- Lei è quel giovane codardo di cui parla tutta San Pietroburgo?
- Giovane?!? Ho trentacinque anni!
chi sono
Nome: Sasso I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando. A volte noto anche quando Amor non mi spira e quando non mi ditta vo insignificando.
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Einaudi, 1992, 2 voll., pp. LX-1490 € 25,00. Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca».
Non posso, nel mio piccolo, dire molto altro sul poema, se non ripetere quanto scrisse Borges a proposito della Divina Commedia, cioè che l'Orlando furioso «è un piacere di cui nessuno dovrebbe privarsi».
In effetti, i paladini e i guerrieri saraceni sono dei veri supereroi: di un coraggio e di una forza smisurati, disposti a dare la vita per preservare il loro onore. L'eroe eponimo Orlando, l'onestissimo Ruggiero, Rodomonte e Gradasso passati in proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna.
L'importanza del poema ariostesco fu chiara a tutti fin dal tempo della sua pubblicazione, tanto che, quando seppe di essere stato tralasciato, mentre tantissimi intellettuali italiani erano stati citati dall'Ariosto a conclusione del Furioso, l'iroso Niccolò Machiavelli così commentò in una lettera all'Alamanni del 1517: «...veramente el poema è bello tutto, e in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandantemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m'abbi lasciato indreto come un cazzo».
Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530, Il Mulino, 2009, pp. 212, € 12,00. Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professor Marco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furioso dell'Ariosto.
The Wrestler (USA, 2009) di Darren Aronofsky.Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu.Non direi che The Wrestler ci racconti una storia nuova, però Aronofsky ha il coraggio di rigirare, una volta di più, il coltello nella piaga già aperta del cosiddetto sogno americano. E lo fa con due armi che a molti dei film recenti di argomento analogo (ivi compresi quelli del vecchio leone Clint) sono mancati: un approccio da Autore, più che da semplice direttore, e l'interpretazione di un attore che nel personaggio ci mette qualcosa di più che la propria faccia. In effetti, la partecipazione (in tutti i sensi) di Mickey Rourke, anche al di là delle sue forse limitate doti d'attore, è un valore aggiunto alla riuscita del film, come raramente s'è visto al cinema. Il fatto che il protagonista sia interpretato da un personaggio che ha lo stesso bagaglio di vita ci fa guardare questa storia, e l'intero film, con occhi diversi e forse più partecipi. Anche in questo sta l'intelligenza di un Autore che sa inquadrare la faccia triste dell'America, senza dover andare a girare in Messico: negli ex opulenti Stati Uniti ci sono decine di migliaia di storie come quella di Randy "The Ram" Robinson, una sorta di tramontato e triste Hulk Hogan dei suburbi. Così come quella della rassegnata spogliarellista Cassidy, interpretata da un'altrettanto intensa Marisa Tomei. Quella di Reggie è, probabilmente, la storia di un disadattato, che sa ritrovare sé stesso quando sente l'odore del sangue, quando si trova a combattere sul ring che, lui presente, assume davvero le sembianze di un campo di battaglia, quando può esibire, di fronte al mondo, i suoi capelli leonini e il proprio corpo rabberciato, che sembra un cimitero bombardato. Ottima la colonna sonora, con citazione particolare per alcuni storici pezzi hard rock, come Sweet Child O' Mine dei Guns 'n' Roses, Balls To The Walls degli Accept ed Animal Magnetism degli Scorpions.
Burn After Reading – A prova di spia. Di Joel ed Ethan Coen. Con John Malkovich, Tilda Swinton, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand, Richard Jenkins.Il servizio segreto U.S.A., la C.I.A., è diviso in due sezioni: l’U.C.A.S. (Ufficio complicazione Affari Semplici) e l’U.S.A.C. (Ufficio Semplificazione Affari Complicati). Della prima fa parte il mediocre analista John Malkovich, rimosso dall’incarico, che perde un CD Rom contenente un file con le proprie memorie di spia; della seconda fa sicuramente parte il capo del servizio segreto, per il quale non esistono sfumature: chi può rivelarsi pericoloso deve essere eliminato o, nella peggiore delle ipotesi, pagato per tacere. Il film dei Coen riflette l’America bushiana, stretta tra i due estremi dell’incipiente crisi economica e della pervasività degli apparati della sicurezza. In questo contesto anche l’ambasciata russa (stavo per scrivere sovietica) può apparire come una scialuppa di salvataggio, salvo scoprire che neanche le spie russe sono più quelle delle un tempo: perfino nel cuore della loro sede diplomatica la C.I.A. e i suoi dollari hanno insediato quinte e seste colonne. Burn After Reading è uno dei migliori film degli ultimi Coen: nel quale non succede niente se non un gran caos. Anzi, un casino totale.
Ottimo Clooney (anche se non amo la sua voce italiana), bravissima come sempre la McDormand; non mi è piaciuto, invece, Brad Pitt, il cui personaggio (e di conseguenza la sua recitazione) è troppo caricato.
Gran Torino (USA, 2009) di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Cory Hardrict, Geraldine Hughes. A partire dal nome del protagonista (Kowalski) la più recente fatica di Clint Eastwood procede per stereotipi, come del resto il regista fa in tutti i suoi film (almeno in quelli che ho visto). Era dura, peraltro, giustificare nella durata canonica d'un film le svolte caratteriali di quest'uomo rimasto solo ed indurito dalle esperienze della vita. Ed in particolare resta arduo comprendere il repentino mutamento di pensiero sui suoi vicini asiatici, per i quali darà addirittura la vita (seppure una vita al tramonto e minata dalla malattia). La parabola è sempre quella del cowboy, che Clint ha ereditato da tutti i suoi maestri, da John Ford ed Howard Hawks ("Il fiume rosso") in avanti, qui con allievo da istruire alla vita con il proprio esempio, fino all'estremo sacrificio. Grande illustratore, Eastwood regista è come la degregoriana locomotiva rispetto al bufalo: non sa mai scartare di lato e cadere.
Killer Elite (USA, 1975) di Sam Peckimpah. Con James Caan, Robert Duvall, Burt Young, Bo Hopkins, Mako. Così come Sydney Pollack, nello stesso periodo, affrontò (al cinema, ovviamente) la yakuza giapponese, Peckimpah se la vede con le triadi cinesi, dalle quali il protagonista deve proteggere un politico taiwanese sul suolo americano. Il Mike di James Caan deve in realtà vedersela anche con i traditori della propria agenzia investigativa, che nasconde con la propria attività diversi loschi affari della CIA. Peckimpah, durante le riprese, non smise mai di riscrivere la sceneggiatura originale di Stirling Silliphant, e questo lavorìo si riflette in una certa confusione e farraginosità della storia, che tuttavia funziona, rifugge dagli stereotipi e dai sentimentalismi, e giunge senza fiatone all'arrivo.
Il padrino - Parte II (USA, 1974) di Francis Ford Coppola. Con Al Pacino, Robert De Niro, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton.Probabilmente il segmento migliore della trilogia coppoliana, perché sa unire l'epopea mafiosa ai drammi umani dei singoli componenti della "famiglia", con sapienti agganci all'attualità politica (molto azzeccata la sequenza dell'audizione davanti alla commissione senatoriale) e ai collegamenti tra la mafia siciliana e quella italoamericana, A ciò va aggiunta una delle interpretazioni, anzi, delle personificazioni (Al Pacino non recita, ma è Michael Corleone) migliori nella storia del cinema e la fotografia prodigiosa di Gordon Willis. Alla presenza di altri attori uno più bravo dell'altro (da De Niro a Duvall, da Cazale a Diane Keaton, per non parlare di Strasberg), Coppola afferma la propria idea di cinema, poderoso e fluviale: del resto, questo film fu realizzato nel periodo di grazia del regista, che va dal primo "Padrino" ad "Apocalypse Now", passando anche per "La conversazione".
Sergej Nosov, Il volo dei corvi, Voland, 2005, pp. 265, € 14,00 Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status.
Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera di un nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma, Gogol e Cechov sono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.
Vittorio Cotronei, Meseta, Edizioni Clandestine, 2009, pp. 168, € 11,00. Quando Zidane decise di lasciare la Juventus, la scusa fu che sua moglie voleva vivere in una città sul mare. Infatti, il calciatore si trasferì al Real Madrid. E Madrid, come si sa, è una città quale Parigi, Praga, Mosca... tutte bellissime capitali, ma il mare, semplicemente, non c'è. Salvatore, invece, si sente il mare dentro, ed è questo uno dei fattori principali della sua irrequietezza di giovane che vive nel calderone multietnico che è la Madrid dei nostri giorni. Una capitale spagnola che troviamo, all'inizio del romanzo di Vittorio Cotronei, sconvolta dagli attentati dell'11 marzo 2004, quelli che decretarono, nello spazio di un giorno, la fine dell'era Aznar e il sorgere dell'astro Zapatero. I tormenti di Salvatore sono quelli di uno dei nostri giovani, di chi appartiene ad una generazione che ha avuto grandi opportunità, grandissime speranze e, talvolta, delusioni di grandezza direttamente proporzionale. Si tratta di giovani quasi tutti laureati e quasi tutti, più o meno provvisoriamente, emigrati all'estero, chi a Madrid chi a Barcellona, Parigi o Edimburgo. Grazie al programma Erasmus e alle opportunità fornite dall'Interrail o dai viaggi aerei low cost, hanno già conosciuto l'Europa ed il mondo, ed hanno avuto modo di giudicarli migliori della nostra Italietta d'oggi. Altri tempi, quando a Montescudaio si parlava di Dandolo, quasi come se fosse un esploratore planetario del calibro del professor Livingstone o di Amundsen.
Vittorio non ha ancora la malizia dello scrittore di professione e scrive da giovane innamorato, oltre che della vita, di questo potentissimo mezzo che è la scrittura, padroneggiata con notevole abilità, tale da rendere la lettura scorrevole e mai noiosa. Per di più, Vittorio dimostra di essere anche un lettore attento, che sa far tesoro degli autori assimilati e reinterpretati in un suo modo del tutto personale: in Meseta vi sono omaggi espliciti, come quello all'amato Arturo Perez-Reverte, ed altri che risultano da suggestioni e richiami, come potrebbero essere quello a Bukowski (come lo scrittore nato in Germania demistificò il sogno americano, così Vittorio, nel suo piccolo, erode un po' del mito della Madrid orfana della movida anni Ottanta) e al Kerouac di Sulla strada e dei Sotterranei. Ma la Meseta, in quanto paesaggio anche interiore del protagonista, fa venire in mente anche il Sertao descritto da Guimaraes Rosa: si tratta di paesaggi dell'anima, più che di espressioni geografiche. E se il Sertao è quando meno te lo aspetti, anche la Meseta ti aggredisce nei momenti meno opportuni e sembra ritornare in eterno a ricordarti che, dovunque tu sia, lei è sempre là a circondarti con la sua solitudine.
E poi, però, esistono i luoghi della memoria, e Vittorio ce lo ricorda in alcuni passaggi - come quando il protagonista torna a casa per la prima volta - che fanno comprendere come, per quanto belle siano Madrid, la Spagna, Siviglia, i tramonti sull'Oceano, la mamma (e non è un richiamo retorico), la casa, il tuo paese continuano a rappresentare i valori primari che ti richiamano sempre a sé. Rappresentano i luoghi fisici e della mente che, per usare il linguaggio caro a Vittorio, sono i più grandi di tutti. Anche per i giovani "erasmiani".
Kenneth G. Henshall, Storia del Giappone, Mondadori, 2005, pp. 321, € 10,40. Avendo visto, negli ultimi anni, una serie notevole di film giapponesi, soprattutto di Kurosawa e di Mizoguchi, era logico che mi informassi un po' meglio sulla storia del paese che ha prodotto quei geni cinematografici. Ed in effetti ne sapevo molto poco. A colmare, molto parzialmente, la mia lacuna, è servito questo libro di storia del Giappone del neozelandese Henshall, che compie un excursus veloce ma documentato sul paese del cosiddetto sol levante, dalla preistoria ai giorni nostri. E' un libro assai documentato, che si sofferma molto sui dati economici del Giappone, anche in considerazione del fatto che i nipponici hanno sempre considerato il lavoro, e di conseguenza la produzione, come un metodo per affermare la loro identità nazionale, quando non addirittura una loro superiorità sugli altri popoli. In questo modo, tra altri, si spiega il perché questo nazione che fa base su poche isole ai margini dell'Oceano Pacifico abbia assunto un così elevato potere economico nel mondo e sia diventato, negli ultimi cento anni, anche una potenza politica, crollata fragorosamente dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale. Un paese peraltro che, pur essendo l'unico nella storia mondiale ad avere subito l'attacco atomico, ha saputo risollevarsi con quello che Henshall preferisce non chiamare miracolo economico, in quanto il grande sviluppo del dopoguerra è il frutto di un consapevole, durissimo, lavoro. L'autore di questa Storia del Giappone non si sofferma su dati secondari, come la descrizione delle eventuali manie o malattie degli imperatori, il cui ruolo negli ultimi centocinquanta anni ha riassunto una posizione centrale, a seguito dell'abolizione della carica dello shogun, ma segue gli eventi fondamentali della storia nipponica, senza trascurare gli aspetti che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare secondari, come la valenza socio-politica del calcio e degli sport in genere, fino a rivelarci un aspetto inedito e curioso di certe zone del paese, dove vengono praticate con passione le gare di scorregge.
Il faraone (Polonia, 1966) di Jerzy Kawalerowicz. Con Jerzy Selnik, Barbara Brylska, Krystina Mikolajewska. Kolossal polacco anni Sessanta che fa lescarpea tanti prodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventurapura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone" di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro come Kawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".
Abbronzatissimi 2 – Un anno dopo (Italia, 1993) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Valeria Marini, Eva Grimaldi, Brando Giorgi.Rispetto al capostipite, qui si annovera un'attrice mediocre (Vanessa Gravina) e una serie inenarrabile di attori infimi, tra i quali primeggia l'ineffabile Valeria Marini. Il cast, da solo, già dice abbastanza sul livello del film di Gaburro, che non fa ridere mai, nemmeno per sbaglio. Ma qui, già parlare di cinema è fare un regalo a questa spazzatura sotto forma di fotogrammi in celluloide.
Il tango della gelosia (Italia, 1981) di Steno. Con Monica Vitti, Philippe Leroy, Diego Abatantuono, Tito Leduc, Jenny Tamburi. Commediola che nasce vecchia e insiste su una miriade di luoghi comuni - con particolare insistenza su quello delle corna - che già all'inizio degli anni ottanta sembravano provenire da un altro mondo. L'insieme risulta ancor meno credibile, in quanto ambientato nel mondo dell'alta borghesia (i protagonisti sono niente meno che un principe e una principessa) tanto che il personaggio più credibile risulta, alla fine, la figurina della fidanzatina pugliese di Abatantuono, interpretato da Jenny Tamburi. La Vitti mette in campo la stra-abusata serie di vezzi che ne caratterizzano larecitazionenevrotica e lagnosa. L'unico motivo diinteressesono i monologhi surreali di un Abatantuono in piena ascesa (si rivolge al maestro di ballo della protagonista chiamandolo "Don Lurido"), anche se il suo personaggio c'entra, con il contesto delfilm, come i cavoli a merenda.
L’innocente Casimiro (Italia, 1945) di Carlo Campogalliani. Con Erminio Macario, Lea Padovani, Enzo Biliotti, Alberto Sordi.Il torto maggiore di questo film è di sembrare, con il neorealismo alle porte, di un'altra epoca, quella deitelefoni bianchi, delle contessine e dei principini. Però l'umorismo surreale e non sempre bonario di Macario (che purtroppo al cinema non ha mai saputo ripetere i successi ottenuti nellarivista) colpisce nel segno più d'una volta, sia quando pronuncia battute che sembrano provenire dalle sacrestie e dagli oratori ("professore, ha unaruotaa terra" "oh bella, e dove dovrebbe stare, per aria?") sia quando sembrano anticipare l'irresistibile ed irrefrenabile maniera di Totò ("Signor preside, sia buono..." "Non sono il tuo preside, sono il tuo giustiziere!" "Signor giustiziere, sia buono...").
Fantozzi – Il ritorno (Italia, 1996) di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Milena Vukotic. Con "Fantozzi - il ritorno" è come essere bambini, perché ci si diverte (nel nostro caso: entro certi limiti) a vedere per l'ennesima volta lo stessocartoneanimatoo lo stesso cascatone del povero Ollio. Nell'immaginario collettivo di oggi, Fantozzi ha ormai soppiantato gli eroi delle vecchie comiche ed è diventato un po' una parte della nostra vita; molti di noi avranno fatto o almeno visto una caduta "alla Fantozzi" o saranno stati perseguitati, nelfinesettimana, dalla "nuvoletta di Fantozzi". Ecco, i film di Fantozzi, anche quelli meno riusciti costituiscono ormai una rimpatriata. Qualche episodio di quest'ultimo film è comunque azzeccata, come l'inchiesta e il processo simil Mani Pulite, al termine dei quali il povero ragioniere finisce in prigione al posto del delinquentissimo megadirettore Balabam.
Fantozzi 2000 – La clonazione (Italia, 1999) di Domenico Saverni. Con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Anna Mazzamauro, Paolo Paoloni.Anche qui, si ride "in memoriam"... rivedendo le stesse gag deifilmprecedenti. Villaggio, almeno, ci prova e riesce a strappare un paio dirisate, spalleggiato dalle brave Milena Vukotic e Anna Mazzamauro. Non ci sono più il fido (?) Filini (Gigi Reder è morto nell'ottobre del 1998) né Mariangela e francamente i continui riferimenti scimmieschi in relazione alla figlia prima ed alla nipote Uga ora hanno davvero stancato. Il film è poco o niente riuscito e la colpa è senza dubbio del regista Saverni che, al contrario dei suoi predecessori, non sa dare il benché minimo guizzo ad una materia peraltro ampiamente sfruttata. Se questi sono gli effetti della clonazione, verrebbe da dare ragione al Vaticanoche vi si oppone.
Il lupo e l’agnello (Italia/Francia, 1980) di Francesco Massaro. Con Michel Serrault, Tomas Milian, Ombretta Colli, Daniele Vargas.Tentativo, abbastanza malriuscito, di unire il filone monnezzaro con quello del "Vizietto". Funziona piuttosto bene il cast di contorno, con Bonanni nella parte di "er Trippa" e Antonelli in quella di "Capoccione", ma non è abbastanza.
Teste rasate (Italia, 1992) di Claudio Fragasso. Con Gianmarco Tognazzi, Giulio Base, Flavio Bucci, Fabienne Gueye, Franca Bettoja. Un film coraggioso, perché spiega la fascinazione dei ragazzi delle periferie cittadine per l'ideologia, ma ancora di più l'iconografia e la credenza in qualcosa di granitico (benché aberrante), nel vuoto generale. Il film di Fragasso, rischia, però di essere già vecchio, a poco più di quindici anni di distanza, perché ormai la destra estremista ha sostituito l'ebreo, come nemico, con l'extracomunitario e/o il barbone. Ormai la razza inferiore è l'arabo musulmano e il nero, che le squadracce, oggi riciclatesi in ronde legalizzate, si incaricano di punire con metodi spesso medievali (allo spacciatore di colore viene tagliata la lingua). Nel protagonista del film (un discreto Gianmarco Tognazzi) il fascino per i naziskin si mischia all'orrore per le loro gesta sanguinarie, così come l'odio provato per gli extracomunitari di qualsiasi etnia fa a pugni con l'attrazione fisica (ma anche qualcosa di più) per una ragazza somala. Un film riuscito solo a metà, ma che rappresenta un valido documento sui nostri anni a cavallo di due secoli.
Doppio delitto (Italia, 1977) di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Peter Ustinov, Mario Scaccia, Jean-Claude Brialy, Ursula Andress. Ilfilmsembra essere stato realizzato per tentare di ripetere l'operazione riuscita a Comencini, un paio d'anni prima, con "La donna della domenica", che aveva per protagonista il medesimo Mastroianni. Ma Ugo Moretti (autore delromanzooriginario) non è Fruttero e Lucentini, Steno non è Comencini ed Age e Scarpelli, che sono ancora i medesimi Age e Scarpelli, hanno qui lavorato svogliatamente. Del resto, la Roma che fa dasfondoa questa storiella giallorosa è molto più sfruttata ed abusata della Torino di Fruttero e Lucentini. Qualche macchietta, qua e là, funziona, anche grazie ad interpreti di vaglia, tra i quali spicca l'ottimo Mario Scaccia, che fa da controcanto ad un Mastroianni piuttosto scialbo. Tutto l'insieme, però, costituisce un divertimento abbastanza trascurabile.
"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine". Così Thomas Stearns Eliot conclude il suo poemetto La terra desolata, una delle sue opere più importanti. Qui il poeta angloamericano giunge ad una delle conclusioni più pessimiste che sia stato dato di leggere: per l'Autore, la vita è la morte, e la vita è ridotta al trinomio, ontologicamente inutile, nascita/copula/morte. E forse con quest'opera, magistralmente tradotta ed introdotta (ed annotata a margine) dal grande Mario Praz, Eliot, che attraversa l'inferno dantesco con l'ironia di un dandy decadente e la consapevolezza che prima di lui ci sono passati anche i poeti maledetti come Rimbaud o Lautréamont, comunica che la poesia - forse meglio o forse ad un altro livello rispetto alla fede - può fungere da pagliuzza da afferrare prima che affondi questa malridotta nave fenicia sulla quale ci è capitato di navigare.