mercoledì, 27 settembre 2006

Un cuore in inverno (Francia, 1992) di Claude Sautet. Con Daniel Auteuil (Stéphane), Emmanuelle Béart (Camille), André Dussollier (Maxime), Elisabeth Bourgine (Hélène), Brigitte Catillon (Régine), Maurice Garrel (Lachaume).

Un cuore in invernoTroppo "francese" per essere veramente buono, ma troppo ben recitato per essere scartato come un brutto film. Personalmente, diffido sempre quando i protagonisti sono artisti o simili, perché tutto si risolve intorno al concerto, al disco, al libro e così via. Che generalmente è ottimo, ottenuto a prezzo di inenarrabili sofferenze e a scapito della felicità nella vita privata. Mai che i protagonisti producano una riconosciuta ciofeca: sono sempre bravi artisti, esecutori, professionisti. Per queste ragioni, spesso è difficile immedesimarsi, o anche soltanto sentirsi vicini, a questi personaggi. Questo film di Sautet è un po' così.

Il penultimo film di Sautet (deceduto nel 2000 a 76 anni) è fin troppo minimalista - anche se in questo trova un interprete d'eccezione in Daniel Auteuil - sfiorando nel complesso l'esercizio di stile, come giustamente (una volta tanto!) ha fatto notare Mereghetti. Si salva grazie a un finale che concede al protagonista un credibile riscatto rispetto al suo inverno delle passioni, e soprattutto a un trio d'attori che hanno saputo calarsi alla perfezione negli stati d'animo dei personaggi che interpretano, dal già citato Auteuil all'espressiva Béart al misuratissimo attore resnaisiano Dussollier.

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categoria:cinema
domenica, 24 settembre 2006

Leonard Cohen, "Sing Another Song, Boys" (da Songs Of Love And Hate, 1971)

(Let's sing another song, boys, this one has grown old and bitter.)

Ah his fingernails, I see they're broken,
his ships they're all on fire.
The moneylender's lovely little daughter
ah, she's eaten, she's eaten with desire.
She spies him through the glasses
from the pawnshops of her wicked father.
She hails him with a microphone
that some poor singer, just like me, had to leave her.
She tempts him with a clarinet,
she waves a Nazi dagger.
She finds him lying in a heap;
she wants to be his woman.
He says, "Yes, I might go to sleep
but kindly leave, leave the future,
leave it open."

He stands where it is steep,
oh I guess he thinks that he's the very first one,
his hand upon his leather belt now
like it was the wheel of some big ocean liner.
And she will learn to touch herself so well
as all the sails burn down like paper.
And he has lit the chain
of his famous cigarillo.
Ah, they'll never, they'll never ever reach the moon,
at least not the one that we're after;
it's floating broken on the open sea, look out there, my friends,
and it carries no survivors.
But lets leave these lovers wondering
why they cannot have each other,
and let's sing another song, boys,
this one has grown old and bitter

 

Leonard CohenTraduzione: Cantiamo un'altra canzone, ragazzi.

(Cantiamo un'altra canzone, ragazzi, questa è diventata vecchia e sgradevole.)
Ah le sue unghie, vedo che sono rotte, Le sue barche stanno tutte bruciando. La bella figlioletta dell'usuraio Ah, lei è rosa, divorata dal desiderio. Lei lo spia attraverso i vetri Del banco dei pegni del suo immorale padre. Lei lo acclama con un microfono Che un povero cantante, proprio come me, ha dovuto lasciarle. Lei lo tenta con un clarinetto, Lei sventola una croce nazista. Lei lo trova a dire un mucchio di bugie; Lei vuole essere la sua donna. Egli dice, ''Sì, potrei andare a dormire ma gentilmente lascia il futuro, Lascialo aperto.''
Lui sta in piedi dove è ripido, Oh credo che lui pensi di essere davvero il primo, La sua mano sopra la sua cintura di pelle ora Come fosse la ruota di un qualche grande transatlantico. E lei imparerà a toccarsi così bene Mentre tutte le vele bruciano come la carta. Ed egli ha acceso la serie Del suo famoso cigarillo. Ah, mai e poi mai raggiungeranno la luna, Almeno non quella cui tendiamo; Galleggia spezzata in mare aperto, guardate là, amici miei, E non porta superstiti. Ma lasciamo questi amanti domandarsi Perchè loro non possono aversi l'un l'altro, E cantiamo una nuova canzone, ragazzi, Questa è vecchia e sgradevole.

Nota. La traduzione l'ho presa dal sito http://cohen.altervista.org/node34.html, però ho dovuto rifarla quasi di sana pianta, perché in italiano era piuttosto brutta e non rendeva minimamente giustizia all'originale.

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categoria:musica, testi
domenica, 24 settembre 2006

La rivolta (Francia, 1983) di Yilmaz Güney. Con Tuncel Kurtiz (Tonton Ali), Ayse Emel Mesci Kuray (la detenuta "politica"), Malik Berrichi (l'Arabo), Nicholas Hossein (Uzun, lo Spilungone), Isabelle Tissandier (Hatice, la sposa), Ahmet Ziyrek (Giafer), Ali Berktay (Samil, lo sposo), Selahattin Kuzmoglu (direttore della prigione), Jean-Pierre Colin (direttore generale delle prigioni), Jacques Dimanche (Sevket, capo delle guardie), Necdet Nakiboglu (Necdet), Habes Bounabi (Tom), Bernard Certeau (l'avvocato), Christina Castillo (la donna incinta), Saban (Saban), Ziya (Ziya), Sema Kuray (la scolaretta).

Qualche critico ha un po' sottovalutato l'ultimo film di Güney, realizzato in condizioni critiche in Francia, ma La rivolta è un capolavoro del cinema carcerario.

Scandite dai canti e dalle marce di un plotone di soldati, si susseguono le tristi giornate dei detenuti all'interno di un carcere turco della capitale Ankara. All'interno del carcere sono le donne, i criminali comuni adulti, i detenuti politici (reclusi al buio come talpe) e i minori. Proprio nel quarto padiglione, dove sono ristretti questi ultimi, si concentra l'azione del film, che si concretizza in una serie di episodi tragici che toglieranno ai protagonisti anche il barlume di speranza che avevano all'inizio. La speranza dei giovani detenuti non è quella di uscire, di una vita migliore, di riabbracciare la famiglia (che spesso non hanno mai avuto), ma soltanto quella di essere trasferiti in un carcere meno duro, dove sia possibile guardare la tv o almeno, attraverso le sbarre della finestra, vedere il mare o gli autobus che passano sull'autostrada. E invece, niente: la vita carceraria è fatta di botte, delazioni, lotte per il pane, umiliazioni. L'unico barlume di speranza è dato da un bambino che nasce in galera a dispetto di tutto, anche dell'assenza di un po' d'acqua calda, mentre ogni rivolta è destinata a fallire, ogni fuga destinata alla cattura e anche la speranza di un carcere meno peggiore si rivelerà vana illusione.

Pare che Güney non sia stato molto tenero con gli attori - per la maggior parte immigrati tedeschi di Germania o nordafricani delle banlieues francesi - durante le riprese, ma quello che traspare dal film è l'umanità per i personaggi e la tristezza per le condizioni della Turchia durante la dittatura militare. Non si dimentichi che il regista curdo aveva passato lunghi anni nelle carceri turche; per questa ragione si può con ragione concoradre con Tullio Kezich, quando definisce La rivolta «un film nobilmente oratorio e circostanziato come un atto d'accusa» (Il Film '80, Mondadori, 1986).

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categoria:cinema
sabato, 23 settembre 2006

Ricevo (da Matteo Tassinari) e volentieri pubblico la recensione di un libro di Michele Marziani pubblicato dalla casa esitrice Derive Approdi...

 

“La trota al tempo di Zorro”
Di Matteo Tassinari

Le parole che Michele Marziani ha scelto per scrivere in esordio “La trota ai tempi di Zorro” (per i tipi della di Derive Approdi) hanno qualche cosa in comune con un “vecchio” (lui stesso di definisce così) della letteratura italiana: Erri De luca. Lo so, non “fa” fine paragonare due scrittori, ma la tecnica stilistica e la profondità di molti passaggi del testo, assomigliano alla narrativa dello scrittore napoletano. Questo per rendere in chiaro la cifra dello stile minimalista, anzi, per meglio scrivere, intimista di Marziani. Della storia, premetto, non segnalerò nulla se non che è un mondo affastellato di ricordi vissuti da Stefano Baldazzi Morra, tredicenne e con un paio di occhiali difficili da portare. Impeccabile e centrale la capacità, nient’affatto gratuita, di Michele Marziani nel cancellare visuali e schemi mentali adulti per filtrarli attraverso lo sguardo di un adolescente che si cresce con i primi peluzzi, come cresce tutto ciò che gli sta intorno. Un racconto esistenziale e narrato tutto presa diretta da Stefano Baldazzi Morra, con un controllo dello spazio, del tempo e della memoria che fanno di Marziani uno scrittore perspicace e leggero.
Ecco perché è un libro riuscito, capace di aprire un cerchio per chiuderlo senza l’utilizzo di fuochi d’artificio. Nel mondo di Stefano Baldazzi Morra, la mamma e il papa diventano le figure di quando avevamo superato da poco la prima decade di vita, la scuola riassume con delicata ma precisa presenza il luogo che era quando tutti la frequentavamo agitati e “subbugliati” da tutti i sensi del mondo e le immaginazioni gonfie di speranze di quel periodo. Così la pesca alla trota diventa un modo per non consentire al cinismo della gente di travolgere la gioia di Stefano Baldazzi Morra e la sua vitalità non sbandierata, caso mai sommessa, per poi ridurla a tristezza infinita, una sorta di chiave di lettura del mondo. Allora non rimangono altro che i ricordi di quando tutto era, si instabile, visionario e trepidante, ma con un futuro che regalava sogni a mani piene.
Un assemblaggio di parole assiepate dalla capacità di non scadere mai nella retorica e nel manierismo. Ritratti di fiumi, strade, case, colori, litigi fra bambini e il ricordo di un padre intristito d’alcol e condurre una vita da barbone. Il finale, scrivo solo, che è travolgente nella sua metodica quotidianità crepuscolare ma venata dalla illibatezza di Stefano Baldazzi Morra.

 

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categoria:libri
domenica, 17 settembre 2006

Federico De Roberto, I Vicerè, BUR, 2006, p. XXXV-654, € 8,40.

De Roberto (1861-1929) rischiò la follia per scrivere e riscrivere I Vicerè, che per me, almeno fino a ieri, era uno di quei romanzi che gli insegnanti liceali mettono sempre in una lista dei libri da leggere ma che nessuno studente legge mai. Ed è un peccato perché si tratta di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana, degnissimo di figurare a fianco dei Promessi sposi e dei Malavoglia. Detto questo, si potrebbe anche non dire altro. Però va sottolineata la capacità dell'autore di descrivere le psicologie dei personaggi come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con un misto di ironia e di disprezzo che, nonostante l'antipatia di quasi tutti i personaggi, affascina. Infatti non c'è un solo personaggio interamente positivo nel romanzo, e manca anche quella compassione umana che aveva caratterizzato la migliore prova del Verga, amico e maestro del De Roberto. Questo è, ovviamente, un sintomo del tetro pessimismo dell'autore catanese (sebbene fosse nato a Napoli). Un pessimismo non tanto e non solo sul destino dell'Italia risorgimentale, ma soprattutto sulla natura umana e sui suoi modi di perpetuarsi, dall'accalappiamento del favore popolare (e che triste popolo, se si fa abbindolare da una siffatta classe dirigente!) all'accattonaggio più abietto, fino alla procreazione e alla conservazione in vitro di veri e propri mostriciattoli. Su tutti domina uno dei personaggi indimenticabili della nostra letteratura, quel Don Blasco frate per forza, alternativamente retrivo e codino a seconda delle convenienze, turpe, volgare e sobillatore di discordia tra i parenti, ma in fondo in fondo il più simpatico di tutti, un incrocio tra la Monaca di Monza manzoniana e il Franti deamicisiano.

Su questa saga familiare, ambientata a cavallo tra la fine del Regno delle Due Sicilie e la nascita dell'Italia unitaria, domina la prosa incisiva e scorrevole del De Roberto, che riesce a toccare accenti di inusitata modernità, tanto da sembrare scritto ieri. Basti citare questo passo per farsi riportare all'immediata attualità politica: «Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.»

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categoria:romanzo
domenica, 10 settembre 2006

La bestia nel cuore (Italia/GB/Francia/Spagna, 2005) di Cristina Comencini. Con Giovanna Mezzogiorno (Sabina), Alessio Boni (Franco), Luigi Lo Cascio (Daniele), Stefania Rocca (Emilia), Angela Finocchiaro (Maria), Giuseppe Battiston (Andrea Negri), Francesca Inaudi (Anita), Lucy Akhurst (Anne), Valerio Binasco (il padre), Simona Lisi (la madre).

La bestia nel cuore (G. Mezzogiorno e S. Rocca)Il merito maggiore di questo film, a parte la consueta eccellente recitazione di Luigi Lo Cascio, è secondo me l'attacco al mito rassicurante della famiglia, come è in questi tempi portato avanti da certi personaggi che preferisco non aggettivare, come ad esempio il cardinale Ruini o i vari Casini, Buttiglione e compagnia brutta. Purtroppo, come si sa, la famiglia può essere - non lo è sempre, per fortuna - un vero inferno, capace di rovinare per anni e anni a venire la vita di un sacco di persone.

La trama del film è abbastanza interessante, sebbene sia zavorrata da vicenduole e figurine piuttosto inutili, come quella dell'amica Emilia, cieca e lesbica, che s'innamora dell'altra amica della protagonista, Maria, affidata ad un'attrice ormai irrimediabilmente macchiettistica come Angela Finocchiaro. La bestia nel cuore si guarda con sufficiente interesse, anche se si capisce che le autrici hanno avuto grosse difficoltà a trovare un finale plausibile (imbevibile la fuga in treno): ed infatti ci girano intorno, fino ad uno scioglimento banale ed ormai visto e rivisto.

Restano le buone prestazioni degli attori, Alessio Boni, già visto nella Meglio gioventù, Giovanna Mezzogiorno, davvero bravina, ma la cui interpretazione impallidisce di fronte a quella di un grande attore come Lo Cascio.

Non si capisce, comunque, come abbia potuto l'Italia mandare agli Oscar un film mediocre come questo: non c'era proprio di meglio?

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categoria:cinema
venerdì, 01 settembre 2006

A casa dopo l'uragano (USA, 1960) di Vincente Minnelli. Con Robert Mitchum (Capitano Wade Hunnicutt), George Peppard (Raphael "Raf" Copley), George Hamilton Theron Hunnicutt), Eleanor Parker (Hannah Hunnicutt), Everett Sloane (Alber Halstead), Luana Patten (Libby Halstead), Anne Seymour (Sarah Halstead), Constance Ford (Opal Bixby), Ken Renard (Chauncey, il maggiordomo), Ray Teal (Dott. Carson).

Quando ho iniziato a guardare questo film ho pensato che fosse l'ennesimo melodramma sudista a lieto fine, condito da una buona dose di machismo del laborioso uomo del sud degli Stati Uniti. E invece era tutto l'opposto: il machismo è messo sotto accusa, a cominciare dalla stanza dei trofei del capofamiglia, le cui pareti pullulano di trofei di caccia e di fucili, per non parlare dei suoi più o meno esibiti trofei sessuali. E il lieto fine... be', c'è, se si vuole chiamare tale un finale in cui il protagonista è in fuga per l'omicidio del padre della fidanzata che a sua volta aveva ucciso suo padre, mentre il coprotagonista sposa la fidanzata del fratello e ne adotta il bimbo, concepito fuori del matrimonio. Siamo, insomma, dalle parti della Valle dell'Eden, dove la critica della società americana (specialmente del sud) si fa feroce e non risparmia nessuno, né gli uomini né le donne, né le vecchie né le nuove generazioni. L'assenza retorica è il tratto più vincente di questo melodramma del vecchio Minnelli, che sa essere poco melo e molto dramma. L'altro elemento che fa valorizzare un film come questo è l'interpretazione degli attori, sia quella di un roccioso Mitchum - in una delle sue prove migliori - sia quella di un giovane George Peppard, nella parte di un buono, paziente come un personaggio della Bibbia.

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venerdì, 01 settembre 2006

L'uomo terminale (USA, 1974) di Mike Hidges. Con George Segal (Harry Benson), Joan Hackett (Dott. Janet Ross), Richard A. Dysart (Dott. John Ellis), Donald Moffatt (Dott. Arthur McPherson), Michael C. Gwynne (Dott. Robert Morris), Jill Clayburgh (Angela Black).

L'uomo terminaleIl film basato su un romanzo di Michael Crichton, seppure interessante per l'argomento trattato (l'intervento concreto della scienza sulla psiche umana), risente di una certa programmaticità tipica del periodo in cui il film uscì. Qui, infatti, l'ingegnere elettronico Harry Benson, specializzato nella progettazione di robot, a seguito di un incidente automobilistico, subisce una lesione al cervello che gli provoca degli accessi di furore violento, durante i quali uccide chi gli capita vicino. Si sottopone dunque a un intervento chirurgico per farsi installare dei chip che dovrebbero poter consentire di controllare gli attacchi di violenza. Al contrario, l'effetto dell'operazione è di rendere questi impulsi ad uccidere sempre più frequenti.

La materia, pur così interessante, forse mal si prestava a una trasposizione cinematografica e, nonostante il buon professionismo del regista e degli attori, nel finale il film sfiora il ridicolo: un conto è descrivere il protagonista che si trascina fino a una fossa al cimitero, un altro è vedere il povero George Segal, sormontato da una buffa parrucca bionda, che cammina a passo scimmiesco.

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categoria:cinema