venerdì, 31 marzo 2006

Donnie Darko (USA, 2001) di Richard Kelly. Con Jake Gyllenhaal (Donnie Darko), Holmes Osborne (Eddie Darko), Maggie Gyllenhaal (Elizabeth Darko), Daveigh Chase (Samantha Darko), Mary McDonnell (Rose Darko), James Duval (Frank), Patrick Swayze (Jim Cunningham), Jolene Purdy (Cherita Chen), Jena Malone (Gretchen Ross), Drew Barrymore (prof. Karen Pomeroy), Noah Wyle (prof. Kenneth Monnitoff), Katharine Ross (Lilian Thurman, la psicologa), Patience Cleveland (Nonna Morte).

Donnie DarkoFilm horror con idee, Donnie Darko ha una sua dignità, anche se è esagerato il 97° posto nella classifica dei migliori film di tutti i tempi che occupa sull'Internet Movie Database. È un film che non imbocca una strada precisa all'inizio del film, differenziandosi dalla massa dei film horror che, una volta individuata la direzione, la seguono dall'inizio alla fine, generalmente per arrivare a una conclusione granguignolesca. Come struttura narrativa, Donnie Darko mi ha ricordato Allucinazione perversa, ma con qualche suggestione niente di meno che del Settimo sigillo bergmaniano. Questo perché tutta la vicenda sembra svolgersi in un attimo sospeso a cavallo dell'Apocalisse. E che vi siano riferimenti metacinematografici è dimostrato dalla citazione ripetuta di Ritorno al futuro da parte del protagonista. Si tratta di un film che forse per essere compreso appieno va visto almeno due volte, ma anche ad una prima visione riesce ad affascinare lo spettatore con la forza del mistero e di bellissime immagini.

Sono bravi anche gli attori, tra i quali preferisco i due fratelli Maggie e Jake Gyllenhaal, e Patrick Swayze, imbruttito rispetto ai tempi di Ghost, ma che dimostra di saper recitare un personaggio sgradevole, simile a quello interpretato da Tom Cruise in Magnolia.

Si astengano dalla visione tutti coloro che avevano apprezzato il coniglione Harvey nel film omonimo del 1950 con James Stewart: siamo caso mai dalle parti, funeree e grottesche, dei coniglioni neri che portavano la bara per Pinocchio quando si rifiutava di prendere la medicina.

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mercoledì, 29 marzo 2006

Carlo Petrini, Il calciatore suicidato, Kaos, 2001, pp. 148 ill., € 13,43.

Quella di Donato Bergamini è una morte sulla quale soltanto due cose sono certe: che non si è suicidato e che non si saprà mai la verità. Tutto il resto è un'orrenda accozzaglia di menzogne a cui soltanto delle autorità poco attente, se non peggio, hanno potuto prestare fede. Bergamini morì a ventisette anni il 18 novembre 1989. Era un calciatore del Cosenza che all'epoca militava in serie B. Il suo corpo fu trovato sull'asfalto di una strada che congiunge la Calabria alla Puglia, sdraiato nelle vicinanze di un camion sotto il quale, a sentire la testimonianza di una "ex quasi fidanzata", tale Isabella I., si sarebbe buttato volontariamente. In realtà la storiella messa lì per evitare che si compiessero indagini accurate faceva acqua da tutte le parti, a comincuare dalle dichiarazioni dei due "testimoni", cioè la suddetta Isabella e il camionista che avrebbe investito il giovane. Per non parlare degli accertamenti dei Carabinieri, delle perizie d'ufficio, delle indagine dell'autorità giudiziaria e dell'omertà dei dirigenti del Cosenza Calcio e dei compagni di squadra.

Carlo Petrini, già autore di un'autobiografia di denuncia come Nel fango del dio pallone, pur non essendo uno scrittore né un giornalista professionista, si butta in questo giallo sporco a corpo morto e redige un bel reportage, valido anche dal punto di vista formale. Forse gli sfugge qualche particolare qua e là, ma ha ben chiara una visione d'insieme che fa a pugni con la descrizione ufficiale dei fatti. Probabilmente Petrini, a suo tempo protagonista del famoso caso del calcioscommesse venuto alla luce nella primavera del 1980, punta un po' troppo la sua attenzione sui sospetti che gravavano sul Cosenza, che avrebbe venduto o comprato partite, mentre se vi è un'altra certezza in questo po' po' di casino è che Bergamini non avrebbe mai e poi mai venduto una partita, perché il calcio per lui era una ragione di vita. Più probabilmente si profila all'orizzonte una storia di droga nella quale il giovane centrocampista era entrato forse inconsapevolmente, una pista, comunque, mai approfondita a sufficienza dagli inquirenti, che si accontentarono della versione di comodo del suicidio.

Completano il libro una toccante intervista al padre di Donato Bergamini, uno sconcertante colloquio con l'ex compagno di squadra e di stanza Michele Padovano (che fu anche nella Juventus di Marcello Lippi) e un'altra intervista con l'ex massaggiatore del Cosenza Giuseppe Maltese, che dichiara il rimorso di non essere riuscito a fare niente per provare che quello di Denis (nomignolo di Donato) non era affatto stato un suicidio.

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mercoledì, 29 marzo 2006

CONTRO APPELLO

PER L’OCCIDENTE E L’ORIENTE PER IL SUD E PER IL NORD

Una risposta laica e cristiana al sen. Marcello Pera

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martedì, 28 marzo 2006

La foresta dei pugnali volanti (Cina/Hong Kong, 2004) di Zhang Yimou. Con Takeshi Kaneshiro (Jin), Andy La foresta dei pugnali volantiLau (Leo), Zhang Ziyi (Mei), Dandan Song (Yee).

Ovviamente la ragazza cieca cieca non è, come nella migliore tradizione dei falsi invalidi cinematografici, dal Benigni di Johnny Stecchino al Kitano di Zatoishi. La foresta dei pugnali volanti è un buon film, visivamente eccezionale e coinvolgente, narrativamente piuttosto convenzionale e con qualche momento prolisso e insistito. Le scene d'azione sono girate come Dio comanda, come non si vedeva da anni: movimenti plastici e fluidi che danno l'idea della leggerezza dei movimenti di questi personaggi che sembrano vivere un metro sull'aria. Purtroppo la storia è molto prevedibile e troppo priva d'ironia, per ambire allo status di capolavoro. Capolavoro loè, ma solo dal punto di vista figurativo: un difetto di sceneggiatura è ciò che manca a questo film diretto con maestria inconsueta da Zhang Yimou, che già con Keep Cool (1997) si era dimostrato ottimo regista d'azione, e interpretato con grande intensità dal terzetto dei protagonisti Kaneshiro, Lau e Ziyi. Si tratta comunque di uno spettacolo assolutamente valido.

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domenica, 26 marzo 2006

Mosche da bar (USA, 1996) di Steve Buscemi. Con Steve Buscemi (Tommy Basilio), Carol Kane (Connie), Mark Boone Junior (Mike), Bronson Dudley (Bill), Anthony LaPaglia (Rob), Elizabeth Bracco (Theresa), Michael Buscemi (Raymond), Mimi Rogers (Patty), Eszter Balint (Marie), Debi Mazar (Crystal), Chloe Sevigny (Debbie), Daniel Baldwin Mosche da bar(Jerry), Seymour Cassel (zio Al).

Mosche da bar è un buon film, e l'esordiente alla regia Steve Buscemi, benché di gran lunga preferibile come attore, sa cavarsela anche dietro la macchina da presa. Non si assiste ad avventure mirabolanti, ma alle mediocri peripezie di un perdigiorno, la cui principale occupazione è quella di passare lunghe ore al Trees Lounge (il bar che dà il titolo originale al film) a sbronzarsi e sperare in qualche avventura di una notte. Meccanico disoccupato, riuscirà a trovare un'occupazione soltanto come gelataio ambulante dopo la morte di uno zio. Incapace di apprezzare perfino le amicizie, riuscirà ad attirarsi addosso l'ira e il disprezzo anche di coloro che gli vogliono bene.

Si respira un'aria che rimanda ad alcuni film di John Cassavetes (si pensa a Minnie e Moskowitz o a Mariti), come dimostra anche la presenza del vecchio Seymour Cassel. Buscemi, ottimo interprete, dimostra di sapersela cavare anche dietro la macchina da presa e, visti i risultati, si spera che continui a coltivare questa attività, pur senza tralasciare quella per cui è nato, cioè il mestiere d'attore.

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sabato, 25 marzo 2006

Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone, Kaos, 2000, pp. 192 ill., € 14,00.

Nel fango del dio pallone è un libro che non può lasciare indifferenti, perché parla di una cosa che volenti o nolenti entra nella vita di tutti noi, cioè il calcio. Questo sport (?), così affascinante e tuttavia così invadente, lo si ama o lo si odia: anche chi dice di non interessarsi di calcio lo dice con un tono che quasi mai nasconde pura e semplice indifferenza. Petrini in questo libro racconta la propria vita, che però si intreccia inevitabilmente con il calcio italiano degli ultimi trent'anni. Forse soltanto uno come Petrini poteva scrivere un libro del genere: un calciatore di mezza tacca, arrivato spesso a un passo dalla gloria (giocò nel Milan di Rivera e Nereo Rocco, poi nella Roma di Liedholm) e sempre ricacciato indietro. Fin dall'inizio si capisce che la vita di Petrini non sarà facile: partito dalla natìa Monticiano (SI) per Genova, perde bambino il padre e la sorella e rimane solo con la madre, forse l'unica donna che abbia mai amato. La carriera calcistica la vive come una sfilza di partite giocate nel fango e di donne "scopate" (il termine non è usato casualmente: probabilmente voleva differenziare lo scopare dal fare l'amore) una in fila all'altra. Le passioni dei calciatori come Petrini erano appunto le donne e le auto, l'altra i soldi, che servivano per le une e per le altre. La carriera di Petrini si chiude ingloriosamente con lo scandalo del calcioscommesse, di cui fu uno dei protagonisti, ma non la storia del libro, che continua con il dopo calcio, un crac finanziario che costringe Petrini alla fuga all'estero e la dolorosa perdita di un figlio diciannovenne, morto in un letto d'ospedale desiderando di rivedere il padre che invece non sarà al suo capezzale.

Quello che emerge da questo libro è il ritratto di un'anima nera, di un personaggio che sta a metà tra il Mickey Sabbath del Teatro di Sabbath di Philip Roth e il protagonista del romanzo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto, un essere superficiale e arrivista cui a un certo punto la vita presenta, tutti insieme, i propri conti. A merito di Petrini va lo slancio che lo ha spinto a raccontare queste storie infami di cui non nega di essere stato protagonista e, fino a prova contraria, la sua sincerità, tanto è vero che a un certo punto biasima addirittura Dio, per essersi preso un ragazzo di diciannove anni (il figlio Diego) ed aver lasciato vivere "un essere" come lui. Dall'altra parte, Petrini lancia accuse che meriterebbero quanto meno un maggiore approfondimento e le repliche delle persone a vario titolo chiamate in causa. I silenzi che circolano intorno a questo libro alimentano i sospetti di un mondo che sembra davvero annegare nel fango.

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sabato, 25 marzo 2006

Oggi sciopero dei giornalisti, anche in radio e in tv. Hanno perfettamente ragione: come hanno detto nei loro comunicati che accompagnano le brevi edizioni dei notiziari giornalieri, il loro contratto è scaduto da più di un anno. Come dar loro torto? Il mondo va avanti, i prezzi pure e gli stipendi rimangono sempre quelli di più di un anno fa.

Non ci scordiamo, però - e vorrei che nei telegiornali e sui giornali ne parlassero più spesso - che il nostro contratto, quello dei dipendenti pubblici, in particolare di noi dipendenti degli enti locali è scaduto da ventisette (27) mesi. Noi prendiamo lo stesso stipendio che prendemmo a gennaio del 2004, dopo un'altra laboriosissima e lunghissima trattativa. Ma se invece di spendere i soldi per progetti faraonici come il ponte sullo Stretto di Messina e TAVolate varie li usassero per pagare dignitosamente chi lavora, per far funzionare i treni dei pendolari (giovedì sera intorno alle 18,25 il treno da Pisa per Roma su cui mi trovavo per tornare a casa ha preso fuoco e ci hanno fatto scendere tutti alla stazione di Rosignano), per costruire acquedotti e mettere in sicurezza i fiumi, non si andrebbe meglio?

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sabato, 25 marzo 2006

Nerosubianco (Italia, 1969) di Tinto Brass. Con Anita Sanders (Barbara), Terry Carter (l'uomo di colore), Nino Segurini (Paolo), i Freedom (il gruppo rock).

Chi sostiene che Tinto Brass abbia cominciato a fare brutti film, ossessionato soltanto dal sesso, a partire dalla Chiave (1983) oppure, secondo i più audaci, da Caligola (1979), hanno preso un grosso granchio. Il vecchio Tinto faceva già grosse cagate anche molto prima. Prendiamo questo Nerosubianco, un guazzabuglio senza trama e del quale non si capisce il significato. Un'accozzaglia di immagini prese da vecchi film (si riconosce Un chien andalou di Buñuel) e da filmati di repertorio con molta meno logica di un programma televisivo geniale come Blob. Qui, come nel 90% dei film di Brass la noia la fa da padrona. il regista cerca qualche colpo da maestro qua e là, trasformando le donne in mucche e mettendone una sul bidet, ma senza dialogo e senza uno straccio di niente da dire, la faccenda stanca alla svelta.

Discreta invece la colonna sonora, a cura del gruppo rock Freedom, con musiche che a tratti ricordano Jimi Hendrix.

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sabato, 25 marzo 2006

Nonostante che non valga molto come poeta, e ancora meno come poeta su commissione, visto che me l'hai chiesto gentilmente, oppure visto che sei il milionesimo cliente, oppure vista un'altra scusa qualsiasi, ti dedico questo breve componimento che ti spiega perché non ti posso dedicare nessun componimento.

HO FRETTA (A ROMINA)

Sì, senti, scusa, mi dispiace,

sarà per la prossima volta,

guarda che ora s'è fatta

e pensa che non ho ancora mangiato:

ho una fretta biscottata!

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venerdì, 24 marzo 2006

Tibor Fischer, Sotto il culo della rana, Mondadori, 1997, pp. 317, € 7,80.

«Tutto ciò che aveva dovuto fare nei due mesi di permanenza alla Manifattura era stato, per pura curiosità, prendere le cifre, fornite dal Ministero, relative alle quantità che la fabbrica doveva produrre in base al Piano Quinquennale e dividere i totatli per il numero delle unità della fabbrica. Avendo così calcolato le quote di produttività unitaria, le aveva sommate di nuovo ottenendo la produzione fissata dal Piano. Quanto a ciò che avveniva effettivamente nello stabilimento, lui non lo sapeva e dubitava che qualcun altro lo sapesse o volesse saperlo. La maggior parte del poco tempo che passava in ufficio lo impiegava con un collega economista, Zalán, a lanciarsi fiammiferi (accesi sulla carta vetrata della scatola) da una scrivania all'altra, scommettendo su quali pile di fogli avrebbero preso fuoco.» (Sotto il culo della rana, p. 257)

Anche contro un titolo italiano che può rischiare di mettere in guardia qualche lettore, Sotto il culo della rana è un bellissimo libro, ironico, divertente e profondo, come raramente capita di leggere. La cifra, il substrato, di questo romanzo dell'inglese di origini magiare Tibor Fischer è l'incredulità che provano gli ungheresi, popolo di secolari tradizioni occidentali, quando si trovano sotto un regime comunista eterosiretto dalla superpotenza sovietica. "Quanto potrà mai durare?" si domandano increduli l'un l'altro, pensando alla massa di imbecilli che hanno assunto posizioni di potere grazie al partito marxista al potere. In questo contesto si inserisce la vicenda umana del protagonista Gyuri Fischer, che adombra chiaramente la figura del padre dello scrittore, transfuga dall'Ungheria nei giorni della repressione sovietica del 1956. Ma non c'è solo questo, in Sotto il culo della rana (sottotitolo: in una miniera di carbone, ad indicare una condizione di scalogna nera); si tratta, più in generale, di un romanzo di formazione di un ragazzo qualunque eppure speciale, un po' come tutti noi. Ed è incredibile la capacità di Tibor Fischer di far pensare al protagonista le cose che abbiamo pensato tutti alla sua età, ed allo stesso tempo di descrivere i fatti e le situazioni con un'ironia che sembra stare a metà tra il surrealismo leggero alla Örkeny e il sarcasmo tipico della letteratura inglese (del resto Fischer è nato a Stockport) che viene da Fielding e arriva fino a Burgess e agli autori contemporanei (Coe, Hornby). Complimenti anche alla bella traduzione (salvo un brutto refuso a pag. 295: «un'altro polacco») di Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Personalmente consiglio caldamente questo libro.

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