obbligatoria) un elemento che può far perdere la testa alle mamme. Ad esempio, mia madre ha sempre odiato il calcio (e cosa c'entra? aspettate). L'unica cosa del calcio che le piace sono le sconfitte della Juventus. A parte questo, quando giocava la nazionale, per lei, le partite si riducevano all'esecuzione degli inni nazionali, in quanto le è sempre piaciuto quello di Mameli. Dopo che mio fratello fu chiamato in servizio di leva e, nonostante che la mia mamma fosse convinta che esistesse una legge che prevedeva che il servizio di leva si svolgesse entro i confini della regione (e in Toscana le caserme non mancano certo (da Pisa a Firenze a Livorno a Lucca ad Arezzo e Grosseto), fu mandato a svolgere il CAR ad Udine e poi in servizio effettivo a Casarsa e San Vito al Tagliamento (neanche ci fosse un'invasione degli austroungarici), ebbene, la mia mamma non ha più voluto ascoltare neppure l'inno di Mameli. E l'unica cosa che non le è piaciuta del settennato del Presidente Ciampi sono stati gli appelli alla nazione, alla bandiera tricolore e all'inno nazionale. Questo tanto per dire... Amen.

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categoria:cinema
lunedì, 23 luglio 2007

Due ore ancora (USA, 1949) di Rudolph Maté. Con Edmond O'Brien (Frank Bigelow), Luther Adler (Majak), Pamela Britton (Paula Gibson), Beverly Campbell (Miss Foster), William Ching (Halliday), Lynn Baggett (la signora Phillips), Henry Hart (Stanley Phillips), Neville Brand (Chester), Laurette Luez (Marla Rakubian), Frank Jaquet (dott. Matson), Lawrence Dobkin (dott. Schaefer), Carol Hughes (Kitty).

D.O.A.Folgorantissimo l'inizio di questo film, considerato minore in quanto a mezzi produttivi, ma sicuramente non nella concezione e nella realizzazione: un tizio entra in una stazione di polizia di Los Angeles e chiede concitatamente di vedere con urgenza il capo della squadra omicidi. Trovatolo, sporge denuncia per un omicidio avvenuto a San Francisco la sera precedente. Quando l'ufficiale della polizia gli chiede di specificare chi sia la vittima, l'uomo risponde "me medesimo".

Un gotico moderno, figlio delle atmosfere chandleriane, ma più secco e diretto, ad esempio, del Grande sonno, oggi quasi incomprensibile. Il film di Maté, ottimo cinematografaro di origine polacca (quasi mai assurto agli onori e ai budget del cinema della serie A hollywoodiana), sembra addirittura anticipare alcune atmosfere, sinistramente stranianti, che ritroveremo, decenni dopo nel cinema di Tarantino o in un gioiellino come I soliti sospetti (1995).

Il titolo originale del film, D.O.A., è una sigla che sta per dead on arrival, "morto all'arrivo", come scrivono i medici del pronto soccorso quando l'ambulanza scarica un cadavere. In italiano il titolo riproduce le iniziali della sigla originaria (Due Ore Ancora), anche se al protagonista non restano due ore di vita, ma due giorni. Due giorni che gli servono, se non per salvarsi, quanto meno per capire chi abbia voluto ammazzarlo e perché, e per decidersi, finalmente, di dichiarare il proprio amore alla fedele segretaria Paula.

Volendo, per un attimo, uscire dalla trama in sé stessa, in ogni caso abbastanza complicata e bene congegnata dagli sceneggiatori Russell Rouse e Clarence Greene, si può forse notare come l'inizio dell'avventura del commercialista a San Francisco risenta di un'impostazione apparentemente moralistica, basata su un presupposto cinematograficamente hitchcockiano. Bigelow, infatti, si reca a San Francisco per una settimana di vacanza, con lo scopo dichiarato di divertirsi, e per questo rifiuta la compagnia che gli offre la devotissima segretaria. Le disavventure cominciano (anche se traggono origine in un episodio precedente), appunto, quando il protagonista si lascia coinvolgere nei festini organizzati dai rappresentanti, che sono a convegno proprio nel suo albergo, e poi quando, in un locale di jazz, cerca di abbordare una procace biondona. Naturalmente, il giorno dopo, se ne sono andati tutti. Questo moderno Andreuccio da Perugia (personaggio del Decameron di Boccaccio che subisce una disavventura notturna in quel di Napoli) avrà modo di imparare la lezione dalle sue nottatacce californiane, ma non avrà la possibilità, purtroppo per lui, di metterla a frutto.

Buone le interpretazioni, specialmente dell'attore protagonista Edmond O'Brien e del mellifluo Luther Adler. Ormai desueto e, forse, da rivedere il doppiaggio italiano.

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domenica, 22 luglio 2007

Per le antiche scale (Italia, 1975) di Mauro Bolognini. Con Marcello Mastroianni (prof. Bonaccorsi), Françoise Fabian (dott.ssa Anna), Marthe Keller (Bianca), Barbara Bouchet (Carla), Lucia Bosè (Francesca), Pierre Blaise (Tonio), Adriana Asti (Gianna), Charles Fawcett (dott. Sfameni, il direttore), Silvano Tranquilli (prof. Rospigliosi), Ferruccio De Ceresa (fascista in treno), Enzo Robutti (il poeta), Nerina Montagnani (la mistica), Maria Teresa Albani (l'artista).

Non c'è proprio bisogno di conoscere il romanzo di Mario Tobino, da cui è tratto il soggetto, per rendersi conto che questo film non è completamente riuscito. Dove si narra come, in un manicomio dell'Italia degli anni trenta, un tale professor Bonaccorsi, temendo di essere lui stesso minato dalla follia (suo padre si suicidò e la sorella è alienata) e rifugiatosi in un'intensa attività sessuale con tutte le donne che gli capitano a tiro, credette di avere isolato in laboratorio il germe della pazzia.

Probabilmente non avrebbe dovuto essere un regista decoratore come Bolognini ad assumersi l'onere di trasporre in immagini filmiche il romanzo di Tobino, che fu veramente medico in un ospedale psichiatrico: se la ricostruzione dell'epoca non fa una piega, convince poco quel manicomio lindo e pinto, dove i ricoverati ricordano a malapena quelli delle barzellette, mentre le donne, con l'eccezione della dottoressa Anna, sia quelle dentro le mura dell'ospedale sia quelle al di fuori, sentono prevalentemente le pulsioni animalesche del sesso. Nello scontro di caratteri tra il prof. Bonaccorsi e la dottoressa Anna si confrontano due concezioni diverse della scienza mesica e forse anche della politica, con lui che pretende di individuare in un microbo la causa della pazzia e lei che segue le teorie della psicanalisi freudiana, tendente a guarire le anomalie della mente con il dialogo. E quando lui penserà, fuggendo, di avere chiuso per sempre la follia che lo perseguita da sempre dentro le mura di un manicomio, si renderà conto, tramite i discorsi di un gerarca fascista incontrato sul treno, che quel pericoloso germe, per ricercare il quale aveva speso la sua reputazione di medico, si stava ormai diffondendo per tutta l'Italia.

A mio parere, neanche la scelta di Mastroianni può dirsi azzeccata: nonostante che si confermi un attore impeccabile, credo che per una parte del genere sarebbe stato più adatto un attore più sanguigno, del tipo, a puro titolo d'esempio, di Mario Adorf. Anche la presenza di Mastroianni, in questo film, è un po' come tutto il resto. Decorativo.

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domenica, 22 luglio 2007

Secondo Ponzio Pilato (Italia, 1987) di Luigi Magni. Con Nino Manfredi (Ponzio Pilato), Stefania Sandrelli (Claudia Procula), Lando Buzzanca (Valeriano), Flavio Bucci (Erode Antipa), Mario Scaccia (Tiberio), Luisa De Santis (Esterina), Antonio Pierfederici (Giuseppe d'Arimatea), Relja Basic (Caifa), Cosimo Cinieri (Anna), Roberto Herlitzka (Barabba), Lara Naszinsky (l'angelo), Sergio Nicolai, Nini Salerno e Ricky Tognazzi (i legionari), Pino Quartullo (Longino), Dalia Lahav (Erodiade), Rita Capobianco (Salomè), Carlo Panchetti (Gesù), Renato Montalbano (Cumano).

Il disco della colonna sonora di BranduardiColpito dalla conversione al cristianesimo della moglie Claudia e del centurione Valeriano, il governatore romano della Palestina, Ponzio Pilato, uomo laico, sentendosi in colpa per avere collaborato all'uccisione di quell'uomo che è resuscitato dai morti, indaga sul caso, sentendo puzza di rivolta contro Roma.

Luigi Magni torna a rappresentare l'antica Roma, in questo caso in un momento veramente cruciale (le parole sono importanti...), per parlarci del presente. Qui, sembra di capire, siamo all'appello alla tolleranza religiosa, con questo Pilato che, davanti al suo imperatore, a nome del quale si era lavato le mani, si assume la responsabilità dell'uccisione del Cristo, scagionando gli ebrei. Qui Magni ci presenta un Pilato originario di Sutri (attualmente in provincia di Viterbo) che parla con l'accento ciociaro di Nino Manfredi, originario di Castro dei Volsci (provincia di Frosinone) - che si rivolge a Giuseppe d'Arimatea con l'appellativo "a sor Giusè" - scettico sull'essenza divina del Cristo, ma affascinato dal suo messaggio egualitario e pacifico. Il risultato del film, tra inverosimiglianze storiche (la destituzione di Pilato da parte di Tiberio per la crocifissione di Gesù; l'accusa di deicidio che pende sugli ebrei appena dopo la resurrezione del Cristo; Barabba che consegna a Pilato il telo della Veronica, e via discorrendo) e interpretazioni da recita parrocchiale (vedansi la Sandrelli e un inutile Buzzanca), particolari triti e ritriti come la danza di Salomè, è appena sufficiente, in considerazione del messaggio laicamente cristiano di un regista che evidentemente ama Cristo ma disprezza la Chiesa che se ne è arrogato il monopolio, della buona prova di Manfredi (anche se, un paio di volte, si teme di vederlo accendersi una Muratti), e di qualche lampo di genio, come la disquisizione "revisionista" di Erode Antipa (un ottimo Flavio Bucci), che ridimensiona la strage degli innocenti messa in atto dal padre*.

Va da sé che la serietà di un libro come Il tempo dei miracoli di Borislav Pekic, che avanzava una sorta di "Vangelo alternativo" alla "versione ufficiale", veleggia su un altro pianeta.

* In sostanza egli sostiene che all'epoca della nascita di Gesù Betlemme aveva all'incirca 1.000 abitanti; tra questi potevano esservi più o meno cento bambini, dei quali, sotto i due anni (che erano quelli che interessavano ad Erode il Grande), potevano essere una ventina; di questi almeno la metà erano femmine e tra i dieci maschi rimasti qualcuno riuscì a salvarsi, come del resto accadde allo stesso Gesù. Erode Antipa dice: "mio padre ne uccise cinque o sei... Che è una strage, questa? Sarà una mascalzonata, che so, un delitto, ma a dire strage ce ne corre!".

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sabato, 21 luglio 2007

Su questo blog, che, al contrario del mio, parla di tutto un po', hanno deciso - ovviamente chiedendomene il permesso - di ripubblicare alcuni dei miei commenti sui film che posto qui. Grazie per la fiducia.

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