domenica, 30 aprile 2006

Per chi suona la campana (USA, 1943) di Sam Wood. Con Gary Cooper (Robert Jordan), Ingrid Bergman (Maria), Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar), Vladimir Sokoloff (Anselmo), Arturo De Córdova (Agustín), Mikhail Rasumny (Rafael, lo zingaro), Fortunio Bonanova (Fernando), Joseph Calleia (El Sordo).

il manifesto dice già moltoFilm vero o film di propaganda? La data è sospetta, e il fatto che i soldati falangisti indossino elmetti di foggia germanica (anche se ignoro se la circostanza sia reale o meno) non fa che aumentare gli indizi che portano a convalidare la seconda ipotesi. Quanto al discorso relativo alla maggiore o minore fedeltà del film al testo di Hemingway, esso mi sembra poco interessante, anche se dubito che nel romanzo avesse un'importanza preponderante la storia d'amore rispetto alla vicenda bellico-politica. Credo che generalmente le opere di grande successo popolare, come è il romanzo omonimo di Hemingway, di solito risultano da una fusione dei due elementi, un po' come il polpettone Via col vento, romanzo e film. Certo è che Per chi suona la campana di Sam Wood è quello che si potrebbe definire cinema di papà nella sua accezione peggiore, ed è già manna che un film del genere si sia potuto realizzare (non a caso nel 1943, quando gli USA lottavano contro il nazifascismo); ho l'impressione che, pur depurato com'è da ogni allusione ai comunisti che combattevano contro Franco, un film del genere non si sarebbe potuto realizzare negli anni del maccartismo.

Dal punto di vista estetico il film è brutto e deludente. Sam Wood non sa realizzare un film che avrebbe necessitato della forza realista di un John Ford, o quanto meno di una realizzazione epica alla De Mille (che pare iniziò il progetto). E invece tutto questo non c'è, per colpa anche - e qui sta la maggiore delusione - del copione scritto dal pur grande Dudley Nichols, responsabile di molte sceneggiature di valore, che si limita a mettere le frasette che ci si aspetta di sentire in bocca ai personaggi. Colpa anche di Hemingway? Non lo so, perché non ho letto il romanzo, però il mitico sceneggiatore di Ombre rosse avrebbe sicuramente potuto fare di meglio.

Fa inorridire, poi, il fatto che anche diversi critici (devo citare sempre i soliti?) lodino l'interpretazione dei due protagonisti. Non è un caso, infatti, che già all'epoca l'Oscar fu attribuito a Katina Paxinou (che si ricorda anni dopo nella parte della madre di Rocco e i suoi fratelli), anziché ai due bambocci che interpretano le parti principali. Se, come dicono, fu proprio Hemingway in persona a scegliere i due attori, prese una cantonata storica; se infatti Gary Cooper con i suoi occhi azzurri ha almeno il merito di corrispondere allo stereotipo dell'americano che disinteressatamente combatte per la libertà, non si capisce a cosa possa corrispondere la svedese Ingrid Bergman con una recitazione assolutamente ridicola.

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sabato, 29 aprile 2006

Porci, geishe e marinai (Giappone, 1961) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kinta), Mitzi Mori (Haruko), Yôko Minamida (Katsuyo), Kin Sugai (la madre di Haruko), Tetsuro Tamba (Tetsu).

Una banda della malavita giapponese si accorda con un trafficante nippoamericano per ricevere i rifiuti di una grossa base yankee sull'isola, allo scopo di impiantare un allevamento di maiali. Kinta, un sottoproletario perdigiorno, viene ingaggiato come guardiano dell'allevamento, ma sarà coinvolto nelle malefatte della banda, nonostante che la dolce fidanzata Haruko lo scongiuri di abbandonare la compagnia dei malviventi per trovarsi un lavoro serio.

Ottimo film - del resto il nome di Imamura è una garanzia - che casualmente uscì nello stesso anno di Accattone, film da cui sembra avere mutuato la figura del protagonista. Purtroppo proprio Kinta è la nota meno riuscita di Porci, geishe e marinai, poiché è un personaggio un po' troppo macchiettistico, caratteristica, quest'ultima, accentuata dal doppiaggio italiano. In sostanza il protagonista del film di Imamura, più che a Franco Citti somiglia Jerry Lewis (è sempre vestito da americano, con jeans, giubbotto da universitario e berrettino da baseball). Il film va comunque visto per quanto ci dice sul Giappone del dopoguerra e soprattutto sul dolore con il quale Imamura guarda il suo paese ridotto a nutrirsi dei rifiuti delle basi americane. Mi sembra di poter dire che Porci, geishe e marinai è una grande metafora del Giappone postbellico, con i giapponesi più o meno costretti a trangugiare tutto quanto venga dagli USA, siano pure gli scarti del loro cibo o della loro cultura. Il pessimismo di Imamura non fa sconti nemmeno a un personaggio buffonesco come quello di Kinta, né alla sua fidanzata.

Detto questo, vorrei far notare come sia Mereghetti che Morandini, dando un giudizio negativo sul film (il che è più che leggittimo: a me è piaciuto, a loro no), riportano una trama totalmente diversa da quella del film di Imamura; cosa che mi porta nuovamente ad affermare che loro il film non l'hanno visto, oppure hanno visto una versione talmente tagliata da risultare incomprensibile. E viene nuovamente da interrogarsi sul ruolo del critico cinematografico (e del critico in generale): ma è proprio obbligatorio scrivere di tutti i film, oppure non sarebbe meglio non parlare dei film che non si sono visti?

Morandini: «I marinai di una base americana in un porto giapponese hanno trasformato la città in un grande bordello. Kinta (Y. Nagato) lavora per una banda di trafficanti che riciclano le forniture alimentari made in USA come cibo per i maiali. Spinto dalla sua amichetta Haruko (M. Mori), cerca di mettersi in proprio, ma viene eliminato. Parabola sui rapporti tra l'occupazione straniera e la corruzione giapponese, è il film più anti-americano di S. Imamura (1926) il cui impegno militante di sinistra è visibile in tutta la 1a parte della sua carriera. Qui la diagnosi di una situazione sociale è rappresentata con una durezza impietosa, non priva di umor nero e non esente da sensazionalismo».

Mereghetti: «In un porto giapponese, dove sono di stanza militari americani, una banda di yakuza traffica nel riciclaggio dei resti delle forniture alimentari americane, usate come cibo per porci. Spinto dalla sua amante, la prostituta Haruko (Mori), Kinta (Nagato) tenta invano di mettersi da parte. Uno dei pochi film di Imamura a essere giunto in Italia: radiografia impietosa, ma tentata spesso dal sensazionalismo, di un mondo marginale dove a contare sono gli istinti primari del cibo e del sesso. Polemica contro la presenza degli americani, e intenzioni provocatorie nel tono greve e virulento (vedi la fiumana dei maiali nel finale)».

In rosso ho selezionato le inessattezze più clamorose dei due critici italiani.

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martedì, 25 aprile 2006

Quo vadis, baby? (Italia, 2005) di Gabriele Salvatores. Con Angela Baraldi (Giorgia Cantini), Gigio Alberti (prof. Andrea Berti), Claudia Zanella (Ada Cantini), Elio Germano (Lucio), Andrea Renzi (Commissario Bruni), Luigi Maria Burruano (il Capitano), Bebo Storti (Lattice), Rino Diana (Giulio), Ylenia Malti (ragazza della finestra).

Quo vadis, baby?Un film medio, come invece Io non ho paura era un film alto. La trama di Quo vadis, baby? è prevedibile, nonostante la struttura da giallo, che in alcuni momenti ricorda ddirittura il primo Dario Argento. C'è anche qualche banalità di troppo nei dialoghi, che in qualche brano sembrano tratti dalle citazione che si trovano stampate sulle magliette spiritose, come quando Giorgia domanda a Berti se crede in dio e questi risponde "Diciamo che lo stimo". C'è troppa autoreferenzialità, come se tutta la vita fosse interpretabile con la chiave del cinema; alcune citazioni sono esplicite (Ultimo tango a Parigi, M di Lang), ma ve ne sono molte altre sparse qua e là. Perfino la colonna sonora, composta da bei pezzi di rock, appare forzata: in alcuni momenti fin troppo sbracata (era meglio non mettere in un film come questo un pezzo, pur bellissimo, che s'intitola Psycho Killer, dei Talking Heads d'annata), in altri punti in apparente rincorsa delle scelte di Tarantino (i pezzi dei Ramones, Ragazzo di strada dei Corvi, Pugni chiusi dei Ribelli).

Eppure dei lati positivi del film sono evidenti, come l'indubitabile professionismo e la padronanza di mezzi di Salvatores, al cui servizio è la fotografia, ancora una volta di Italo Petriccione, tutta in toni lividi e notturni, che sa rendere alla perfezione un'atmosfera d'angoscia e che in alcune scene sotto i portici bolognesi sembra ispirarsi al barbaro assassinio del professor Marco Biagi (in alcuni scorci manca soltanto la biciletta appoggiata al muro). All'attivo del film sono poi le interpretazioni, dall'Angela Baraldi che esordì tanti anni fa nel video degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles, ai sempre ottimi Andrea Renzi (un punto fermo per la cinematografia italiana almeno dall'Uomo in più di Sorrentino) e Luigi Maria Burruano. Gigio Alberti fa per l'ennesima volta la parte dell'eccentrico con velleità di artista e tombeur des femmes e rischia di rinchiudersi in un cliché. Notevole la breve apparizione di Bebo Storti nella parte di un marito cornuto e un po' psicopatico.

P.S La sceneggiatura è accreditata a Salvatores in collaborazione con Fabio Scamoni, che qualche tempo fa rispose a un mio post sul blog tostapane.

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lunedì, 24 aprile 2006

"LO' CAPITO, CIO' LE PROVE
    PRIMA DE PENZA', CONTA FINO A NOVE"

 
ersudocu fatte conto è tipo naspece de cosa de gioco che cestà uncuadrato no tanto grande che uno infatti deve mette tutti i nummeretti. mannò accasaccio che sennò ero bono purio. che infatti stoggioco è popo particolare popo che de riflessione popo che uno sedeve mette là està duggiorni colla capoccia che ie fuma fino acché nunmette tutti inumeretti. ersudocu dimolo pure è ungioco inutile nunserve aggnente. anzi. mi cuggino maddetto che ersudocu cuanno che te piia po esse pure che vai affinì drento anacommunità docestanno certi che soannati arota che nuiabbastava fanne dieci assera e livolevano sempre più impossibbili desudocu che nuncelafanno più affà navita normale chenfatti come vedono uncuadrato cemettono drento inummeretti chenfatti nunè nacosa bella. chenfatti stoggioco lanno inventato iggiapponesi. maché davero? ma te pare mò che io devo fà ungioco giapponese? ma allora è popo vero che se prennemo tutta la monnezza? ma soprattutto sò dù ore che nun sò ndò mette sto sette e sto trè.
 
mi cuggino sta smettendo. ha cominciato levanno ersette.

Johnny Palomba

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domenica, 23 aprile 2006

Essere John Malkovich (GB/USA, 1999) di Spike Jonze. Con John Cusack (Craig Schwartz), Cameron Diaz (Lotte Schwartz), Catherine Keener (Maxine Lund), John Malkovich (John Horatio Malkovich), Orson Bean (Dr. Lester), Mary Kay Place (Floris), Charlie Sheen (Charlie Sheen), Sean Penn (sé stesso), Brad Pitt (sé stesso).

Catherine Keener e John MalkovichLo sceneggiatore Charlie Kaufman ha scritto un copione che, specialmente nella prima parte (la più riuscita) sembra essere nato dalla collaborazione tra Franz Kafka e Woody Allen. Con un occhio anche ai fratelli Coen di Mr. Hula Hoop, il protagonista, interpretato dal bravo John Cusack (particolarmente adatto alle parti di uomo mediocre sorpreso dagli eventi del mondo), sembra anche una versione ripulita e meno laida del Mickey Sabbath, personaggio principale del capolavoro letterario Il teatro di Sabbath di Philip Roth. Al di là delle metafore contenute, che vengono fin troppo allo scoperto nel finale del film, bisogna riconoscere la bravura di chi ha saputo sceneggiare e poi dare corpo (il regista Spike Jonze, genero di Coppola) a quest'insieme di situazioni e battute da teatro dell'assurdo ("Voglio diventare un transessuale", dice all'improvviso la mogliettina del protagonista), che si traducono in un piacere per gli occhi dello spettatore. Così come si deve riconoscere il coraggio di John Malkovich professionista e persona nel mettersi in gioco più di quanto non richieda il semplice ruolo dell'attore. Ci sono molte citazioni (molto bella quella del ristorante pieno di Malkovich, compresi bimbi e nani, che pare venga da un film di Buster Keaton) e rimandi colti e intelligenti, che fanno sì che il film possa essere apprezzato da chi non va in cerca di puro e semplice intrattenimento. Molto ben riuscito il personaggio fatuo e amorale della Maxine interpretata da Catherine Keener.

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sabato, 22 aprile 2006

Ombre (USA, 1959) di John Cassavetes. Con Lelia Goldoni (Lelia), Ben Carruthers (Bennie), Hugh Hurd (Hugh), Anthony Ray (Tony), Dennis Sallas (Dennis), Tom Reese (Tom), David Pokitillow (David), Rupert Crosse (Rupert), David Jones (Davey), Victoria Vargas (Vickie).

Ombre (Lelia e Tony)Ombre fu, all'epoca in cui uscì, più che un pugno nello stomaco, un pugno in un occhio del vecchio cinema hollywoodiano. Spiazzò il pubblico e anche la critica, rivelando in John Cassavetes un nuovo vero autore cinematografico. Autore di ambizioni meno titaniche di quelle di Orson Welles, Cassavetes è stato, per stile e coerenza alle proprie idee cinematografiche, un grande regista, che si piegava a recitare (bene) per finanziare le opere in cui credeva veramente. In questa sua opera prima mette in scena, senza una vera e propria trama, ma seguendo un filo logico abbastanza esile, i problemi di un gruppo di giovani newyorchesi e in particolare quelli di una ragazza di pelle bianca ma di famiglia afroamericana che non sa bene cosa vuole, mentre i suoi fratelli sembrano sapere bene cosa non debba volere.

Paragonabile a una lunga suite di jazz - dal quale del resto è sottofondato - Ombre ricorda qualche libro della Beat Generation, e penso in particolare a un romanzo peculiare come I sotterranei di Jack Kerouac. L'opera prima di Cassavetes è un film che non poteva avere successo quando uscì nelle sale, così come non potrebbe averlo oggi, ma è uno di quei lavori che vanno a costituire l'ossatura di una cinematografia, un po' come I quattrocento colpi e Fino all'ultimo respiro entrarono nel midollo osseo del cinema europeo.

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sabato, 22 aprile 2006

Ferro 3 - La casa vuota (Corea del Sud/Giappone, 2004) di Kim Ki-duk. Con Jae Hee (Tae-suk), Lee Seung-yeon (Sun-hwa), Kwon Yuk-ho (Min-gyu, il marito), Ju Ji-mo (ispettore Cho), Choi Jeong-ho (carceriere), Lee Ju-seok (il figlio dell'anziano), Lee Mi-suk (la nuora dell'anziano).

Ferro 3Il golf può essere uno sport violentissimo. E le quattro mura di una cella possono sprigionare la libertà dell'uomo. Molte cose sono ribaltate in questo film di Kim Ki-duk, che è certamente una delle figure più interessanti (è del 1960 e già da qualche anno fa opere degne di attenzione) del cinema degli ultimi anni. L'idea di partenza del film (il giovane, che non si sa chi sia, che entra nelle case vuote senza rubare niente), anzi, è una delle idee più geniali cui mi sia capitato di assistere. Non mi sembra, però, che qui il regista riesca a padroneggiare pienamente la materia, che forse avrebbe amministrato meglio in un corto o mediometraggio. Dopo un po', dopo una quarantina di minuti o poco più la storia si accartoccia su sé stessa e gli sviluppi successivi sembrano dei pretesti per tirarla per le lunghe. E il finale nel quale i protagonisti si dimostrano eterei, privi di peso, sebbene intelligente, puzza un pochino d'espediente, un po' come quando alla fine del film si scopre che il protagonista ha sognato (non è questo il caso, anche se potrebbe esserlo).

I due protagonisti sono bravissimi, in particolar modo Jae Hee che recita tutto il tempo con la propria espressione, senza mai pronunciare una parola, ma l'intera operazione sembra un estenuato remake terragno dell'Isola, film di un fascino crudele nettamente superiore a questo, che resta comunque, al di là dei difetti che vi ho riscontrato, un buon film, originale ed autoriale.

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giovedì, 20 aprile 2006

Dalla Nimmistica di Claudio Batta.

Parole crociate: "Otto verticale: Si schiaccia in poltrona…". "Ci-ua-ua".

Parole crociate: "Il senso sviluppato nei polpastrelli". "Lu...dito".

Parole crociate: "Le montano i campeggiatori". "Te...desche".

Parole crociate: "Si spedisce per ricordo". "L'orecchio".

Parole crociate: "Il nome della figlia di Bush". "Buscetta".

Parole crociate: "Vicino a Cuba". "Libre".

Parole crociate: "La ripete il bocciato". "Bestemmia".

Parole crociate: "L'indimenticabile Totò". "Riina".

Parole crociate: "Proviene da una buona famiglia". "Ostaggio".

Parole crociate: "Fa coppia con Giulietta". "Romeo". "No, e' piu' lunga!". "Alfetta".

Parole crociate: "Fa coppia con Ric". "Chione".

Parole crociate: "Fra due si sceglie il minore". "Preventivo".

Parole crociate: "E' obbligatorio sulla moto". "Impennare".

Parole crociate: "Pagamento regolare". "Pizzo".

Parole crociate: "Complesso di inferiorità". "I Pooh".

Parole crociate: "Il nome greco di Mercurio". "Cromo".

Parole crociate: "Sport che si pratica allungando le braccia". "Scippo".

6 orizzontale: è famoso quello di Troia.....FIGLIO!

Parole crociate: "Viene dopo il pi greco". "(pausa per la conta) Q greco!"

Parole crociate: "Viene ogni quattro anni". "Claudio Bisio".

20 orizzontale: "pallidi, smunti...". "Fassini!"

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mercoledì, 19 aprile 2006

Il secondo fratello (Giappone, 1959) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kiichi Yasumoto), Kayo Matsuo (Yoshiko Yasumoto), Takeshi Okimura (Takaichi Yasumoto), Akiko Maeda (Sueko Yasumoto), Kô Nishimura (Goro Mitamura), Yoshio Omori (Seki), Taiji Tonoyama (Gengoro Henmi), Shinsuke Ashida (Sakai), Tanie Kitabayashi (la vecchia Sakata).

Il secondo fratello"Fratello" è una parola che in questo film si riappropria del suo significato originario, pregnante; è una parola che contiene in sé una serie di rimandi (alla famiglia, alle radici comuni, allo stesso sangue, a tutto ciò che unisce due o più persone nate e cresciute insieme) stupendamente illustrati da un'opera, dell'ingiustamente poco conosciuto Imamura, che tocca le corde profonde dell'anima. I quattro fratelli Yasumoto, rimasti orfani dopo la morte anche del padre, tentano disperatamente di restare uniti, e più ci provano, più si devono separare. Il più grande, venti anni, è una specie di 'Ntoni Malavoglia, svogliato e sfortunato, che un po' come l'Alberto Sordi di Mamma mia che impressione! tenta il colpo della vita con una fantomatica maratona. Yoshiko, sedici anni, è colei che si sacrifica, che per prima si allontana per andare a lavorare dovunque capiti, per mantenere la famiglia. Takaichi, tredici anni, è il secondo fratello, il Nianchan del titolo originale, quello forte, volitivo, determinato a riuscire là dove il padre e il fratello maggiore non sono riusciti a causa delle loro condizioni di miseria; in sostanza, "Taka" è il nuovo Giappone, quello che si rimbocca le maniche per lavorare, ma non solo, è quello che sa far funzionare il cervello e, con un approccio aggressivo alla vita, saprà farsi largo senza più dover aspettare il pane dallo stato o dalle umilianti raccomandazioni ai potenti di turno. Sueko, nove anni, è la piccola di casa, la narratrice della storia, una specie di Anna Frank volonterosa che narra la propria storia al suo diario. È Sueko che usa più di frequente le parole "fratello" e "sorella" ed è lei che alla fine riconoscerà l'inutilità degli sforzi fatti per timanere uniti: crollando con il capo sul quaderno sul quale sta raccontando le sue vicissitudini, concluderà scrivendo "sono sola".

Ma non c'è solo questo. Nella cittadina carbonifera in cui si svolge la storia, c'è tutta l'umanità, compresi una vecchia usuraia che ricorda quella di Delitto e castigo, un'assistente sociale dal cuore d'oro, un maestro elementare di buon senso, operai generosi e sindacalisti battaglieri. C'è un insieme di temi da far venire in mente tutti insieme Germinal e i Malavoglia, il neorealismo cinematografico italiano (richiamato anche da qualche suono di mandolini), fino al realismo poetico tipo Rocco e i suoi fratelli (che comunque è successivo di un anno). Ed è tutt'altro che una lagna: vi sono sequenze ironiche e scenette perfino comiche, talvolta ingenue, talvolte raffinate; Imamura non si ferma davanti a niente (mostra, nel 1959!, anche un anziano a culo nudo), perché così è la vita.

Il secondo fratello è un film eccezionale che conferma una volta di più il talento di Shoei Imamura, oggi quasi ottantenne (è nato il 15 settembre del 1926), il cui cinema, se ha un aspetto "scandaloso", come spesso è stato definito, è quello di non essere conosciuto a sufficienza qui da noi: basti pensare che non sono presenti recensioni su questo film né sul Mereghetti né sul Morandini. E invece è assolutamente da vedere.

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martedì, 18 aprile 2006

Il prigioniero del Caucaso (Russia/Kazakhstan, 1996) di Sergei Bodrov. Con Oleg Menshikov (Sasha Kostylin), Sergei Bodrov Jr. (Ivan Zhilin), Susanna Mekhraliyeva (Dina), Szhemal Sikharulidze (Abdul-Murat), Aleksandr Bureyev (Hasan), Valentina Fedotova (la madre di Ivan), Aleksei Zharkov (il comandante russo).

Il prigioniero del CaucasoUn bel film, basato su un racconto di Tolstoj, ma portato ai giorni nostri, proprio agli albori della guerra tra la Russia e la Cecenia. Due soldati russi cadono nelle mani di un anziano montanaro ceceno che li vuole scambiare con il figlio progioniero dei soldati russi. Li sorveglia un ceceno muto e una ragazzina che s'innamora platonicamente del soldato più giovane.

Il film è interessante dal punto di vista delle dinamiche carceriere/prigioniero, ma anche da quello dei due soldati, che non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro, dato che uno è un sergente scafato e fanfarone, mentre l'altro è una recluta timida e gentile (che regala alla ragazzina cecena un uccello di legno). Poi c'è l'altro piano, quello delle dinamiche che passano sopra la testa dei semplici soldati, tanto che il primo scambio non va a buon fine perché i russi non portano l'ostaggio. Ci sono scene di violenza (una quasi insopportabile)anche se non si tratta certo di un film d'azione. Entrano in scena sempre nuovi personaggi, come la mamma di Ivan o il vecchio ceceno che ha perso due figli per mano dei russi e il terzo si è arruolato proprio nella polizia. Il finale del film, potentemente pacifista, è pessimista, e sembra voler dire che la guerra, una volta messa in moto, marcia in avanti indipendentemente dalla buona volontà di tanti personaggi che pensano di essere protagonisti e invece sono soltanto pedine.

Gli attori sono tutti bravi, da Menshikov a Bodrov Jr. (figlio del regista), da Sikharulidze alla giovane Susanna Mekhraliyeva.

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