La notte brava (Italia/Francia, 1959) di Mauro Bolognini. Con Laurent Terzieff (Ruggeretto), Jean-Claude Brialy (Scintillone), Rosanna Schiaffino (Rossana), Franco Interlenghi (Gino detto er Bellabella), Elsa Martinelli (Anna), Antonella Lualdi (Sulpizia), Anna-Maria Ferrero (Nicoletta), Tomas Milian (Achille), Mylène Demongeot (Laura), Maurizio Conti (Pepito), Piero Palmisano (il sordomuto), Marcella Valeri (la mamma di Rossana).
Ispirato ai ragazzi di vita di Pasolini, qui sceneggiatore (con il francese Jacques-Laurent Bost, per ragioni di coproduzione), è il film La notte brava, del regista pistoiese scomparso cinque anni fa. Cresciuti e un po' ripuliti rispetto agli originali pasoliniani, i personaggi sono sempre quelli, un giorno disperati per rimediare un piatto di minestra, l'altro carichi di soldi da sperperare nel giro di una notte. Nel mezzo c'è lo schifo, la miseria morale e materiale, la noia, il disprezzo per i miserabili (le prostitute), gli infelici (il sordomuto), ma anche per i ricchi annoiati come Achille. Le atmosfere sono quelle giuste, le facce anche (sebbene i due protagonisti vengano dalla Francia), la Roma descritta è ancora quella distrutta e stracciona del dopoguerra. Certo, manca la poesia dei romanzi e dei primi film di Pasolini (come Accattone e Mamma Roma), ma la pellicola di Bolognini è sicuramente una delle sue migliori.

Benché sappia che a Valerio Evangelisti ciò non fa piacere ("mi dà più fastidio quando paragonano le mie cose a Il nome della rosa", dichiarò già nel 1997), Cherudek, e soprattutto il suo protagonista, l'inquisitore Nicolau Eymerich, sembrano la continuazione del bestseller di Umberto Eco vista con gli occhi dell'inquisitore Bernardo Gui. La commistione tra personaggi realmente esistiti e vicende di pura fantasia è simile, anche se ciò che in Eco era storicamente plausibile, qui si colloca nel più puro campo della fantasia (più che metastorica) metafisica.
). Forse solo questa interrazzialità poteva (potrebbe?) fare scandalo.
Sharian (Ivan), Michael Ironside (Miller), Larry Gilliard Jr. (Jackson), Reg E. Cathey (Jones), Anna Massey (signora Shrike), Matthew Romero Moore (Nicholas).
Un tizio intorno alla trentina scompare durante una serata di sbornia e viene tenuto segregato in un appartamento. Dopo quindici anni di prigionia lo liberano. Il tizio si darà come missione quella di capire perché sia stato rinchiuso per tutto quel tempo e di vendicarsi del suo sequestratore.
Anche questo film di D'Alatri è un tassellino in quella che si potrebbe definire la "ripresina" del cinema italiano. Il regista romano, ormai cinquantenne, non è un Autore con la A maiuscola, ma è uno che conosce bene il suo mestiere: viene dalla gavetta, è un apprezzato autore (con la a minuscola) di spot commerciali e tecnicamente sa il fatto suo. Nell'ambito del cinema "medio", quello senza grandi pretese artistiche, seppure di grande dignità, è uno dei nostri migliori talenti. La febbre parte bene, con quella storia credibilissima di un giovane di provincia, indolente fuori corso di Architettura, che sogna di aprire un locale notturno insieme agli amici d'infanzia. Come capita sempre più spesso, la storia si arena quando entra in scena "il grande amore". Il regista diventa improvvisamente impacciato e accumula troppi particolari logori, abusati e poco credibili (la ragazza bellissima e bravissima che fa la cubista per mantenersi... ma non ha una famiglia?).