Porci con le ali (Italia, 1977) di Paolo Pietrangeli. Con Franco Bianchi (Rocco), Cristiana Mancinelli Scotti (Antonia), Beniamino Placido (padre di Rocco), Anna Nogara (madre di Antonia), Lou Castel (Marcello), Susanna Javicoli (Carla).
Derivando il titolo da una canzone dei Pink Floyd (Pigs On The Wings, nell'album Animals), il libretto dei sedicenti Rocco e Antonia aveva scatenato, alla sua uscita alla metà degli anni settanta, un certo scandalo, per la materia sessuale trattata senza reticenze. Il film del menestrello del sessantotto più radicale (poi passato alla regia del Maurizio Costanzo Show) non ha nemmeno questo merito. Uscito in ritardo sui tempi, perfino la scena del sesso anale, cinque anni dopo lo scandalo di Ultimo tango a Parigi, non ha alcuna forza dirompente. Verboso, noioso, (volutamente?) mal recitato, Porci con le ali mantiene un certo interesse soltanto per chi, come Marco Giusti, fa culto del meglio, ma soprattutto del peggio, dei nostri anni settanta cinematografici.

Un film d'impegno, come al solito per Francesco Rosi, e di solido professionismo, che rifugge gli effettacci del cinema d'azione, per concentrarsi sugli intrighi politico-mafiosi che consentirono a un boss potente della mafia come Salvatore Lucania, meglio noto come 
Quei bravi ragazzi è un buon libro, scritto con schietto, ma non sciatto, stile giornalistico da Nicholas Pileggi, il quale, poco dopo l'uscita del romanzo, collaborò con Martin Scorsese alla sceneggiatura del film omonimo che il grande regista italoamericano ne trasse nel 1990, per le interpretazioni di Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, che compaiono ritratti in copertina. E proprio del film di Scorsese si rimpiange la geniale sintesi che ne fa una delle migliori opere cinematografiche degli anni novanta. Ma anche il libro di Pileggi, pur restando sempre fedele alla "fredda cronaca", riserva qualche geniale colpo d'ala, come nel finale, quando l'ormai "pentito" Henry Hill confessa di rimpiangere la bella vita che faceva quando era un "bravo ragazzo" (pp. 283-284): «Oggi tutto è diverso. Niente più azione, pericolo. Devo fare la fila come tutte le persone normali. Non sono più nessuno. Mi tocca vivere il resto della vita come un fesso qualunque».
mi è piaciuto. Fosse stato girato da un altro regista, forse, l'avrei potuto trovare interessante, sulla scia di certe cose prodotte nel corso della sua carriera da David Lynch. Ci sono, sempre a mio parere, alcuni errori grossolani, alla base della poca riuscita dell'ultimo film del mitico regista newyorkese. Uno, ovviamente, non è imputabile a lui, ed è il fatto che Kubrick è morto il 7 marzo 1999, senza avere potuto mettere mano al montaggio del film, procedimento con il quale avrebbe potuto salvare, se non le capre, almeno i cavoli di Eyes Wide Shut. Ma già prima c'è, secondo me, un errore grave nella scelta degli interpreti, soprattutto in quella del protagonista. Affidarsi a un attore supercane come Tom Cruise significa rinunciare all'apporto significativo (basti pensare al Peter Sellers del Dottor Stranamore o al Malcolm McDowell di Arancia meccanica, ma perfino al Ryan O'Neal di Barry Lyndon) dell'interpreta principale. Perfino un'attrice di prima qualità come Nicole Kidman, posta a fianco di uno come l'ex maritino (che di come recitare il medico non aveva la minima idea), fornisce una prestazione piuttosto mediocre, con una serie di mossettine che non possono che mettere in sospetto lo spettatore sulla sincerità dell'intera operazione Eyes Wide Shut. Avendo visto il film alcuni anni fa in versione originale, devo dire che paradossalmente, nella versione doppiata, a guadagnarci di più è proprio Tom Cruise, che, quando recita con la propria voce, è assolutamente insopportabile.