Il vampiro (Francia/Germania, 1932) di Carl Theodor Dreyer. Con Julian West (Allan Grey), Maurice Schutz (il castellano), Rena Mandel (Gisèle), Sybille Schmitz (Léone), Jan Hieronimko (il medico), Henriette Gérard (la vecchia signora), Albert Bras (il vecchio servitore), N. Babanini (la vecchia domestica), Jane Mora (l'infermiera).
Dreyer ha realizzato, secondo me, almeno tre capolavori del cinema: Dies Irae (1943), Ordet (1955) e, prima ancora, questo Vampyr. Un altro capolavoro è considerato La passione di Giovanna d'Arco (1928) con l'intensa Marie Falconetti, ma a me è piaciuto meno, così come il pur ottimo Gertrud (1964), suo ultimo film.
Il vampiro mi ha esaltato, nonostante la mia proverbiale idiosincrasia per i film di vampiri. Qui si prescinde dall'inoconografia vampiresca ormai consacrata con il Dracula (1931) di Tod Browning con l'impomatatissimo Bela Lugosi e anche dal Nosferatu calvo di Murnau (1922) e perfino dalla trama che, in quanto a storie di vampiri, è abbastanza lineare (tratta da una storia dell'ottimo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, l'autore di Carmilla). Non è che succeda quel granché: giunto in un villaggio della Francia con un retino per farfalle che lo fa sembrare la Vispa Teresa, lo studioso Allan Grey (interpretato da un barone che recita sotto pseudonimo) alloggia in una pensione e una notte, mentre sta dormendo, riceve la visita di un signore che gli lascia una busta da aprire soltanto dopo la sua morte. Allan lo segue fino a casa, dove il misterioso personaggio vive con due figlie e qualche servitore. Lo studioso scopre che una delle figlie è stata morsa da un vampiro.
Più che nella trama, il valore del film di Dreyer risiede nelle atmosfere d'inquietudine che sa creare con procedimenti che derivano dal cinema espressionista tedesco degli anni venti, padroneggiati con una maestria che lascia stupefatti: pochissimo parlato (Vampyr era stato concepito come un film muto, e solo successivamente è stato doppiato), recitato dal protagonista come se fosse in perenne stato di sonnambulismo, con personaggi misteriosi ed essi stessi inquietanti, come il medico di campagna che aiuta la vecchia vampira. E poi c'è l'effetto di
disagio creato da procedimenti che solo un maestro del cinema (anche tecnicamente parlando) poteva riuscire ad esprimere, come il mostrare un'ombra che si stacca e si muove indipendentemente dalla persona che la proietta, o il protagonista che esce dal proprio corpo e vede una bara con il proprio cadavere, e la susseguente soggettiva del proprio funerale, l'alternanza tra il retino e la falce fienaia del contadino, la ragazza ammanettata.... Giudizio in sintesi: capolavoro.



Ci sono tanti modi per farsi del male e uno è sicuramente la visione di Marathon, che parla di una ragazza newyorkese che si pone l'obiettivo di battere il proprio record di 77 cruciverba risolti in ventiquattr'ore. La ragazza riesce a concentrarsi soltanto tra i rumori della metropoli, e in particolare sulla metropolitana, tanto che, una volta giunta a casa, nel silenzio delle pareti domestiche non riesce ad andare avanti e sente il bisogno di ricreare le condizioni di rumore che la possano ispirare.
Ottimo film filippino, con un inizio scioccante come raramente se ne vedono: Insiang comincia infatti con lo sgozzamento di un maiale ripreso dal vero. Tutto ambientato nelle luride e popolosissime baraccopoli che circondano Manila, il film del regista filippino di formazione marxista Lino Brocka (1939-1991) è un melodramma con sottofondo di critica sociale. La giovane Insiang vive con la madre, che gestisce un banco di pesce al mercato, e un nugolo di parenti in una delle numerose baracche prive di servizi igienici nei dintorni della capitale filippina. Un giorno la madre, con un pretesto, caccia tutti i parenti per portare a casa Dado, il suo amante, di molti anni più giovane. Nel frattempo Insiang, che è odiata dalla madre dal giorno in cui suo padre è andato a vivere con un'altra donna, ha una storia col furbetto vitellone Bebot, un meccanico che pensa soltanto a spassarsela con gli amici. Una sera Dado violenta Insiang e poi dice alla madre che è stata la ragazza a provocarlo. La giovane tenta la fuga in compagnia di Bebot, ma questi si rivelerà solo un vigliacchetto: dopo una notte che Insiang crede d'amore in uno squallido albergaccio, la lascerà sola, con l'unica possibilità di
Che delusione. Chissà cosa aveva in mente Ferreri, quando realizzò questo film. E pensare che ci si sono messi in tre a scrivere questa boiata, due dei quali (il regista e Rafael Azcona) degli assoluti benemeriti del cinema. Però L'ultima donna non ha senso, e se ce l'ha esso si perde nella noia mortale in cui Ferreri annega i suoi personaggi, inesorabilmente confinati in un'epoca, che sembra cent'anni fa, nella quale si alternavano interminabili silenzi tardo-antonioniani a soffocanti logorree.
nuova), la tematica del film di Ferreri odora di museo archeologico.
Ennesima favoletta che ci vorrebbe far capire il valore della fantasia per rendere migliore la vita. Tim Burton pesca a piene mani nella maniera e ci si crogiola, in danno dello spettatore, che non si capisce bene quale sia, forse il fanciullino che è dentro di noi, perché i bambini veri, di queste melensaggini colorate, se ne fanno un baffo. A parte una divertente caratterizzazione di Steve Buscemi nei panni di un poeta che non sa mettere in fila più di due versi e non trova neppure le rime più ovvie, Big Fish è melenso, noioso, inutile, insulso, fastidioso, nonostante una colonna sonora un po' paracula che cerca di accalappiare gli spettatori un po' più rockblueseggianti (si sentono, volentieri, Let's Work Together dei Canned Heat, Ramblin' Man degli Allman Brothers e Everyday di Buddy Holly). Nella struttura narrativa ricorda (ma con quanto minore efficacia!) I soliti sospetti (i personaggi reali trasfigurati in creature fantastiche e viceversa), nel finale si rifà chiaramente a La vita è meravigliosa, il vecchio Bloom (il nome sarà casuale? se non lo è, si tratta di una vera bestemmia) sul letto di morte aspira addirittura ad imitare la morte di Charles Foster Kane in Quarto potere, ma Tim Burton, questa volta, ci ricorda molto di più il Tonio Cartonio delle Storie del fantabosco.


Con camera digitale, Barbet Schroeder gira questo strano film in una Medellin dove il maturo intellettuale (si definisce "l'ultimo grammatico di Colombia") omosessuale Fernando torna sui luoghi della propria infanzia, altrettanto degradata e povera, ma molto più violenta di prima, o forse soltanto tecnicamente più organizzata: prima per uccidere si usavano i machete ora le pistole. Amante dei giovanetti, Fernando si accompagna ad Alexis, baby killer che diventa per l'uomo accompagnatore ed amante. Intorno al protagonista si snoda un vortice di violenza al quale piano piano ci si abitua, senza più scandalizzarsi di niente.