martedì, 30 gennaio 2007

Kurutta ippeiji (Giappone, 1926) di Teinosuke Kinugasa. Con Masao Inoue (lo sguattero), Yoshie Nakagawa (sua moglie), Ayako Iijima (sua figlia), Hiroshi Nemoto (un giovane), Misao Seki (un medico), Minoru Takase (primo pazzo), Kyosuke Takamatsu (secondo pazzo), Tatsu Tsuboi (terzo pazzo), Eiko Minami (una ragazza che danza).

Kurutta ippeijiKurutta ippeiji (che significa Una pagina pazza), film muto, ha una trama pressoché irraccontabile. A grandi linee, si potrebbe dire che un tizio, forse un marinaio, accetta di fare lo sguattero in un manicomio, dove sono ricoverate la moglie e la figlia, per poter stare loro vicino e magari portarle via.

Il film procede per associazioni d'idee di stampo surrealista e per ricordi che si susseguono sullo schermo, cercando di fornire allo spettatore, più che uno sguardo oggettivo sulla materia narrata, il punto di vista dei folli rinchiusi in manicomio, costretti a una vita squallida di privazioni morali e materiali e talvolta di violenza. Sotto questa seconda angolazione, anche per l'impostazione figurativa, il film perduto (fu ritrovato dal regista in una sua soffitta soltanto nel 1971) di Kinugasa è avvicinabile, più che ai film surrealisti, ai capolavori dell'espressionismo tedesco, come testimoniano alcune inquadrature fatte di forti contrasti tra luce ed ombra. Il risultato è straniante, ma al tempo stesso affascinante. Alla sceneggiatura collaborò Yasunari Kawabata (morto suicida nel 1972), Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

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categoria:cinema
lunedì, 29 gennaio 2007

Muraglie (USA, 1931) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Walter Long (Tiger Long), James Finlayson (l'insegnante), Tiny Sandford (la guardia), Wilfrid Lucas (il direttore della prigione), June Marlowe (la figlia del direttore).

dal direttore della prigioneDurante il proibizionismo, Stanlio e Ollio preparano clandestinamente della birra e tentano di venderla a un poliziotto («credevo che fosse un tranviere!», piagnucola Stanlio per giustificarsi) e finiscono in prigione. Coinvolti in un tentativo di fuga, prima vengono riacciuffati dopo essersi spacciati per negri impiegati in una piantagione, poi fanno involontariamente fallire un nuovo tentativo di evasione e vengono per questo graziati.

Innanzitutto Stanlio e Ollio mi fanno ridere perché sono uno grasso e uno magro. Poi perché, ciascuno a suo modo, sono simpatici. E infine perché hanno escogitato alcune gag semplici ma davvero irresistibili. Qui c'è quella della canzoncina Good Morning, Dear Teacher, cantata a un nervosissimo (come al solito) James Finlayson, che da sola vale l'intero film (che, fra l'altro, dura meno di un'ora). Probabilmente è vero che questo primo lungometraggio (ammesso che lo si possa veramente definire lungometraggio) della coppia manca di organicità, risolvendosi in una giustapposizione di gag, ma c'è qualcuno che se ne importa?

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domenica, 28 gennaio 2007

Lo zio di Brooklyn (Italia, 1995) di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Con Salvatore Gattuso (lo zio di Brooklyn), Pippo Agusta (Don Masino), Gaspare Marchione (Totò Gemelli), Salvatore Schiera (Gaetano Gemelli), Natale Lauria (Iachino Gemelli), Rosario Carollo (Ciccio Gemelli), Pietro Rizzo (Sarino), Francesco Arnao (San Polifemo), Antonino Bruno (il mago Zoras), Bruno Di Benedetto (la nana), Salvatore Farina (la madre del mago), Pietro Giordano (Vendicatore), Giovanni Lo Giudice (il cantante fallito), Marcello Miranda (l'uomo in mutande), Giuseppe Paviglianiti (l'uomo dei cani), Francesco Tirone (u' Capitanu), Giuseppe Di Stefano ed Emanuele Gattuso (i due boss nani).

Nella prima scena, un tizio - che poi si scopre essere San Polifemo - si toglie un occhio. Nella seconda, un uomo sodomizza un ciuco. Che dire di un film che comincia così? Forse soltanto che va visto, possibilmente non durante i pasti. Riguardo a Lo zio di Brooklyn, per una volta, sono perfettamente d'accordo con Mereghetti, che ne ha magnificamente sintetizzato le qualità dicendo che si tratta del "film più insolito ed estremo del cinema italiano. [...] Ambientato in una periferia palermitana poco abitata e miserrima, «terra di nessuno» né città né campagna, dove si muove un'umanità residuale", fotografato da Luca Bigazzi in un bianco e nero che si richiama al Pasolini di Accattone, Mamma Roma e Uccellacci e uccellini, rigorosamente interpretato da uomini senza donne, il primo lungometraggio di Ciprì e Maresco si risolve in una serie di quadri slegati tra loro, che sembrano privi di senso, un po' come molte cose che si vedono oggi in televisione o nella vita reale. Alla fine, però, un senso c'è, anche se allo zio di Brooklyn sarà impedito di dire chi sia veramente da una sonora pernacchia.

E in più ci sono, seppure marginali, i personaggi di Cinico TV, come il ciclista Tirone al quale, proprio come nel celebre film di De Sica, un ladro ha rubato la bicicletta, o il crudele signor Giordano, che, armato, di chiodi e martello, impedisce un'improbabile resurrezione. E poi c'è il triste uomo in mutande (Miranda), sempre sullo sfondo come un crocefisso tragico, e non manca Paviglianiti che mangia, beve e, al suono del suo proverbiale «certamente!», scorreggia.

A mio parere, Lo zio di Brooklyn è migliore del Ritorno di Cagliostro (2003) e di Come inguaiammo il cinema italiano (2004). Ciprì e Maresco offorno una versione divertente della vecchia gag del funerale di corsa proposta da René Clair in Entr'acte (1924).Lo Zio Di Brooklyn (San Polifemo)Lo Zio Di BrooklynLo Zio Di Brooklyn (il signor Giordano)

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domenica, 28 gennaio 2007

I ragazzi del coro (USA, 1977) di Robert Aldrich. Con Charles Durning (Whelan [Balena Whalen]), Louis Gossett Jr. (Calvin Potts), Perry King (Baxter Slate), Clyde Kusatsu (Francis Tanaguchi), Stephen Macht ( Spencer Van Moot), Tim McIntire (Roscoe Rules), Randy Quaid (Dean Proust), Chuck Sacci ("Padre" Sartino), Robert AldrichDon Stroud (serg. Sam Lyles), James Woods (Harold Bloomguard), Burt Young (serg. Izzo Scugni), Susan Batson (Sabrina), Cheryl Smith (Tammy), Claire Brennen (Carolina Moon), Charles Haid (Nick Yanov), Barbara Rhoades (Senzapalle Hadley), George DiCenzo (ten. Grimsley), David Spielberg (Finque), Robert Webber (ufficiale Riggs).

Forse bisognerebbe sempre prima vedere il film e solo dopo leggere il libro. Il romanzo di Joseph Wambaugh, che sto leggendo, dal quale questo film è stato tratto, è scritto con un'ironia feroce e amara che le due ore di questo film dell'onusto Aldrich (1918-1983) non riesce a contenere, nemmeno in abbozzo. I ragazzi del coro film non sarebbe poi malaccio, ma banalizza le tematiche del libro in maniera a momenti imbarazzante. Pur basato su un testo forte e dinterpretato da attori di livello (basti pensare a Durning, Woods, Quaid, Gossett Jr., Young), sembra una specie di incrocio tra Scuola di polizia (un po' meno demenziale) e CHiPs con qualche parolaccia in più. Per di più, ci sono dei personaggi molto sacrificati ed altri inventati di sana pianta (ad esempio non si capisce perché il padre Willy Wright del libro diventi qui un italoamericano), e la scelta di molti attori - che, ripeto, sono indiscutibilmente bravi - mi è parsa arbitraria, come quella di McIntire per il miles gloriosus fascistoide Roscoe Rules, una delle invenzioni più intelligenti ed aderenti alla realtà di Wambaugh, e quella di Randy Quaid in versione dementello per la parte di Cosavuoidire Dean. Non si capisce, poi, perché a molti personaggi sia stato cambiato il nome: nella versione italiana, addirittura Balena Whalen è diventato semplicemente Whelan. E, infine, se la scena della rissa di cui restano vittime Roscoe e Dean è resa discretamente, è assurdamente censurata quella della festa dal sergente Yanov, mentre gli incontri al Parco MacArthur sanno di falso lontano un miglio. Insomma, vi sono più luci che ombre in questa trasposizione filmica di Aldrich di un grande romanzo. Non per niente Wambaugh (1937), per alcuni anni un agente della polizia, non si riconobbe nel risultato finale di questo film che, in sostanza, si risolve in una delusione.i ragazzi del coroCharles Durning (Balena Whalen)Riunione al Parco MacArthur

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venerdì, 26 gennaio 2007

Chiedi alla polvere (USA, 2006) di Robert Towne. Con Colin Farrell (Arturo Bandini), Salma Hayek (Camilla Lopez), Donald Sutherland (Hellfrick), Eileen Atkins (la signora Hargraves), Idina Menzel (Vera Rivkin), Justin Kirk (Sammy), Jeremy Crutchley (Solomon, il barista).

Salma Hayek e Colin FarrellA me non era piaciuto quel granché nemmeno il romanzo di John Fante (1909-1983), dal quale il valoroso sceneggiatore Robert Towne (autore di copioni entrati nella storia, come L'ultima corvée, Chinatown, Yakuza e, più recentemente, Frantic e Mission: Impossible) ha tratto questo film. Rispetto all'originale letterario, il Chiedi alla polvere cinematografico è qualcosa di diverso e di meno. Di meno perché alcuni personaggi sono totalmente sacrificati, come testimonia la scomparsa della mamma, alla quale l'Arturo Bandini della carta stampata scrive numerose lettere, ma anche di diverso, perché Towne enfatizza incongruamente, delle tematiche proposte da Fante, quella della storia d'amore tra l'aspirante scrittore e la cameriera messicana. Ancora meno che nel libro, si capiscono i veri significati della vicenda narrata, ed in particolare è sacrificata la tematica della vocazione letteraria e dell'apprendistato artistico (nonché alla vita) del protagonista, che cerca di mettere a frutto il proprio talento e i preziosi consigli del letterato H. L. Mencken, direttore della rivista American Mercury.

Secondo me è un peccato che un'occasione del genere sia stata gettata al vento e alla polvere del deserto losangelino. O forse è soltanto difficile filmare John Fante, come potrebbe dimostrare l'esito altrettanto infausto del film Aspetta primavera, Bandini (1989), con Joe Mantegna e Ornella Muti. Fatto sta che il film di Towne era cominciato bene, ma alla lunga risente di due attori protagonisti mediocri e inadeguati alla parte loro assegnata. Entrambi troppo belli rispetto ai personaggi descritti da Fante, non riescono mai a scrollarsi di dosso l'impressione dei due fotomodelli capitati lì per caso. Salma Hayek ha almeno il fisico (e che fisico! si direbbe dopo averla vista nella scena della nuotata notturna nell'Oceano) del ruolo, essendo messicana d.o.c., seppure un po' troppo vecchia per la parte di Camilla (è del 1966), ma Colin Farrell, a distanza di due anni dal disastroso Alexander di Oliver Stone, si ritrova ancora una volta in una parte completamente inadatta a lui: di dieci anni più giovane della coprotagonista (l'attore irlandese è del 1976), checché ne abbiano detto i diretti interessati quando il film uscì, non può essere scambiato per un italiano nemmeno per sbaglio. Oltre tutto, mi sembra che di lui si possa affermare, come fu detto di Clint Eastwood, che ha solo due espressioni: con il cappello e senza (e qui, il cappello, non lo porta quasi mai).

Seppure relegato in una particina, è invece bravo come al solito Donald Sutherland.

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venerdì, 26 gennaio 2007

Per scrivere di musica su una rivista bisogna capirne. Io, quando ne scrivo su questo blog, lo faccio da semplice appassionato. Non credo, però, che basti conoscere la disposizione delle note sul pentagramma per fare discorsi sensati sul mondo della musica. Prendiamo Luca Valtorta, curatore della rubrica Musica sul Venerdì di Repubblica. Nella sottorubrica denominata POP & ROCK dedica un trafiletto all'album Reformation Post TLC dei Fall. E scrive: «Mark E. Smith canta come 30 anni fa, quando i Fall erano il migliore gruppo Sid Viciouspost-punk a uscire da Manchester».

Anche la matematica, però, vuole la sua parte. Siamo nel gennaio 2007; «30 anni fa» significa gennaio 1977. Il punk, con qualche prodromo nel 1975 e nel 1976, esplose, almeno come fenomeno musicale, proprio nel 1977, più o meno in coincidenza con l'uscita dell'album Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Anche senza voler essere fiscali, sostenere che trent'anni fa già c'erano gruppi post-punk (tra i quali i Fall sarebbero stati i migliori ad uscire da Manchester) mi sembra un po' eccessivo, no?

 

Il punk per i puristi e storici del rock, è il Punk 77, che comprendeva tra i britannici: Sex Pistols, Clash, The Damned, Buzzcocks, The Vibrators ecc. Ma anche gli americani Ramones, Dead Boys, The Stooges, New York Dolls, questi ultimi piu frequentemente indicati come proto-punk.

Nel 1977 uscì un album fondamentale: Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols. L'album conteneva il vero e proprio inno Anarchy in the U.K. (uscito nel novembre del 1976 come singolo). Lo storico album però fu preceduto dagli americani Ramones che esordirono nel 1976 col primo album omonimo. (da http://it.wikipedia.org/wiki/Punk_%2777)

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mercoledì, 24 gennaio 2007

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso*ma non avete mai osato chiedere (USA, 1972) di Woody Allen. Con Woody Allen (il buffone; Fabrizio/Faustino; Victor Shakapopulis; primo spermatozoo), Lynn REdgrave (la regina), Anthony Quayle (il re), Alan Caillou (il padre del buffone), Geoffrey Holder (il mago), Gene Wilder (il dottor Ross), Titos Vandis (Stavros Milos), Elaine Giftos (la signora Ross), Louise Lasser (Gina), Lou Jacobi (Sam), Jack Barry (sé stesso), Baruch Lumet (il rabbino Baumel), John Carradine (dottor Bernardo), Erin Fleming (la giornalista), Ref Sanchez (Igor), Burt Reynolds (addetto al centro di controllo), Tony Randall (capo del centro di controllo).

La regina e il buffoneSnobbato e sottovalutato da gran parte della critica, spesso quella stessa che tende a sopravvalutare le opere più seriose e stanche dell'Allen maturo, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... appartiene invece al periodo più fresco, inventivo e vitale del Woody Allen regista e scrittore, quello che va da Prendi i soldi e scappa (1969) ad Amore e guerra (1975), prima dei due capolavori della maturità, Io e Annie (1977) e Manhattan (1979), lo stesso periodo in cui scrisse i suoi testi più comici, poi raccolti in Saperla lunga, Citarsi addosso e Effetti collaterali, e in cui girò un piccolo intelligentissimo film: Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971).

Trattandosi di un film ad episodi, tutti messi in scena secondo differenti e riconoscibili generi cinematografici (il terzo chiaramente ispirato in chiave parodica al cinema di Antonioni), è perfino superflua la considerazione che non tutti i segmenti sono riusciti alla stessa maniera, così come che alla fin fine ognuno preferirà alcuni a discapito degli altri. A mio parere i migliori sono i primi due e poi il quinto, intitolato Qual è la mia perversione?, dove alcuni concorrenti di un telequiz, ponendo delle domande, dovranno indovinare la perversione preferita di un personaggio misterioso, mentre alla fine della trasmissione un fortunato spettatore potrà mettere in pratica la propria perversione preferita (nel caso specifico, un anziano rabbino si fa legare a una sedia da una biondona vestita da governante che lo frusta, mentre la moglie, accovacciata ai suoi piedi, mangia carne di maiale).

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... ha padri nobili come Rabelais e Philip Roth, offre spunti geniali, come il tema del secondo episodio (Che cos'è la sodomia?), nel quale il borghesissimo medico Gene Wilder s'innamora di una pecora portatagli in studio da un pastore armeno, e battute veramente geniali, come quando, nel primo episodio, il buffone medievale interpretato dallo stesso regista, alle prese con l'inviolabile cintura di castità della regina, esclama sconsolato «devo sbrigarmi, o tra poco arriverà il Rinascimento e non ci sarà tempo che per dipingere!».

Il medico e il pastore armenoGli spermatozoi

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categoria:cinema, comicità
mercoledì, 24 gennaio 2007

Il piccolo grande uomo (USA, 1970) di Arthur Penn. Con Dustin Hoffman (Jack Crabb), Faye Dunaway (Louise Pendrake), Chief Dan George (Cotenna di Bisonte), Martin Balsam (Allardyce T. Merryweather), Richard Mulligan (il generale Custer), Jeff Corey (Wild Bill Hickock), Aimée Eccles (Raggio di Luna), Kelly Jean Peters (Olga), Carole Androsky (Caroline Crabb), Robert Little Star (Gatto Nascosto), Cal Bellini (Orso Giovane), Ruben Moreno (Ombra Silenziosa), Steve Shemayne (Brucia Rosso Nel Sole), William Hickey (lo storiografo), James Anderson (il sergente), Thayer David (il reverendo Silas Pendrake), Ray Dimas (Jack bambino), Gatto Nascosto e Piccolo Grande UomoAlan Howard (Jack adolescente), Philip Keneally (il signor Kane), Emily Cho (Digging Bear).

Uno dei pilastri del nuovo cinema americano che, a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta (insieme a L'uomo chiamato cavallo di Silverstein e Soldato blu di Nelson), rivisitò il mito della frontiera e la figura del pellerossa, non più selvaggio assetato di whisky e di sangue, ma essere umano perseguitato in casa sua dalla tracotante cupidigia dell'uomo bianco.

Rispetto all'eccellente romanzo di Thomas Berger da cui è tratto, il film di Arthur Penn introduce alcune varianti che rendono il protagonista migliore (più forte, più coraggioso, più buono), rispetto all'originale letterario. Alcune scene sono rese più buffonesche o macchiettistiche, basti pensare al personaggio di Allardyce T. Merryweather, qui ridotto al rango di ciarlatano di piazza, o al "buon giorno per morire" del vecchio Cotenna di Bisonte. Lo spirito del romanzo di Berger, però, nella sostanza, è rispettato, e il film, polemicamente meno incisivo degli esperimenti coevi che ho sopra rammentato, è spettacolare quanto basta per permetterci di visualizzare i vasti spazi descritti nel libro e per rendere credibile la volontà di guardare con occhi nuovi e affettuosi alla fine della civiltà pellerossa.

In un film in cui risalta la bella fotografia di Harry Stradling Jr., si registra anche quella che è, probabilmente, la miglior prova interpretativa di Dustin Hoffman, che, attraverso questo vero e proprio tour de force, sostiene ciò che può essere definito l'esame finale per assurgere al ruolo di mostro sacro del cinema. Notevole anche il Chief Dan George che sa dare corpo e (grande) anima a Cotenna di Bisonte.

V. l'opinione di Goffredo Fofi.

La signora Pendrake e Jack Crabb

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domenica, 21 gennaio 2007

Factotum (Francia/Germania/Svezia/USA/Norvegia, 2005) di Bent Hamer. Con Matt Dillon (Henry Chinaski), Lili Taylor (Jan), Marisa Tomei (Laura), Didier Flamnd (Pierre), Adrienne Shelly (Jerry), Fisher Stevens (Manny), Karen Young (Grace), James Noah (il padre di Henry), Michael Egan (impiegato alla centrale dei taxi), Emily Hynnek (spogliarellista).

Factotum (Matt Dillon, Lili Taylor)Non è tanto semplice fare un film dai testi del grande scrittore Charles Bukowski (1920-1994). Ci provò, anni fa, anche Marco Ferreri, con Storie di ordinaria follia (1981), con risultati non troppo apprezzabili. Non è semplice perché nei testi, sempre notevoli, spesso eccezionali, di Bukowski non succede granché, visto che generalmente si parla di colossali bevute e sbornie, giornate passate a letto a smaltire le ciucche, con qualche variante introdotta da futili risse o infruttuose giocate alle corse dei cavalli. Ciò che tiene su i racconti e i romanzi (anche le poesie, ma ne ho lette davvero poche) è la grande scrittura di Bukowski, il suo stile ironico e sardonico, il suo orgoglio di perdente di successo, di uno cui interessa soltanto "grattarsi sotto le ascelle" ed avere da qualche parte una bottiglia di una qualsiasi bevanda alcolica da trangugiare. Se c'è un altro scrittore che gli somiglia, per vicenda biografica e per temi trattati, è, pur con le dovute differenze, l'italoamericano John Fante.

Ebbene, in questo film il regista Bent Hamer ce la mette tutta, avvalendosi di un'ottima compagnia, compreso l'eccellente John Christian Rosenlund alla direzione della fotografia, scritturando un bravo attore come Matt Dillon per la parte del protagonista, ricostruendo la Los Angeles cara allo scrittore in una grigia e brulla Minneapolis, ma, inevitabilmente, resta vittima del problema cui ho accennato sopra. Dillon è forse un po' troppo bello e in forma per impersonare il Chinaski alter ego dello scrittore nella maggior parte delle sue opere, ma sa ingrassarsi e imbruttirsi ad hoc, tanto da sembrare credibile. Ma il problema non è questo: è che a Factotum film manca la scrittura di Bukowski, oppure manca la genialità di un regista che sapesse trasporre filmicamente lo stile dello scrittore. Per il resto, va detto che il film si guarda volentieri, non annoia, è recitato bene da professionisti più o meno noti (fra gli altri un'adattissima Lili Taylor e una Marisa Tomei che arriva perfino a spogliarsi), e costituisce comunque un buono spettacolo e un possibile invito alla lettura di un grande autore.

Il titolo del film (così come quello del libro) è ovviamente ironico, considerato che il protagonista non riesce a mantenere alcun lavoro per più di cinque minuti d'orologio.

Factotum è anche l'ultimo film interpretato dall'attrice Adrienne Shelly, uccisa da un immigrato clandestino ecuadoriano nel suo appartamento del Greenwich Village di New York il 1° di novembre del 2006.Factotum (Matt Dillon, Marisa Tomei)

 Factotum (Matt Dillon)

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categoria:cinema
domenica, 21 gennaio 2007

Thomas Berger, Piccolo grande uomo, Fanucci, 2006, pp. 567, € 19,00.

piccolograndeuomoChi può non si perda questo capolavoro della letteratura americana, impreziosito, nell'edizione italiana, dalla stupenda traduzione di Luciano Bianciardi, che sa rendere scorrevole  la scrittura di un romanzo (pubblicato nel 1964) che è grande già di per sé. La storia è quella di Jack Crabb, personaggio inventato da Thomas Berger (Cincinnati, 1924), che si muove lungo la frontiera nel periodo in cui questa viene spostata sempre più a ovest, a danno delle popolazioni indigene, mano a mano emarginate nelle riserve, quando non addirittura scientemente sterminate. Berger ci racconta, attraverso l'ottica privilegiata di Jack Crabb, la nascita di una nazione appena uscita dalla Guerra di Secessione, con la fondazione di città oggi importanti come Denver, Colorado, sorte durante una delle molte corse all'oro. L'ottica del protagonista del romanzo è privilegiata, come dicevo, perché lui, bianco, a dieci anni si aggrega a una tribù di Cheyenne, gli "Esseri umani", come si definivano, che, per un malinteso (gli indiani volevano soltanto del caffè), ha ucciso suo padre. Crabb cresce con gli indiani, poi a sedici anni torna con i bianchi, dove viene adottato da un reverendo e dalla sua giovane e desiderabile moglie; qui Jack conosce l'amore, il tradimento e la disillusione (e conosce anche Lavender, uno schiavo negro liberato, che anela a vivere come i pellerossa). Jack, quindi, fugge di nuovo verso gli indiani, poi torna con i bianchi, sposa una bianca che viene rapita dagli indiani e poi tornato con questi, sposa un'indiana che viene uccisa dai soldati bianchi. Egli, dunque, vede il mondo con gli occhi del bianco e dell'indiano; non giudica né gli uni né gli altri, ma comprende che da questo scontro di civiltà (capita l'attualità del romanzo?) i pellerossa non potranno che soccombere: sono i bianchi che uccidono donne e bambini, non viceversa, e dopo ogni sconfitta, anziché sentirsi umiliati, tornano alla carica con forze sempre maggiori, e tradiscono la parola data agli indiani, infischiandosene dei trattati sottoscritti. Jack Crabb, durante la sua lunga vita (è lui stesso che la racconta a un giornalista, alla bella età di 121 anni), dice di avere incontrato alcune tra le leggende del West dal pistolero Wild Bill Hickock al generale Custer - al fianco del quale si trovò nella fatidica giornata del Little Big Horn - fino alla fuorilegge Calamity Jane: bugiardo o meno che fosse, nei primi 34 anni della sua vita fu guerriero Cheyenne, cercatore d'oro, truffatore, cacciatore di bisonti, giocatore di carte e mulattiere per l'esercito.

Ma oltre che il mito della frontiera, per la verità molto smitizzato dallo scrittore americano, conta questo personaggio Jack Crabb che, se non pensassi di incorrere in un pericoloso ossimoro, definirei un antieroe epico, e la scrittura di Thomas Berger, il quale in alcuni momenti delle quasi 600 pagine del romanzo, tocca vette di vera poesia, come quando narra la leggenda del guerriero Cheyenne Uomo Piccolo, che combatté contro i Serpenti anche privo della testa, o quando ci racconta della morte di Pellevecchia, che sembra quella di San Francesco.

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categoria:libri, romanzo