lunedì, 28 maggio 2007

Aprile (Italia/Francia, 1998) di Nanni Moretti. Con Nanni Moretti, Silvia Nono, Pietro Moretti, Silvio Orlando, Agata Apicella Moretti, Daniele Luchetti, Angelo Barbagallo, Nuria Schoenberg, Quentin de Fouchécour (sé stessi).

Aprile (Nanni e la madre)Aprile necessita di rivalutazione, almeno da parte dei critici che, all'epoca, lo stroncarono. In realtà è una riuscita fusione di narrazione pubblica e privata. Le parti più riuscite sono, secondo me, quelle relative a quest'ultimo aspetto, perché presentano il Nanni Moretti (ormai non ha più bisogno dell'alter ego Michele Apicella, il cognome della mamma) nevrotico e quasi paranoico delle prove precedenti. La struttura episodica, quasi rapsodica, ricorda addirittura Ecce bombo (1978) e mostra come, nella vita del regista, gli aspetti privati ed intimi prevalgano ormai su quelli pubblici: il documentario sull'Italia politica non sarà mai realizzato. Ed anche il musical sul pasticcere trotzkista - argomento che si spera Moretti non tiri più fuori, perché ha francamente stancato - è destinato a restare un bel sogno.

Più riuscito del sopravvalutato Caro diario (1993), Aprile è godibile per almeno due terzi, laddove il film precedente era invece estenuato in diversi momenti. E' rimasta ormai famosissimo l'invito a D'Alema a dire "qualcosa di sinistra" nel dibattito televisivo con Berlusconi, ma sono veramente esilaranti gli stravolgimenti delle regole del manuale della puerpera, il rifiuto di ascoltare la moglie quando parla del dolore del parto ed alcune frasi (del tipo "chiederò di entrare in sala parto. Spero che mi dicano di no") che confermano tutte le nevrosi e le idiosincrasie dell'uomo-personaggio Nanni Moretti.

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domenica, 27 maggio 2007

Lotna (Polonia, 1959) di Andrzej Wajda. Con Jerzy Pichelski (capitano di Cavalleria Chodakiewicz), Adam Pawlikowski (tenente Wodnicki), Jerzy Moes (alfiere Jerzy Grabowski), Myeczislaw Loza (sergente maggiore Laton), Bozena Kurowska (Ewa), Bronislaw Dardzinski (il proprietario della cavalla), Roman Polanski (giovane musicista).

LotnaWajda ha spesso usufruito dei testi di validi scrittori polacchi del dopoguerra, non necessariamente appiattiti sulla linea ufficiale del regime. Qui si serve di un testo di Wojciech Zukrowski, come nel 1970 si baserà su un racconto di Jaroslaw Iwaskiewicz per Il bosco di betulle. Curiosamente, di quest'ultimo autore, ho potuto leggere soltanto un racconto (contenuto nell'antologia Racconti dalla Polonia, a cura di Andrzej Zielinski), Bilek, che prende il titolo dal nome di un cavallo, così come il film di Wajda, basato su un racconto di Zukrowski, deriva il titolo dal nome della cavalla che fa da filo conduttore alla storia narrata.

Qui si parla, appunto, di una cavalla considerata menagrama, che passa di mano durante l'invasione della Polonia da parte dell'esercito tedesco nell'autunno del 1939. Il giovane ufficiale degli ulani Jerzy Grabowski, in breve tempo diventa il proprietario della cavalla e incontra la giovane maestrina Ewa, che aveva ammirato ai tempi della scuola. I due giovani si sposano, ammirati e un po' invidiati da tutti, in particolare dal tenente Wodnicki. Purtroppo, per sua sfortuna (o per la sfortuna portatagli da Lotna) il giovane ufficiale perderà presto la vita in combattimento.

La vicenda, di per sé piuttosto tragica, è narrata da Wajda non senza ironia, sicuramente derivata dall'originale letterario di Zukrowski (se è concesso trarre questa conclusione dalla semplice lettura di un breve racconto, nel caso di specie, Il cuoricino di Maryla), che, dato l'ambiente militaresco ricorda un po' Il buon soldato Sc’vèik e un po' il primo episodio di Eroica (1958) di Andrzej Munk. Ma i colori sbiaditi, che diventano, in alcuni momenti, assenza di colore, fanno venire alla mente anche Il settimo sigillo (1957) di Bergman, anche per quelle figure di soldati slanciati sui cavalli. E, fra gli altri, il film di Wajda rinfocola la credenza, smentita dagli storici polacchi più recenti, della storicità di una carica di cavalleria condotta dai soldati polacchi contro i panzer tedeschi. Anche se l'episodio non è effettivamente avvenuto, serve in ogni caso al regista per sottolineare con amara ironia l'inadeguatezza dell'esercito polacco (e forse della società intera), ancora molto napoleonico, a rispondere alla preponderanza delle truppe naziste.

Gli attori, tutti poco conosciuti, sono all'altezza della situazione, e, tra i comprimari, si nota, nelle vesti di un musicista chiamato a suonare alla festa di matrimonio, un giovanissimo Roman Polanski.

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sabato, 26 maggio 2007

L'isola di corallo (USA, 1948) di John Huston. Con Humphrey Bogart (Frank McCloud), Edward G. Robinson (Johnny Rocco), Lauren Bacall (Nora Temple), Lionel Barrymore (James Temple), Claire Trevor (Gaye Dawn), Thomas Gomez (Curly Hoff), Harry Lewis (Toots Bass), John Rodney (agente Clyde Sawyer), Marc Lawrence (Ziggy), Dan Seymour (Angel Garcia), Monte Blue (sceriffo Ben Wade), Jay Silverheels (Tom Osceola), Rodric Redwing (John Osceola).

L'isola di coralloUn reduce della seconda guerra mondiale si reca nella più grande delle Isole Keys, la Key Largo del titolo originale, al largo della Florida, per fare visita al vecchio padre e alla giovane vedova di un suo commilitone morto sul fronte di Cassino. I due gestiscono un albergo, dove sono ormai da tempo ostaggi di un gangster italoamericano, bandito dagli Stati Uniti, dove sta tentando di rientrare clandestinamente. Dovrà dimostrare di non essere un vigliacco.

Ho guardato questo film perché nelle prime scene c'è una sequenza che fu a suo tempo ridoppiata in livornese, con accenti ovviamente scurrili, dal Nido del Cuculo di Paolino Ruffini, ma, pur non essendo uno dei lavori migliori di Huston, non è affatto un film da trascurare. La trama scorre via veloce, accennando en passant a diverse tematiche, come quella dei criminali esiliati anziché messi in carcere (e nella versione italiana, l'italoamericano Johnny Rocco, diventa un più anglofilo Rocky), come accadde, solo per fare un esempio, a Lucky Luciano, quello delle minoranze etniche sottomesse (qui i discendenti dei nativi Seminole), e quello delle reazioni umane di fronte agli eventi naturali (sull'albergo dei Temple si abbatte un pauroso uragano).

Ovviamente parte della riuscita del film è da attribuire agli attori, a cominciare proprio da Humphrey Bogart, che altrove, Casablanca compresa, mi era sembrato poco incisivo. Robinson è sempre bravo, anche se qui ha qualche accenno di gigionismo, e regge bene i primi piani, anche di nuca, che originalmente gli impone il regista. Lauren Bacall è bellissima, ma sono rimarchevoli le prove di tutti i comprimari - una delle componenti fondamentali, oltre ai grandi capitali a disposizione, che hanno imposto il cinema americano nel mondo - come Lionel Barrymore, confinato su una carrozzella, Claire Trevor (vincitrice di un Oscar e stranamente ben doppiata in italiano), nella parte di una cantante alcolizzata, e Thomas Gomez, nelle vesti del tirapiedi del boss.

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sabato, 26 maggio 2007

La banda Vallanzasca (Italia, 1977) di Mario Bianchi. Con Enzo Pulcrano (Roberto), Stefania D'Amario (Antonella), Antonella Dogan (Sandra), Gianni Diana (Italo), Liliana Chiari (Caterina), Enrico Maisto (Enrico Salerno), Franco Marino (Franco Calogero), Franco Garofalo (Pino).

enzo pulcranoPrima di tutto, il titolo e la vera banda Vallanzasca (il bel René, com'era soprannominato) non c'entrano assolutamente niente con la trama del film. Che parla di un evaso dal carcere che viene reclutato da una misteriosa "organizzazione" per compiere un sequestro di persona, ai danni della figlia di un industriale. Le cose finiranno malissimo per tutti, anche perché la potentissima organizzazione si affida a dei balordi di quart'ordine.

Un film improponibile, se non ai cinefili avvezzi al recupero trashistico di qualsiasi scoria cinematografica. Interpretato da "attori" che nelle altre produzioni italiane, anche di serie C, usualmente recitavano la parte delle comparse, La banda Vallanzasca ha dei dialoghi assurdi, quasi surrealisti (del tipo "Questa pistola è più fedele di una mignotta innamorata"). Il regista schiaccia spesso il pedale dell'erotismo spinto, ed anzi va detto che se ci fosse andato giù più duro sul piano del sesso, questo film sarebbe potuto essere un buon porno con trama. Così, invece, è niente, anche se, a momenti, involontariamente, fa ridere.

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mercoledì, 23 maggio 2007

Noi tre (Italia, 1984) di Pupi Avati. Con Christopher Davidson (Amadeus Mozart), Lino Capolicchio (Leopold Mozart), Carlo Delle Piane (il Conte Pallavicini), Gianni Cavina (il cugino), Ida Di Benedetto (Maria Caterina Pallavicini), Dario Parisini (Giuseppe Pallavicini), Barbara Rabeschini (Antonia Leda), Giulio Pizzirani (Padre Martini), Davide Celli (Davide), Nik Novecento (Nicola), Ferdinando Orlandi (il dottore), Bob Tonelli (il prete nano).

La cosa migliore di questo film è il coraggio di Avati di proporre un ritratto del grande musicista salisburghese, proprio a ridosso dell'uscita del miliardario kolossal di Milos Forman Amadeus (1984).

Qui si narra di un viaggio del giovane Amadè nei pressi di Bologna, per prepararsi all'esame di compositore presso una prestigiosa accademia musicale felsinea. Per tre mesi il giovane prodigio austriaco, già circondato di una gran fama di musicista geniale, fu ospite della villa del Conte Pallavicini insieme al padre. E qui conobbe, secondo la ricostruzione del regista e dei suoi sceneggiatori, l'amicizia e il primo amore, tanto da cercare, inutilmente, di sfuggire al suo destino di genio, sbagliando di proposito l'esame finale.

Se Amadeus incentrava l'attenzione sul rapporto tra genio (Mozart) e mediocrità (Salieri), qui Avati pone l'accento sull'impossibilità del genio di sfuggire al proprio destino: per essere veramente grande, Mozart dovette rinunciare a tutto quello che era tipico dei ragazzini dell'epoca, il gioco, l'amicizia, l'amore. E non è da sottovalutare neanche l'elogio proprio dell'amicizia (non a caso anche il rapporto amoroso è a tre, non condito da gelosie), cento volte più sincero che in Ma quando arrivano le ragazze? (2005), che si fa struggente nel momento del saluto, percepito come estremo. Purtroppo l'insieme è esilino, indebolito da qualche macchietta inutile di troppo, come quella del cugino matto, e ingentilito dalla presenza del giovane Nik Novecento, simpaticamente e pateticamente sbruffone.

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martedì, 22 maggio 2007

Napoleone (Francia, 1927) di Abel Gance. Con Albert Dieudonné (Napoleone Bonaparte), Vladimir Roudenko (Napoleone ragazzo), Nicolas Koline (Tristan Fleuri), Maurice Schutz (Pasquale Paoli), Acho Chakatouny (Pozzo di Borgo), Edmond Van Daële (Maximilien Robespierre), Alexandre Koubitzky (Georges Danton), Antonin Artaud (Jean-Paul Marat), Abel Gance (Louis Saint-Just), Gina Manès (Josephine Beauharnais), Marguerite Gance (Charlotte Corday), Philippe Hériat (Antonio Salicetti), Eugenie Buffet (Letizia Ramorino), Yvette Dieudonné (Elisa Bonaparte), Simone Genevois (Paolina), Max Maxudian (Barras), Annabella Charpentier (Violine Fleuri), Georges Cahuzac (il Visconte de Beauharnais), Harry Krimer (Rouget de l'Isle), Philippe Rolla (Massena), Robert Vidalin (Camille Desmoulins).

Dieudonné in NapoléonNon tutti i monumenti sono capolavori, come viene da pensare guardando il Vittoriano di Roma. E così pure Napoléon, che è certamente un monumento, per certi versi anche geniale, ma non è un capolavoro. È ovvio che una biografia titanica come quella di Napoleone Bonaparte non poteva che ispirare opere monumentali come questa. Fra l'altro, le quasi quattro ore del Napoléon di Gance dovevano rappresentare la prima parte di un'opera che, se fosse stata realizzata, sarebbe stata davvero ciclopica. Mancano infatti all'appello gli ultimi 25 anni, quelli più intendi della vicenda umana di Napoleone e della vicenda politica dell'Europa intera, dal Manzanarre al Reno, verrebbe da dire.

Sono narrati, in questo film, alcuni grandi blocchi della vita del còrso più famoso della storia. Si comincia con l'adolescenza, trascorsa nel collegio militare di Brienne, e poi si passa agli anni durissimi della Rivoluzione, quando il Bonaparte non è certo uno degli attori principali. In questo momento i protagonisti sono Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, gli artefici della Rivoluzione, i responsabili del Terrore giacobino. Le varie vicende della Rivoluzione fanno da sfondo alla carriera di Napoleone, che si sviluppa nell'ambito delle guerre di difesa della Rivoluzione stessa. Vediamo così Napoleone al vittorioso assedio di Tolone, e poi cadere in disgrazia - come in quel periodo sarà capitato diecimila volte, specialmente a persone di un certo rango - e risalire la china, soprattutto in virtù delle sue qualità strategiche militari. Nel carcere di Antibes s'imbatterà in Josephine de Beauharnais, scampata alla ghigliottina grazie al nobile gesto di suo marito, che accede al patibolo al posto suo. E grazie a questa donna, che diverrà la sua prima moglie, otterrà dal potente Barras l'incarico di condurre un'armata alla conquista dell'Italia. E qui - siamo nel 1796 - il film si arresta, non prima, però, che Napoleone abbia galvanizzato le truppe con parole veramente rivoluzionarie, che infiammano i cuori dei soldati.

Ho già detto troppo: uno spettacolo del genere va guardato immergendosi nel flusso delle immagini. Resta il ritratto del grande uomo, che al tempo della Rivoluzione fu un formidabile generale che ne seppe interpretare lo spirito, e oggi sarebbe, guarda caso, un grande artista (un regista?). E poi restano gli espedienti tecnici, molto arditi, per l'epoca, come lo schermo triplicato (che riproduce, in una sorta di gioco di specchi, le possibilità del grandangolo), nonché le soggettive della macchina da presa, messa nei posti più disparati. E poi certe soluzioni, come quella di mostrare il grand'uomo favorito anche dagli eventi atmosferici: durante l'assedio di Tolone, ad esempio, morti tutto i tamburini, è la grandine che, cadendo con violenza sui tamburi, suona la carica.

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martedì, 22 maggio 2007

L'era glaciale (USA, 2002) di Carlos Saldanha e Chris Wedge.

L'era glacialeUn cartone che, un po' come Shrek ed altri prodotti simili, può sicuramente piacere a grandi e piccini. Qui si narra la storia di un bradipo logorroico e di un mammuth senza famiglia che, al tempo della grande glaciazione, si assumono il compito di portare un cucciolo umano dalla tribù del padre, dopo che la madre è stata uccisa durante un attacco delle tremende tigri dai denti a sciabola. Al gruppetto si unirà la tigre Diego con intenzioni tutt'altro che amichevoli.

Al di là della storiellina, narrata con notevole sagacia, la genialata degli autori del film è di avere inserito gli interventi del guastatore Scrat, una sorta di scoiattolo mannaro arpagonicamente attaccato alla sua ghianda, della quale non riesce tuttavia ad entrare veramente in possesso. Tutti gli spettatori si ricordano più di questo animaletto che di tutti gli altri personaggi del film, ed è proprio Scrat a causare i grandi eventi con i suoi comportamenti spesso sconsiderati, ma minimali, come quello di voler piantare la sua ghianda nello strato di ghiaccio.

Mi piace molto l'idea di avere reso protagonisti di questo film d'animazione tutti animali ormai estinti: tutti tranne il bradipo (e ovviamente l'uomo), che qui di tutti è l'animale più lento e indifeso, e tuttavia è l'unico ad essere sopravvissuto.

L'era glaciale non è un capolavoro come Galline in fuga (2000) o Shrek (2001), ma è comunque uno dei migliori film d'animazione della storia.

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lunedì, 21 maggio 2007

Storia di ragazzi e di ragazze (Italia, 1989) di Pupi Avati. Con Felice Andreasi (Domenico), Davide Bechini (Angelo), Anna Bonaiuto (Amelia), Massimo Bonetti (Baldo), Claudio Botosso (Taddeo), Valeria Bruni Tedeschi (Valeria), Marcello Cesena (Lele), Consuelo Ferrara (Dolores), Stefania Orsola Garello (Antonia), Alessandro Haber (Giulio), Lucrezia Lante della Rovere (Silvia), Enrica Maria Modugno (Linda), Ferdinando Orlandi (Nando), Roberta Paladini (Loretta), Massimo Sarchielli (Don Luciano), Mattia Sbragia (Augusto).

Il film fa parte di quel gruppo di film del regista bolognese che, parafrasando il Leopardi, potremmo definire le operette corali. Se alla fine degli anni ottanta un’operazione del genere, la messinscena della festa di fidanzamento tra la figlia di un contadino arricchito e il rampollo di una famiglia cittadina in decadenza, poteva riallacciarsi ad esperienze precedenti, quali Un matrimonio (1978) di Altman, e vantare una sorta di primogenitura, almeno nei riguardi di un’Italia fascioappenninica, a distanza di diciotto anni queste esili qualità sono del tutto evaporate. Resta l’idea di concentrare una serie di storie nell’arco di ventiquattr’ore, e di scandire le vicende legate a ciascun personaggio (intorno ai due fidanzatini si muovono un padre donnaiolo e una madre incattivita, un fratello fanfarone che si spara una fucilata per errore, una coppia di erotomani, un anziano in sospetto di pedofilia, le signorine di città) con le portate di un pranzo luculliano, tale da fare invidia, almeno per quantità, al danese Pranzo di Babette (1987), uscito da noi l’anno prima. Ma, soprattutto, il merito maggiore del film di Avati è quello di avere proposto come protagonisti uno stuolo di attori più o meno giovani, quasi tutti di notevole bravura, da Haber a Bonetti, da Sbragia a Bechini, dalla Modugno alla Lante della Rovere, dalla Bonaiuto fino a Marcello Cesena. Non c’entra niente, invece il personaggio di Felice Andreasi, qui accoppiato con quello interpretato da una giovane Valeria Bruni Tedeschi: l’impressione è che, nonostante lo schermo pieno di personaggi, servisse un ulteriore riempitivo. In questo senso, il film di Avati sembra una delle vignette di Jacovitti, così piene di personaggi e tuttavia inzeppate di salami e mortadelle con lo scopo di non lasciare una fastidiosa sensazione di vuoto.

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domenica, 20 maggio 2007

Basta guardarla (Italia, 1970) di Luciano Salce. Con Maria Grazia Buccella (Enrichetta/Erika Rikk), Carlo Giuffrè (Silver Boy), Mariangela Melato (Marisa), Luciano Salce (Farfarello), Spiros Focas (Fernando), Franca Valeri (Pola Prima), Pippo Franco (Danilo), Riccardo Garrone (Pedicone), Umberto D'Orsi (la spalla di Farfarello), Ettore G. Mattia (lo zio prete), Mino Guerrini (il dottore), Ennio Antonelli (il macellaro del sogno).

Uno dei migliori film di Salce regista, appena dietro ai primi due Fantozzi, al pari del Federale (1961) e di altre commedie con protagonista Paolo Villaggio. Fra l'altro, Basta guardarla anticipa di alcuni anni Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi, ponendosi nella scia di Luci del varietà (1950) di Fellini e Lattuada, incrociato con Straziami, ma di baci saziami (1968). Proprio le parti ispirate al film  di Risi sono le meno riuscite in questa peraltro buona commedia di Salce, dove si narrano le avventure della contadinella Enrichetta, che riesce a salire alla ribalta di una compagnia scalcagnata con il nome di Erika Rikk, prima grazie al crooner da strapazzo Silver Boy, poi al comico fanfarone Farfarello. Sono tantissime le parti azzeccate, a cominciare dai cammei di Franca Valeri, nella parte di una soubrette in disarmo, sino a una caratterizzazione finalmente riuscita di Carlo Giuffrè (spesso male sfruttato al cinema), nella parte di un dignitoso cialtrone, e al personaggio di Farfarello, interpretato dal regista. Notevole la scena del pranzo alla trattoria di campagna, dove Farfarello continua volutamente  a storpiare il nome del rivale, chiamandolo Silver Roy. Ottima, per finire, la prestazione di Maria Grazia Buccella, altrove confinata in parti di maggiorata ochetta giuliva e qui irresistibile, quanto meno nella scena teatrale del Cocorocò. Anche il cast di contorno è indovinatissimo, dalla spagnola di Mariangela Melato al coreografo effeminato Pippo Franco. Gli anni settanta hanno prodotto anche commedie cosiddette di serie B, ma riuscite e non volgari come questa.Silver Boy

corococo

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sabato, 19 maggio 2007

Malìa, vergine e di nome Maria (Italia, 1975) di Sergio Nasca. Con Turi Ferro (Don Vito), Andréa Férreol (Maddalena), Cinzia De Carolis (Maria), Marino Masè (Lello), Alvaro Vitali (Prospero), Leopoldo Trieste (Nicola), Clelia Matania (Anna, la madre di maria), Enzo Cannavale (Simone), Renato Pinciroli (Giuseppe), Jean Louis (Luca), Sandro Dori (Matteo), Tino Carraro (il vescovo), Giancarlo Badessi (l'industriale).

Quando il film comincia si pensa di essere nella Sicilia profonda. E invece siamo in una baraccopoli alla periferia di Torino, dove la quattordicenne Maria, che vive con la madre vedova, fa la veggente per poche lire, entrando in concoirrenza con Nicola, il mago del villaggio. Quando un medico visiterà la ragazzina, al tempo stesso incinta e vergine, i media cominceranno ad interessarsi del caso, mandando in crisi il parroco Don Vito.

L'idea di riproporre il mistero del concepimento tramite lo Spirito Santo, aggiornato ai nostri tempi e ambientato nella squallida baraccopoli ai margini di una moderna città industriale, non era male. La realizzazione del progetto, però, lascia molto a desiderare. Qualche notazione azzeccata, quali il racconto del ladruncolo Cannavale di come gli andò male il concorso al comune nonostante la raccomandazione di un assessore, oppure come l'idea di dare la ragazzina in moglie a un anziano falegname di nome Giuseppe, ma anche qualche accento di sincero turbamento cristiano del sacerdote interpretato dal bravo Turi Ferro, non riscattano un insieme poco approfondito e quanto mai incerto tra la denuncia sociale e l'apologo grottesco. Peccato, qui siamo al massimo ad uno degli ultimi cascami della commedia all'italiana (c'era proprio bisogno di Alvaro Vitali?). Questo film conferma, come la maggior parte dei suoi altri, il talento di Nasca, cristallino, ma mai completamente sbocciato.

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