Donnie Darko (USA, 2001) di Richard Kelly. Con Jake Gyllenhaal (Donnie Darko), Holmes Osborne (Eddie Darko), Maggie Gyllenhaal (Elizabeth Darko), Daveigh Chase (Samantha Darko), Mary McDonnell (Rose Darko), James Duval (Frank), Patrick Swayze (Jim Cunningham), Jolene Purdy (Cherita Chen), Jena Malone (Gretchen Ross), Drew Barrymore (prof. Karen Pomeroy), Noah Wyle (prof. Kenneth Monnitoff), Katharine Ross (Lilian Thurman, la psicologa), Patience Cleveland (Nonna Morte).
Film horror con idee, Donnie Darko ha una sua dignità, anche se è esagerato il 97° posto nella classifica dei migliori film di tutti i tempi che occupa sull'Internet Movie Database. È un film che non imbocca una strada precisa all'inizio del film, differenziandosi dalla massa dei film horror che, una volta individuata la direzione, la seguono dall'inizio alla fine, generalmente per arrivare a una conclusione granguignolesca. Come struttura narrativa, Donnie Darko mi ha ricordato Allucinazione perversa, ma con qualche suggestione niente di meno che del Settimo sigillo bergmaniano. Questo perché tutta la vicenda sembra svolgersi in un attimo sospeso a cavallo dell'Apocalisse. E che vi siano riferimenti metacinematografici è dimostrato dalla citazione ripetuta di Ritorno al futuro da parte del protagonista. Si tratta di un film che forse per essere compreso appieno va visto almeno due volte, ma anche ad una prima visione riesce ad affascinare lo spettatore con la forza del mistero e di bellissime immagini.
Sono bravi anche gli attori, tra i quali preferisco i due fratelli Maggie e Jake Gyllenhaal, e Patrick Swayze, imbruttito rispetto ai tempi di Ghost, ma che dimostra di saper recitare un personaggio sgradevole, simile a quello interpretato da Tom Cruise in Magnolia.
Si astengano dalla visione tutti coloro che avevano apprezzato il coniglione Harvey nel film omonimo del 1950 con James Stewart: siamo caso mai dalle parti, funeree e grottesche, dei coniglioni neri che portavano la bara per Pinocchio quando si rifiutava di prendere la medicina.

Quella di Donato Bergamini è una morte sulla quale soltanto due cose sono certe: che non si è suicidato e che non si saprà mai la verità. Tutto il resto è un'orrenda accozzaglia di menzogne a cui soltanto delle autorità poco attente, se non peggio, hanno potuto prestare fede. Bergamini morì a ventisette anni il 18 novembre 1989. Era un calciatore del Cosenza che all'epoca militava in serie B. Il suo corpo fu trovato sull'asfalto di una strada che congiunge la Calabria alla Puglia, sdraiato nelle vicinanze di un camion sotto il quale, a sentire la testimonianza di una "ex quasi fidanzata", tale Isabella I., si sarebbe buttato volontariamente. In realtà la storiella messa lì per evitare che si compiessero indagini accurate faceva acqua da tutte le parti, a comincuare dalle dichiarazioni dei due "testimoni", cioè la suddetta Isabella e il camionista che avrebbe investito il giovane. Per non parlare degli accertamenti dei Carabinieri, delle perizie d'ufficio, delle indagine dell'autorità giudiziaria e dell'omertà dei dirigenti del Cosenza Calcio e dei compagni di squadra.
Lau (Leo), Zhang Ziyi (Mei), Dandan Song (Yee).
(Jerry), Seymour Cassel (zio Al).
Nel fango del dio pallone è un libro che non può lasciare indifferenti, perché parla di una cosa che volenti o nolenti entra nella vita di tutti noi, cioè il calcio. Questo sport (?), così affascinante e tuttavia così invadente, lo si ama o lo si odia: anche chi dice di non interessarsi di calcio lo dice con un tono che quasi mai nasconde pura e semplice indifferenza. Petrini in questo libro racconta la propria vita, che però si intreccia inevitabilmente con il calcio italiano degli ultimi trent'anni. Forse soltanto uno come Petrini poteva scrivere un libro del genere: un calciatore di mezza tacca, arrivato spesso a un passo dalla gloria (giocò nel Milan di Rivera e Nereo Rocco, poi nella Roma di Liedholm) e sempre ricacciato indietro. Fin dall'inizio si capisce che la vita di Petrini non sarà facile: partito dalla natìa Monticiano (SI) per Genova, perde bambino il padre e la sorella e rimane solo con la madre, forse l'unica donna che abbia mai amato. La carriera calcistica la vive come una sfilza di partite giocate nel fango e di donne "scopate" (il termine non è usato casualmente: probabilmente voleva differenziare lo scopare dal fare l'amore) una in fila all'altra. Le passioni dei calciatori come Petrini erano appunto le donne e le auto, l'altra i soldi, che servivano per le une e per le altre. La carriera di Petrini si chiude ingloriosamente con lo scandalo del calcioscommesse, di cui fu uno dei protagonisti, ma non la storia del libro, che continua con il dopo calcio, un crac finanziario che costringe Petrini alla fuga all'estero e la dolorosa perdita di un figlio diciannovenne, morto in un letto d'ospedale desiderando di rivedere il padre che invece non sarà al suo capezzale.
Chi sostiene che Tinto Brass abbia cominciato a fare brutti film, ossessionato soltanto dal sesso, a partire dalla Chiave (1983) oppure, secondo i più audaci, da Caligola (1979), hanno preso un grosso granchio. Il vecchio Tinto faceva già grosse cagate anche molto prima. Prendiamo questo Nerosubianco, un guazzabuglio senza trama e del quale non si capisce il significato. Un'accozzaglia di immagini prese da vecchi film (si riconosce Un chien andalou di Buñuel) e da filmati di repertorio con molta meno logica di un programma televisivo geniale come Blob. Qui, come nel 90% dei film di Brass la noia la fa da padrona. il regista cerca qualche colpo da maestro qua e là, trasformando le donne in mucche e mettendone una sul bidet, ma senza dialogo e senza uno straccio di niente da dire, la faccenda stanca alla svelta.