venerdì, 30 marzo 2007

Dodès'ka-den (Giappone, 1970) di Akira Kurosawa. Con Yoshitaka Zushi (Rokuchan, il matto), Kin Sugai (Okuni, la madre di Rokuchan), Junzaburo Ban (Shima, l'impiegato), Kiyoko Tange (la moglie di Shima), Hisashi Igawa (Masuda), Hideko Okiyama (sua moglie), Kunie Tanaka (Kawaguchi), Jitsuko Yoshimura (sua moglie), Tatsuo Matsumura (Kyota Watanaka, lo zio), Tsuji Mari (la zia), Tomoko Yamazaki (Katsuko, la nipote), Masahiko Kametani (Okabe), Noboru Mitani (il barbone), Hiroyuki Kawase (il figlioletto), Shinsuke Minami (Ryo Sawagami), Yûko Kusunoki (Misao Sawagami), Hiroshi Akutagawa (Hei, l'uomo solitario), Tomoko Naraoka (Ocho), Atsushi Watanabe (Tamba, l'artigiano), Sanji Kojima (il ladro), Shoichi Kuwayama (il cuoco), Kamatari Fujiwara (il vecchio).

Dodès'ka-den (Rokuchan)E pensare che questo fu il film a causa del quale (o comunque dopo il quale) Kurosawa tentò il suicidio...

Qui si può citare subito qualche titolo che, per temi e struttura narrativa, sono accostabili a questo film dell'Imperatore: sul primo piano, anche perché vicini a noi, non si può non pensare a Miracolo a Milano (1951), ad Accattone (1961) e a Brutti, sporchi e cattivi (1976), entrambi ambientati in un'infernale baraccopoli come quella di Dodès'ka-den; dal secondo punto di vista si può pensare a Intolerance (1916) e perfino a Pulp Fiction (1994). Kurosawa riesce, con questo film sfortunato e martoriato dai tagli dei distributori, ad orchestrare un racconto al tempo stesso corale e rapsodico (e dato che siamo a citare termini musicali, va anche fatta una lode alla bella partitura di Toru Takemitsu), fatto di tanti frammenti che si intarsiano quasi alla perfezione, e che trova nei colori delle scenografie, usati in funzione pittorica, un elemento di sostegno dell'intera narrazione. E non ci si dimentichi che questo ful il primo film a colori di Kurosawa, che in precedenza si era sempre rifutato di girare se non con il suo amato bianco e nero.

Come è forse ovvio, - e come sottolinea anche Aldo Tassone nell'ormai consumatissimo Castoro su Kurosawa - non tutti i ritratti sono riusciti alla stessa maniera. Ve ne sono, però, alcuni vividissimi e che restano impressi nella memoria, primo tra tutti quel Rokuchan (Dodès'ka-den (Katsuko)(interpretato da Yoshitaka Zushi, che già avevamo visto nella parte del Topino in Barbarossa), convinto di essere (il conducente di) un tram, che apre e chiude la vicenda del film. Ma anche l'impiegato Shima, affetto da una serie impressionante di tic ed oberato dalla moglie maleducata e autoritaria; il signor Ryo, che si rifiuta di parlare alla moglie tornata a casa pentita dopo averlo lasciato per un altro uomo; il barbone idiota che lascia morire di stenti il figlioletto che gli procacciava il cibo; l'anziano Tamba, che vive tranquillamente i suoi ultimi anni grazie all'arma pacifica dell'ironia; la giovane Katsuko, violentata dal laido zio, che sfoga la sua rabbia con un gesto aggressivo nei confronti dell'unica persona che le aveva manifestato affetto.

A chi rimanesse sorpreso di questo film, bisognerebbe ricordare le precedenti esperienze in cui Kurosawa aveva già mostrato la sua attenzione per gli ambienti degradati e per le persone che, nonostante le enormi difficoltà, vi conducevano una vita cui cercavano di attribuire il carattere della dignità. E, in questo senso, si pensa a L'angelo ubriaco (1948), Cane randagio (1949), I bassifondi (1957), Anatomia di un rapimento (1963). Anche Dodès'ka-den è un esempio del cinema umanitario, intendendo per tale la rappresentazione di quel minimo comun denominatore che rende tutti gli uomini partecipi della medesima essenza, del grande regista giapponese.

Nonostante che ormai il nome di Kurosawa fosse uno dei più alti nel firmamento cinematografico, Dodès'ka-den arrivò in Italia soltanto nel 1978 e fu accolto dalla critica abbastanza freddamente; fu inserito tra le opere minori del regista, ma, nonostante ciò, nessuno riuscì a parlarne male (Giovanni Grazzini scrisse che «anche quando l'ispirazione ideologica è fragile, la mano del Kurosawa pittore d'umanità serba sempre il segno di uno stile»), e credo che oggi meriterebbe un'ampia rivalutazione.

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categoria:cinema
mercoledì, 28 marzo 2007

Joseph Wambaugh, I ragazzi del coro, Einaudi, 2006, pp. 416, € 14,00.

Uscito in America nel 1975, il romanzo di Wambaugh è, nel suo genere, un piccolo capolavoro. Il titolo è quanto mai azzeccato, perché si tratta di un'opera corale, che si svolge all'interno di una squadra del servizio notturno della polizia di Los Angeles. Il valore del libro, già di per sé notevole sia dal punto di vista della critica sociale che da quello prettamente letterario (Wambaugh, ottimamente tradotto da Marina Valente, scrive benissimo), è accentuato dal film che ne trasse nel 1977 il pur bravo Robert Aldrich, dove il grottesco tragico del romanzo si trasforma in macchietta semicomica.  Il finale amarissimo del romanzo si degrada addirittura, nel film di Aldrich che porta lo stesso titolo del libro, ad una sorta di precursore del filone di Scuola di polizia. Ma al di là del confronto con il film di Aldrich, I ragazzi del coro versione romanzo di Wambaugh non può non lasciare nella memoria alcuni personaggi davvero indelebili, come il miles gloriosus ottuso e fascistoide Roscoe Rules (nomina sunt omina, si direbbe continuando a citare i nostri progenitori latini), il rozzo ma leale Balena Whalen (stupendo il gioco di parole e di nomi in versione originale, Spermwhale Whalen, che in italiano suonerebbe letteralmente Capodoglio, con la parola whale che significa appunto balena), che nel finale durissimo sarà costretto al gesto più umiliante della sua vita, il sensibile e colto Baxter Slate, laureato in materie classiche, nonché il paranoico Dean Pratt, con il tic di ripetere ossessivamente la frase "cosa vuoi dire?" e soprannominato appunto Cosavuoidire Dean (in inglese Whatdoyoumean Dean, e fa pure rima). E tutti costoro sono circondati da un ambiente sociale che è ben lontano dagli stereotipi che ci hanno mostrato per anni tanti film hollywoodiani, su un'America gaudente e felice: le menti dei giovani poliziotti (solo Balena e Spencer Van Moot superano i quarant'anni) sono segnate da divorzi, esperienze traumatiche nelle varie sezioni della polizia e dalla tragedia della guerra, l'ultima delle quali, quella del Viet Nam, appena terminata (ma il vecchio Balena ha preso parte anche alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra di Corea).

Una lettura di buon intrattenimento, ma anche di grande intelligenza e valore letterario.

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lunedì, 26 marzo 2007

Il bidone (Italia, 1955) di Federico Fellini. Con Broderick Crawford (Augusto Rocca), Richard Basehart (Picasso), Franco Fabrizi (Roberto), Giulietta Masina (Iris), Lorella De Luca (Patrizia), Alberto De Amicis (Goffredo), Sue Ellen Blake (Susanna), Giacomo Gabrielli (Baron Vargas), Irene Cefaro (Marisa), Mara Werlen (Maggie, la ballerina inglese), Mario Passante (falso prete), Riccardo Garrone (Riccardo).

Il bidonista Augusto, alla soglia dei cinquant'anni, si rende conto d'essere un fallito: non ha fatto i soldi come il collega Rinaldo, non ha una famiglia come il candido Picasso, non ha nemmeno una faccia di bronzo che gli permetta di galleggiare nel sottobosco delle truffe come il viscido Roberto. Ha solo l'affetto della giovane figlia, della quale, però, perde la stima. L'unica nota positiva nel desolante ritratto che Fellini fa di Augusto è la scoperta che, in fondo in fondo, un cuore ce l'ha. Anche se il tragico finale, bello come quello di Accattone (1961), è preannunciato da una notazione ambigua: non sapremo mai - il regista si guarda bene dal dircelo - se veramente Augusto, toccato nel profondo dalla figura sofferente della giovane ragazza paralitica, aveva l'intenzione di restituire i soldi ai contadini o se invece voleva tenerseli per offrirli alla figlia.

Il bidone è un apologo tragicomico (dove il prefisso domina sul Il bidonesuffisso) che nasce da una costola del neorealismo, per assumere connotazioni quasi gogoliane. Meno considerato della Strada (1954), Il bidone trae i suoi spunti di poesia da elemnti più quotidiani, senza tralasciare, però, situazioni in cui il patetico sgorga dallo squallore più assoluto (come quella del furto del portasigarette).

Ottimi i tre protagonisti, Crawford (allora quarantaquattrenne, ma che dimostrava ben più dei quarantotto anni del personaggio), Basehart e Fabrizi, ma il film vanta un buon cast secondario, quasi come un film americano.

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categoria:cinema
domenica, 25 marzo 2007

I banditi del tempo (GB, 1981) di Terry Gilliam. Con Craig Warnock (Kevin), Sean Connery (Agamennone; il pompiere), John Cleese (Robin Hood), Ian Holm (Napoleone), Shelley Duvall (Pansy), Michael Palin (Vincent), Peter Vaughan (l'Orco Winston), Katherine Helmond (la moglie dell'Orco), David Warner (il Male), Ralph Richardson (Dio), David Rappaport (Randall), Kenny Baker (Fidgit), Malcolm Dixon (Strutter), Mike Edmonds (Og), Jack Purvis (Wally), Tiny Ross (Vermin), Sheila Fearn (la madre di Kevin), David Daker (il padre di Kevin).

Kevin è un ragazzo undicenne che si diletta di letture fantastiche per vincere la noia delle interminabili sere passate accanto ai genitori, appassionati di televisione ed elettrodomestici. Una notte vede uscire dall'armadio sei nani che posseggono la pianta del tempo con alcuni buchi, attraverso i quali è possibile passare da un'epoca all'altra della storia. L'Essere Supremo ha fatto il mondo in sei giorni e ha trascurato I banditi del tempoalcune rifiniture, come appunto i famosi buchi, che permettono ai sei nani di rubare in un'epoca ed eclissarsi in un'altra. Durante una fuga sono piombati in camera di Kevin e l'hanno portato con loro, compagno di avventure e di ruberie lungo i secoli. Giungono così al quartier generale di Napoleone, afflitto dal complesso della sua piccola statura. Piombano su un galeone che appartiene all'orco e all'orchessa e Kevin finisce come un grandioso copricapo sulla testa del gigantesco mostro, afflitto più dal mal di schiena che dalla fame vorace. Si ritrovano nella foresta di Sherwood, dove Robin Hood, un vero giuggiolone, ruba ai ricchi per dare ai poveri. Passano nella Grecia antica, mentre Agamennone vince in duello il Minotauro che in realtà è lo 007 più famoso: Sean Connery e quindi si ritrovano sulla tolda del Titanic mentre sta per affondare, umiliando l'orgoglio britannico. Finalmente sono attirati nel castello delle tenebre eterne del male che vuole impossessarsi della pianta del tempo. In un fantastico labirinto si svolge una ciclopica lotta tra le forze del bene e la potenza del male. Questi finirà sconfitto, anche perché l'Essere Supremo ha sempre seguito i sei nani e Kevin, che alla fine della vicenda si ritroverà nella sua stanza. (dal sito di yahoo cinema)

Non si capisce bene a chi si rivolga questo film, se agli adulti, per i quali però è troppo infantile, o ai bambini, per i quali, secondo me, vi sono dei particolari di difficile comprensione. I banditi del tempo è un film di concezione tipicamente britannica, nel senso che non potrebbe essere stato realizzato altrove. Risulta, infatti, dalla tradizione che va dal Swift dei Viaggi di Gulliver al Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie, passando comunque anche per il Wells della Macchina del tempo e per le fiabe crudeli di Roald Dahl. A differenza di esemplari dell'umorismo anglosassone, come i film dei Monty Python (Alla ricerca del sacro Graal, Il senso della vita), o di altri progetti di Terry Gilliam, quale quel piccolo capolavoro di Brazil (1983), I banditi del tempo è eccessivamente confusionario e il finale non è neanche tanto ben comprensibile, se non nell'ottica di una vaga condanna della civiltà degli elettrodomestici (la madre si preoccupa di salvare dall'incendio il tostapane anziché il figlio). Vi è qualche pregio, come il bellissimo duello tra Agamennone e il Minotauro (benché completamente inventato), nonché l'interpretazione di bravissimi attori britannici, primi fra tutti Sean Connery e Ian Holm (quest'ultimo nella parte macchiettistica di un giovane Napoleone), mentre David Warner e Ralph Richardson recitano al di sotto delle loro possibilità. Fa sempre piacere, poi, rivedere Sheila Fearn, la signora Fourmile della serie televisiva della BBC George e Mildred.

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categoria:cinema
sabato, 24 marzo 2007

Edipo e il suo complesso

M'è morto i' gatto

(sulle note di With Or Without You degli U2)

C'era un tir, veniva in qua

gni dissi "fermo, c'è i' gatto là!"

ma lui no, 'un conosce...

Tu m'hai a dire come c'è restato,

quand'egli ha visto i' gatto spappolato...

e ora no, 'un c'è più i' gatto.

M'è morto i' gatto, m'è morto i' gatto.

M'è rimasto tutto i' Kit Kat

e trentaquattro ciotole di latte

a chi le do senza i' gatto?

M'è morto i' gatto, m'è morto i' gatto.

Come fo... senz'i' mi' gatto?

'Gli è vorsuto attraversare (3 volte)

Io 'un lo so ma i' camionista dovea esse' proprio orbo

se 'un ha visto i' gatto là...

'Gli è vorsuto attraversare (3 volte)

M'è morto i' gatto, m'è morto i' gatto

Come fo senz'i' mi' gatto?

Miaaooo, Miaaooo, Miaaaooo, Miaaooo.

M'è morto i' gatto, m'è morto i' gatto

Come fo senz'i' mi' gatto? Senz'i' mi' gatto...

Goodbye po'ero gatto I might never see you again (sulle note di Ruby Tuesday dei Rolling Stones)

Gatt will tear us apart (s.n. di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division)

Every gatt you take, every gatt you make, every gatt you shake,

I'll be gatting you (s. n. di Every Breath You Take dei Police)

No gatto, no cry, no gatto no cry (s. n. di No Woman No Cry di Bob Marley)

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categoria:musica
sabato, 24 marzo 2007

Alexander Nevskij (URSS, 1938) di Sergej Ejzenstejn. Con NIkolaj Cerkasov (Alexander Nevskij), Nikolaj Ochlopkov (Vasilij Buslaj), Andrei Abrikosov (Gavrilo Olekisc), Dimitrij Orlov (Ignat, maestro armiere), Varvara Massalitinova (Amelfa Timofeevna, madre di Buslaj), Vera Ivaseva (Olga), Anna Dalinova (Vassilissa), Nikolaj Arskij (Domas Tverdislavic, boiaro di Novgorod), Sergej Blinnikov (Tverdilo, sindaco di Pskov, il traditore), Ivan Lagutin (il monaco Ananij), Vladimir Ersov (Von Balk, Gran Maestro dell'Ordine Teutonico), Lev Fenin (l'arcivescovo), Ljan-Kun (Kubilaj).

Alexander Nevskij (i cavalieri teutonici)Alla metà del XIII secolo, le ultime città russe rimaste rimaste libere sono pressate da est dai Mongoli e da ovest dall'espansionismo dei cavalieri tedeschi dell'Ordine Teutonico. Caduta Pskov, i cittadini di Novgorod si rivolgono al principe Aleksandr Nevskij, che già aveva sconfitto gli Svedesi. Anziché limitarsi a difendere il proprio territorio, il principe, messo insieme un esercito di popolani e contadini, attaccherà i temibilissimi nemici prima che calpestino il sacro suolo russo. In un'epica battaglia sul lago Peipus ghiacciato, le truppe del Nevskij avranno la meglio sull'esercito meglio organizzato dell'epoca.

L'Alexander Nevskij è un poema scritto per lo schermo cinematografico ed è il primo film sonoro del grande regista sovietico. La cosa curiosa è che si tratta di una sorta di film - opera, nel senso che le musiche di Prokofiev sono altrettanto importanti che le immagini (fotografate, ancora una volta in maniera eccezionale da Eduard Tisse), anche se si vede abbastanza chiaramente che le immagini girate da Ejzenstejn sembrano uscite da un film muto: in particolare le scene della battaglia sul lago Peipus, proprio per dare al combattimento una maggiore concitazione, si muovono a velocità pressoché doppia rispetto al normale. Con questo film Ejzenstejn esce, almeno apparentemente, dal periodo buio che aveva dovuto attraversare dopo l'uscita del Vecchio e il nuovo (1929), con la disastrosa esperienza americana ( e lo scempio del progetto di Que viva Mexico!) e lo stop alle riprese del Prato di Bezin (1937). Qui il regista filma un poema patriottico, dove il protagonista è un po' leader rivoluzionario come Lenin e un po' capo politico-militare come Stalin (che, sembra, ebbe a dire ad Ejzenstejn, dopo aver visto questo film, "in fondo, lei è un buon bolscevico"), suggellando in tal modo la propria autocritica sul piano politico, culturale e perfino tecnico.

Alexander Nevskij: il principe in battagliaChissà se Hitler aveva visto questo film prima di lanciare l'operazione Barbarossa per l'invasione dell'Unione Sovietica: se l'avesse visto, avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di attaccare il territorio russo. Ed in effetti l'Alexander Nevskij sembra un ammonimento a chiunque si appresti ad invadere la Russia: se perfino quella terribile macchina da guerra che era l'esercito dell'Ordine Teutonico (con tecniche belliche che sembravano richiamarsi alla falange macedone) fu respinta, significa che il sacro suolo russo, difeso da personalità superiori, ieri il principe Aleksandr e oggi Stalin, è inviolabile. Ed infatti i soldati tedeschi, inscatolati dentro armature pesantissime coperte da mantelli bianchi con una croce sopra, chiusi dentro elmi cilindrici che non si tolgono mai, finiscono inghiottiti dai ghiacci del lago Peipus, così come i soldati del faraone egiziano perirono nel richiudersi delle acque del Mar Rosso dietro a Mosè.

Assodata la grandiosità della penultima opera cinematografica di Ejzenstejn, va anche detto che questo non è il suo miglior film. Avviluppando il nucleo della vicenda dentro una mediocre storia d'amore di due comandanti dell'esercito russo per la bella eroina Olga, il regista mostra chiaramente di avere accettato le colonne portanti della retorica ufficiale, tanto che a buon diritto si può oggi affermare, confortati anche dalle parole dello stesso regista, che amava poco l'Alexander Nevskij, che questo film è soprattutto un riuscito saggio delle capacità registiche (ma anche camaleontiche) del grande Sergej Michailovic Ejzenstejn.

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categoria:cinema
giovedì, 22 marzo 2007

Autostop rosso sangue (Italia, 1976) di Pasquale Festa Campanile. Con Franco Nero (Walter Mancini), Corinne Cléry (Eve Mancini), David Hess (Adam Konitz), John Loffredo [Joshua Sinclair] (Oaks), Carlo Puri (Hawk), Robert Sommer (Harry Stetson), Ann Ferguson (Lucy Stetson), Benito Pacifico e Angelo Ragusa (i due poliziotti sull'autostrada).

Autostop rosso sangue (Corinne ClĂ©ry e David Hess)Già la vacanza non è che fosse cominciata benissimo, almeno per Eve (ma è un nome italiano?) Mancini, moglie del giornalista Walter. Il viaggio negli U.S.A. in roulotte andava avanti tra litigi, prepotenze e soprusi perpetrati da quell'ubriacone del marito. Poi la situazione peggiora notevolmente quando la coppia fa salire a bordo della macchina un autostoppista che in realtà è un delinquente psicopatico reduce da una sanguinosa rapina in banca.

Strano film, diretto da un regista generalmente impegnato in commedie. Qui dirige una sorta di horror erotico sulla scia dell'Ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven, di cui ripropone anche il sinistro protagonista David Hess. Per la povera Corinne Cléry l'alternativa è di farsi maltrattare dal marito (Nero) o di essere stuprata dal brutale rapinatore. Il finale è al tempo stesso tragico e cinico.  Ben fotografato, il film propone una trama non particolarmente originale e tre psicologie poco sbozzolate.

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categoria:cinema
mercoledì, 21 marzo 2007

Cartesius (Italia/Francia, 1974) di Roberto Rossellini. Con Ugo Cardea (René Descartes), Anne Puchie (Elena), Gabriele Banchero (Bretagne), Charles Borromel (Abate Mersenne), Kenneth Belton (Isaak Beeckman), Renato Montalbano (Constantin Huygens), Vernon Dobtcheff (l'astronomo Ciprus).

cartesius152 minuti densi della filosofia e della vita del filosofo francese René Descartes, conosciuto negli ambienti accademici di tutta Europa come Cartesius. In questo ottimo esempio del didascalismo rosselliniano (appare fin troppo ovvio che questo non è cinema), si ha una ricostruzione fedele degli ambienti e delle idee dell'epoca di Descartes. Come struttura tematica e cinematografica il Cartesius è riconducibile al Pascal (1971), nel quale, però, l'accento era calcato sull'aspetto dell'etica, mentre nel film televisivo sul filosofo del cogito ergo sum l'attenzione del regista si appunta piuttosto sulla riflessione scientifica e sul rigore metodologico (che naturalmente ai tempi, siamo nel XVII secolo, non potevano non investire anche altri campi come ad esempio l'etica e la teologia), che si traduce nella somiglianza, quasi perfetta, tra il procedimento matematico e quello della speculazione filosofica.

Ma la grandezza di Rossellini sta anche nel non trascurare l'aspetto umano del grande pensatore: i crucci della sua vita privata (perse una bambina di pochi mesi, avuta dall'unica donna che gli aveva voluto bene), le difficoltà di raccogliere i suoi pensieri geniali in ordinate opere scritte, la necessità di accordare un pensiero libero e nuovo con la tradizione della chiesa cattolica (arrivano dall'Italia sinistre notizie su Galileo Galilei), ma anche il buon rapporto con il fratello e con gli amici come il gesuita padre Mersenne e gli scienziati olandesi Beeckman e Huygens.

Il Cartesius è un'opera (la terz'ultima di Rossellini) che gratificherà lo spettatore attento e voglioso di sapere di più sulla vita e l'opera di una delle grandi menti della cultura europea. Come dice Gianni Rondolino nel Castoro su Rossellini (p. 111), «il Pascal come l'Agostino d'Ippona come il Cartesius non sono privi di momenti di viva partecipazione che si traduce sia in un incisivo ritratto del personaggio immerso nel suo ambiente umano e sociale sia in un'apertura su interessi speculativi e storiografici che si comunica allo spettatore attento provocandone la reazione intellettuale».

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categoria:televisione
lunedì, 19 marzo 2007

I racconti della luna pallida d'agosto (Giappone, 1953) di Kenji Mizoguchi. Con Masayuki Mori (Genjurô), Machiko Kyô (la signora Wakasa), Kinuyo Tanaka (Miyagi), Eitaro Ozawa (Tobei), Mitsuko Mito (Ohama), Ikio Sawamura (Genichi), Ryosuke Kagawa (capo villaggio).

I racconti della luna pallida d'agostoNel Giappone del XVI secolo funestato dalle guerre, un vasaio (Mori) e il cognato (Ozawa) aspirante samurai abbandonano le rispettive mogli per inseguire i loro sogni di ricchezza e di gloria.

Mirabile sintesi tra realismo e fantastico, I racconti della luna pallida d'agosto è uno dei film più belli mai realizzati, affascinante dall'inizio alla fine. E se narrativamente avvince fin dalle prime immagini, dal punto di vista tecnico Mizoguchi dimostra di essere un vero maestro, riuscendo ad alternare più che altrove geniali movimenti di macchina ai suoi proverbiali piani sequenza.

Di questo stupendo film, che è al tempo stesso romanzo e parabola, si dovrebbe dire soltanto che va visto in quanto documento di polemica contro gli orrori della guerra, la quale è contemporaneamente motore e conseguenza dell'avidità e della follia umane. Ma I racconti della luna pallida d'agosto è inoltre un ennesimo pamphlet di Mizoguchi (come già La vita di Oharu, donna galante, del 1952) nei confronti della condizione della donna nel Giappone medievale ma anche contemporaneo, tematica carissima all'Autore di Asakusa, che da bambino aveva visto la propria famiglia vendere una sorella come geisha.

Il film è avventuroso, ma anche inquietante (si veda la sequenza sul lago immerso nella nebbia) e in alcuni momenti spaventoso (v. le scene ambientate nel castello di Kusatsu). Struggentissimo è, poi, il finale nel quale, una volta esauritesi le conseguenze funeste della guerra, il piccolo Genichi va a posare la ciotola del proprio pasto sulla tomba della madre, mentre in lontananza un contadino solca la terra.

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categoria:cinema
domenica, 18 marzo 2007

Il processo di Verona (Italia/Francia, 1962) di Carlo Lizzani. Con Frank Wolff (Galeazzo Ciano), Silvana Mangano (Edda Mussolini), Vivi Gioi (Rachele Mussolini), Andrea Checchi (Dino Grandi), Giorgio De Lullo (Pavolini), Ivo Garrani (Farinacci), Claudio Gora (giudice istruttore Cersosimo), Salvo Randone (pubblico ministero), Françoise Prévost (Frau Beetz), Umberto D'Orsi (Gottardi), Umberto Raho (Don Chiot), Gennaro De Gregorio (Emilio De Bono), Gianni Di Benedetto (Pareschi), Andrea Bosic (Cianetti).

Galeazzo Ciano (Frank Wolff)Buon film storico, realizzato da Lizzani a meno di vent'anni dai fatti (l'esecuzione di Ciano e degli altri avvenne l'11 gennaio 1944), con uno stuolo di ottimi interpreti, tutti fra l'altro molto somiglianti agli originali. Il processo di Verona ha la forza del documento ricostruito, anche se qualche riserva si può avanzare sulla ricostruzione delle conversazioni private dei personaggi, in particolare di quelle tra Edda e Galeazzo e tra la stessa Edda e la madre Rachele. Ma il principale merito di Lizzani è quello di essere stato capace di ricostruire un clima fosco ed aspro, nel quale si rispecchia il frazionamento del fascismo in diverse fazioni (cosa che per altro era sempre stata, riuscendo solo a Mussolini di farne una sintesi) e si esplica il loro scontro in una vera e propria guerra tra bande. Questo groviglio di sentimenti è rispecchiato dalla stessa confusione nella qulae sprofondano gli stessi esponenti del fascismo: Ciano diviso tra la fedeltà al padre di sua moglie e l'avversione per il duce che ha scelto la rovinosa alleanza con i nazisti (che, comunque, potrebbero essere gli unici a salvargli la vita in cambio dei suoi diari), Gottardi, convinto di avere votato l'ordine del giorno Grandi per fare un favore a Mussolini, De Bono, prigioniero della sua logica di soldato, Cianetti, che subito dopo avere votato contro il duce durante il Gran Consiglio del 25 luglio 1943 scrive una lettera di scuse.

È, in ogni caso, un film da vedere, anche per le ottime interpretazioni di Giorgio De Lullo, nella parte del fanatico Pavolini, e quelle di Ivo Garrani (un ottuso Farinacci) e Salvo Randone, implacabile pubblico ministero al processo farsa.

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