venerdì, 27 aprile 2007

Totò e Carolina (Italia, 1955) di Mario Monicelli. Con Totò (agente Antonio Caccavallo), Anna-Maria Ferrero (Carolina De Vico), Arnoldo Foà (il commissario), Maurizio Arena (Mario, il ladro), Tina Pica (la donna all'ospedale), Gianni Cavalieri (l'uomo di Venezia), Rosita Pisano (la signora Barozzoli), Mario Castellani (Goffredo Barozzoli), Nino Vingelli (il brigadiere), Enzo Garinei (Dott. Rinaldi figlio), Fanny Landini (una prostituta), Guido Agostinelli (il padre di Antonio).

Totò e Anna Maria FerreroL'agente di p.s. Antonio Caccavallo, addetto alla camionetta, durante una retata di prostitute, arresta per errore una servetta che ha tentato il suicidio per una delusione amorosa. Il commissario gli affida l'incarico tassativo di riportarla da Roma al suo paesello.

Buon film comico - patetico con Totò, che all'epoca ebbe parecchi problemi con la censura, pare perché avrebbe messo in ridicolo le forze di polizia e perché mostrava un gruppo di comunisti che andavano ad una manifestazione (fu fatta cancellare dal sonoro Bandiera rossa). Ovviamente il film funziona soprattutto quando in scena c'è il comico napoletano (esilaranti le gag in ospedale e gli equivoci sul nome della famiglia Barozzoli, ribattezzati, com'è ovvio, Bacarozzi). Anche il contorno, comunque, sembra uscito dai film neorealisti. E questo è un merito di Monicelli.

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giovedì, 26 aprile 2007

Il pornOcchio (USA, 1971) di John G. Avildsen. Con Allen Garfield (Jake Masters), Madeleine Le Roux (Cora Merrill), Devin Goldenberg (Keith), David Kirk (Jason Dominic), Sean Walsh (Gene Sprigg), Paul Sorvino (poliziotto che tossisce).

Il futuro regista del primo e del quinto episodio di Rocky, nonché della saga (?) del Karate Kid e di I vicini di casa (1981), ultimo film di John Belushi, si cimentò, agli inizi degli anni settanta con la commedia erotica. Questo PornOcchio (titolo originale: Cry Uncle!) vorrebbe essere una parodia dei vari Marlowe e compagnia investigante. In letteratura un'operazione simile era riuscita alla perfezione al Boris Vian di ...e i mostri saranno uccisi (1948). Altrettanto non si può dire di questo film dove l'erotismo è greve e l'umorismo sciapito, o viceversa, ché tanto il risultato non cambia di molto. Se vedere il lardoso Allen Garfield a culo nudo per tutto il film è il massimo che si chiede a un film, allora vedere Il pornOcchio è d'obbligo; altrimenti ci si può astenere tranquillamente.

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mercoledì, 25 aprile 2007

Il tamburo di latta (RFT/Francia/Polonia/Yugoslavia, 1979) di Volker Schlöndorff. Con David Bennent (Oskar Matzerath), Mario Adorf (Alfred Matzerath), Angela Winkler (Agnes Koljaicek), Daniel Olbrychski (Jan Bronski), Katharina Thalbach (Maria), Heinz Bennent (Greff), Andréa Ferréol (Lina Greff), Fritz Haki (Bebra), Mariella Oliveri (Roswitha Raguna), Tina Engel (Anna Koljaicek da giovane), Berta Drews (Anna Koljaicek da vecchia), Roland Teubner (Joseph Koljaicek), Charles Aznavour (Sigismund Markus), Mieczyslaw Czechowicz (Kobyella).

Il tamburo di latta (David Bennent)

Oskar: Per dire la verità, signor Bebra, io preferisco far parte del pubblico, e far fiorire la mia piccola arte in segreto.

Bebra: Mio caro Oskar, dai retta ad un collega esperto. Quelli come noi non devono mai sedere tra il pubblico. Quelli come noi debbono esibirsi e condurre lo spettacolo, altrimenti gli altri condurranno noi. E gli altri stanno arrivando. Occuperanno le fiere e organizzeranno fiaccolate, costruiranno palchi e li riempiranno. E da quei palchi predicheranno la nostra distruzione.

Chi ha pensato che il film di Schlöndorff potesse rappresentare l'equivalente dell'omonimo romanzo di Günter Grass ha preso un granchio gigantesco. Non si può nemmeno lontanamente pensare che il regista tedesco non avesse ben presenti tutte le difficoltà di portare sullo schermo un testo tanto complesso, magmatico, imponente e importante. Uscito con vent'anni di ritardo rispetto al capolavoro di Grass, costretto a condensare in meno di due ore e mezzo (che per un film è comunque una durata considerevole), Il tamburo di Schlöndorff non poteva che offrire e sviluppare alcuni dei moltissimi spunti presenti nel romanzo. E quello che si chiede allo spettatore, così come al critico, è di giudicare Il tamburo di latta di Schlöndorff  in quanto film. E il giudizio complessivo sul film è, a mio modesto parere, più che positivo. Raccontato tutto sommato con sveltezza, Il tamburo non trascura le tematiche fondamentali dell'opera letteraria, con questa storia di Danzica vista dal basso (letteralmente), da chi non accetta la follia del mondo e batte sul tamburo della protesta.

Consiglio a tutti di vedere questo film, perché riesce a non annoiare e a raccontare una storia, che si cimenta spesso con il grottesco e con il surreale - fino a toccare, talvolta, la festosa nostalgia carnevalesca del migliore Fellini - ma resta sempre saldamente ancorata alla realtà, tragica, dei fatti; in più è fotografata benissimo (complimenti a Igor Luther) e recitata da un gruppetto di attori bravissimi, da Mario Adorf ad Angela Winkler, passando per Olbrychski e Aznavour, fino ad arrivare al sorprendente ragazzino David Bennent (figlio di Heinz che interpreta Greff), capace di essere prodigiosamente credibile dai tre ai trent'anni. Non mancano, infine, scene commoventi, come quella del suicidio del giocattolaio ebreo che riforniva il piccolo Oskar dei tamburi bianchi e rossi. Consiglio, comunque, anche di leggere l'immenso romanzo di Grass. Per una volta, l'accoppiata libro - film è azzeccata.

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lunedì, 23 aprile 2007

Luci del varietà (Italia, 1950) di Alberto Lattuada e Federico Fellini. Con Peppino De Filippo (Checco Dal Monte), Carla Del Poggio (Liliana Antonelli), Giulietta Masina (Melina Amour), Dante Maggio (Remo, il cantante), Folco Lulli (Adelmo Conti), Checco Durante (il proprietario del teatro), Franca Valeri (la coreografa ungherese), Carlo Romano (l'avv. Enzo La Rosa), Giacomo Furia (Duke), Giulio Calì (il mago Edison Will), John Kitzmiller (John), Fanny Marchiò (la soubrette), Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci (i due fantasisti).

Alla compagnia di guitti del capocomico Checco Dal Monte si aggrega l'aspirante soubrette Liliana, venuta dalla campagna. Poco talentuosa, ma procace e arrivista, la ragazza cerca di ottenere i favori di Checco, che lascerà tutto per lei. Ma quando un ricco impresario teatrale mette gli occhi su di lei, Liliana, ormai diventata Lily, pianterà in asso il patetico pigmalione.

Fellini esordisce alla regia in condominio con Lattuada, mentre le rispettive mogli (Giulietta Masina e Carla Del Poggio) recitano a fianco di Peppino De Filippo. Sembra ovvio che le parti curate da Fellini siano quelle che riguardano il mondo del varietà, con le sue tante miserie e con i suoi pochi successi, specialmente ai livelli bassi della compagnia scalcinata di Checco Dal Monte, mentre Lattuada si occupa delle vicende personali dei vari personaggi, sempre sull'orlo di un ironico patetismo, specialmente nelle figure di Checco e della sua eterna fidanzata Melina, una Giulietta Masina che sembra fare le prove per i futuri personaggi di Gelsomina e Cabiria.

Nonostante che non si tratti del migliore film dei due autori italiani (specialmente per qunto riguarda Fellini si può parlare di prove tecniche di regia), la riuscita di Luci del varietà è assicurata proprio da questo impasto di patetismo e ironia, ben incarnate nella figura di Peppino, attore nato sul palcoscenico, ottimamente contornato da personaggi cone le facce affamate da guitti di provincia: mentre Liliana scalza la primadonna e va in tournée a Milano, la compagnia di Checco va in Puglia per alcune date nei teatri di Bisceglie, Molfetta e Trani.

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sabato, 21 aprile 2007

Il Golem - Come venne al mondo (Germania, 1920) di Paul Wegener e Carl Boese. Con Paul Wegener (il Golem), Albert Steinrück (il rabbino Löw), Lyda Salmonova (Miriam), Ernst Deutsch (Famulus, il servitore), Hans Stürm (il rabbino Jehuda), Lothar Müthel (il cavaliere Florian), Otto Gebühr (l'imperatore Rodolfo), Greta Schröder (la bambina con la rosa).

Il GolemNella Praga del 1500, sotto il regno dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, il rabbino Löw, capo della comunità ebraica perseguitata e cabalista di riconosciuta fama, crea con l'argilla un gigantesco manichino umano, al quale riesce a dare vita per mezzo di una formula magica impressa su una stella che applica sul petto della statua. Questa creatura, cui viene dato il nome di Golem, fungerà da fedele servitore del rabbino, ma si rifiuterà di essere disattivata mediante la rimozione della stella. Usato per scopi criminali, il Golem si rivolterà contro i suoi stessi creatori, fino ad essere messo fuori combattimento dalla creatura più innocente.

Quella del Golem è un'antica leggenda ebraica, nata nel ghetto praghese, somigliante alla vicenda del Frankenstein: l'uomo che si cimenta con la creazione (la prerogativa divina per eccellenza) e la creatura che gli si rivolta contro e diventa pericolosa. Ma la vicenda del Golem è anche quella della creatura dotata di forza bruta e senza autonoma volontà, che, eseguendo pedissequamente gli ordini di un'autorità esterna si espone al rischio di commettere dei crimini (e in questo senso è anche una prefigurazione delIl Golem (Wegener) destino di tanti tedeschi di lì a pochi anni).

Inserita in una Praga che aggiunge ai misteri della Città magica anche quelli di una scenografia pulsante di vita ed ispirata in maniera più o meno diretta dall'espressionismo figurativo, la storia funziona a meraviglia, anche grazie all'inquietante fotografia di Karl Freund (L'ultima risata, Metropolis, All'ovest niente di nuovo, Dracula, solo per citarne alcuni).

Ottimo Wegener anche nelle vesti di interprete, che fornisce al Golem un'espressione quasi sarcastica, grazie al ghigno plasmato sulla sua faccia.

Chi abbia visto il Frankenstein di James Whale non può fare a meno di notare moltissimi elementi che provengono da questo film (il passo robotico e i piedoni del Golem, l'incontro con la bambina, eccetera).

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sabato, 21 aprile 2007

Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006, pp. 316, € 15,00.

Per una strana coincidenza, il libro comincia e finisce in Ungheria, nell'arco di cinquant'anni. Travaglio apre con un magistrale saggio di giornalismo di Indro Montanelli, che racconta, quasi in diretta, la rivolta ungherese del 1956. Lo fa in maniera sofferta e autocritica, subito dopo avere detto tutto il male possibile, ed era tanto, della repressione sovietica. Un pezzo del miglior giornalismo, che dovrebbe essere la bibbia dei giovani giornalisti, altro che le redazioni del Foglio o del Tg4...

Ogni libro di Travaglio è una scarica di pugni nello stomaco del lettore, perché il bravo giornalista torinese ci fa una sorta di riassunto, accurato come non l'abbiamo mai letto, di fatti e misfatti che giornali e tv ci fanno fagocitare smussati di tutto quanto possa urtare il potente di turno, infarcendoli di commenti bipartisan per rispettare la cosiddetta par condicio, che non scontenta i politici ma tiene all'oscuro di quanto succede l'ignaro cittadino.

Ma in questo caso, va detto, il libro di Travaglio è soprattutto una dolorosa autocritica dello stato del mestiere di giornalista in Italia, servo e succube di chi gli passa lo stipendio, e sempre in danno del cittadino che dovrebbe semplicemente essere messo al corrente di cosa accade nel mondo.

Da Mani pulite alla guerra in Iraq per arrivare a Calciopoli e Vallettopoli, Travaglio ci fornisce un inquietante e sconsolato ritratto del giornalismo italiano, troppo spesso complice dei politici e troppo spesso bugiardo verso i lettori dei giornali o gli spettatori dei TG. Con un ordine professionale tenerissimo nei confronti di chi sgarra, come, solo ad esempio, il giornalista di Libero Renato Farina, meglio noto come agente Betulla, al soldo del Sismi per diffondere notizie false in danno di politici avversari.

Una lettura come sempre indispensabile, sebbene sia da sconsigliare a chi soffra di mal di fegato.

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mercoledì, 18 aprile 2007

Genova senza risposte (Italia, 2002) di Stefano Lorenzi, Federico Micali, Teresa Paoli.

Uno dei migliori documentari mai girati in Italia. Non c'è paragone con il più didascalico filmetto di Francesca Comencini Carlo Giuliani, ragazzo (2002). L'unica pietra di paragone calzante potrebbe essere Bowling a Columbine (2002) di Michael Moore. Genova senza risposte è una descrizione fedele di quanto accadde a Genova in quei maledetti (all'inizio bellissimi, con incontri, marce e concerti) giorni del G8 tra il 16 e il 22 luglio 2001. Ma i tre giovani registi reiscono a trasfigurare il nudo e crudo resoconto filmato, che impietosamente accusa le forze dell'ordine, in qualcosa di emozionante, che tocca il culmine durante il discorso della madre di Plaza de Mayo.

La storia è nota: Carabinieri e Polizia (piange il cuore a dirlo, per il rispetto che nutro verso questi corpi) provocarono ed attaccarono deliberatamente i cortei pacifici, dopo avere lasciato mano libera alla furia distruttrice del black bloc, scrivendo quella che probabilmente è la pagina più nera delle nostre forze di polizia nella storia repubblicana. Aggiungendo poi il tocco finale con le torture di Bolzaneto e il sanguinoso blitz alle scuole Diaz. Da questo punto di vista, almeno stando alle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi increduli, si può dire, paradossalmente, che è andata fin troppo bene che ci sia scappato un solo morto.

Ottimo davvero il lavoro dei tre giovani registi, i quali usano un bianco e nero che riesce ad essere più vero della realtà.

Il film è scaricabile gratuitamente anche da qui.

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mercoledì, 18 aprile 2007

Ikimono no kiroku (Giappone, 1955) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Kiichi Nakajima), Takashi Shimura (Dott. Harada), Eiko Miyoshi (Toyo Nakajima), Yutaka Sada (Ichiro Nakajima), Minoru Chiaki (Jiro Nakajima), Haruko Togo (Yoshi Nakajima), Kyoko Aoyama (Sue Nakajima), Masao Shimizu (Yamazaki), Kazuo Kato (Susumu), Noriko Sengoku (Kimie), Kiyomi Mizonoya (l'ex amante).

Ikimono no kiroku (Kazuo Kato e Takashi Shimura)Un anziano industriale di condizioni agiate decide di andare a vivere in Brasile per evitare il rischio di essere ucciso dalla bomba atomica o dalla bomba all'idrogeno. Per realizzare il suo progetto deve però vendere la propria fonderia e quindi lasciare senza lavoro l'intera sua famiglia. Questa fa causa al vecchio per farlo interdire. Un dentista che funge anche da mediatore nelle cause familiari resta colpito dai discorsi dell'anziano industriale e si pone delle domande.

Dopo I sette samurai (1954), Kurosawa realizza un film su una delle tematiche cruciali del cinema degli anni cinquanta e sessanta, quella della paura della bomba atomica. Nessun popolo ha più diritto di quello giapponese di avere paura della bomba atomica e il tema è pregnante per Kurosawa e d'attualità per tutto il mondo. Un film che nasce da queste premesse sarebbe potuto essere un capolavoro. E invece Ikimono no kiroku (letteralmente: Testimonianza di un essere vivente) non lo è. Secondo me soprattutto per due motivi. Primo perché sarebbe stato necessario un sovrappiù di satira per affrontare un argomento così drammatico, secondo un'operazione che sarebbe riuscita quasi alla perfezione, una decina d'anni più tardi, a Stanley Kubrick con Il dottor Stranamore. Secondo perché è sbagliata la scelta dell'attore protagonista. Il pur bravissimo Toshiro Mifune, trentacinquenne, era troppo giovane per interpretare, per tutta la durata del film, un ultrasettantenne. Per questi due motivi, purtroppo le scene madri risultano di un impasto di patetico perfino eccessivo, che viene messo in scena da un attore costretto a troppe smorfie per essere credibile. E, alla fine di tutto, il rovello del protagonista ("io non ho paura della bomba atomica, ma rifiuto di essere ucciso dalla bomba atomica!") non riusciamo a sentirlo nostro.

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lunedì, 16 aprile 2007

I demoni (Francia, 1988) di Andrzej Wajda. Con Jerzy Radziwilowicz (Shatov), Isabelle Huppert (Maria Shatov), Jutta Lampe (Marfa Lebjadkina),  Philippine Leroy-Beaulieu (Lisa), Bernard Blier (il governatore), Jean Philippe Ecoffey (Piotr Verkhovenskij), Laurent Malet (Kirillov), Omar Sharif (Stiepan Verkhovenskij), Lambert Wilson (Nikolaj Stavroghin), Wladimir Yordanoff (Lebjadkin), Zbigniew Zamachowski (Liamchin).

I demoni (Jutta Lampe e Lambert Wilson)Operazione rischiosa, per Wajda, quella di portare sugli schermi un romanzo come I demoni di Dostoevskij. Innanzitutto condensare in meno di due ore un romanzo di una mole non indifferente, e in secondo luogo tradurre in immagini la complessità dell'originale dostoevskiano erano operazioni che richiedevano un lavoro minuzioso che la squadra del regista non è stata in grado di mettere in atto. Fatti fuori alcuni personaggi ed alcune vicende del libro, neanche lo sceneggiatore pluridecorato Jean-Claude Carrière riesce a farci capire quali siano veramente i demoni di cui parlava lo scrittore russo.

Uscito pressappoco nel periodo in cui dalla Polonia giungeva sugli schermi di tutto il mondo il Decalogo di Kieslowski, con il quale è inevitabile un confronto, seppure alla lontana, I demoni fa fare al veterano Wajda la figura del pivellino. Alla scarsa riuscita contribuisce anche un cast franco-polacco che non convince fino in fondo. Il migliore, secondo me, è Laurent Malet nella parte dell'ateo coerente fino all'ultimo Kirillov, ma se la cavano anche Radziwilowicz e ovviamente Isabelle Huppert. «Ma» come nota Tullio Kezich «Stavroghin, il demone numero uno, nell'incarnazione di Lambert Wilson sembra Dracula; la tedesca Jutta Lampe è truccata da Gelsomina e Omar Sharif fa la figura di un levantino che ha perso l'aereo».

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lunedì, 16 aprile 2007

Tutti i battiti del mio cuore (Francia, 2005) di Jacques Audiard. Con Romain Duris (Thomas Seyr), Niels Arestrup (Robert Seyr), Jonathan Zaccaï (Fabrice), Gilles Cohen (Sami), Linh Dan Pham (Miao Lin), Aure Atika (Aline), Anton Yakovlev (Minskov), Emmanuelle Devos (Chris), Sandy Whitelaw (Fox).

Tutti i battiti del mio cuoreIl figlio di una pianista classica (morta) e di un trafficone d'immobili ha scelto il campo d'affari del padre. Un giorno, però, scopre di poter coltivare il proprio talento pianistico ereditato dalla madre. Questa passione, coltivata grazie a un'insegnante cinese, è contrastata dagli impegni di lavoro contratti con i soci e dall'aiuto prestato al padre nella sua attività al confine dell'illecito.

Un buon film, diretto con mano sicura da un regista (Parigi, 1952) che respira cinema fin dalla nascita, essendo il padre Michel uno dei più noti sceneggiatori francesi. Non è un capolavoro, ma esprime bene la difficoltà del protagonista di affrancarsi dall'attività prosaica e anche pericolosa sulle orme del padre e quella, forse ancor più difficile e impegnativa, dell'attività concertistica. Il ragazzo, nonostante gli sforzi, è indubbiamente più portato per la prima; anzi, davanti al pianoforte si bloccherà già nel momento dell'audizione, mentre non avrà paura di affrontare i pericolosi assassini di suo padre. E' un po' pleonastica la storia d'amore o piuttosto di sesso (forse intrapresa proprio per salvare il matrimonio dell'amico?) tra Thomas e la moglie del suo socio, ma il film, se non proprio geniale, è quanto meno avvincente. La prima parte è la migliore.

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