domenica, 31 dicembre 2006

Morgan matto da legare (GB, 1966) di Karel Reisz. Con David Warner (Morgan Delt), Vanessa Redgrave (Leonie Henderson), Robert Stephens (Charles Napier), Irene Handl (la madre di Morgan), Newton Blick (signor Henderson), Arthur Mullard (Wally), Nan Munro (la signora Henderson), Bernard Bresslaw (il poliziotto), John Rae (il giudice).

Morgan matto da legare (Morgan sulla tomba di Marx)Quando il film fu presentato al festival di Cannes di quarant'anni fa, deve avere suscitato un'impressione di notevole freschezza negli spettatori e nei critici. Rivisto oggi, quell'impressione è inevitabilmente svanita, anche se questo Morgan continua ad esercitare il proprio fascino forse giusto per un mondo che è inesorabilmente cambiato. E tuttavia molti dei temi toccati dal film di Reisz sono ancora vivi ed attuali, sebbene quello della borghesia che vuole mettere la camicia di forza a chi non si attiene alle sue regole, già all'epoca non nuovo, è stato in questi ultimi quarant'anni più volte trattato da differentissime angolazioni. Resta comunque un film interessante da vedere, anche perché si percepisce l'identificazione del regista nel personaggio. Pur tratta da un originale televisivo di David Mercer, anche sceneggiatore del film, la figura di questo Morgan, figlio di un ferroviere comunista e di una cameriera anziana che, sono parole del figlio, "non vuole destalinizzarsi", pittore spiantato e in panne, attratto dalla primitività dei gorilla, imbevuto di idee trotzkiste e innamorato della giovane moglie divorziata Leonie (anche Trotzkij si chiama Lev, cioè Leone), non poteva non attrarre a sé un esule cecoslovacco come Reisz (1926-2002), che aveva vissuto da lontano (era fuggito in Gran Bretagna durante l'occupazione nazista della Cecoslovacchia, in quanto ebreo) la stalinizzazione del proprio paese d'origine. Morgan parla in continuazione di Lenin, di Stalin e dell'assassinio di Trotzkij, e non per caso una delle pagine più emozionanti del film è la visita alla tomba di Karl Marx al cimitero di Highgate insieme all'anziana madre. Quella di Reisz (e prima di lui quella di Mercer), inoltre, è una (auto)critica anche verso i "giovanni arrabbiati" del free cinema inglese, ridotti ormai a un qualcosa di informe, come l'idea rivoluzionaria trotzkista, che li tiene lontani dalle classi borghesi così come dai partiti della sinistra organizzata: nella nostra società non c'è più spazio, sembra dire il regista, per una sana e anarchica fantasia rivoluzionaria.

David Warner (gà visto nella parte dell'antipatico Blifil nel Tom Jones di Richardson), che in questo film si pone come degno precursore di altri credibili attori britannici, come il Malcolm McDowell di Oh Lucky Man! e il David Thewlis di Naked, è bravissimo, molto più della celebrata coprotagonista Vanessa Redgrave.

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domenica, 31 dicembre 2006

L'orologiaio di Saint-Paul (Francia, 1974) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Noiret (Michel Descombes), Jean Rochefort (ispettore Guilboud), Jacques Denis (Antoine), Julien Bertheau (Edouard), Sylvain Rougerie (Bernard Descombes), Christine Pascal (Liliane Torrin), Andrée Tainsy (Madeleine Fourmet), Yves Afonso (ispettore Bricard), William Sabatier (l'avvocato).

Ottimo esordio di Tavernier alla direzione di un lungometraggio. Trasportando nella sua nativa Lione un romanzo non megrettiano di Simenon originariamente ambientato in America, il regista ci dà, con la collaborazione dei due sceneggiatori veterani veterani Jean Aurenche e Pierre Bost, uno sguardo acuto e caustico sulla provincia francese, così poco frequentata dal cinema di papà, e invece popolata di personaggi vivi e contraddittori come l'Edouard (interpretato da Bertheau, attore carissimo a Buñuel), che inneggia alla pena di morte in diretta televisiva e sbeffeggia la manifestazione delle prostitute. E soprattutto come il tranquillo orologiaio, gaudente e compagnone, che all'inizio stenta a comprendere i contorni della tragedia che gli sta deflagrando tra le mani. Ma attraverso un processo di maturazione, il borghese piccolo piccolo Michel Descombes, interpretato da un Philippe Noiret (recentememnte scomparso ma già abbondantemente rimpianto) intensissimo pur nel suo senso della misura, saprà riconquistare la fiducia e la stima del figlio, pur nell'amarezza di non essere riuscito ad evitargli una pesante condanna in tribunale. Questo rimpianto è il prezzo da pagare per la ritrovata consapevolezza e gioia di avere imparato, nella lontananza forzata dalla latitanza, a conoscere il figlio fino ad identificarsi con lui.

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domenica, 31 dicembre 2006

La vita di Oharu, donna galante (Giappone, 1952) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka (Oharu), Toshirô Mifune (Katsunosuke), Tsukie Matsuura (Tomo, la madre di Oharu), Ichirô Sugai (Shinzaemon, il padre si Oharu), Toshiaki Konoe (il principe Harutaka Matsudaira), Kiyoko Tsuji (la padrone di casa), Hisako Yamane (la principessa Matsudaira), Jukichi Uno (Yakichi), Hiroshi Oizumi (l'amministratore Bunkichi), Benkei Shiganoya (Jihei).

Mifune e Tanaka in "La vita di Oharu..."Può sembrare incredibile, ma il cinema giapponese è davvero una miniera di grandi film. Lo testimonia La storia di Oharu, che sarà anche stata una donna galante, ma la cui vicenda ricalca in realtà la tristissima storia delle eroine più sfortunate della letteratura mondiale (il soggetto è tratto da un romanzo dello scrittore del XVII secolo Saikaku Ihara). I suoi sono, infatti, infortuni sulla strada della virtù: figlia di un samurai, Oharu cede all'amore impossibile, almeno all'epoca, per un semplice paggio (Mifune); scoperta la tresca, la giovane è esiliata da Kyoto insieme alla sua famiglia, ormai irrimediabilmente macchiata; scelta come concubina del nobile Matsudaira allo scopo di dargli un figlio maschio, è scacciata dalla casa dopo avere assolto al compito affidatole; venduta a un bordello dal padre per saldare i suoi debiti, viene riscattata da un onesto artigiano che però muore troppo presto. Dopo una serie inenarrabile di peripezie, che comprendono anche l'impraticabile via dell'ascesi religiosa, la donna finirà a vendere il proprio corpo, nemmeno più giovane, per strada, dopo avere soltanto intravisto il figlio da lei generato, ormai diventato un grande signore.

Il film di Mizoguchi è affascinante per la materia trattata, un Seicento imbalsamato in un viluppo incancrenito di usanze e fossilizzato in un sistema di caste che all'epoca era inscalfibile, ma anche per l'arte cinematografica adottata, fatta di lunghe inquadrature incardinate in piani sequenza che rendono giustizia alla trama e alla psicologia dei personaggi e che miracolosamente riescono a non annoiare mai. E' da apprezzare anche l'intelligente struttura circolare di tutto il film, che si riproduce, in piccolo, in ogni singolo frammento che compone la personalissima via crucis di Oharu, fatto di una illusoria ascesa e di un'inevitabile quanto incolpevole caduta, e che alla fine riporta il personaggio principale, uno dei più tragici che ci è dato di ricordare (in quanto le è negato ogni sia pur minimo riscatto finale), alla situazione dalla quale il film era partito.

La vita di Oharu, donna galante, interpretato da una bravissima (e purtroppo poco conosciuta) Kinuyo Tanaka e, in una parte abbastanza breve, da un giovane e quasi irriconoscibile Toshirô Mifune, è un film amorale nel senso migliore del termine, dal momento che rifiuta di dare allo spettatore coordinate etiche in senso classico da rispettare: nonostante che la protagonista scelga sempre la soluzione (se non migliore) più praticabile al momento, le sue buone intenzioni e la sua onestà non vengono mai premiate ed anzi sono severamente punite dai rigidi custodi di un ordine sociale che per fortuna, almeno in Giappone, così come a casa nostra, è stato spazzato via dalla storia.

«Escludendo lo sviluppo drammatico esterno (portato dal montaggio), Mizoguchi dà veramente il senso dell'invariabile scorrere della vita di Oharu per piccoli tocchi e all'interno di una medesima e malinconica disperazione.» (Georges Sadoul)

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sabato, 30 dicembre 2006

Adrénaline (Francia, 1989) di Yann Piquer, Anita Assal, Barthélémy Bompard, Philippe Dorison, John Hudson, Jean-Marie Maddeddu, Alain Robak. Con Jean-Marie Maddeddu, Clémentine Célarié, Franck Baruk, Alain Aithnard, Barthélemy Bompard, Marie-Christine Munchery, Yann Piquer, Anne-Marie Pisani, Carla Taillol.

Yann Piquer in "AdrĂ©naline"Fortunatamente non si tratta del solito film ad episodi, ma come è stato giustamente notato, di "una compatta antologia della crudeltà" (Mereghetti), coordinata in maniera intelligente da Yann Piquer, che è anche autore, insieme a Jean-Marie Maddeddu (questi notevolissimo pure nei panni di attore), degli episodi migliori, tra i quali primeggia, per nerissimo umorismo che sarebbe piaciuto a Breton e al gruppo dei surrealisti, il segmento Interrogatorio, nel quale un tizio, al quale un sadico chiede di dire dove si trovi l'amata, non parla per amore, ridendo in faccia al torturatore il quale pezzo per pezzo gli taglia tutte le parti del corpo, e alla fine, ridotto alla sola testa, ottiene dalla donna l'agognato guiderdone erotico.

Un film che tra gli altri pregi possiede quello della sintesi: in meno di un'ora e un quarto i registi ci gettano, con un ghigno beffardo sulle labbra, in un mondo talmente orrorifico da far soffocare (talvolta anche dalle risa), sottraendocene un attimo prima che sia troppo tardi. Notevoli anche gli episodi Corridoio, Urgenza, Tv Buster e Scultura fisica.

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venerdì, 29 dicembre 2006

L'impiegato (Italia, 1959) di Gianni Puccini. Con Nino Manfredi (Nando), Eleonora Rossi Drago (l'ispettrice Jacobetti), Anna-Maria Ferrero (Joan), Gianrico Tedeschi (il direttore), Andrea Checchi (Francesco), Anna Campori (Lisetta), Sergio Fantoni (Sergio Jacobetti), Pietro De Vico (McNally), Franco Giacobini (Rotondi), Gianni Bonagura (Pippetto), Cesare Polacco (l'ispettore Rock), Arturo Bragaglia (il padre di Nando).

Anna-Maria Ferrero e ManfrediCommedia valida di produzione media, come oggi purtroppo se ne fanno sempre meno. Ricorda, in alcuni momenti, il recente La febbre (2005) di D'Alatri, soprattutto per l'ambientazione in quella miniera di aneddoti e di caratteri che può essere un ufficio pubblico (là era un comune del nord, qui una sorta di IACP romano), dove fra l'altro io lavoro. L'istrionismo bonario di Manfredi si sprigiona specialmente nella messinscena dei suoi sogni, in una specie di affettuoso omaggio a Sogni proibiti con Danny Kaye. I personaggi e la trama sono abbastanza esili, anche se qualche sketch strappa la risata, ma l'ambiente ufficio è descritto con apprezzabile ed affettuoso realismo. Film dal valore senz'altro più che sufficiente, L'impiegato lascia l'amaro in bocca se si ripensa alla prematura scomparsa del regista Gianni Puccini, autore, fra gli altri, del Marito (1958) con Sordi e dei Sette fratelli Cervi (1968), morto a 54 anni nel 1968.

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categoria:cinema
mercoledì, 27 dicembre 2006

Amore tossico (Italia, 1983) di Claudio Caligari. Con Cesare Ferretti (Cesare), Michela Mioni (Michela), Enzo Di Bendetto (Enzo), Roberto Stani (Ciopper), Loredana Ferrara (loredana), Mario Afeltra (Mario), Clara Menoria (Teresa), Dario Trombetta (il magnaccia), Massimo Maggini (Massimo), Gianni Schettini (Donna), Fernando Arcangeli (Debora), Mario Caiazzi (il grassone), Falerio Ballarin (il capellone), Silvia Starita (psicologa), Maria Galleoni (la madre di Mario), Patrizia Vicinelli (Patrizia, la pittrice).

Amore tossicoPiù che un film, è un vero e proprio esperimento, rarissimo nel suo genere, almeno qui da noi, e probabilmente irripetibile. Questo sia perché la moda del politicamente corretto farebbere insorgere più di un'anima pia contro la cruda verità del buco in diretta (ci sono delle scene che disturbano veramente, più che tanti film più o meno orrorifici): immaginiamoci cosa potrebbe dire Veltroni a vedersi dipingere di questi colori la propria città. Ma anche perché il film fu girato nel 1983, in era pre-aids, ed è difficile immaginarsi una cosa del genere girata dopo appena quattro o cinque anni. In effetti alcuni di questi ragazzi di vita dell'era dell'eroina non ce l'hanno fatta, come dimostrano i destini di Michela Mioni e Patrizia Vicinelli, la pittrice che rifornisce di roba i protagonisti, purché le schizzino il sangue sulla tela.

Il nume tutelare di tutta l'operazione, benché ispirata da una seria indagine sociologica (del cosceneggiatore Guido Blumir), è chiaramentre Pasolini, che non ha fatto in tempo a vedere, o quanto meno a descrivere, la vita di questi Accattoni vent'anni dopo, se fossero sopravvissuti. Alla fine l'omaggio al poeta friulano è fin troppo scoperto: Michela muore sotto il cippo dell'idroscalo di Ostia, mentre Cesare cade inseguito dalla polizia. Come nei film e nei libri di Pasolini, comunque, del tragico del quotidiano disfacimento umano e sociale raccontato su pellicola, si riesce perfino a ridere, e in questo senso, a mio parere, il personaggio più tragicomico è quello di Enzo, il più simile, sempre secondo me, alla degradazione da vera tossicodipendenza.

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lunedì, 25 dicembre 2006

Baby Boy - Una vita violenta (USA, 2001) di John Singleton. Con Tyrese Gibson (Jody), Taraji P. Henson (Yvette), Omar Gooding (Sweetpea), Tamara LaSeon Bass (Peanut), Candy Ann Brown (miss Herron), A. J. Johnson (Juanita, la madre di Jody), Ving Rhames (Melvin), Snoop Dogg (Rodney), Tracey Cherelle Jones (Sharika), Kaylan Bolton (Joe Joe).

Baby Boy (la Henson e Gibson)Che visione atroce che ci dà John Singleton degli afroamericani, maschi e femmine. Ovviamente il tasto del grottesco tragico è battuto in maniera più insistente sui maschi (ché chiamarli uomini sarebbe un complimento), immaturi (non solo boy, ragazzo, ma anche baby, bambino), mammoni, schiavi dei soldi e dei simboli del lusso (la macchina), incapaci di controllare i propri impulsi (il protagonista ha avuto due figli da due ragazze diverse e continua a vivere con la mamma), e schiavi della violenza al solo scopo di dimostrare di "avere le palle", cioè di "essere uomini". Ma le donne (tutte un po' troppo belle, per la verità), secondo Singleton, non stanno poi tanto meglio, più mature e consapevoli, disposte ad assumersi delle responsabilità, quanto meno nei confronti dei propri figli, e desiderose di farsi una famiglia, ma anch'esse in fin dei conti asservite a quei pigri mangiapane a ufo dei loro uomini, i quali le dominano con l'arma del sesso, come mostra bene la scena della telefonata di Yvette con l'amica Sharika. Qualche maschietto mette la testa a posto dopo l'esperienza del carcere (Melvin, in parte lo stesso Jody), mentre qualcun altro si dimostra veramente irrecuperabile, come l'odioso Rodney.

Baby Boy (il sottotitolo italiano "pasoliniano" è ancora una volta fuorviante) non è un gran film, ma nemmeno la schifezza che l'ha giudicata, fra gli altri, Mereghetti. Il finale idilliaco sta un po' a testimoniare che probabilmente a un certo punto il regista - sceneggiatore non sapeva più da che parte andare a parare, oppure che è caduto vittima della produzione. Va però detto che Singleton sa come girare una storia del genere e pur senza scomodare nomi ingombranti come Cassavetes o Spike Lee (del quale Singleton è meno pop e meno inquietante), si può affermare che Baby Boy è un film che si può vedere senza noia e senza vergogna.

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categoria:cinema
lunedì, 25 dicembre 2006

Paisà (Italia, 1946) di Roberto Rossellini. Con, I episodio (Sicilia): Carmela Sazio (Carmela), Robert Van Loon (Joe, soldato americano), Harold Wagner (Harry, soldato tedesco), Carlo Pisacane (anziano in chiesa), Anthony La Penna (Tony, soldato italoamericano); II episodio (Napoli): Dots Johnson (soldato americano della M.P.), Alfonsino Pasca (Pasquale, lo scugnizzo); III episodio (Roma): Maria Michi (Maria), Gar Moore (Fred); IV episodio (Firenze): Harriet Medin (Harriet, l'infermiera), Renzo Avanzo (Massimo), Gigi Gori (il partigiano morente), Giulietta Masina (la donna per le scale); V episodio (Emilia-Romagna): William Tubbs (capitano Bill Martin, il cappellano cattolico), Elmer Feldman (il cappellano ebreo), Newell Jones (il cappellano protestante); VI episodio (Porto Tolle): Dale Edmonds (Dale, l'uomo dell'O.S.S.), Roberto Van Loel (ufficiale tedesco).

PaisĂ  (episodio napoletano)Rossellini resterà nella storia, a torto o a ragione, e a prescindere dal valore degli altri suoi film, come l'autore di Roma, città aperta (1945) e di Paisà (1946). Su quest'ultimo film, uno dei capolavori della cinematografia mondiale, non è che siano da spendere troppe parole, essendo il suo valore d'opera d'arte e di documento storico pressoché incommensurabile. Va rilevato, però, che l'apparente improvvisazione è totalmente voluta da parte del regista, che si poté avvalere, se si considerano i tempi in cui il film fu girato, di mezzi notevoli e di tecnici di grande valore (l'operatore Otello Martelli era uno dei migliori sulla piazza). Si nota, inoltre, la bravura di Rossellini nel dirigere le scene d'azione, come si vede in particolare nell'ultimo segmento del film, quello ambientato sul delta del Po, abilità, questa, ottenuta grazie alle prime esperienze registiche, tutte effettuate nel cinema bellico anche un po' di propaganda, come Un pilota ritorna e La nave bianca, entrambi del 1942. Quello che però più interessa il regista, uno dei due grandi maestri del neorealismo italiano (l'altro è, ovviamente, De Sica), è quanto sta intorno l'azione, il contorno, le distruzioni, ma anche le miserie, materiali e morali, causate dalla guerra, nei confronti delle quali la trama dei singoli episodi è puro pretesto: così, il soldato americano, di fronte alle spelonche in cui vive tanta gente, si scorderà degli stivali che il piccolo Pasquale gli ha rubato e la doppia ricerca dell'episodio fiorentino si arresterà di fronte ai cecchinaggi dei fascisti e ai linciaggi dei partigiani. Di fronte a questo, anche il l'appello alla fratellanza che serpeggia un po' in tutto il film (e particolarmente evidente negli episodi siciliano ed emiliano) passa in secondo piano.

Paisà è, a mio parere, un film da rendere bagaglio obbligatorio per tutti gli studenti italiani, al pari della Divina Commedia e dei Promessi sposi.

La mia personale preferenza va al quarto episodio e all'ultimo (il fiorentino e il polesinate), ma è il mosaico composto da tutti i segmenti a formare quel capolavoro che è Paisà.

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categoria:cinema
domenica, 24 dicembre 2006

Ora che impazza la moda dei fincipit (se volete sapere cosa sia andate su Google e scrivete, appunto, "fincipit"), ripubblico la poesiola natalizia che pubblicai sul blog tostapane esattamente un anno fa. Faceva cagare allora e fa cagare ancora oggi, ma almeno è un anniversario.

Poesiola natalizia

di sasso67 (24/12/2005 - 23:10)

 

S'i' fossi foco

arderei una scurreggia

per veder se davvero

fa la fiammata.

(Che poi non è nemmeno molto natalizia, ma che colpa ho io se m'è venuta proprio oggi?)

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categoria:varie, versacci
domenica, 24 dicembre 2006

La luna nello specchio (Cile, 1990) di Silvio Caiozzi. Con Ernesto Beadle (El Gordo), Rafael Benavente (Don Arnaldo), Gloria Münchmeyer (Lucrecia).

La luna nello specchio (Beadle, Munchmeyer, Benavente)Metafora del Cile appena uscito dalla nera notte della dittatura pinochettiana, La luna nello specchio nasce dalla collaborazione del regista, di chiare origini italiane, con uno degli scrittori cileni contemporanei più famosi, Josè Donoso (1925 - 1996). Ambientato nella città marittima di Valparaíso, il film potrebbe essere anche una rappresentazione teatrale, tanto l'azione è concentrata nei pochi metri quadrati dell'appartamento che il vecchio Don Arnaldo, confinato nel proprio letto, divide con il figlio, con appena una digressione sul lungomare. Detto in soldoni, Don Arnaldo rappresenta grosso modo la dittatura, apparentemente paralizzata e arterioscleroticamente legata ai ricordi del passato, mentre il figlio, che il vecchio chiama sprezzantemente Gordo, cioè grasso (nei sottotitoli italiani reso come Ciccio), potrebbe essere il popolo cileno, che non sa rendersi autonomo, nonostante l'attrazione per una vicina vedova e attempata, pur sempre piacente, che potrebbe rappresentare la democrazia. El Gordo vive una vita squallida scandita dai bisogni del padre isterico e paralitico, cullandosi in sogni di benessere fondati sulla sua capacità culinaria e in un sogno d'amore verso la gentilissima vicinante. In realtà, il vecchio è meno paralitico di quanto sembri e interviene con durezza quando vede che il figlio e la sua "amante" si fanno beffe delle sue medaglie (Don Arnaldo è infatti un ex ufficiale della Marina), usando il linguaggio di tutte le dittature fasciste di sempre, tacciando il figlio di "comunista y maricón" (comunista e frocio). Il figlio non riesce a disfarsi del padre e resterà a guardarlo dalla finestra mentre questo tenterà un'ultima patetica uscita a passi malfermi.

Un buon film, che mantiene intatta la sua carica di acuto pessimismo anche a sedici anni dalla sua uscita.

Gli attori, dai fisici e dai volti volutamente sgradevoli, sono tutti e tre eccezionali, anche quando si misurano con particolari tutt'altro che accattivanti: il vecchio se la fa addosso, Ciccio lava la dentiera del padre e vomita, Lucrecia e lo stesso Ciccio si guardano sconcertati i propri fisici sgraziati nello specchio. Specchio che comunque continua imperterrito a riflettere una luna che non si è mai stancata di splendere nelle notti cilene.

postato da: Sasso67 alle ore 21:26 | Permalink | commenti
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