Un cuore in inverno (Francia, 1992) di Claude Sautet. Con Daniel Auteuil (Stéphane), Emmanuelle Béart (Camille), André Dussollier (Maxime), Elisabeth Bourgine (Hélène), Brigitte Catillon (Régine), Maurice Garrel (Lachaume).
Troppo "francese" per essere veramente buono, ma troppo ben recitato per essere scartato come un brutto film. Personalmente, diffido sempre quando i protagonisti sono artisti o simili, perché tutto si risolve intorno al concerto, al disco, al libro e così via. Che generalmente è ottimo, ottenuto a prezzo di inenarrabili sofferenze e a scapito della felicità nella vita privata. Mai che i protagonisti producano una riconosciuta ciofeca: sono sempre bravi artisti, esecutori, professionisti. Per queste ragioni, spesso è difficile immedesimarsi, o anche soltanto sentirsi vicini, a questi personaggi. Questo film di Sautet è un po' così.
Il penultimo film di Sautet (deceduto nel 2000 a 76 anni) è fin troppo minimalista - anche se in questo trova un interprete d'eccezione in Daniel Auteuil - sfiorando nel complesso l'esercizio di stile, come giustamente (una volta tanto!) ha fatto notare Mereghetti. Si salva grazie a un finale che concede al protagonista un credibile riscatto rispetto al suo inverno delle passioni, e soprattutto a un trio d'attori che hanno saputo calarsi alla perfezione negli stati d'animo dei personaggi che interpretano, dal già citato Auteuil all'espressiva Béart al misuratissimo attore resnaisiano Dussollier.

Traduzione: Cantiamo un'altra canzone, ragazzi.
Qualche critico ha un po' sottovalutato l'ultimo film di Güney, realizzato in condizioni critiche in Francia, ma La rivolta è un capolavoro del cinema carcerario.
tutto, anche dell'assenza di un po' d'acqua calda, mentre ogni rivolta è destinata a fallire, ogni fuga destinata alla cattura e anche la speranza di un carcere meno peggiore si rivelerà vana illusione.
De Roberto (1861-1929) rischiò la follia per scrivere e riscrivere I Vicerè, che per me, almeno fino a ieri, era uno di quei romanzi che gli insegnanti liceali mettono sempre in una lista dei libri da leggere ma che nessuno studente legge mai. Ed è un peccato perché si tratta di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana, degnissimo di figurare a fianco dei Promessi sposi e dei Malavoglia. Detto questo, si potrebbe anche non dire altro. Però va sottolineata la capacità dell'autore di descrivere le psicologie dei personaggi come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con un misto di ironia e di disprezzo che, nonostante l'antipatia di quasi tutti i personaggi, affascina. Infatti non c'è un solo personaggio interamente positivo nel romanzo, e manca anche quella compassione umana che aveva caratterizzato la migliore prova del Verga, amico e maestro del De Roberto. Questo è, ovviamente, un sintomo del tetro pessimismo dell'autore catanese (sebbene fosse nato a Napoli). Un pessimismo non tanto e non solo sul destino dell'Italia risorgimentale, ma soprattutto sulla natura umana e sui suoi modi di perpetuarsi, dall'accalappiamento del favore popolare (e che triste popolo, se si fa abbindolare da una siffatta classe dirigente!) all'accattonaggio più abietto, fino alla procreazione e alla conservazione in vitro di veri e propri mostriciattoli. Su tutti domina uno dei personaggi indimenticabili della nostra letteratura, quel Don Blasco frate per forza, alternativamente retrivo e codino a seconda delle convenienze, turpe, volgare e sobillatore di discordia tra i parenti, ma in fondo in fondo il più simpatico di tutti, un incrocio tra la Monaca di Monza manzoniana e il Franti deamicisiano.
Il merito maggiore di questo film, a parte la consueta eccellente recitazione di Luigi Lo Cascio, è secondo me l'attacco al mito rassicurante della famiglia, come è in questi tempi portato avanti da certi personaggi che preferisco non aggettivare, come ad esempio il cardinale Ruini o i vari Casini, Buttiglione e compagnia brutta. Purtroppo, come si sa, la famiglia può essere - non lo è sempre, per fortuna - un vero inferno, capace di rovinare per anni e anni a venire la vita di un sacco di persone.
maggiordomo), Ray Teal (Dott. Carson).
Il film basato su un romanzo di Michael Crichton, seppure interessante per l'argomento trattato (l'intervento concreto della scienza sulla psiche umana), risente di una certa programmaticità tipica del periodo in cui il film uscì. Qui, infatti, l'ingegnere elettronico Harry Benson, specializzato nella progettazione di robot, a seguito di un incidente automobilistico, subisce una lesione al cervello che gli provoca degli accessi di furore violento, durante i quali uccide chi gli capita vicino. Si sottopone dunque a un intervento chirurgico per farsi installare dei chip che dovrebbero poter consentire di controllare gli attacchi di violenza. Al contrario, l'effetto dell'operazione è di rendere questi impulsi ad uccidere sempre più frequenti.