Paolo Volponi, Memoriale, Einaudi, 2007, pp. 238, € 11,00. Un romanzo bello e interessante. Letteratura industriale, d’accordo, ma non solo. Perché dietro all’opera prima di
Volponi c’è l’esperienza della guerra, la malattia fisica e mentale, la psicanalisi freudiana (il protagonista soffre di un forte complesso di edipo) e poi, indubbiamente, al tempo stesso sfondo e protagonista, la grande industria. E per la prima volta, a differenza del precedente “Donnarumma all’assalto” (1959) di Ottiero Ottieri (anche lui, come Volponi, funzionario dell’Olivetti), l’operaio è il centro narrante, che porta il lettore dentro la fabbrica. Ed è interessante anche l’approccio con gli altri operai, quelli che vengono in contatto con questo Albino Saluggia, indubbiamente malato nei polmoni e nella psiche: quando si parla degli operai, essi sembrano una massa indistinta, ma quando il protagonista si avvicina, ogni operaio assuma una sua distinta fisionomia, ed ognuno ha i propri problemi, molti dei quali connessi al lavoro in fabbrica. Albino vede nell’assunzione nella fabbrica come una speranza di rinascita e invece essa, anche per il carico di esperienze e problemi che egli si porta dietro, si rivelerà una vera e propria via crucis, senza possibilità di riscatto. Alla fine del romanzo, lo stesso Albino se ne renderà conto e questo potrebbe anche essere un primo passo verso una presa di coscienza del fatto che nessuno potrà aiutarlo come egli aveva sperato (il capoturno, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, un guaritore, il presidente della fabbrica…). Potrà e dovrà contare soltanto sulle proprie forze. Con questo romanzo, Volponi mette al centro del dibattito letterario la fabbrica, oggetto ancora molto misterioso per gli italiani, che restano sostanzialmente (e lo erano, a maggior ragione, all’alba degli anni Sessanta) un popolo di contadini.

Ahmadpoor (Ahmad), Ahmad Ahmadpoor (Nematzadeh). Fin dalle prime scene, ambientate in una classe elementare dell’Iran khomeiniana, si comprende come Kiarostami sia riuscito nel miracolo di costruire un grande film con mezzi minimi. Con l’inquadratura alternata dei visi dei due compagni di banco (Ahmad e Nemtzadeh), uno dei quali, rimproverato dal maestro, piange, mentre l’altro lo guarda imbarazzatissimo, siamo già in un cinema di alta poesia, come quello che riusciva un tempo ai maestri del nostro neorealismo. Forse ha ragione Mereghetti, quando sostiene che non bisogna aggrapparsi ai modelli conosciuti ogni volta che siamo di fronte a qualche miracolo ignoto, ma di fronte a “Dov’è la casa del mio amico?” non si può non pensare a Rossellini, al De Sica di “I bambini ci guardano” o anche di “Ladri di biciclette” e perfino al Truffaut dei “Quattrocento colpi” e degli “Anni in tasca”. Attraverso l’ostinata onestà di Ahmad, che si scontra con l’ottusa disciplina materna, attraverso le sue corse instancabili per i sentieri polverosi ed i vicoli sassosi dei villaggi lontani chilometri e secoli dalle metropoli (perfino Teheran appare lontanissima), Kiarostami ci mette in contatto, in questo film di breve durata ma di un’intensità che a tratti rischia di sopraffare lo spettatore, con una società dove vecchi e bambini sembrano poli lontanissimi (solo occasionalmente, come nell’incontro con il vecchio che dona al protagonista un fiorellino, avvicinabili), dove il peso della tradizione è ancora più che ingombrante, dove il principio d’autorità soffoca la creatività infantile, con i bambini costretti a lavori pesantissimi (il ragazzino che trasporta la finestra di ferro, quello che trasporta i bidoni di latte) e spesso sottoposti alle violenze degli adulti, come testimonia il ragazzino che a scuola sta sempre scomposto perché ha dolore alla schiena ed al sedere. Ma lo sguardo di Kiarostami sul suo paese non è completamente negativo, perché la speranza si chiama Ahmad, tenace custode di un sentimento d’amicizia che sfocia nell’alta etica - vuole evitare al suo compagno di banco un’ingiusta punizione di cui si sente un po’ colpevole, per essersi portato a casa, per sbaglio, il quaderno dell’amico – che è simbolicamente rappresentata dal fiorellino che gli affida l’anziano un po’ rimbambito che lo guida verso la casa di Nematzadeh. La speranza sono i giovanissimi, ma qualche vecchio, anche se non riesce a tenere il passo dei ragazzini, può fornire buoni insegnamenti. Nella notevole filmografia di un Grande Autore dei nostri tempi, “Dov’è la casa del mio amico?” mi sembra la sua punta di diamante. Un capolavoro assoluto.
219, € 14,00.
Perché continuiamo a soffrire per il triste destino del piccolo Nemecsek, mentre, per esempio, non ci emozionano più le morti di Renato Cestiè in Ultima neve di primavera e negli altri film strappalacrime? Probabilmente perché nei film degli anni settanta tutto era teso a quella scena madre: alla morte, su un lettino d’ospedale, del giovanissimo protagonista, al cui capezzale i genitori, già sull’orlo del divorzio, trovavano un accordo per far piacere all’infante morituro. È diverso per il romanzo di Molnár, che racconta una vicenda essenzialmente autobiografica, con intenti tutt’altro che edificanti. Il finale doppiamente amaro è la degna conclusione di una storia, raccontata benissimo, sulla fine dell’adolescenza. I ragazzini della Via Pál, così come quelli dell’Orto botanico, si comportano secondo schemi da adulti, ma in una sorta di vuoto pneumatico, dove gli adulti non sono contemplati: al campo attiguo alla segheria c’è solo la presenza del guardiano ceco (non è un caso che si tratti di un povero immigrato straniero), mentre gli ingressi della cameriera e del padre di Geréb sono trattati alla stregua di vere e proprie intrusioni. Il risvolto di copertina dell’edizione Einaudi afferma che si tratta di “un capolavoro della letteratura per l’infanzia”: e questo è vero, ma non è abbastanza. È indubbiamente un capolavoro, ma non è soltanto per l’infanzia. A mio modestissimo parere, con la descrizione dei sistemi iperdemocratici della Società dello stucco (le prolungate discussioni sulla designazione del capo delegazione fanno arrivare il gruppo al capezzale di Nemecsek quando il biondino ha già perso conoscenza) e con quelli militareschi dell’esercito di Via Pál, Molnár non è da meno di scrittori come Kafka, Musil e Joseph Roth nella descrizione satirica dell’imminente caduta dell’Impero Asburgico (e del satellite Regno d’Ungheria).
Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.
Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)
Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca».
proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna.
Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professor Marco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furioso dell'Ariosto.