giovedì, 31 agosto 2006

Mi piace molto la pubblicità di Sky, quella dove Pirlo corre su un campo da golf con una bandiera italiana in mano urlando "Siamo campioni! Siamo campioni!", e poi Cannavaro e Toni corrono per la strada esultando, con il centravanti che miama anche il gesto dell'orecchio.

Ma il vero capolavoro è la pubblicità che fa Il Corriere della sera della sua Enciclopedia della letteratura italiana. Lo spot è affidato niente meno che a Gennaro Gattuso, il quale pronuncia l'immortale frase "Io credo che, nell'ambito del Classicismo e Illuminismo italiano, Leopardi occupi una posizione preminente" (ho citato a memoria, perché non me la sono scritta). Dopo di che, il centrocampista del Milan soggiunge: "A mio parere, è un'opera fondamentale". Veramente sublime.

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categoria:calcio, pubblicitĂ 
giovedì, 31 agosto 2006
La sposa turca (Germania/Turchia, 2004) di Fatih Akin. Con Sibel Kekilli (Sibel), Birol Unel (Cahit), Catrin Striebek (Maren), Güven Kiraç (Seref), Meltem Cumbul (Selma, la cugina), Sefan Gebelhoff (Nico), Demir Gökgöl (Yunus Güner, il padre), Cem Akin (Yilmaz Güner, il fratello), Aysel Iscan (Birsen Güner, la madre).

La sposa turca Sono entrambi turchi, trapiantati in Germania. Lui è vedovo, di circa quarant'anni, annientato dalla droga e dall'alcol; lei ha vent'annie vuole uscire dall'oppressione familiare per vivere libera come le sue coetanee tedesche e forse anche di più. Si conoscono in una clinica psichiatrica dopo che entrambi hanno tentato il suicidio e lei individua in lui il mezzo per liberarsi della famiglia.
È un film molto riuscito, soprattutto grazie a due elementi: la critica che il regista sa fare sulla comunità turca che vive in Germania, sul suo assurdo tradizionalismo, condito da un'incredibile dose d'ipocrisia (illuminante la scena della partita a carte con il cognato e gli altri amici turchi), nonché, secondo elemento, la bravura degli interpreti, prima fra tutti la Sibel Kekilli venuta dal cinema porno, anche se Birol Unel e Güven Kiraç (che recita nella parte dell'amico finto zio) non sono davvero da meno. È molto struggente anche il finale del film ambientato in Turchia.
Battuta del film: «Il matrimonio è come un giro sulla giostra; giri, giri, e quando scendi ti accorgi che sei sempre al solito posto... e in più i cavalli sono di legno» (Seref).
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categoria:cinema
mercoledì, 30 agosto 2006

Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer, 2006, pp. 796 ill., € 18,00

Al di là dell'argomento trattato e al di là della forma - che, secondo me, avrebbe potuto essere migliore - quello che piace di questo libro è la morale finale che ne emerge. La quale potrà anche essere tacciata di buonismo, ma oggi, nel 2006, è eticamente e politicamente inoppugnabile. E si può sintetizzare in questa frase che Telese pone alla fine del suo monumentale libro (p. 764): «Siamo stati, non molto tempo fa, talebani anche noi. E il nostro fanatismo di allora non ha nulla da invidiare a quello che ci piace contestare agli altri oggi. Cambiano i soggetti contro cui sono rivolte, non gli strumenti intellettuali con cui vengono forgiate le armi dell'odio».

Al di là delle polemiche sterili sul fatto che sia necessario anche un libro sulle vittime "di sinistra" degli anni di piombo (e probabilmente ve ne sono), va detto che questo libro era innanzitutto doveroso, in primo luogo verso la memoria degli stessi morti (non li chiamerei né caduti né martiri) e verso le loro famiglie che in tutti questi anni hanno vissuto il dolore di una perdita (o più, come nel caso dei Mattei di Primavalle) che non potevano nemmeno ricordare senza essere vittima dell'indifferenza degli avversari politici oppure della strumentalizzazione da parte degli "amici".

Se la forma lascia alquanto a desiderare, la lettura di Cuori neri, che, come al solito, non mancherà di suscitare polemiche a destra come a sinistra, è interessantissima, anche perché porta finalmente a conoscenza di un pubblico vasto eventi che per decenni sono rimasti patrimonio esclusivo di piccole comunità anche abbastanza chiuse, unite dal grido "Presente!" ad ogni anniversario.

Cuori neri elenca, uno dopo l'altro, i nomi di ventuno vittime accomunate dalla militanza o anche soltanto dalla simpatia per le formazioni politiche di destra. In alcuni casi, addirittura questa militanza è messa in dubbio dagli stessi familiari: esemplare, ma non è l'unico, il caso del greco Mikis Mantakas. Ci sono casi più noti (Ramelli, Acca Larentia) ed altri meno, alcuni più atroci degli altri (Primavalle tra tutti), ma tutti tragici e probabilmente inutili, essenzialmente perché tutte queste morti erano evitabili ed hanno rovinato una serie di altre vite: quelle dei familiari così come quelle degli assassini, anche se troppo spesso questi omicidi sono rimasti impuniti. Un altro rischio del libro di Telese è quello, ben presente all'autore, di fare di questi morti dei santini, di renderli tutti buoni e perfino poco fascisti; e amio parere, nonostante tutto, nonostante anche quello che dice uno che buono non ha mai preteso di essere come Giusva Fioravanti a proposito di Alberto Giaquinto, una delle vittime («Se fosse sopravvissuto, Alberto avrebbe sicuramente seguito tutto il destino dei Nar»), a mio parere qualche volta Telese in questo processo di beatificazione ci cade. E forse era inevitabile. Certo, fa forse perfino più male leggere quello che scrivevano alcune personalità storiche della sinistra (Dario Fo, Franca Rame, gli avvocati di Soccorso rosso come Spazzali e Pecorella, la testata Lotta continua di Sofri) per giustificare le uccisioni dei fascisti e per scagionare gli extraparlamentari di sinistra accusati degli omicidi. FinoLa morte atroce di Virgilio Mattei a Primavalle a che, per fortuna, i tempi cambiano, e qualche politico e giornalista coraggiosi (il comunista Antonello Trombadori ai tempi di Acca Larentia, Giampaolo Pansa, Eugenio Scalfari, fino alla presa di posizione di Andrea Marcenaro di Lotta continua) cominciano a far notare che gli omicidi sono tali anche quando riguardano i fascisti e che la lotta armata è sbagliata a priori e destinata ad una impietosa sconfitta.

Personalmente, le storie che più mi hanno colpito sono quelle del rogo di Primavalle, dell'omicidio di Sergio Ramelli (anche per le implicazioni che mi riportano ai tempi dell'ultimo anno di liceo, quando furono arrestati e processati i suoi assassini), i fatti di Acca Larentia per l'assurdità soprattutto della morte di Stefano Recchioni, ma anche quella di Nanni De Angelis (un'altra morte assurda, forse addirittura per errore) e quella di Paolo Di Nella, l'ultimo della lista, per fortuna ventitre anni fa.

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categoria:libri, saggio, neofascismo
domenica, 27 agosto 2006

Frances (USA, 1982) di Graeme Clifford. Con Jessica Lange (Frances Farmer), Sam Shepard (Harry York), Kim Stanley (Lillian Farmer), Bart Burns (Ernest Farmer), Jonathan Banks (autostoppista), Jordan Charney (Harold Clurman), Jeffrey DeMunn (Clifford Odets).

FrancesC'è una bella canzone dei The Men They Couldn't Hang (Lobotomy Gets 'em Home, il cui testo avrei voluto riportare, ma che è introvabile e impubblicabile su internet per ragioni di copyright), contenuta nell'album Silvertown, che parla della triste storia di Frances Farmer, bella e talentuosa attrice degli anni trenta, annientata da una micidiale miscela composta dalle esigenze delle major hollywoodiane e dall'ambizione cannibalizzante della madre della stessa Frances.

Lo star system la voleva bella e oca al pari di tante attrici dell'epoca, ma Frances Farmer non ci stava: figurarsi che a sedici anni aveva vinto un premio letterario con un saggio tendente a dimostrare che Dio non esiste, scatenando, già allora, la riprovazione degli ambienti retrogradi e puritani della città in cui era nata (Seattle). Così Frances, che già aveva abbandonato Hollywood una prima volta per dedicarsi al teatro sociale con la compagnia di Clifford Odets - legandosi anche all'autore - fece ritorno alla mecca del cinema, ma rifiutò di sottostare ai dettami delle compagnie cinematografiche, rimanendone stritolata. Vessata dalle autorità, si rifugiò nell'alcol; complice la madre, fu rinchiusa in diverse cliniche psichiatriche, dove fu sottoposta alle cure più astruse, a un numero imprecisato di elettroschock e perfino alla lobotomia (ma questo elemento è stato da alcuni smentito). Tutti questi mezzi, tesi a farne una larva umana, ne fiaccarono la resistenza fisica, ma non lo spirito ribelle. Morta a sessant'anni nel 1970, la Farmer fece in temo a scrivere un'autobiografia nella quale raccontava le sue vicende e denunciava i suoi aguzzini.

Il film di Clifford è, forse inevitabilmente, troppo lungo, ma si giova della notevole interpretazione di una Jessica Lange, forse al meglio della sua pur lodevole carriera. L'attrice americana non si risparmia niente, ma lo fa mantenendo la dignità che contraddistinse la vera protagonista dei fatti. Molto belli i duetti (o duelli) con Kim Stanley, che interpreta la madre di Frances.

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categoria:cinema
domenica, 27 agosto 2006

Eroica (Polonia, 1958) di Andrzej Munk. Con Edward Dziewonski (Dzidzius Gorkiewicz), Barbara Polomska (Zosia, la moglie di Dzidzius), Ignaci Machowski (il maggiore), Leon Niemczyk (tenente Istvan Kolya), Zofia Czerwinska (Lola, detta Mirtillo), Kazimierz Rudzik (ten. Turek), Henryk Bak (ten. Krygier), Mariusz Dmochorski (ten. Korwin Makowski), Roman Klosowski (ten. Szpakowski), Józef Kostecki (te. Zak), Józef Nowak (ten. Kurzawa).

EroicaDi Munk avevo finora visto soltanto il suo ultimo film, incompiuto, La passeggera, da molti considerato un capolavoro, ma che era riuscito soprattutto a lasciarmi addosso un senso di angoscia e disagio, sia per la storia narrata sia per le vicende legate alla lavorazione del film stesso e alla prematura fine del suo autore (1921-1961). Eroica, al contrario, è un'opera per molti versi sorprendente, e sempre in positivo, poiché si tratta di un film  intelligente e profondo sull'anima polacca, ma al tempo stesso ilare e graffiante. Diviso in due episodi, entrambi ambientati durante la seconda guerra mondiale, fornisce un ritratto dello spirito polacco quale non è riuscito nemmeno ad autori molto celebrati come Wajda e Polanski, l'uno sul versante tragico, l'altro su quello comico-grottesco. E si vede come, contrariamente a quanto si crede, anche lo stesso Polanski non è nato dal nulla e non è stato poi così dirompente nella cinematografia polacca del secondo dopoguerra. Ma Eroica proietta anche una nuova luce sulla Polonia dell'epoca, non così chiusa come si potrebbe pensare, se la censura lasciava passare fil come questo. Il titolo è chiaramente un'antitesi rispetto alla materia narrata, poiché entrambi gli episodi raccontano di comportamenti individuali (ma quanto mai simbolici ed universali) tutt'altro che eroici, o comunque eroici soltanto in apparenza. Il primo episodio, intitolato musicalmente (così come il secondo e come il titolo complessivo che sembra ispirarsi a una sinfonia di Beethoven) Scherzo alla polacca, è tutto virato sul registro del comico, raccontando le peripezie di un aderente alla resistenza antinazista durante i giorni della rivolta di Varsavia, che, fuggito dalle grinfie dei nazisti, si trova la casa e la moglie occupate da un contingente di truppe ungheresi. L'altro episodio, Ostinato lugubre, è ambientato in un campo di prigionia tedesco per ufficiali polacchi (una specie di Stalag 17 in salsa polacca), dove i prigionieri vivono nell'ammirazione di un loro collega che è riuscito coraggiosamente e miracolosamente a fuggire dal campo. La realtà è molto più prosaica, ma sarà meglio continuare a coltivare il mito, perché il polacco ha bisogno di continuare a sperare in qualcosa o qualcuno di grande (il nuovo miracolo polacco?).

Eroica è un bel film che, senza lungaggini, sa parlare allo spettatore di oggi come a quello degli anni cinquanta. Merita di essere visto e rivalutato. b/n

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categoria:cinema, polonia
sabato, 19 agosto 2006

Carter (GB, 1971) di Mike Hodges. Con Michael Caine (Jack Carter), Ian Hensry (Eric), Britt Ekland (Anna), John Osborne (Kinnear), Petra Markham (Doreen), Dorothy White (Margaret), Alun Armstrong (Keith), Glynn Edwards (Albert Swift), Geraldine Moffat (Glenda), Terence Rigby (Gerald Fletcher), Rosemarie CarterDunham (Edna), Bryan Mosley (Cliff Brumby), Bernard Hepton (Thorpe), Kevin Brennan (Harry).

Carter è un ottimo noir, ingiustamente poco conosciuto, ben ideato e condotto dal regista Mike Hodges, che in seguito non ha più saputo esprimersi sugli stessi livelli. Il suo merito principale è quello di aver saputo fare un film senza svolazzi e senza retorica, girando in luoghi che meno turistici non si potrebbe. Ma anche l'orrenda scenografia di una città brulla e apparentemente inospitale come Newcastle è funzionale allo sviluppo del film. Così come essenziale è la presenza di Michael Caine nella parte del protagonista, un killer originario della città del nord dell'Inghilterra che si è "imborghesito" nel lusso di Londra e che fa ritorno alla città natale in occasione della morte del fratello Frank, deceduto in quello che soltanto apparentemente è un incidente. Ma quello di Carter è soprattutto un appuntamento con il destino, perché, più volte sul punto di prendere il primo treno per Londra, non si decide, rimanendo lui per primo invischiato in una trama banale quanto squallida della malavita di provincia. Una sorta di copia sgualcita e infangata del Grande sonno chandleriano. Le facce del film sono tutte poco note (salvo quella del protagonista e di Britt Ekland, comunque confinata in una particina di fianco) ma molto funzionali a rendere credibile un'operazione veramente ben riuscita.

Se penso al film The Wicker Man del 1973 e a questo prodotto, che di medio ha probabilmente soltanto il budget, credo che si potrebbe trovare qualcosa d'interessante nel cinema inglese degli anni settanta, non più free cinema e non ancora renaissance, ma comunque vitale e spesso ottimamente realizzato.

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categoria:cinema
martedì, 15 agosto 2006

Confessioni di una mente pericolosa (USA, 2002) di George Clooney. Con Sam Rockwell (Chuck Barris), Drew Barrymore (Penny), Julia Roberts (Patricia Confessioni di una mente pericolosaWatson), Rutger Hauer (Keen), George Clooney (Jim Byrd), Maggie Gyllenhaal (Maggie).

Potrebbe essere un romanzo alla Frederick Forsythe o alla John Le Carré, e invece è - pare - una storia vera. George Clooney, all'esordio nella regia, la gestisce con sapienza narrativa ed artistica, avendo in mente, secondo me, film come Larry Flint, Quiz Show e Auto Focus, film incentrati su personaggi del mondo dello spettacolo, ma la cui vita ha avuto un'eco che va oltre la loro sfera di competenza. Sa dare la giusta importanza alla vicenda spionistica, così come alla vicenda privata e ai successi professionali del protagonista, confezionando uno spettacolo riuscito sotto ogni punto di vista. Certo, Clooney non è Kubrick, né vuole esserlo (e sarebbe troppo chiederglielo), ma sa gestire uno spettacolo intelligente e ben fatto, senza cadere nel melenso o nel fracassone come pochi registi hollywoodiani. È discreto nel riservarsi un ruolo collaterale e sa lasciare il giusto spazio ai suoi protagonisti, un polimorfo Sam Rockwell, un'irresistibile e cicciottella Drew Barrymore e una Julia Roberts che per una volta non è ridotta a presenza puramente decorativa. Si rivede con piacere anche Rutger Hauer, in una parte collaterale ma comunque in una produzione degna della sua fama e del suo talento.

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categoria:
martedì, 15 agosto 2006

Il fantasma di Corleone (Italia, 2006) di Marco Amenta. Con Marco Amenta (sé stesso).

Il personaggio del titolo è, ovviamente, Bernardo Provenzano, catturato dalle forze dell'ordine appena qualche giorno prima dell'uscita del film - documentario. Proprio per questo, in appendice è aggiunta la notizia della recente cattura del boss mafioso. La domanda che animava il film di un giovane palermitano emigrato a Parigi era appunto come possa un ricercato come Provenzano nascondersi per quarant'anni in un'isola come la Sicilia. In questo senso il film di Amenta cerca di fornire una risposta, ma ci parla soprattutto di chi Provenzano sta(va) cercando di prenderlo da anni, come i magistrati del pool di Palermo e il giovane commissario di polizia che da dieci anni non è libero di fare una passeggiata con la moglie.

Pur moralmente doveroso, il film di Amenta non riesce a coinvolgere come altre opere dello stesso filone. E' un film da vedere, sebbene non appassioni come la materia meriterebbe.

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categoria:mafia
martedì, 15 agosto 2006

Comandante (USA, 2003) di Oliver Stone. Con Fidel Castro (sé stesso), Oliver Stone (sé stesso).

Comandante è un film - documento su Fidel Castro, il lìder maximo della Revoluciòn cubana, arcinemico degli Stati Uniti d'America, dittatore sanguinario e al tempo stesso capo carismatico di tutti coloro che non accettano supinamente l'egemonia mondiale del capitalismo yankee.

Il regista liberal Stone passa alcune giornate a stretto contatto con Fidel Castro e ne dà un resoconto in questo film di due ore, necessariamente sbrigativo. Ne esce un ritratto parziale ma avvincente del leader cubano, intelligente e lucidissimo, nonostante i quasi ottant'anni. Forse per "colpa" di Oliver Stone (che subisce il fascino dell'antico rivoluzionario), ci rimane perfino simpatico, anche perché astutamente il vecchio barbudo glissa e cambia discorso ogni volta che il discorso si fa spinoso. Ma dimostra un notevole senso dell'ironia, un affetto notevole per i vecchi compagni di lotta e per i nuovi collaboratori (un esempio per tutti è quello della sua interprete, che lavora con lui da trent'anni, lo conosce alla perfezione e spesso ne anticipa le risposte).

Certo, bisognrebbe conoscerla tutta, la verità. L'autobiografia di Fidel si chiama La storia mi assolverà: questo lo vedremo. Io, per ora, nel mio piccolo, assolvo questo film (molto migliore, ad esempio, di Ogni maledetta domenica).

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categoria:cinema, documentario
martedì, 08 agosto 2006

Niall Griffiths, Ianto, Feltrinelli, 2005, pp. 283, € 14,00.

Questo romanzo è una scarica di pugni e calci nello stomaco del lettore. Quanto salutare, poi, potrà giudicarlo soltanto il lettore medesimo.

Ambientato in un Galles quanto mai selvaggio e lontano dalla civilizzata Europa, racconta le gesta atroci e la morte altrettanto atroce del giovane Ianto, che dà il titolo italiano al libro dell'inglese Niall Griffiths, nato a Liverpool, ma che porta un nome che sa di irlandese e gallese piuttosto che d'inglese. E per gli inglesi in questo libro c'è solo odio. A cominciare dal titolo originale, Sheepshagger, che è l'appellativo dato dagli inglesi ai ruspanti gallesi, popolo di pastori; e infatti non significa altro che Trombapecore.

Nell'odio per gli inglesi e nelle ferite inferte al Galles e al piccolo Ianto, così come la completa adesione a una natura selvaggia e violenta, con la contraddizione della fuga nei paradisi (o inferni) artificiali creati dalla chimica e dalla musica techno - due delle invenzioni più assurdamente idolatrate dai giovani perfettamenti descritti già in Trainspotting libro e film, risiede la ragione di vita e di morte del protagonista.

Griffiths sa indubbiamente scrivere e lo dimostra riuscendo a tenere viva l'attenzione del (sempre più scioccato) lettore, nonostante alcune pagine letteralmente da voltastomaco, con descrizioni minuziose di pratiche mai così esplicitamente crude in un libro: perversioni da far impallidire il Mickey Sabbath del libro di Philip Roth e omicidi così efferati e difficili da surclassare il terribile assassinio di Decalogo 5 di Kieslowski. In tanta minuzia nel descrivere tali violenze, fa capolino il sospetto di eccessiva programmaticità, specialmente quando alla violenza sessuale si accompagna l'insulto razzista nei confronti dei gallesi e quando alla vendetta si accompagna un sentimento di rivincita nazionalista gallese.

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categoria:romanzo