Per chi suona la campana (USA, 1943) di Sam Wood. Con Gary Cooper (Robert Jordan), Ingrid Bergman (Maria), Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar), Vladimir Sokoloff (Anselmo), Arturo De Córdova (Agustín), Mikhail Rasumny (Rafael, lo zingaro), Fortunio Bonanova (Fernando), Joseph Calleia (El Sordo).
Film vero o film di propaganda? La data è sospetta, e il fatto che i soldati falangisti indossino elmetti di foggia germanica (anche se ignoro se la circostanza sia reale o meno) non fa che aumentare gli indizi che portano a convalidare la seconda ipotesi. Quanto al discorso relativo alla maggiore o minore fedeltà del film al testo di Hemingway, esso mi sembra poco interessante, anche se dubito che nel romanzo avesse un'importanza preponderante la storia d'amore rispetto alla vicenda bellico-politica. Credo che generalmente le opere di grande successo popolare, come è il romanzo omonimo di Hemingway, di solito risultano da una fusione dei due elementi, un po' come il polpettone Via col vento, romanzo e film. Certo è che Per chi suona la campana di Sam Wood è quello che si potrebbe definire cinema di papà nella sua accezione peggiore, ed è già manna che un film del genere si sia potuto realizzare (non a caso nel 1943, quando gli USA lottavano contro il nazifascismo); ho l'impressione che, pur depurato com'è da ogni allusione ai comunisti che combattevano contro Franco, un film del genere non si sarebbe potuto realizzare negli anni del maccartismo.
Dal punto di vista estetico il film è brutto e deludente. Sam Wood non sa realizzare un film che avrebbe necessitato della forza realista di un John Ford, o quanto meno di una realizzazione epica alla De Mille (che pare iniziò il progetto). E invece tutto questo non c'è, per colpa anche - e qui sta la maggiore delusione - del copione scritto dal pur grande Dudley Nichols, responsabile di molte sceneggiature di valore, che si limita a mettere le frasette che ci si aspetta di sentire in bocca ai personaggi. Colpa anche di Hemingway? Non lo so, perché non ho letto il romanzo, però il mitico sceneggiatore di Ombre rosse avrebbe sicuramente potuto fare di meglio.
Fa inorridire, poi, il fatto che anche diversi critici (devo citare sempre i soliti?) lodino l'interpretazione dei due protagonisti. Non è un caso, infatti, che già all'epoca l'Oscar fu attribuito a Katina Paxinou (che si ricorda anni dopo nella parte della madre di Rocco e i suoi fratelli), anziché ai due bambocci che interpretano le parti principali. Se, come dicono, fu proprio Hemingway in persona a scegliere i due attori, prese una cantonata storica; se infatti Gary Cooper con i suoi occhi azzurri ha almeno il merito di corrispondere allo stereotipo dell'americano che disinteressatamente combatte per la libertà, non si capisce a cosa possa corrispondere la svedese Ingrid Bergman con una recitazione assolutamente ridicola.

Un film medio, come invece Io non ho paura era un film alto. La trama di
Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha scritto un copione che, specialmente nella prima parte (la più riuscita) sembra essere nato dalla collaborazione tra Franz Kafka e Woody Allen. Con un occhio anche ai fratelli Coen di Mr. Hula Hoop, il protagonista, interpretato dal bravo John Cusack (particolarmente adatto alle parti di uomo mediocre sorpreso dagli eventi del mondo), sembra anche una versione ripulita e meno laida del Mickey Sabbath, personaggio principale del capolavoro letterario Il teatro di Sabbath di Philip Roth. Al di là delle metafore contenute, che vengono fin troppo allo scoperto nel finale del film, bisogna riconoscere la bravura di chi ha saputo sceneggiare e poi dare corpo (il regista Spike Jonze, genero di Coppola) a quest'insieme di situazioni e battute da teatro dell'assurdo ("Voglio diventare un transessuale", dice all'improvviso la mogliettina del protagonista), che si traducono in un piacere per gli occhi dello spettatore. Così come si deve riconoscere il coraggio di John Malkovich professionista e persona nel mettersi in gioco più di quanto non richieda il semplice ruolo dell'attore. Ci sono molte citazioni (molto bella quella del ristorante pieno di Malkovich, compresi bimbi e nani, che pare venga da un film di Buster Keaton) e rimandi colti e intelligenti, che fanno sì che il film possa essere apprezzato da chi non va in cerca di puro e semplice intrattenimento. Molto ben riuscito il personaggio fatuo e amorale della Maxine interpretata da Catherine Keener.
Ombre fu, all'epoca in cui uscì, più che un pugno nello stomaco, un pugno in un occhio del vecchio cinema hollywoodiano. Spiazzò il pubblico e anche la critica, rivelando in John Cassavetes un nuovo vero autore cinematografico. Autore di ambizioni meno titaniche di quelle di Orson Welles, Cassavetes è stato, per stile e coerenza alle proprie idee cinematografiche, un grande regista, che si piegava a recitare (bene) per finanziare le opere in cui credeva veramente. In questa sua opera prima mette in scena, senza una vera e propria trama, ma seguendo un filo logico abbastanza esile, i problemi di un gruppo di giovani newyorchesi e in particolare quelli di una ragazza di pelle bianca ma di famiglia afroamericana che non sa bene cosa vuole, mentre i suoi fratelli sembrano sapere bene cosa non debba volere.
Il golf può essere uno sport violentissimo. E le quattro mura di una cella possono sprigionare la libertà dell'uomo. Molte cose sono ribaltate in questo film di Kim Ki-duk, che è certamente una delle figure più interessanti (è del 1960 e già da qualche anno fa opere degne di attenzione) del cinema degli ultimi anni. L'idea di partenza del film (il giovane, che non si sa chi sia, che entra nelle case vuote senza rubare niente), anzi, è una delle idee più geniali cui mi sia capitato di assistere. Non mi sembra, però, che qui il regista riesca a padroneggiare pienamente la materia, che forse avrebbe amministrato meglio in un corto o mediometraggio. Dopo un po', dopo una quarantina di minuti o poco più la storia si accartoccia su sé stessa e gli sviluppi successivi sembrano dei pretesti per tirarla per le lunghe. E il finale nel quale i protagonisti si dimostrano eterei, privi di peso, sebbene intelligente, puzza un pochino d'espediente, un po' come quando alla fine del film si scopre che il protagonista ha sognato (non è questo il caso, anche se potrebbe esserlo).
"Fratello" è una parola che in questo film si riappropria del suo significato originario, pregnante; è una parola che contiene in sé una serie di rimandi (alla famiglia, alle radici comuni, allo stesso sangue, a tutto ciò che unisce due o più persone nate e cresciute insieme) stupendamente illustrati da un'opera, dell'ingiustamente poco conosciuto Imamura, che tocca le corde profonde dell'anima. I quattro fratelli Yasumoto, rimasti orfani dopo la morte anche del padre, tentano disperatamente di restare uniti, e più ci provano, più si devono separare. Il più grande, venti anni, è una specie di 'Ntoni Malavoglia, svogliato e sfortunato, che un po' come l'Alberto Sordi di Mamma mia che impressione! tenta il colpo della vita con una fantomatica maratona. Yoshiko, sedici anni, è colei che si sacrifica, che per prima si allontana per andare a lavorare dovunque capiti, per mantenere la famiglia. Takaichi, tredici anni, è il secondo fratello, il Nianchan del titolo originale, quello forte, volitivo, determinato a riuscire là dove il padre e il fratello maggiore non sono riusciti a causa delle loro condizioni di miseria; in sostanza, "Taka" è il nuovo Giappone, quello che si rimbocca le maniche per lavorare, ma non solo, è quello che sa far funzionare il cervello e, con un approccio aggressivo alla vita, saprà farsi largo senza più dover aspettare il pane dallo stato o dalle umilianti raccomandazioni ai potenti di turno. Sueko, nove anni, è la piccola di casa, la narratrice della storia, una specie di Anna Frank volonterosa che narra la propria storia al suo diario. È Sueko che usa più di frequente le parole "fratello" e "sorella" ed è lei che alla fine riconoscerà l'inutilità degli sforzi fatti per timanere uniti: crollando con il capo sul quaderno sul quale sta raccontando le sue vicissitudini, concluderà scrivendo "sono sola".
Un bel film, basato su un racconto di Tolstoj, ma portato ai giorni nostri, proprio agli albori della guerra tra la Russia e la Cecenia. Due soldati russi cadono nelle mani di un anziano montanaro ceceno che li vuole scambiare con il figlio progioniero dei soldati russi. Li sorveglia un ceceno muto e una ragazzina che s'innamora platonicamente del soldato più giovane.