sabato, 30 giugno 2007

La coppa - The Cup (Bhutan/Australia, 1999) di Khyentse Norbu. Con Jamyang Lodro (Orgyen), Lama Chonjor (l'abate), Orgyen Tobgyal (Geko, l'aiutante), Kunsang Nyima (Palden), Neten Chokling (Lodo), Godu Lama (vecchio lama), Dhan Pat Singh (il noleggiatore di televisori).

La coppa - The CupDurante i campionati mondiali di calcio del 1998, alcuni giovani allievi di una scuola buddista tibetana smaniano per vedere le partite. Dopo averne vista una (il quarto tra Francia e Italia), riescono a convincere l'abate a noleggiare un apparecchio tv per seguire la finale tra Francia e Brasile. Nonostante la funzione aggregativa del calcio (l'abate si informa previamente se questo "strano" sport comporti la violenza e le tentazioni della carne), gli aspiranti monaci comprenderanno che vi sono anche altre cose importanti nella vita, come gli affetti, la solidarietà e la serietà negli studi.

Allegramente superficiale, il film di Norbu (nel 2003 autore del più maturo Maghi e viaggiatori) è perfetto per smitizzare l'alone mitico/mistico che è stato creato intorno al buddismo tibetano, soprattutto grazie all'adesione di alcuni vippi, più che per la positiva predicazione del Dalai Lama, nonché per farsi beffe di quanti, in piena epoca New Age, sono pronti a cadere in deliquio non appena sentano l'ohm accompagnato da un lieve profumo d'incenso. Sufficiente.

P. S. Le partite sono rimontate alla maniera dell'organo sessuale del migliore amico dell'uomo (scilicet "a cazzo di cane").

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sabato, 30 giugno 2007

Morte di un maestro del tè (Giappone, 1989) di Kei Kumai. Con Toshiro Mifune (Rikyu), Eiji Okuda (Honkakubo), Kinnosuke Yorozuya (Uraku), Go Kato (Oribe), Shinsuke Ashida (Hideyoshi, il signore della guerra), Tsunehiko Kamijyo (Soji).

Per valutare un film come questo, è necessario partire da certe definizioni recensorie. Morando Morandini, ad esempio, ne parla come di «un film di algida eleganza e di impervia comprensione per un occidentale con un sospetto di manierismo accademico». Cosa che, a dispetto del Leone d'oro ricevuto a Venezia nel 1989 (ex aequo con Ricordi della casa gialla di Monteiro), per me significa, fuor di perifrasi, che Morte di un maestro del tè è un film pallosissimo. Paolo Mereghetti, invece, avverte che «tanta solennità non scaccia l'ombra della maniera». Secondo Tullio Kezich, filosoficamente, «l'impervio discorso è forse più alto dello stile, l'intensità concettuale prevale su una qualità estetica che non va oltre la lezione dei maestri». Giovanni Grazzini, infine, lodò il film di Kumai, definendolo «un'opera di qualità molto alta», e descrivendone la trama nei seguenti termini: «...egli infatti rende omaggio a Rikyu (1522-1591), che a quanto dicono gli storici del Sol Levante seppe per primo trasformare il rituale del the in un'opera d'arte. Nel senso che per primo, in un'apposita camera, spoglia d'ogni ornamento, dinanzi a simboli divini e a "memento" che favorivano la meditazione e l'annullamento delle passioni, posò un pizzico di the verde in una ciotola, vi versò sopra l'acqua calda, portò la tazza alle labbra, e bevve, ma muovendo le mani in una sorta di spazio sacro, nel rispetto d'una geometria che voleva replicare l'ordine del Creato e appagare così, in una specie di ascesi anche figurativa, l'ansia umana di assoluto». Ritenendo che il venerabile Rikyu avesse scoperto l'acqua calda (a Livorno avrebbero detto "il buo alla 'onca", mentre l'Umiliana avrebbe parlato della "scoperta di Caone che a mezzanotte è buio"), prosaicamente glossai, a margine dell'aulica recensione del Grazzini, in caratteri scatolari, CHE CAZZATA. A distanza di circa quindici anni, devo parzialmente rivedere il mio affrettato giudizio critico, nel senso che il film di Kumai è uno spettacolo dignitosissimo, seppure, inevitabilmente, destinato a pochi. Molto buona la - purtroppo breve - scena di battaglia, ispirata alla pittura di Paolo Uccello e ovviamente ai capolavori cinematografici di Kurosawa.

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venerdì, 29 giugno 2007

Roma come Chicago - Banditi a Roma (Italia, 1968) di Alberto De Martino. Con John Cassavetes (Mario Corda), Gabriele Ferzetti (il commissario), Anita Sanders (Lea Corda), Nikos Kourkoulos (Enrico), Riccardo Cucciolla (commissario Pascuttini), Luigi Pistilli (Colangeli), Osvaldo Ruggieri (ispettore Sernesi), Guido Lollobrigida (Angelo Scotese), Piero Morgia (Carlo Taddei), Luigi Casellato (vicecommissario Angeletti), Fausto Pollicino (Luigino), Orso Maria Guerrini (Lo Cascio), Ivan Giovanni Scratuglia (il cieco), Marisa Traversi (la prostituta bionda), Fajda NIchols (la prostituta bruna).

Nikos KourkoulosDefinito da Marco Giusti «cultissimo spaghetti-noir [...] qualcosa di pre-tarantiniano» e via vaneggiando, Roma come Chicago è pre-tarantiniano così come lo sono Dracula e La principessa Sissi, nel senso che sono stati realizzati alcuni anni prima. In realtà si tratta di un pasticciaccio che non sta né in cielo né in terra, con protagonista un bravo attore americano (Cassavetes) che, anche soltanto dal modo di muoversi, si capisce subito che mai su questa terra potrebbe fare l'italiano (a parte la chioma scura da emigrante greco). Il film di De Martino è pieno di inseguimenti noiosi e mal fatti, sparatorie che non hanno un centesimo della credibilità di quelle mostrate da Leone e Peckimpah, nonché buchi di sceneggiatura come piovesse (l'evasione dal carcere di Corda è meno credibile di quella del Conte di Montecristo dal carcere dell'abate Faria). Se il film ha una sua pur minima tenuta spettacolare è grazie a un cast (sia artistico che tecnico) più che dignitoso, con nomi che, almeno nel cinema di genere costituivano una garanzia assoluta: lo stesso Cassavetes, Ferzetti, Pistilli, Cucciolla, Guerrini.

Fra le mirabolanti scene inserite in questo pastrocchio, è da segnalare una rapina a una gioielleria: per non dare troppo nell'occhio, gli astuti rapinatori della banda dello psicopatico Enrico scelgono un negozio di Piazza Navona.

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categoria:cinema
giovedì, 28 giugno 2007

Il nipote picchiatello (USA, 1955) di Norman Taurog. Con Jerry Lewis (Wilbur Hoolick), Dean Martin (Bob Miles), Diana Lynn (Nancy Collins), Raymond Burr (Noonan), Nina Foch (Gretchen Brendan), Mitzi McCall (Skeets Powell), Veda Ann Borg (la moglie di Noonan), Romo Vincent (il bigliettaio).

Martin e LewisUn giovane garzone di barbiere (Lewis), dopo avere combinato una serie inenarrabile di guai, si ritrova casualmente in tasca un preziosissimo diamante rubato da un pericoloso criminale (Burr). Messosi in viaggio in treno travestito da dodicenne per pagare il biglietto ridotto, è costretto a deviare verso il collegio femminile, dove un paziente insegnante di musica e ginnastica (Martin) gli fa da zio per amore della bella collega (Lynn).

La solita commedia degli equivoci per la coppia Lewis - Martin, dove il pasticcione rischia di avere la meglio, anche in amore, sul bravo e bel ragazzo pienamente normale. Il nipote picchiatello è uno dei classici della comicità di Jerry Lewis, uno di quelli che più lo ha identificato nella macchietta scioccherella e lamentosa resa celebre qui da noi anche dall'azzeccato doppiaggio di Carletto Romano. Non c'è molto di più da dire: se non che la sequenza centrale è, a parer mio, quella della biglietteria del treno, quando Wilbur è prima infastidito dal ragazzino dodicenne con la pistola a schizzo e poi decide di prenderne le sembianze, entrando, ora e per sempre, nei panni imperituri del picchiatello.

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categoria:cinema, comicità
giovedì, 28 giugno 2007

L'arbitro (Italia, 1974) di Luigi Filippo D'Amico. Con Lando Buzzanca (Carmelo Lo Cascio), Joan Collins (Elena Sperani), Gabriella Pallotta (Laura Lo Cascio), Ignazio Leone (Vito Fichera, il guardialinee), Marisa Solinas (Luisella Fichera), Masimo Mollica (La Forgia), Umberto D'Orsi (il medico), Dino Curcio (il sindaco), Dante Cleri (Patanè), Giovanni Rosselli (il figlio), Alvaro Vitali (il postino), Nello Pazzafini (invasore di campo), Daniele Vargas (il presidente della commissione arbitrale), Gianfranco Barra (il celerino), Elizabet Turner (Evelin La Forgia), Bruno Pizzul, Nicolò Carosio, Alfredo Pigna, Maurizio Barendson (sé stessi).

Fisicamente e gestualmente ispirato all'allora arbitro siciliano di calcio Concetto Lo Bello, questo Lo Cascio interpretato da Buzzanca con la consueta dose di smorfie mimiche e facciali riesce, nonostante la volgarità (almeno pari a quella del filone scollacciato dell'epoca) di certe scene e la pochezza dell'insieme, a strappare, con le unghie e con i denti, qualche risataccia. La sceneggiatura segna un punto a suo favore nel tratteggiare il rapporto quasi simbiotico tra arbitro e guardalinee (il bravo Ignazio Leone), ma perde di credibilità con l'inserimento del personaggio inutilmente titillatorio della giornalista femminista (interpretata da Joan Collins), che ricorda una versione spregiudicata della giovane Oriana Fallaci. E comunque, sul mondo del calcio, si farà di molto peggio negli anni ottanta, con i vari Paulo Roberto Cotechiño (1983) e con Il tifoso, l'arbitro e il calciatore (1983). Qui siamo ancora su un piano, seppur piattamente, dignitoso. Anche se Il presidente del Borgorosso Football Club (1970, sempre di D'Amico) era un'altra cosa.

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categoria:cinema, comicità
martedì, 26 giugno 2007

Il ragazzo di campagna (Italia, 1984) di Castellano e Pipolo. Con Renato Pozzetto (Artemio), Massimo Boldi (Severino Cicerchia), Donna Osterbuhr (Angela Corsi), Renato D'Amore (l'idraulico), Enzo Cannavale (il cieco), Enzo Garinei (il direttore del residence), Bella (Maria Rosa), Clara Colosimo (la madre di Artemio), Franco Diogene (selezionatore), Enzo De Toma (paziente in ospedale), Jimmy il Fenomeno (campagnolo), Dino Cassio (poliziotto pirata), Pongo (il medico).

Vissuto in campagna insieme all'anziana madre vedova, Artemio, compiuti i quarant'anni, decide di andare a tentare l'avventura in città.

Proposto in Tv almeno cinquanta volte, Il ragazzo di campagna lo conosce anche chi non l'ha mai visto per intero. I due registi del Bagaglino cercano di sfruttare gli ultimi rimasugli della verve comica di Pozzetto, che all'epoca cominciava a mostrare la corda. La trama, fra l'altro, poggia su un filo conduttore esilissimo, ai limiti del puro pretesto che tiene insieme le varie gag. Nonostante tutti questi difetti, il filmaccio di Castellano e Pipolo riesce a strappare allo spettatore qualche risata, grazie ad alcune scenette che sfruttano l'originaria vena surreale del comico varesino (le notizie davanti al televisore, il passaggio del treno, la sorpresa quando Pozzetto si spoglia in casa di Angela) ed altre decisamente più volgari, che, come le scorregge del cugino Severino, colpiscono i nostri istinti più bassi.

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categoria:cinema
mercoledì, 20 giugno 2007

Elettra, amore mio (Ungheria, 1974) di Miklos Jancsó. Con Mari Torocsik (Elettra), Jozsef Madaras (Egisto), Gyorgy Cserhalmi (Oreste), Mária Bajcsay (la messaggera), Lajos Balázsovits (il messaggero), Gabi Jobba (Crisotemi, la sorella).

Elettra, amore mioEgisto festeggia i quindici anni del suo regno, iniziato con l'omicidio del fratello Agamennone. Nel frattempo Clitemnestra è morta e Oreste se n'è andato chissà dove ed è dato per morto. Soltanto Elettra rimane a fungere da cattiva coscienza del sovrano e a ricordarle l'orrendo delitto del quale s'è macchiato per scalare il potere. La ragazza spera nel ritorno di Oreste, perché il fratello compia la vendetta. E poi Oreste torna, uccide il tiranno e is uoi scherani, ma poi si scontra fatalmente con la sorella e i due si uccidono a vicenda, salvo poi risorgere e fuggire su un rosso e radioso elicottero.

Messo in scena secondo i canoni di una sorta di balletto, ispirato direttamente agli schemi della tragedia greca, e tutto ambientato nella puszta ungherese, Elettra, amore mio è un vero film maoista, con la sua esaltazione della necessità di una rivoluzione permanente, contro l'inevitabile imborghesimento di ogni tiranno, che per forza di cose instaura con il popolo un rapporto di padrone/schiavo (forse per questo, Jancsó era poco ben visto dal regime comunista ungherese, più legato alla nomenklatura sovietica di stampo staliniano e brezneviano).

Con un uso poderoso e ponderoso del piano sequenza, il regista magiaro realizza comunque un film che riesce a non essere noioso né verboso, nonostante che i dialoghi procedano a raffiche discontinue. Gli attori, tutti aficionados di Jancsó, sono bravi, in particolare la Torocsik e Madaras. Come un po' in tutti i film del regista di Vac, abbondano i nudi, femminili e maschili.

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categoria:cinema
sabato, 16 giugno 2007

Stefano Benni, Dottor Niù, Feltrinelli, 2007, pp. 155, € 6,00.

Uscito in prima edizione nel 2001con il sottotitolo Corsivi diabolici per tragedie evitabili, Dottor Niù raccoglie i pezzi di Benni usciti su Repubblica nel periodo del primo governo ulivista, e in particolare tra la fine del 1998 (governo D'Alema) e i primi mesi del 2001 (governo Amato), quando la vittoria di Berlusconi alle successive elezioni politiche (una delle tragedie evitabili di cui al sottotitolo) appariva ormai scontata. La maggior parte dei pezzi sono piuttosto datati, se si pensa che sono stati tutti scritti prima dell'11 settembre 2001, e alcuni riferimenti - a Clinton, Eltsin, Milosevic - sembrano arrivare da un'altra era geologica. Alcuni articoli, però, mantengono intatta la loro validità, e, nonostante che gli avvenimenti degli ultimi anni si susseguano a ritmi vertiginosi, anche grazie al moltiplicarsi delle televisioni satellitari, e quindi qualsiasi riferimento all'attualità rischi di essere inutilizzabile a distanza di pochi giorni, grazie alla maestria di Benni, sono ancora divertenti. Per brevità cito soltanto tre pezzi che secondo me sono tra le cose migliori: Natale a Monte Candido (20/12/2000), Confessione di un povero compagno (22/10/1998) e La Storia (31/12/2000). Benni, che è notoriamente di sinistra, in questo libro è bipartisan negli attacchi satirici a Berlusconi come a D'Alema, e ciò fa di Dottor Niù una lettura ancora godibilissima.

La Storia

Da "Storia d'Italia" di Gasparri, Previti e Storace. Testo per le scuole medie e superiori dell'anno 2010

Ai primi del Novecento un giovane pittore di nome Adolf Hitler, si accorse che la dittatura comunista stava cingendo d'assedio la Germania e il mondo. Dopo essere stato perseguitato dalla magistratura e incarcerato, scrisse un veemente saggio sulla superiorità della razza nordica, che lo rese assai popolare. Egli si recò con una piccola scorta militare in Polonia, per promuovere le sue idee. Subito l'Europa filocomunista e parcondicionista gridò all'invasione e lo attaccò. Hitler si difese eroicamente. Per evitare danni ai civili, evacuò alcune città e sistemò gli abitanti in centri di accoglienza quali Auschwitz e Buchenwald. Purtroppo il grande numero di persone causò disagi e carenze nell'accoglienza. La storiografia marxista, con la consueta enfasi settaria, bollò l'accaduto col termine "Olocausto". In realtà, anche se ci fu qualche eccesso da parte dei militari tedeschi, la vicenda è ancora così oscura che, per la sua delicatezza e la violenza di alcune immagini, il ministro dell'istruzione Rovagnati l'ha vietata ai minori di anni 18. Potrete eventualmente studiarla all'università se passerete l'esame delle "quattro i": (Internet, Impresa, Inglese e "ll papà mi dà trenta milioni per iscrivermi"). Dopo il presunto Olocausto, tutti si accanirono contro il povero Adolf. Egli affrontò con coraggio le armate staliniane, la lobby giudaica, i depravati inglesi e i sanguinari francesi. Ma alla fine fu travolto da un massiccio sbarco di extracomunitari in Normandia, favorito dalla politica lassista delle sinistre italiane. Intanto in Italia Benito Mussolini e altri carbonari, che avevano appoggiato il generoso sforzo liberista hitleriano, furono rovesciati da una congiura di partigiani sostenuti dalla magistratura. La dittatura comunista regnò per molti anni, con la collaborazione dei cattolici rossi, dei massoni e della lobby omosessuale. Uomini come Fanfani, Rumor, Scelba, e Taviani, tutti di stretta osservanza marxista, detennero a lungo il potere, e nelle scuole la propaganda stalinista cancellò ogni traccia di verità storica. Lo scoppio di una caldaia alla stazione di Bologna, sostenuto a lungo dal solo perseguitato Bruno Vespa, fu contrabbandato per strage, e così pure venne deviata la verità su Ustica (l'aereo scontratosi contro un sottomarino russo impazzito) e sul guasto meccanico dell' Italicus. Si giunse persino a dire che Hitler era dotato di un membro sotto la media, mentre invece… (vedi illustrazione pagina 145 in alto). Ma ecco irrompere sulla scena mondiale un giovane eroico lombardo, Silvio Berlusconi (vedi illustrazione pagina 145 in basso). Egli cantava in un piano-bar e non pensava alla politica, quando un giorno vide apparire, su un prato alla periferia di Milano, un angelo con la spada fiammeggiante che gli disse: "O unto da Dio, tu sei il prescelto: libererai l'Italia dai comunisti e diventerai ricco e famoso. Eccoti i fondi per fare tre televisioni". E di colpo Berlusconi si ritrovò pieno di monete d'oro. I magistrati persecutori gli chiesero a lungo come avesse fatto quei soldi così in fretta, ma dovettero arrendersi di fronte al miracolo. Nella cantina della sua modesta abitazione di Arcore, Silvio preparò la riscossa insieme a patrioti come Dell'Utri, Previti, Confalonieri e Pilo. Con pochi mezzi e coi i media tutti in mano al nemico bolscevico, riuscì a vincere le elezioni, ma il tradimento di un altro lombardo, Bossi, lo privò del giusto diritto a governare. La dittatura rossa tornò a opprimere l'Italia. I comunisti tolsero a Berlusconi ogni avere, tutte le televisioni e lo incarcerarono per lunghi anni. Silvio Berlusconi fu rinchiuso insieme a Silvio Pellico allo Spielberg, un castello appartenuto al produttore americano. Ma un giorno l'angelo fiammeggiante riapparve e liberò Berlusconi, che rivinse le elezioni a capo di un triumvirato. Questa volta non commise gli errori precedenti. Liquidò con un congruo assegno gli altri triumviri Bossi e Fini e divenne imperatore d'Italia col nome di Silviodoro primo. Sotto di lui la Fininvest e il paese godettero di un periodo di prosperità senza pari. Fu iniziato il ponte di Messina, per congiungere Messina a Reggio Emilia. Fu genialmente creato un milione di posti di lavoro licenziando un milione di vecchi lavoratori. La battaglia tra magistratura e mafia fu finalmente vinta, sconfiggendo la magistratura. Oggi nel 2010, il nostro paese è invidiato e temuto, anche se è tuttora accerchiato dai centri sociali, dall'Europa bolscevica e dai molli americani del primo presidente ex nero Michael Jackson. Ma l'imperatore Silviodoro si prepara a fare dell'Italia la più grande potenza del mondo libero. Le nostre truppe e le nostre parabole televisive hanno già conquistato la Svizzera, e dall'Austria del nostro alleato Kaiser Haider accerchiano Praga e puntano verso la Polonia. E stavolta, non falliremo.


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categoria:libri, satira, umorismo
sabato, 16 giugno 2007

Il maestro e Margherita (Italia/Jugoslavia, 1971) di Aleksandar Petrovic. Con Ugo Tognazzi (Nikolaj Afanasijevic Maksudov, Il Maestro), Mimsy Farmer (Margherita Nikolajevna), Alain Cuny (Satana alias il Professor Woland), Velimir "Bata" Zivojinovic (Korovjev, aiutante di Satana), Pavle Vujisic (Azazel, aiutante di Satana), Fabijan Sovagovic (Berlioz), Ljuba Tadic (Ponzio Pilato), Tamsko Racic (Rimsky, direttore del teatro), Danilo Stojkovic (Bobov, il critico), Zlatko Madunic (Oskar Danilovic).

Il maestro e Margherita (una scena)Non ho letto Bulgakov, ma, a prescindere da questo, il film di Petrovic, mi sembra veramente mal riuscito. Nel tentativo di condensare surrealismo e spunti di satira politica e sociale, il film è confuso e si limita a una critica, nemmeno tanto efficace, della gestione burocratica dell'arte da parte delle gerarchie sovietiche. E' fin troppo facile far notare che questa critica veniva da un regista della Jugoslavia titoista (e antisovietica), al quale, per contrappasso, si dovrebbe far vedere cento volte il film di Kusturica Papà è in viaggio d'affari (1985), nel quale un poveraccio finisce nei campi di rieducazione socialista soltanto per avere detto "forse esagerano un po'" di fronte a una vignetta che satireggiava Stalin.

Nel film c'è qualche attore bravo (a parte Tognazzi, qui un po' spaesato, citerei il solito Cuny e Vujisic) e qualche scorcio ben fotografato, ma nel complesso, Il maestro e Margherita resta un'occasione sprecata, anche se fa venir voglia di leggere il romanzo.

«Questo film, che fa polpette di un capolavoro della moderna letteratura sovietica, merita soltanto di venir segnato nel libro nero» (Tullio Kezich, 1972).

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categoria:cinema
mercoledì, 13 giugno 2007

I violenti di Roma bene (Italia, 1976) di Segri e Ferrara [Sergio Grieco e Massimo Felisatti]. Con Antonio Sabàto (commissario De Gregori), Pierre Marfurt (Stefano Donnini), Franca Gonella (la sorella di Marco), Giacomo Rossi Stuart (ingegner Donnini), Pupo De Luca (maresciallo Turrini), Gloria Piedimonte (l'altra ragazza seviziata).

SabàtoSottoprodotto di serie C, il film di Grieco e Felisatti nasce sulla scia dei fattacci del Circeo e poggia la sua ragion d'essere sulla sensazione d'impunità ispirata dalle vicende giudiziarie e carcerarie dei responsabili di quel massacro. Il film affastella le une sulle altre situazioni le più disparate, sciorinando una serie imponente di violazioni del codice penale: si va dalle rapine a mano armata allo spaccio e all'uso della droga, dalla violenza sessuale all'esposizione della filosofia nietschiana, mettendo a confronto il palazzinaro, il giudice cavilloso, il giovanotto viziato di buona famiglia e il poliziotto anarchico. E in questa confusione ormai non si capisce se siano più fascisti i giovincelli pasolinianamente figli della presunta Roma bene o il poliziotto che vorrebbe incriminarli anche senza prove. Per il resto, Grieco e Felisatti propongono il solito repertorio di inseguimenti (con prevalenza delle corse in moto da cross) e violenze assortite, con l'aggiunta di scene ridicolmente montate a velocità aumentata per rendere più credibili le scazzottate. Il tutto è messo in scena con una recitazione che definire cinofila sarebbe far torto al migliore amico dell'uomo.

«truce e rozzo dramma urbano incentrato sulle gesta di alcuni pariolini della Roma viziata e viziosa guidati dal figlio di un noto palazzinaro.» (dal sito buioomega.com)

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categoria:cinema