Dodès'ka-den (Giappone, 1970) di Akira Kurosawa. Con Yoshitaka Zushi (Rokuchan, il matto), Kin Sugai (Okuni, la madre di Rokuchan), Junzaburo Ban (Shima, l'impiegato), Kiyoko Tange (la moglie di Shima), Hisashi Igawa (Masuda), Hideko Okiyama (sua moglie), Kunie Tanaka (Kawaguchi), Jitsuko Yoshimura (sua moglie), Tatsuo Matsumura (Kyota Watanaka, lo zio), Tsuji Mari (la zia), Tomoko Yamazaki (Katsuko, la nipote), Masahiko Kametani (Okabe), Noboru Mitani (il barbone), Hiroyuki Kawase (il figlioletto), Shinsuke Minami (Ryo Sawagami), Yûko Kusunoki (Misao Sawagami), Hiroshi Akutagawa (Hei, l'uomo solitario), Tomoko Naraoka (Ocho), Atsushi Watanabe (Tamba, l'artigiano), Sanji Kojima (il ladro), Shoichi Kuwayama (il cuoco), Kamatari Fujiwara (il vecchio).
E pensare che questo fu il film a causa del quale (o comunque dopo il quale) Kurosawa tentò il suicidio...
Qui si può citare subito qualche titolo che, per temi e struttura narrativa, sono accostabili a questo film dell'Imperatore: sul primo piano, anche perché vicini a noi, non si può non pensare a Miracolo a Milano (1951), ad Accattone (1961) e a Brutti, sporchi e cattivi (1976), entrambi ambientati in un'infernale baraccopoli come quella di Dodès'ka-den; dal secondo punto di vista si può pensare a Intolerance (1916) e perfino a Pulp Fiction (1994). Kurosawa riesce, con questo film sfortunato e martoriato dai tagli dei distributori, ad orchestrare un racconto al tempo stesso corale e rapsodico (e dato che siamo a citare termini musicali, va anche fatta una lode alla bella partitura di Toru Takemitsu), fatto di tanti frammenti che si intarsiano quasi alla perfezione, e che trova nei colori delle scenografie, usati in funzione pittorica, un elemento di sostegno dell'intera narrazione. E non ci si dimentichi che questo ful il primo film a colori di Kurosawa, che in precedenza si era sempre rifutato di girare se non con il suo amato bianco e nero.
Come è forse ovvio, - e come sottolinea anche Aldo Tassone nell'ormai consumatissimo Castoro su Kurosawa - non tutti i ritratti sono riusciti alla stessa maniera. Ve ne sono, però, alcuni vividissimi e che restano impressi nella memoria, primo tra tutti quel Rokuchan
(interpretato da Yoshitaka Zushi, che già avevamo visto nella parte del Topino in Barbarossa), convinto di essere (il conducente di) un tram, che apre e chiude la vicenda del film. Ma anche l'impiegato Shima, affetto da una serie impressionante di tic ed oberato dalla moglie maleducata e autoritaria; il signor Ryo, che si rifiuta di parlare alla moglie tornata a casa pentita dopo averlo lasciato per un altro uomo; il barbone idiota che lascia morire di stenti il figlioletto che gli procacciava il cibo; l'anziano Tamba, che vive tranquillamente i suoi ultimi anni grazie all'arma pacifica dell'ironia; la giovane Katsuko, violentata dal laido zio, che sfoga la sua rabbia con un gesto aggressivo nei confronti dell'unica persona che le aveva manifestato affetto.
A chi rimanesse sorpreso di questo film, bisognerebbe ricordare le precedenti esperienze in cui Kurosawa aveva già mostrato la sua attenzione per gli ambienti degradati e per le persone che, nonostante le enormi difficoltà, vi conducevano una vita cui cercavano di attribuire il carattere della dignità. E, in questo senso, si pensa a L'angelo ubriaco (1948), Cane randagio (1949), I bassifondi (1957), Anatomia di un rapimento (1963). Anche Dodès'ka-den è un esempio del cinema umanitario, intendendo per tale la rappresentazione di quel minimo comun denominatore che rende tutti gli uomini partecipi della medesima essenza, del grande regista giapponese.
Nonostante che ormai il nome di Kurosawa fosse uno dei più alti nel firmamento cinematografico, Dodès'ka-den arrivò in Italia soltanto nel 1978 e fu accolto dalla critica abbastanza freddamente; fu inserito tra le opere minori del regista, ma, nonostante ciò, nessuno riuscì a parlarne male (Giovanni Grazzini scrisse che «anche quando l'ispirazione ideologica è fragile, la mano del Kurosawa pittore d'umanità serba sempre il segno di uno stile»), e credo che oggi meriterebbe un'ampia rivalutazione.

Uscito in America nel 1975, il romanzo di Wambaugh è, nel suo genere, un piccolo capolavoro. Il titolo è quanto mai azzeccato, perché si tratta di un'opera corale, che si svolge all'interno di una squadra del servizio notturno della polizia di Los Angeles. Il valore del libro, già di per sé notevole sia dal punto di vista della critica sociale che da quello prettamente letterario (Wambaugh, ottimamente tradotto da Marina Valente, scrive benissimo), è accentuato dal
Werlen (Maggie, la ballerina inglese), Mario Passante (falso prete), Riccardo Garrone (Riccardo).
suffisso) che nasce da una costola del neorealismo, per assumere connotazioni quasi gogoliane. Meno considerato della Strada (1954), Il bidone trae i suoi spunti di poesia da elemnti più quotidiani, senza tralasciare, però, situazioni in cui il patetico sgorga dallo squallore più assoluto (come quella del furto del portasigarette).
alcune rifiniture, come appunto i famosi buchi, che permettono ai sei nani di rubare in un'epoca ed eclissarsi in un'altra. Durante una fuga sono piombati in camera di Kevin e l'hanno portato con loro, compagno di avventure e di ruberie lungo i secoli. Giungono così al quartier generale di Napoleone, afflitto dal complesso della sua piccola statura. Piombano su un galeone che appartiene all'orco e all'orchessa e Kevin finisce come un grandioso copricapo sulla testa del gigantesco mostro, afflitto più dal mal di schiena che dalla fame vorace. Si ritrovano nella foresta di Sherwood, dove Robin Hood, un vero giuggiolone, ruba ai ricchi per dare ai poveri. Passano nella Grecia antica, mentre Agamennone vince in duello il Minotauro che in realtà è lo 007 più famoso: Sean Connery e quindi si ritrovano sulla tolda del Titanic mentre sta per affondare, umiliando l'orgoglio britannico. Finalmente sono attirati nel castello delle tenebre eterne del male che vuole impossessarsi della pianta del tempo. In un fantastico labirinto si svolge una ciclopica lotta tra le forze del bene e la potenza del male. Questi finirà sconfitto, anche perché l'Essere Supremo ha sempre seguito i sei nani e Kevin, che alla fine della vicenda si ritroverà nella sua stanza. (dal sito di
Alla metà del XIII secolo, le ultime città russe rimaste rimaste libere sono pressate da est dai Mongoli e da ovest dall'espansionismo dei cavalieri tedeschi dell'Ordine Teutonico. Caduta Pskov, i cittadini di Novgorod si rivolgono al principe Aleksandr Nevskij, che già aveva sconfitto gli Svedesi. Anziché limitarsi a difendere il proprio territorio, il principe, messo insieme un esercito di popolani e contadini, attaccherà i temibilissimi nemici prima che calpestino il sacro suolo russo. In un'epica battaglia sul lago Peipus ghiacciato, le truppe del Nevskij avranno la meglio sull'esercito meglio organizzato dell'epoca.
Chissà se Hitler aveva visto questo film prima di lanciare l'operazione Barbarossa per l'invasione dell'Unione Sovietica: se l'avesse visto, avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di attaccare il territorio russo. Ed in effetti l'Alexander Nevskij sembra un ammonimento a chiunque si appresti ad invadere la Russia: se perfino quella terribile macchina da guerra che era l'esercito dell'Ordine Teutonico (con tecniche belliche che sembravano richiamarsi alla falange macedone) fu respinta, significa che il sacro suolo russo, difeso da personalità superiori, ieri il principe Aleksandr e oggi Stalin, è inviolabile. Ed infatti i soldati tedeschi, inscatolati dentro armature pesantissime coperte da mantelli bianchi con una croce sopra, chiusi dentro elmi cilindrici che non si tolgono mai, finiscono inghiottiti dai ghiacci del lago Peipus, così come i soldati del faraone egiziano perirono nel richiudersi delle acque del Mar Rosso dietro a Mosè.
Già la vacanza non è che fosse cominciata benissimo, almeno per Eve (ma è un nome italiano?) Mancini, moglie del giornalista Walter. Il viaggio negli U.S.A. in roulotte andava avanti tra litigi, prepotenze e soprusi perpetrati da quell'ubriacone del marito. Poi la situazione peggiora notevolmente quando la coppia fa salire a bordo della macchina un autostoppista che in realtà è un delinquente psicopatico reduce da una sanguinosa rapina in banca.
152 minuti densi della filosofia e della vita del filosofo francese René Descartes, conosciuto negli ambienti accademici di tutta Europa come Cartesius. In questo ottimo esempio del didascalismo rosselliniano (appare fin troppo ovvio che questo non è cinema), si ha una ricostruzione fedele degli ambienti e delle idee dell'epoca di Descartes. Come struttura tematica e cinematografica il Cartesius è riconducibile al Pascal (1971), nel quale, però, l'accento era calcato sull'aspetto dell'etica, mentre nel film televisivo sul filosofo del cogito ergo sum l'attenzione del regista si appunta piuttosto sulla riflessione scientifica e sul rigore metodologico (che naturalmente ai tempi, siamo nel XVII secolo, non potevano non investire anche altri campi come ad esempio l'etica e la teologia), che si traduce nella somiglianza, quasi perfetta, tra il procedimento matematico e quello della speculazione filosofica.
Nel Giappone del XVI secolo funestato dalle guerre, un vasaio (Mori) e il cognato (Ozawa) aspirante samurai abbandonano le rispettive mogli per inseguire i loro sogni di ricchezza e di gloria.
Buon film storico, realizzato da Lizzani a meno di vent'anni dai fatti (l'esecuzione di Ciano e degli altri avvenne l'11 gennaio 1944), con uno stuolo di ottimi interpreti, tutti fra l'altro molto somiglianti agli originali. Il processo di Verona ha la forza del documento ricostruito, anche se qualche riserva si può avanzare sulla ricostruzione delle conversazioni private dei personaggi, in particolare di quelle tra Edda e Galeazzo e tra la stessa Edda e la madre Rachele. Ma il principale merito di Lizzani è quello di essere stato capace di ricostruire un clima fosco ed aspro, nel quale si rispecchia il frazionamento del fascismo in diverse fazioni (cosa che per altro era sempre stata, riuscendo solo a Mussolini di farne una sintesi) e si esplica il loro scontro in una vera e propria guerra tra bande. Questo groviglio di sentimenti è rispecchiato dalla stessa confusione nella qulae sprofondano gli stessi esponenti del fascismo: Ciano diviso tra la fedeltà al padre di sua moglie e l'avversione per il duce che ha scelto la rovinosa alleanza con i nazisti (che, comunque, potrebbero essere gli unici a salvargli la vita in cambio dei suoi diari), Gottardi, convinto di avere votato l'ordine del giorno Grandi per fare un favore a Mussolini, De Bono, prigioniero della sua logica di soldato, Cianetti, che subito dopo avere votato contro il duce durante il Gran Consiglio del 25 luglio 1943 scrive una lettera di scuse.