giovedì, 30 novembre 2006

Porci con le ali (Italia, 1977) di Paolo Pietrangeli. Con Franco Bianchi (Rocco), Cristiana Mancinelli Scotti (Antonia), Beniamino Placido (padre di Rocco), Anna Nogara (madre di Antonia), Lou Castel (Marcello), Susanna Javicoli (Carla).

Derivando il titolo da una canzone dei Pink Floyd (Pigs On The Wings, nell'album Animals), il libretto dei sedicenti Rocco e Antonia aveva scatenato, alla sua uscita alla metà degli anni settanta, un certo scandalo, per la materia sessuale trattata senza reticenze. Il film del menestrello del sessantotto più radicale (poi passato alla regia del Maurizio Costanzo Show) non ha nemmeno questo merito. Uscito in ritardo sui tempi, perfino la scena del sesso anale, cinque anni dopo lo scandalo di Ultimo tango a Parigi, non ha alcuna forza dirompente. Verboso, noioso, (volutamente?) mal recitato, Porci con le ali mantiene un certo interesse soltanto per chi, come Marco Giusti, fa culto del meglio, ma soprattutto del peggio, dei nostri anni settanta cinematografici.

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categoria:cinema
mercoledì, 29 novembre 2006

Lontano dal cuore (29/11/2006)

 Mi guardo allo specchio

e dico a quel povero disgraziato

“ma come fa quella donna

a non innamorarsi di te?”,

un po' come gli domanderei,

se fossimo sposati,

“ma come cazzo fa, lei,

a vivere con te?”

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categoria:versacci
mercoledì, 29 novembre 2006

Lucky Luciano (Italia/Francia, 1973) di Francesco Rosi. Con Gian Maria Volontè (Charles "Lucky" Luciano), Rod Steiger (Gene Giannini), Charles Siragusa (sé stesso), Edmund O'Brien (Harry J. Anslinger), Vincent Gardenia (col. Charles Poletti), Charles Cioffi (Vito Genovese), Silverio Blasi (capitano italiano), Magda Konopka (la contessa), Dino Curcio (Don Ciccio).

Un film d'impegno, come al solito per Francesco Rosi, e di solido professionismo, che rifugge gli effettacci del cinema d'azione, per concentrarsi sugli intrighi politico-mafiosi che consentirono a un boss potente della mafia come Salvatore Lucania, meglio noto come "Lucky" Luciano, di prosperare negli affari fino a che un infarto non decise di portarselo via. Intrighi che si svolsero in gran parte al di là dell'Atlantico, dove Luciano era un indesiderabile (che comunque desiderò fino al suo ultimo giorno di tornare in America) e tuttavia non poteva essere condannato per un debito di riconoscenza per quanto aveva fatto in favore dell'esercito americano durante l'invasione della Sicilia nel 1943. Parallelamente a questi intrighi, si svolgevano le indagini e i tentativi di un poliziotto italoamericano - incazzatissimo con Lucky Luciano poiché a causa di criminali come lui gli americani si erano fatti un cattivo giudizio di tutti gli americani di origine italiana - di incastrare questo potente malavitoso: tentativi destinati al fallimento, anche a causa degli ostacoli frappostigli a livello politico. Appunto a causa di questa frustrante "caccia al ladro", Lucky Luciano è un film «crudo e sconsolato, ma anche duro e severo contro quanti, ieri come oggi, si servono della mafia per affermare il proprio potere politico ed economico.» Giovanni Grazzini, 1973).

Bandendo ogni tentazione melodrammatica, per abbracciare invece l'ottica dell'inchiesta simil giornalistica, senza fornire al proprio personaggio (meglio non chiamarlo eroe nemmeno per ischerzo) alcuna aura romantica, e giovandosi in questo dell'interpretazione sempre calibrata e intelligente del mai troppo rimpianto Volontè, Rosi realizzò con questo film un'opera seria che, pur lasciando ben poco all'ispirazione puramente artistica, colpiva (e colpisce) lo spettatore con la dura evidenza dei fatti.

«Il delitto rende, e rende bene, purché sia correttamente organizzato» (Lucky Luciano)

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categoria:cinema, mafia
mercoledì, 29 novembre 2006
In margine alla visita del Papa in Turchia (della serie: ma chi gliel'ha fatto fa'?), dove, fra l'altro, si sa, i turchi bestemmiano come turchi, mi sono venuti in mente alcuni versi di una vecchia canzone dei mitici CCCP del neofita integralista cattolico ratzingerian-ruiniano Giovanni Lindo Ferretti e del suo ex complice Massimo Zamboni, che, mi pare, calzino a pennello all'odierno fatto salito agli onori delle cronache.
La canzone, secondo me molto bella, si chiama Punk Islam, è tratta dall'album Compagni, Cittadini, Fratelli, Partigiani (1985) e a un certo punto dice:
"Se fossi un figliol prodigo
avrei un vitello grasso
mi sono perso ad Istanbul
e non mi trovano più"
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categoria:musica, religione, punk
lunedì, 27 novembre 2006

Accept - Screaming For A Love-Bite (dall'album Metal Heart, 1985)

Screaming for a love-bite
And you hide it, that it makes you feel alrightMetal Heart
See your secret in a mirror
It's black'n'blue and it happened to you
In the heat of the night

It hurts just the first time
Ooh, it hurts
It hurts just the very first time

Screaming for a love-bite
For a love-bite
Hiding that it feels right
Screaming for a love-bite

Grinding makes so uptight
And you gotta face it, 'cause it decorates your neck
It's gonna stay there
Stay there for a long time
Just to remind you while you like it
When you went on and on

It hurts just the first time
Ooh, it hurts
It hurts just the very first time

Screaming for a love-bite
For a love-bite
Hiding that it feels right
Screaming for a love-bite
Screaming for a love-bite ...

Trad. it. (mia): Urli per un morso d'amore - e te lo nascondi, che ti fa sentire bene - Vedi il tuo segreto in uno specchio - è nero e blu ed è successo a te - nel bel mezzo della notte.

Fa male solo la prima volta - Oh, se fa male - fa male solo la primissima volta.

Urlare per un morso d'amore - per un morso d'amore - nascondersi che ci si sente bene - urlare per un morso d'amore.

Stridere i denti rende molto tesi - e lo devi fronteggiare, perché ti decora il collo - e resterà lì - ci resterà a lungo - proprio per ricordarti quanto ti piaceva - mentre ci davi dentro.

Fa male solo la prima volta - Oh, se fa male - fa male solo la primissima volta.

Urlare per un morso d'amore - per un morso d'amore - nascondersi che ci si sente bene - urlare per un morso d'amore.

(il testo è tratto dal sito www.lyricsdownload.com)

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categoria:musica, heavy-metal
lunedì, 27 novembre 2006

Nicholas Pileggi, Quei bravi ragazzi, Newton & Compton, 2006, pp. 295. € 8,90

la copertina dell'originaleQuei bravi ragazzi è un buon libro, scritto con schietto, ma non sciatto, stile giornalistico da Nicholas Pileggi, il quale, poco dopo l'uscita del romanzo, collaborò con Martin Scorsese alla sceneggiatura del film omonimo che il grande regista italoamericano ne trasse nel 1990, per le interpretazioni di Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, che compaiono ritratti in copertina. E proprio del film di Scorsese si rimpiange la geniale sintesi che ne fa una delle migliori opere cinematografiche degli anni novanta. Ma anche il libro di Pileggi, pur restando sempre fedele alla "fredda cronaca", riserva qualche geniale colpo d'ala, come nel finale, quando l'ormai "pentito" Henry Hill confessa di rimpiangere la bella vita che faceva quando era un "bravo ragazzo" (pp. 283-284): «Oggi tutto è diverso. Niente più azione, pericolo. Devo fare la fila come tutte le persone normali. Non sono più nessuno. Mi tocca vivere il resto della vita come un fesso qualunque».

«Tutto vero, tutto documentato, in questo libro secco e trascinante, dove Pileggi alterna, nel resoconto di una vita violenta, la sua voce a quella di Hill e signora. Senza omissioni e, soprattutto, senza indulgenze» (Ombretta Romei, PULP Libri #61 maggio-giugno 2006).

Consiglio: leggere il libro di Pileggi e vedere il film di Scorsese. O viceversa, non ha importanza.

P.S. Per quanto riguarda il bel film The Departed - Il bene e il male (2006) di Martin Scorsese, mi rimetto più o meno a quello che ne ha detto Fele sul suo brògghe, con l'avvertenza per quanti - ad esempio Emanuela Martini su Film TV - hanno scritto che l'ultimo film di Scorsese è un capolavoro, di riguardarselo bene: non lo è.

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categoria:libri, mafia, romanzo
domenica, 26 novembre 2006

Ho scelto l'epitaffio per la mia tomba, ammesso che ai "cremati", fra i quali aspiro ad entrare, ovviamente il più tardi possibile, spetti una tomba. Se avrò una tomba (altrimenti lo farò scrivere sull'urna cineraria), vorrei che ci fosse scritto:

RICORDATEMI DIMENTICANDOMI

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categoria:filosofia
domenica, 26 novembre 2006

Tratta dall'album 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età (1986) dei CCCP un gruppo italiano, comandato da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che faceva del punk, del comunismo e dell'ironia le sue stelle polari, questa è, secondo me, una delle migliori canzoni italiane degli ultimi vent'anni.

CURAMI

curami curami
prendimi in cura da te
curami curami
che ti venga voglia di me
curami curami
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
verranno al contrattacco
ma intanto adesso curami
solo una terapia
solo una terapia
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
curami curami curami
curami curami curami

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categoria:musica, punk
domenica, 26 novembre 2006

Eyes Wide Shut (USA, 1999) di Stanley Kubrick. Con Tom Cruise (Dott. Bill Harford), Nicole Kidman (Alice Harford), Sydney Pollack (Victor Ziegler), Rade Serbedzija (Milic), Madison Eginton (Helena Harford), Todd Field (Nick Nightingale), Julienne Davis (Mandy Curran), Leelee Sobieski (la figlia di Milic), Vinessa Shaw (Domino).

Premesso che, secondo me, Kubrick è stato il più grande regista della storia del cinema, in assoluto il migliore nell'assemblaggio del girato, devo dire che questo è il suo unico film che non Eyes Wide Shutmi è piaciuto. Fosse stato girato da un altro regista, forse, l'avrei potuto trovare interessante, sulla scia di certe cose prodotte nel corso della sua carriera da David Lynch. Ci sono, sempre a mio parere, alcuni errori grossolani, alla base della poca riuscita dell'ultimo film del mitico regista newyorkese. Uno, ovviamente, non è imputabile a lui, ed è il fatto che Kubrick è morto il 7 marzo 1999, senza avere potuto mettere mano al montaggio del film, procedimento con il quale avrebbe potuto salvare, se non le capre, almeno i cavoli di Eyes Wide Shut. Ma già prima c'è, secondo me, un errore grave nella scelta degli interpreti, soprattutto in quella del protagonista. Affidarsi a un attore supercane come Tom Cruise significa rinunciare all'apporto significativo (basti pensare al Peter Sellers del Dottor Stranamore o al Malcolm McDowell di Arancia meccanica, ma perfino al Ryan O'Neal di Barry Lyndon) dell'interpreta principale. Perfino un'attrice di prima qualità come Nicole Kidman, posta a fianco di uno come l'ex maritino (che di come recitare il medico non aveva la minima idea), fornisce una prestazione piuttosto mediocre, con una serie di mossettine che non possono che mettere in sospetto lo spettatore sulla sincerità dell'intera operazione Eyes Wide Shut. Avendo visto il film alcuni anni fa in versione originale, devo dire che paradossalmente, nella versione doppiata, a guadagnarci di più è proprio Tom Cruise, che, quando recita con la propria voce, è assolutamente insopportabile.

Con queste premesse, il film non poteva convincermi, nemmeno dopo avere riconosciuto alcune qualità di Kubrick veramente innegabili, compresa la capacità di riuscire a rinnovarsi ulteriormente, con una serie di riprese modernissime che negli ultimi anni hanno veramente fatto scuola. Il sospetto è comunque quello della fascinazione senile per un erotismo che ormai non può più riuscire a scandalizzarci come poteva accadere ai tempi in cui Schnitzler scrisse il Doppio sogno da cui il film è tratto. E se tutto nasce dall'immaginazione del protagonista, stimolato dalla gelosia per la moglie o da un sogno erotico suscitato da due ninfette e da una paziente che gli confessa amore, che senso ha il finaletto moralistico, che si stenta a credere voluto e girato dal grande Stanley Kubrick?

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categoria:cinema
sabato, 25 novembre 2006

Z - L'orgia del potere (Algeria/Francia, 1969) di Costa-Gavras. Con Yves Montand (Lui), Irene Papas (Helena, la moglie), Jean-Louis Trintignant (il sostituto procuratore), Jacques Perrin (il fotoreporter), François Périer (il procuratore generale), Charles Denner (Manuel), Julien Guiomar (il colonnello), Pierre Dux (il generale), Renato Salvatori (Yago), Marcel Bozzuffi (Vigo), Bernard Fresson (Matt, l'avvocato), Georges Géret (Nick, il testimone), Magali Nöel (la sorella di Nick), Jean Bouise (Georges Pirou), Jean Dasté (Ilya Coste).

Il titolo originale era solo Z e non si capisce, se non quella di aggiungere un sostantivo pruriginoso (orgia) , la necessità di cambiare il titolo, anche perché il potere qui non fa nessuna orgia, ma, al contrario, si dimostra inetto e pasticcione, fino al punto da dover coprire i propri crimini maldestri con un colpo di stato. E nel finale di un film il cui contenuto è tragico ma raccontato con gli schemi della commedia, si raggiunge il grottesco, quando vengono elencati i divieti imposti dalla giunta dei colonnelli, che comprendono Sofocle, Euripide, Aristofane, Tolstoy, Ionesco, il menzionare che Socrate era omosessuale, e perfino la lettera Z, dato che nel greco antico stava per "Zei", cioè "è vivo", riferito ovviamente al personaggio interpretato da Yves Montand, che adombra la figura reale del deputato d'opposizione Gregorios Lambrakis, ucciso nel 1963 a Salonicco da killer appartenenti a un'organizzazione d'estrema destra anti parlamantare (più volte nel film questi personaggi pronunciano la parola "parlamentarismo" con evidente disprezzo) e protetti dalla polizia.

Z, intelligentemente sceneggiato dal fido Jorge Semprun, è uno dei migliori film di Costa-Gavras, autore del più famoso (anche perché prodotto in America) Missing - Scomparso (1982).

Il fotoreporter (al generale, indagato): Generale, si sente come Dreyfus?

Il generale: Dreyfus era colpevole!

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categoria:cinema