lunedì, 26 giugno 2006

La notte brava (Italia/Francia, 1959) di Mauro Bolognini. Con Laurent Terzieff (Ruggeretto), Jean-Claude Brialy (Scintillone), Rosanna Schiaffino (Rossana), Franco Interlenghi (Gino detto er Bellabella), Elsa Martinelli (Anna), Antonella Lualdi (Sulpizia), Anna-Maria Ferrero (Nicoletta), Tomas Milian (Achille), Mylène Demongeot (Laura), Maurizio Conti (Pepito), Piero Palmisano (il sordomuto), Marcella Valeri (la mamma di Rossana).

Ispirato ai ragazzi di vita di Pasolini, qui sceneggiatore (con il francese Jacques-Laurent Bost, per ragioni di coproduzione), è il film La notte brava, del regista pistoiese scomparso cinque anni fa. Cresciuti e un po' ripuliti rispetto agli originali pasoliniani, i personaggi sono sempre quelli, un giorno disperati per rimediare un piatto di minestra, l'altro carichi di soldi da sperperare nel giro di una notte. Nel mezzo c'è lo schifo, la miseria morale e materiale, la noia, il disprezzo per i miserabili (le prostitute), gli infelici (il sordomuto), ma anche per i ricchi annoiati come Achille. Le atmosfere sono quelle giuste, le facce anche (sebbene i due protagonisti vengano dalla Francia), la Roma descritta è ancora quella distrutta e stracciona del dopoguerra. Certo, manca la poesia dei romanzi e dei primi film di Pasolini (come Accattone e Mamma Roma), ma la pellicola di Bolognini è sicuramente una delle sue migliori.

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categoria:cinema, pasolini
domenica, 25 giugno 2006

Hero (Hong Kong/Cina, 2002) di Zhang Yimou. Con Jet Li (Senza Nome), Tony Leung Chiu Wai (Spada Spezzata), Maggie Cheung (Neve Che Vola), Ziyi Zhang (Luna), Daoming Chen (Re di Qin), Donnie Yen (Cielo).

Zhang Yimou conosce il proprio mestiere. Esordisce, in questo film, con citazioni ineccepibili dei maestri del cinema novecentesco, come Kurosawa, Ejzenstejn e Dovzenko, e poi con duelli di spada girati con tecnica sopraffina. Poi continua sullo stesso tema, in una trama banale e con pochi sussulti, tanto che anche i duelli così bene messi in scena, alla lunga stancano. Ne risulta, così, un film ripetitivo, benché affascinante, ma del quale non si vede l'ora che arrivi la parola fine. Sembra un film di propaganda sull'unità della Cina, ma di una simile operazione non c'era proprio bisogno.

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giovedì, 22 giugno 2006

Valerio Evangelisti, Cherudek, Mondadori, 1997, pp. 490, € 8,40 (ed. 2004).

Benché sappia che a Valerio Evangelisti ciò non fa piacere ("mi dà più fastidio quando paragonano le mie cose a Il nome della rosa", dichiarò già nel 1997), Cherudek, e soprattutto il suo protagonista, l'inquisitore Nicolau Eymerich, sembrano la continuazione del bestseller di Umberto Eco vista con gli occhi dell'inquisitore Bernardo Gui. La commistione tra personaggi realmente esistiti e vicende di pura fantasia è simile, anche se ciò che in Eco era storicamente plausibile, qui si colloca nel più puro campo della fantasia (più che metastorica) metafisica.

La trama, complicatissima (e spaventosa: inizia con capitoli che s'intitolano rispettivamente Neghentropia I, Tre uomini in nero, Magog, La sala del dolore), si svolge su almeno tre piani differenti, uno ambientato nel 1360, durante la Guerra dei cent'anni, uno ai giorni nostri, e uno in un momento indefinito fuori dalle coordinate spaziotemporali cui siamo abituati a pensare (non per niente i capitoli relativi a quest'ultima dimensione sono tutti intitolati Tempo zero), e fino alla fine non sappiamo chi sia il narratore della storia.

Il libro è avvincente e si legge volentieri, oltre che per vedere risolto il mistero, per la grande abilità di scrittura dell'autore e per la sua cultura che si muove soprattutto nel campo della teologia e della trattatistica medievale sia in campo religioso che filosofico. Su tutto troneggia la figura del protagonista, l'inquisitore catalano Eymerich (figura storica), un tomista di ferro che indaga per scoprire chi osi mettere in pericolo l'ordine costituito da secoli e secoli di logica aristotelica. E se il suo modello logico sembra ereditato da San Tommaso d'Aquino, i suoi metodi richiamano l'astuzia di Ulisse e la crudeltà di Hitler, e tutto questo in una personalità modernamente schizofrenica e maniacale.

Citando ancora Evangelisti, direi che Cherudek è "un divertimento intelligente per persone intelligenti".

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categoria:romanzo, inquisizione
lunedì, 19 giugno 2006

Shaft il detective (USA, 1971) di Gordon Parks. Con Richard Roundtree (John Shaft), Moses Gunn (Bumpy Jonas), Charles Cioffi (Vic Androzzi), Christopher St. John (Ben Buford), Gwen Mitchell (Ellie Moore), Margaret Warncke (Linda), Lawrence Pressman (sergente Tom Hannon).

Il capostipite del genere della blaxploitation (termine per niente gradito agli afroamericani) ha una trama abbastanza scontata ma un buon ritmo. La dose di violenza è notevole per l'epoca, ma risibile in confronto a quanto si è visto di recente. La dose di sesso è più accennata che ostenata, anche se c'è un certo compiacimento nel mostrare il maschio nero con la donna bianca (Shaft non guardava in faccia a nessuno, guardava più giù). Forse solo questa interrazzialità poteva (potrebbe?) fare scandalo.

In sostanza si tratta di un film di genere riuscito abbastanza bene.

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lunedì, 19 giugno 2006

L'uomo senza sonno (Spagna, 2004) di Brad Anderson. Con Christian Bale (Trevor Reznik), Jennifer Jason Leigh (Stevie), Aitana Sánchez-Gijón (Marie), John L'uomo senza sonnoSharian (Ivan), Michael Ironside (Miller), Larry Gilliard Jr. (Jackson), Reg E. Cathey (Jones), Anna Massey (signora Shrike), Matthew Romero Moore (Nicholas).

Buon thriller psicologico, di ambizioni intellettuali e di ascendenze chiaramente letterarie (sono evidenti i riferimenti a Dostoevskij e Kafka). Ma è anche un film d'attore, per la prova di quasi supremo sacrificio offerta da Christian Bale, che compie una metamorfosi speculare a quella di Robert De Niro per Toro scatenato (1980), perdendo circa trenta chili. Tanto che le sue donne, quasi all'inizio, gli dicono "se tu dimagrissi ancora un po', non esisteresti". Ed è proprio questo inconsapevole cupio dissolvi del protagonista il perno fondamentale di tutto il film, ben diretto dal quarantenne Brad Anderson secondo gli stilemi del contemporaneo horror catalano. Da vedere.

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martedì, 13 giugno 2006

La Marchesa di... (Francia/Germania O., 1976) di Eric Rohmer. Con Edith Clever (la Marchesa di O.), Bruno Ganz (il Conte), Peter Lühr (il Comandante), Edda Seippel (la moglie del Comandante), Otto Sander (il fratello della Marchesa), Bernard Frey (l'attendente), Ruth Drexel (la levatrice).

Da un racconto di Heinrich Von Kleist, un rigoroso film di Rohmer, che rischia di sembrare anacronistico, con questo suo ricordare le passioni elementari dell'uomo: l'amore estremo, l'orgoglio, l'odio, l'umiliazione, il perdono. Rohmer lo fa con stile sobrio, memore della pittura tedesca del Romanticismo, come se effettivamente il film fosse stato girato nei primi anni dell'Ottocento. Le facce sono quelle giuste, anche se è difficile pensare a Bruno Ganz come ufficiale dell'esercito russo, o ai caratteri dei protagonisti come italiani. Ma più della verosimiglianza storica contano i sentimenti raccontati.

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venerdì, 09 giugno 2006

Rosenstrasse (Germania, 2003) di Margarethe Von Trotta. Con Katja Riemann (Lena Fischer adulta), Maria Schrader (Hannah Weinstein), Martin Feifel (Fabian Israel Fischer), Jutta Lampe (Ruth Weinstein), Doris Schade (Lena Fischer novantenne), Plien Van Bennekom (Ben Weinstein).

Film politicamente corretto su una delle vergogne del nazismo, la segregazione, fortunatamente a lieto fine, di alcuni ebrei che avevavno sposato donne o uomini ariani. Un po' manicheo nella descrizione dei personaggi (le donne quasi tutte buone, gli uomini quasi tutti cattivi a meno che non siano ebrei), il film risulta anche abbastanza inutile, venendo dopo Schindler's List e dimostra ancora una volta che la gloriosa regista di Anni di piombo non ha più molto da dire.

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mercoledì, 07 giugno 2006

Oldboy (Corea del Sud, 2003) di Chan-wook Park. Con Min-sik Choi (Dae-su Oh), Ji-tae Yu (Woo-jin Lee), Hye-jeong Kang (Mi-do), Tae-kyung Oh (Dae-su giovane).

OldboyUn tizio intorno alla trentina scompare durante una serata di sbornia e viene tenuto segregato in un appartamento. Dopo quindici anni di prigionia lo liberano. Il tizio si darà come missione quella di capire perché sia stato rinchiuso per tutto quel tempo e di vendicarsi del suo sequestratore.

Film valido - anche se non capolavoro - che colpisce più per lo stile iperrealistico che per la sostanza di quanto racconta, anche se a un certo punto la trama riesce a diventare avvincente. Park sa fare tesoro delle ultime tendenze del cinema asiatico, da Kitano (alcune scene sono di una crudeltà difficile da reggere) a Ki-duk Kim, senza trascurare nemmeno il cinema hongkonghese di John Woo, ma tirandone fuori una miscela assolutamente personale. Direi che non è il capolavoro cui molti hanno gridato, ma la sostanza c'è, lo stile pure e quindi non resta che applaudire il quarantatreenne Park, nuovo astro del cinema sudcoreano, ed aspettare di vedere gli altri capitoli della sua "trilogia delle vendetta".

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sabato, 03 giugno 2006

La febbre (Italia, 2005) di Alessandro D'Alatri. Con Fabio Volo (Mario Bettini), Valeria Solarino (Linda), Gisella Burinato (Maddalena, la mamma), Cochi Ponzoni (il padre), Arnoldo Foà (il Presidente), Thomas Trabacchi (Bicio), Massimo Bagliani (Cerqueti), Vittorio Franceschi (Faoni), Lucilla Agosti (Marina), Alessandro Garbin (Giovanni), Gianluca Gobbi (Marco), Paolo Jannacci (Luca).

Anche questo film di D'Alatri è un tassellino in quella che si potrebbe definire la "ripresina" del cinema italiano. Il regista romano, ormai cinquantenne, non è un Autore con la A maiuscola, ma è uno che conosce bene il suo mestiere: viene dalla gavetta, è un apprezzato autore (con la a minuscola) di spot commerciali e tecnicamente sa il fatto suo. Nell'ambito del cinema "medio", quello senza grandi pretese artistiche, seppure di grande dignità, è uno dei nostri migliori talenti. La febbre parte bene, con quella storia credibilissima di un giovane di provincia, indolente fuori corso di Architettura, che sogna di aprire un locale notturno insieme agli amici d'infanzia. Come capita sempre più spesso, la storia si arena quando entra in scena "il grande amore". Il regista diventa improvvisamente impacciato e accumula troppi particolari logori, abusati e poco credibili (la ragazza bellissima e bravissima che fa la cubista per mantenersi... ma non ha una famiglia?).

Il film si fa comunque vedere, alternando alcune pagine ambientate all'interno degli uffici comunali (ne so qualcosa...) che ricordano il romanzo La donna della domenica di Fruttero & Lucentini, ad altre buttate là un po' per sentito dire (il geometra comunale che va per le case a riscuotere? ma va là...). Il finale, volutamente alla Frank Capra, non scontenta nessuno, anche se puzza un po' troppo di buonismo.

All'attivo del film c'è sicuramente la prova di Fabio Volo, uno showman che meriterebbe di essere sfruttato di più e meglio dal nostro cinema. Accanto ad altri interpreti di valore (Foà, Ponzoni, Trabacchi, Bagliani, Franceschi, il figlio di Enzo Jannacci, tale e quale al padre per presenza e voce), c'è Valeria Solarino, che è solo bella, anche se ci sembra in grado di recitare parti più sostanziose di quella della Linda (Balla, Linda) che balla sul cubo.

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